110 anni fa l’archeologo italiano Schiaparelli scoprì la più bella tomba della Valle delle Regine, la tomba di Nefertari, la Grande Sposa di Ramses II. Una mostra al museo Egizio del Cairo ricorda 110 anni di presenza italiana in Egitto

La regina Nefertari, la Grande Sposa di Ramese II, ritratta nella sua tomba nella Valle delle Regine
“È uno dei monumenti più insigni della necropoli di Tebe che se non per ampiezza, certo per l’armonia delle sue parti e la squisitezza dell’arte, gareggia pur anco colle più belle tombe della Valle dei re”, avrebbe commentato la straordinaria scoperta della tomba della regina Nefertari l’archeologo italiano Ernesto Schiaparelli, direttore del museo Egizio di Torino dal 1894 fino alla sua morte nel 1928. Era il 1904. Schiaparelli a capo di una missione archeologica italiana scoprì nella Valle delle Regine, a Tebe Ovest, quella che probabilmente è la tomba più bella d’Egitto: la QV66, ovvero la tomba della celeberrima Nefertari, la Grande Sposa Reale di Ramses II (1279-1212), sovrano egizio della XIX dinastia, la quale – pur non avendo regnato in modo autonomo – fu una delle regine più influenti dell’Antico Egitto, a fianco di nomi come Hatshepsut, Tyi, Nefertiti e Cleopatra VII. Ramses II la innalzò alla condizione di divinità vivente attribuendole appellativi come: “la Divina”, “la più amata”, “la Signora del fascino”, “la dolce in amore”, “Madre e Signora del dio in vita”. Non a caso il nome Nefertari letteralmente significa “la più bella”, nome inoltre quasi sempre seguito dall’attributo Mery-en mut, “amata da Mut”, la divinità tebana, sposa di Ammone. Una volta entrato, Schiaparelli si rese subito conto che l’opera dei saccheggiatori aveva lasciato ben poco del corredo originario, ma la QV66 restava ed è un gioiello per la sua struttura architettonica, paragonabile a quelle che si trovano nella Valle dei Re, e, soprattutto, per il magnifico ciclo pittorico che abbellisce le pareti e il soffitto, uno dei più completi e significativi del nuovo regno.
Sono passati 110 anni da quella straordinaria scoperta che parla italiano come la targa che ancora oggi campeggia sopra il cancelletto d’ingresso della tomba in fondo alla breve scala di accesso a ricordare l’opera di Ernesto Schiaparelli. E un anniversario così importante come la scoperta della tomba della regina Nefertari non poteva passare sotto silenzio. Per questo l’ambasciata d’Italia e l’Istituto di Cultura italiano al Cairo, in collaborazione con il ministero delle Antichità egiziano, hanno deciso di promuovere la mostra fotografica “Nefertari 1904 – 2014”, che celebra i 110 anni di presenza italiana in Egitto. L’inaugurazione della mostra, sponsorizzata da Alex Bank, del Gruppo Intesa SanPaolo di Torino, e da Bcube logistica di Coniolo (Al), l’8 dicembre al museo Egizio di piazza Tahrir al Cairo, alla presenza dell’ambasciatore d’Italia, Maurizio Massari, e del ministro egiziano delle Antichità, Mamdouh Eldamaty, e sarà successivamente trasferita ad Alessandria e Luxor. “È uno straordinario esempio dell’impegno e della qualità del lavoro di archeologi e restauratori italiani”, sottolinea l’ambasciatore Massari, “e soprattutto la conferma del grande valore della presenza italiana nel settore archeologico egiziano, presenza ancora oggi rilevante, con 23 missioni attualmente operative in tutto l’Egitto”.
Questa vasta tomba scoperta nel 1904 dall’egittologo Ernesto Schiaparelli, purtroppo deturpata e saccheggiata al punto da essere priva della mummia (il sarcofago in granito rosa è stato trovato aperto e spezzato), è collocata nel versante settentrionale della Valle delle Regine e presenta una pianta molto articolata. È infatti diversa rispetto alle tombe di altre regine (solitamente più semplici e dotate solo di una camera funeraria), e si ispira piuttosto alle sepolture faraoniche della vicina Valle dei Re. Sulle pareti della seconda scala discendente, la decorazione è anche a rilievo. I dipinti raggiungono apici di qualità nell’ambito dell’arte funeraria egizia soprattutto per la ricchezza di colori (verde, blu egiziano, rosso, ocra gialla, bianco e nero) e di dettagli, mentre i temi e i contenuti rispettano le indicazioni contenute nel Libro dei Morti. Le immagini descrivono il viaggio di Nefertari verso l’Aldilà, durante il quale gioca a senet (gioco da tavolo, considerato uno degli antenati del backgammon), entra nel mondo sotterraneo dove incontra molte divinità tra le quali Osiride e Iside. Al termine del ciclo pittorico, Nefertari trionfa e si tramuta in Osiride (dio dei morti), con il conseguente, auspicato raggiungimento dell’immortalità e della pace eterna. All’interno della tomba furono ritrovati resti del sarcofago in granito rosa e pochi pezzi del corredo funerario: 34 ushabti, un frammento di bracciale d’oro, amuleti, cofanetti di legno dipinti e un paio di sandali in fibra intrecciata.
Il nome di Nefertari, che visse più di 3500 anni fa, sin dalla scoperta della sua tomba, è stato soffuso da un alone di mistero, forse per il grande amore che le portò il suo sposo Ramses II il quale non seppe consolarsi della perdita della sua regina che morì nel 1255 a.C., sulla quarantina. Di lei venne narrata, nelle numerose iscrizioni e raffigurazioni rinvenute, la straordinaria bellezza e grazia, tanto che alcuni studiosi arrivano persino a stabilirne la parentela con un’altra famosa regina – Nefertiti – asserendo che entrambe erano figlie di Ay, il penultimo faraone della XVIII dinastia. Dal momento delle nozze, Nefertari diventò la compagna inseparabile e senza rivali del re; tutte le testimonianze dimostrano che aveva un ruolo estremamente importante nel regno per la sua intelligenza, la determinazione e la volontà che le permisero di mantenere al fianco del faraone il controllo non solo delle faccende interne, ma anche di quelle internazionali e sacre. Il comportamento di Ramses II nei confronti di Nefertari fu veramente eccezionale: egli giunse a dedicarle un tempio ad Abu Simbel, raro privilegio per una regina, e le costruì la più bella tra le tombe della Valle delle Regine sulla riva del Nilo, di fronte a Luxor, riempendola di oggetti preziosi e facendola decorare con dipinti ispirati agli “incantesimi”, o ai testi sacri del “Libro dei Morti”, per garantirle l’accesso all’eternità.
Nonostante l’impegno profuso da Ramses II per assicurare l’immortalità di Nefertari, la tomba della sposa venne – come detto – saccheggiata già nell’antichità, tanto che al momento della scoperta, non fu rinvenuta la mummia della regina e si trovarono solo pochi degli oggetti del suo corredo funerario. Non solo, ma molte delle pitture murali andarono danneggiate in seguito alla precedente profanazione; e Schiaparelli stesso constatò che il processo di deterioramento era in atto da tempi antichi, degrado che subì un’accelerazione drammatica dopo l’apertura della tomba da parte dell’archeologo italiano.

Il ritratto di Nefertari prima e dopo i restauri curati da un’equipe di esperti italiani diretta da Laura e Paolo Mora per conto del Getty Conservation Institute

Un momento dei delicati restauri del ciclo di affreschi della tomba di Nefertari durati per cinque anni
Se italiana fu la sua scoperta, italiano è stato anche il salvataggio della preziosa tomba. Schiaparelli intervenne con un ottimo restauro sui dipinti delle pareti, ma nei decenni successivi l’impiego di cemento per nuovi restauri provocò seri danni. Data questa situazione la tomba non venne aperta al pubblico e solo nel 1987 le autorità egiziane decisero di affidarne il restauro al Getty Conservation Institute che chiamò a operare un gruppetto di restauratori italiani guidato da Laura e Paolo Mora (allora direttore dell’Istituto italiano del restauro) e formato da Franco Adamo, Giorgio Capriotti, Lorenza D’ Alessandro, Adriano Luzzi, Giuseppe Giordano e Paolo Pastorello. Un’ équipe di super specialisti tra i migliori del mondo che hanno lavorato cinque anni per stabilizzare lo strato pittorico sull’intonaco e quest’ultimo sulla roccia calcarea delle pareti. Un delicato intervento fatto con bisturi, pennellini e siringhe con cui iniettare consolidanti sotto lo strato pittorico; nessuna integrazione dei dipinti. Durante il restauro sono emersi particolari che hanno fatto “vedere” gli antichi Egizi al lavoro. Sulle pareti sono state infatti trovate annotazioni degli operai che eseguirono lo scavo della roccia (“scavare fin qui!”) e anche le tracce lasciate dalle cordicelle intrise di colore con le quali i pittori “tirarono le righe” per organizzare gli spazi da dipingere. Inoltre, sui dipinti delle pareti sono stati osservati alcuni schizzi di colore blu (il colore del soffitto) e ciò dimostra che il soffitto venne dipinto dopo che erano state eseguite le pitture delle pareti. Un sistema di procedere, questo, che potrebbe sembrare sbagliato ma che trova invece una spiegazione quando si pensa che gli antichi pittori operavano alla luce delle lampade a olio e quindi con poca luce. Per questo preferirono lasciare il soffitto bianco fino alla fine dei lavori in modo che il suo chiarore integrasse la fioca luce delle lampade. Per realizzare la tomba gli antichi egizi estrassero tonnellate di roccia scendendo fino a una profondità di 812 metri e affrescarono una superficie di circa 520 metri quadrati. Uno sforzo immane per creare un luogo degno della regina e che, nella sua stessa disposizione delle camere e nei soggetti dei dipinti, rappresenta l’itinerario rituale che la defunta percorse per unirsi con le forze cosmiche e raggiungere le Stelle Perenni.
L’Antico Egitto a Conegliano. “Il libro dei morti”: come il mondo dei faraoni concepiva l’Aldilà. Incontro con Naldoni

A Conegliano in margine alla mostra di Paolo Renier sull’Osireion di Abido si parla del Libro dei Morti
In una mostra come quella allestita da Paolo Renier a Conegliano, “Egitto. Come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE, custodi di percorsi ormai inaccessibili”, aperta a Palazzo Sarcinelli fino al 21 dicembre, dove protagonista è il dio dell’Oltretomba, Osiride, e il suo tempio nella città sacra di Abido, non poteva mancare un approfondimento sul mondo dei morti e le concezioni che gli antichi egizi avevano sull’Aldilà. Da non perdere dunque l’incontro con Franco Naldoni dell’Associazione Archeosofica, che sabato 6 dicembre, alle 18.30, nella sala Consiliare del Comune di Conegliano, parlerà de “Il libro egiziano dei morti”. Il Libro dei morti è un testo sacro egizio. Si compone di una raccolta di formule magico-religiose che dovevano servire al defunto per proteggerlo e aiutarlo nel suo viaggio verso l’Aldilà, che si riteneva irto di insidie e difficoltà. Si tratta, generalmente, di formule e di racconti incentrati sul viaggio notturno del Dio sole (nelle sue diverse manifestazioni) e della sua lotta con le forze del male (tra cui il serpente Apopi) che tentano, nottetempo, di fermarlo per non farlo risorgere al mattino. In particolare il testo doveva servire a preparare la testimonianza sulla sua condotta di vita, che il defunto doveva fornire davanti al giudizio di Osiride. Il papiro era poi posto nella tomba, o a volte direttamente nel sarcofago, assieme ai tesori e alle suppellettili ritenute necessarie per l’anima in viaggio. Inizialmente i testi venivano tracciati sulle pareti della camera sepolcrale. Nel Medio Regno si usò dipingere le formule sul sarcofago, e solo a partire dalla XVIII dinastia si impiegarono il papiro.

Il defunto al cospetto di Osiride: illustrazione del Libro dei Morti su un papiro all’Egizio di Torino
“Parlando di ciò che ci attende dopo la morte”, spiega Naldoni, che ci anticipa qualche considerazione della conferenza di Conegliano, “emerge la difficoltà di concepire per noi oggi un’indagine sul post mortem bloccati come siamo dal preconcetto tipico della nostra civiltà che “non si può” sapere cosa c’è dopo la morte. Per gli antichi egizi invece il post mortem era materia di insegnamento sin dalla più giovane età, come materia di insegnamento era la teologia e il comportamento morale da tenere in ogni istante della loro vita. Questo antico popolo infatti in ogni atto della sua vita, in ogni sua manifestazione di civiltà e perfino nella sua arte presenta le stigmate di una profonda credenza in Dio e nell’immortalità dell’anima, non solo ma nel suo destino beato o infelice proporzionato al suo operato sulla terra”.
Naldoni ricorda che con il termine “Kitab el Mayytun”, letteralmente “Libro del morto” gli arabi designarono qualsiasi rotolo di papiro rinvenuto nelle tombe. “Designazione assai generica, tuttavia questa definizione è rimasta, accolta dai pionieri delle ricerche egittologiche, ma limitata a descrivere quegli scritti, una miscellanea raccolta di formule diffusasi nel nuovo impero, che trattavano di uno speciale percorso che l’anima affrontava nell’Aldilà”.

Il libro dei Morti è una serie di formule che vogliono assicurare, in maniera magica, il defunto contro i pericoli dell’oltretomba
“La lettura di questo testo risulta essere molto difficile perché ci troviamo di fronte a una specie di prontuario magico. Formule che si susseguono a altre formule, tutte con il fine di assicurare, in maniera magica, il defunto contro i pericoli dell’oltretomba. Un viaggio e un pernottamento pieno di insidie, orrori e sofferenze, un mondo popolato di guardiani, ma anche affollato di ingannatori, assassini che stanno in agguato per ghermire il debole, il peccatore che non volle saperne in vita di perfezione morale e di trasmutazione del cuore, ma per alcuni, pochi come vedremo, poteva diventare anche un transito glorioso, per coloro che seguivano l’insegnamento che troviamo inciso nelle piramidi della V dinastia: Va’ affinché tu torni! Dormi, affinché tu ti svegli! Muori, affinché tu viva”.
L’Antico Egitto a Conegliano. Non solo mostra: al via gli incontri sui misteri, l’arte, le scoperte, la cosmogonia di Abido, a tu per tu con egittologi e esperti

L’immagine del dio Osiride si staglia su uno scorcio dell’Osireion ad Abido: è il manifesto della mostra di Paolo Renier a Conegliano
Paolo Renier l’aveva promesso e annunciato. Ed è stato di parola: Conegliano fino a dicembre si conferma fucina di studi e interessi sull’Antico Egitto. Così alla mostra “EGITTO. Come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE custodi di percorsi ormai inaccessibili”, aperta a Palazzo Sarcinelli di Conegliano fino al 21 dicembre, l’ultimo progetto-idea-creatura del vulcanico Paolo Renier, il fotografo trevigiano che da quasi trent’anni studia, fotografa, scheda, e cerca di valorizzare (cercando di favorirne così la sua salvaguardia) il sito di Abido, a 150 chilometri a sud di Luxor, la città sacra per eccellenza dell’Antico Egitto, sede del più antico culto di Osiride, il dio dell’Oltretomba e della resurrezione; così oltre alla mostra, dicevamo, ora a Conegliano ci sono anche gli incontri di approfondimento con famosi egittologi e studiosi sulla città sacra di Abido, il culto di Osiride, le implicazioni teogoniche e cosmogoniche dell’Antico Egitto, e molti altri temi suggeriti dalla mostra. Non dimentichiamo infatti che proprio ad Abido i faraoni delle prime dinastie hanno posto le loro sepolture, che ad Abido i faraoni hanno perpetuato la loro divina regalità rendendo omaggio ad Osiride, che ad Abido per tremila anni il popolo egiziano è venuto in pellegrinaggio o ha fatto giungere una propria epigrafe sulla tomba di Osiride, il cosiddetto Osireion, un unicum nell’architettura sacra dell’Antico Egitto. Così dopo esserci inoltrarci in quei percorsi ormai inaccessibili alla scoperta dei misteri dell’Antico Egitto, quelli che erano prerogativa dei faraoni e dei gran sacerdoti, e che oggi possiamo conoscere seguendo il percorso della mostra di Palazzo Sarcinelli, ci si può fermare a Conegliano anche per conoscere da vicino chi questo mondo affascinante – che si è sviluppato lungo le sponde del Nilo – lo studia da vicino.

L’egittologo Emanuele Ciampini di Ca’ Foscari apre gli incontri culturali sull’Antico Egitto a Conegliano
Si inizia venerdì 10 ottobre. Alle 18, a Palazzo Sarcinelli di Conegliano: il professor Emanuele Ciampini, egittologo dell’università Ca’ Foscari di Venezia, affronterà gli “Aspetti del culto di Osiride”, un tema più che propedeutico alla mostra. Il sabato della settimana successiva, 18 ottobre, alle 17, ma stavolta in sala consiliare del Comune di Conegliano, toccherà al professor Attilio Scienza, docente di Viticultura all’università di Milano, con un incontro destinato a suscitare l’interesse del pubblico: l’esperto collegherà – come già succede con una sezione della mostra – le conoscenze dell’Antico Egitto con la vocazione vitivinicola del territorio di Conegliano: “Nella vigna del faraone: vite e vino nell’Antico Egitto”.

Una ricostruzione dell’Osireion di Abido, la cosiddetta tomba di Osiride: un unicum nell’architettura dell’Antico Egitto
Si passa quindi all’ultimo venerdì del mese, il 31 ottobre, alle 18.30, ancora in sala consiliare del Comune di Conegliano, con un incontro che ci porterà direttamente nelle segrete cose dei faraoni e dei gran sacerdoti proponendo relazioni intriganti col monumento più carico di simboli del Cristianesimo. Alfonso Rubino, ingegnere, esperto in Geometria sacra, parlerà infatti de “L’Osireion: il codice geometrico armonico universale di tutti i tempi. Relazione armonica con il Santo Sepolcro di Gerusalemme”
Particolarmente atteso l’incontro di sabato 8 novembre (salvo impegni dell’ultima ora in Egitto), alle 18.30, in sala consiliare del Comune di Conegliano. Mahmoud Amer Ahmed Mohamed, archeologo dell’università di Sohag, la grande città molto vicina ad Abido, farà il punto sulle nuove scoperte fatte proprio ad Abido all’inizio di quest’anno (di cui archeologiavocidalpassato ha dato le anticipazioni nei post del 21 e del 29 gennaio 2014): “I faraoni di Abido: la dinastia perduta nelle più recenti scoperte”. Il sabato successivo, 15 novembre, alle 18.30, sempre in sala consiliare del Comune di Conegliano, Elisabetta Gesmundo, professoressa di Psicoterapia alla Scuola di Specializzazione in Psicosomatica di Milano, con “Morte e rinascita nel mito egizio e greco” accompagnerà il pubblico nel cuore dei misteri di Osiride. Una settimana dopo, sabato 22 novembre, alle 18.30, in sala consiliare del Comune di Conegliano, Maria Cristina Guidotti, direttrice del museo Egizio di Firenze, che da anni segue le iniziative di Paolo Renier su Abido, focalizzerà il suo intervento sui reperti di Abido conservati nel museo fiorentino: “Da Abido al museo Egizio di Firenze”.
L’ultimo sabato del mese, il 29 novembre, alle 18.30, in sala consiliare del Comune di Conegliano, ci sarà un gemellaggio ideale tra Conegliano e Oderzo nel nome dell’Antico Egitto. L’egittologa Donatella Avanzo parlerà di “Arte e letteratura sulle sponde del Nilo”, e con l’occasione presenterà in anteprima la mostra, di cui è curatrice, “Omaggio a Tutankhamon: l’arte egizia incontra l’arte contemporanea”, che appunto apre ad Oderzo il 19 dicembre, due giorni prima della chiusura della mostra di Conegliano su Abido: quasi un passaggio di consegne. Gli incontri culturali di Conegliano sull’Antico Egitto chiudono sabato 6 dicembre, alle 18.30, in sala consiliare del Comune di Conegliano, con Franco Naldoni, esperto di Antico Egitto dell’Associazione Archeosofica, il quale sta valutando quale portare tra i dei due temi ipotizzati, “Iside svelata” oppure “Il Libro cristiano dei Morti”: in entrambi i casi, temi impegnativi quanto intriganti per degno gran finale.
L’Antico Egitto a Conegliano. Nella mostra a Palazzo Sarcinelli viaggio alla scoperta dei misteri di Osiride ad Abido, dalla stanza del sarcofago con il soffitto astronomico in scala 1:1 al complesso del tempio di Sethi I
Ci siamo. Ancora pochi giorni e a Conegliano scoppierà l’egittomania con l’apertura a Palazzo Sarcinelli della mostra “EGITTO come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE custodi di percorsi ormai inaccessibili”: sabato 12, alle 18.30, inaugurazione a invito alla presenza del sindaco di Conegliano, Floriano Zambon, che per primo ha creduto in questo progetto culturale. Poi da domenica 13 settembre al 21 dicembre porte aperte al pubblico di appassionati (orari: 10-13 e 14-19.30; visite guidate su prenotazione al 349.2443326, orari: 10-12 e 14-17). Palazzo Sarcinelli in questi giorni è un grande cantiere dove stanno prendendo forma i luoghi più sacri dell’Antico Egitto nella città santa di Abido: la tomba e il tempio collegati a Osiride, il potente dio dell’Aldilà e della Rinascita. Ed è proprio lì, nel cuore della mostra, che troviamo i tre protagonisti del progetto, il fotografo e ideatore del progetto Paolo Renier, il presidente dell’associazione “Osireion di Abido” il geometra Maurizio Sfiotti, e l’egittologa Federica Pancin. Sono loro che ci permettono di seguire le ultime fasi di allestimento della mostra.

Maurizio Sfiotti e Paolo Renier nelle fasi di allestimento dei pannelli del soffitto astronomico della stanza del sarcofago dell’Osireion di Abido

Paolo Renier nel punto in cui si toccano i pannelli dello spiovente orientale e di quello occidentale del soffitto astronomico di Abido
Per la prima volta sarà possibile toccare con mano il soffitto astronomico della stanza del sarcofago a ridosso dell’Osireion di Abido, , spazio “segreto”, quasi un testamento spirituale, voluto da Sethi I, il grande faraone della XIX dinastia, padre di un altro grande, Ramses II. Paolo Renier, che in una delle sue missioni ad Abido è riuscito a fotografare nei dettagli prima che il degrado compromettesse quasi irrimediabilmente la lettura dei rilievi e dei geroglifici, è riuscito a riprodurre con 18 pannelli fotografici modulari di oltre 2 metri e mezzo di altezza tutto lo sviluppo del soffitto astronomico. Con una sorpresa, che sarà molto apprezzata dai visitatori: il soffitto non è stato posizionato a formare il tetto a spioventi come lo si vedrebbe se si avesse la ventura di arrivare fino ad Abido, e di riuscire a entrare nella stanza del sarcofago superando mille difficoltà e anche qualche pericolo; no, a Conegliano sarà possibile ammirarlo in tutto il suo straordinario potere comunicativo in verticale in uno sviluppo che avvolge il visitatore. Così la dea-cielo Nut che abbraccia i due spioventi del soffitto in tutta la loro lunghezza incurvata sulla terra e con il sole tangente al suo corpo perché, secondo il mito, ella lo partoriva al mattino e lo ingoiava la sera, a Conegliano si può apprezzare in ogni dettaglio senza doversi distendere sul pavimento e volgere lo sguardo verso l’alto.
“La metà destra del soffitto, o parte orientale”, spiega l’egittologa Carla Alfano, che tra i primi ha studiato il soffitto astronomico di Abido, “è essenzialmente descrittiva. La zona sottostante la dea rappresenta la Duat, cioè il regno di Osiride, visitata ogni notte dal sole che lo percorre in dodici ore nella sua barca celeste. Va ricordato a tale proposito che le ore egizie, a differenza delle nostre, non erano ore equinoziali, ma misuravano, di giorno, i dodicesimi del tempo di luce e, di notte, i dodicesime del tempo di buio. Questo viaggio nella Duat, che si trova con poche varianti in altri soffitti astronomici, qui è disegnato in tre registri paralleli separati fra loro da righe di scrittura: si hanno quindi dei quadri simili in cui il registro centrale riporta il viaggio della barca mesketet, sopra e sotto la quale si vedono teorie di divinità, gruppi di demoni, spiriti e simboli”.

Ecco come appare al naturale la Stanza del sarcofago con il tetto a spioventi impreziositi dai rilievi a contenuto astronomico
“La metà sinistra del soffitto è la parte più interessante e più nota con la figura di Nut preceduta da testi: il primo è il Testo drammatico, cosiddetto perché descrive in forma mitologica il sorgere e il tramontare delle stelle, i loro periodi di invisibilità e il ciclo lunare, sottolineando il fatto che tutti questi fenomeni astronomici dipendono dalla posizione del sole. Segue un testo relativo alla determinazione dell’ora diurna con la descrizione del modo di costruire e di usare un orologio solare a cubito del quale si riporta una figura e poi da un elenco delle ore notturne messe in relazione con il corpo di Nut. Dopo queste righe di scrittura verticali si ha la figura della dea-cielo Nut , incurvata sulla terra e sorretta dal dio-aria Shu. Sul corpo della dea è riportato un elenco di 36 decani, che sono quelli al transito e costituiscono la famiglia decanale detta appunto “di Seti I”. I decani sono 36 stelle, costellazioni o zone di cielo visibili per 10 notti consecutive la cui levata (prima della XII dinastia) e il cui transito al meridiano (dopo la XII dinastia) permettevano di determinare l’ora notturna. Il problema di riconoscere i decani è fondamentale per lo studio dell’astronomia egizia. Sotto il corpo di Nut, a destra e a sinistra di quello di Shu, c’è un altro elenco di decani, datati in funzione dell’anno vago, cioè dell’anno egizio formato da una sequenza di 365 giorni interi: ciò vuol dire che è registrata la data in cui ciascuno nasce, entra nella Duat (dopo 90 giorni) e poi rinasce (dopo 70 giorni)”.

Paolo Renier nell’immenso tempio di Sethi I ad Abido con i rilievi tra i più belli dell’Antico Egitto

Il modellino in scala 1:20 del complesso di Osiride nel tempio di Sethi I ad Abido realizzato da Maurizio Sfiotti
Dalla Stanza del sarcofago si passa nella cosiddetta Cappella di Osiride, l’ambiente più sacro del Tempio di Sethi I ad Abido, dedicato ad Osiride, la divinità protagonista della mostra. Qui sarà esposto il plastico in scala 1:20 di Maurizio Sfiotti, del cosiddetto Complesso di Osiride all’interno del Tempio di Sethi e saranno ricostruite anche due colonne in scala 1:1. Il focus dell’esposizione saranno i pannelli fotografici che ritraggono le scene sacre all’interno della cappella. La Cappella di Osiride e, più in generale, l’intero complesso templare saranno spiegati in mostra attraverso gigantografie dell’autore, assieme a pannelli informativi che sottolineeranno il legame tra Osiride e la Regalità, il filo conduttore di tutto il percorso espositivo.

L’egittologa Federica Pancin nella sala della mostra a Palazzo Sarcinelli dedicata al Tempio di Sethi I
“È proprio con il Nuovo Regno che Abido raggiunse il suo apice”, spiega l’egittologa Federica Pancin, “Sethi I, il secondo faraone della XIX dinastia, decise di ubicare qui uno dei più grandi templi che l’Egitto abbia mai conosciuto, il suo Tempio dei Milioni di Anni. E alle spalle di questo monumento, nascoste alla vista, si ergono le rovine imponenti dell’Osireion, la Tomba per Osiride voluta da Sethi e ultimata dal nipote Merenptah: qui si condensa in maniera molto complessa tutta la teologia di Abido, che muove dalla tradizione eliopolitano, ma che ingloba presto molteplici aspetti di natura funeraria e regale”. L’Osiride di Abido, continua Pancin, è sì celebrato come un dio, ma è soprattutto onorato nella sua forma di Re d’Egitto dei tempi mitici; e la sua tomba, monumento unico per architettura, ingegneria e qualità d’esecuzione, rappresenta il più alto tributo ad una figura tanto emblematica della cultura egiziana. “Tutto il programma decorativo, purtroppo incompleto, concorre a confermare l’origine mitica della regalità, che passa da Osiride ad Horo come da un faraone ad un altro: le pareti del lungo corridoio d’accesso, per esempio, sono istoriate con testi sull’Aldilà dal repertorio regale, come si conveniva a un dio che era stato un re. Osiride è celebrato come i faraoni della Valle dei Re e la sua Resurrezione nell’Osireion è garantita dal potere salvifico delle parole qui ricopiate”.
Ultima tappa della mostra è il tempio di Ramses II, il secondo più importante di Abido, che sarà descritto dagli scatti di Paolo Renier e da didascalie e pannelli informativi. Contribuiranno ad illustrare la decorazione di questo tempio straordinariamente ben conservato anche due pannelli realizzati con la tecnica del tattoo wall, opera di Gianni Moro della GM arredamenti, vere e proprie lastre lapidee su cui sono state stampate due scene tratte dalle pareti del tempio ramesside.
L’Antico Egitto a Conegliano. In mostra da settembre a Palazzo Sarcinelli la ricostruzione di Abido, la città sacra ad Osiride. E la vitivinicoltura lungo il Nilo all’epoca dei faraoni

Il manifesto della mostra di Conegliano “EGITTO. Come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE custodi di percorsi ormai inaccessibili”
Meno di tre settimane all’apertura a Palazzo Sarcinelli di Conegliano della mostra “EGITTO. Come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE custodi di percorsi ormai inaccessibili”, l’ultimo progetto-idea-creatura del vulcanico Paolo Renier, il fotografo trevigiano che da quasi trent’anni studia, fotografa, scheda, e cerca di valorizzare (cercando di favorirne così la sua salvaguardia) il sito di Abido, a 150 chilometri a sud di Luxor, la città santa per eccellenza dell’Antico Egitto, sede del più antico culto di Osiride, il dio dell’Oltretomba e della resurrezione: qui i faraoni delle prime dinastie hanno posto le loro sepolture, qui i faraoni hanno perpetuato la loro divina regalità rendendo omaggio ad Osiride, qui per tremila anni il popolo egiziano è venuto in pellegrinaggio o hanno fatto giungere una propria epigrafe sulla tomba di Osiride, il cosiddetto Osireion, un unicum nell’architettura sacra dell’Antico Egitto. L’associazione culturale Osireion di Abido e Paolo Renier stanno dando forma all’esposizione al piano nobile di Palazzo Sarcinelli, dove aprirà il 12 settembre. E se qualche giorno fa eravamo riusciti a sbirciare gli allestimenti nell’androne al piano terra (vedi post del 12 agosto su archeologiavocidalpassato), ora filtra qualche indiscrezione sul nucleo principale della mostra al piano nobile.

Il presidente dell’associazione Osireion di Abido, Maurizio Sfiotti, mentre realizza il plastico dell’area archeologica di Abido

Mappa satellitare Umm el-Qa’ab (“La madre dei vasi”) con la posizione delle tombe reali delle prime dinastie
E allora saliamo al piano nobile a sbirciare un po’. Il visitatore sarà accolto da una presentazione generale del sito di Abido, con la sua localizzazione e una descrizione dell’area archeologica. Per facilitare la lettura di Abido ci sarà un modello in scala realizzato dal geometra Maurizio Sfiotti, presidente dell’associazione Osireion di Abido, affiancato dalle fotografie di Paolo Renier (alcune con soggetti ormai non più visibili nella realtà) . Così si potranno riconoscere le tombe reali proto dinastiche di Umm el-Qaab, o il Tempio di Osiride a Kom el-Sultan e il complesso di Shunet ez-Zebib. Umm el-Qa’ab (“La madre dei vasi”) è il nome moderno legato alla grande quantità di frammenti di ceramica scoperti nella zona. Qui nel 1895 Emile Amelineau scoprì una necropoli con le sepolture di sovrani predi nastici e faraoni della I e della II dinastia dell’Antico Egitto. Tutte le sepolture sono costituite da camere sotterranee sulle quali probabilmente insisteva una mastaba. È qui che l’egittologo tedesco Gunther Dreyer ha rinvenuto sigilli con le sequenze dei sovrani della I dinastia. Kom el-Sultan è una grande struttura di mattoni crudi che comprende un primo tempio di Osiride, sorto probabilmente sul luogo del tempio della prima divinità del luogo, Khenti-Amentiu. Gran parte della struttura originale è andata perduta, ma gli scavi hanno rivelato centinaia di stele legate al culto di Osiride. Qui è stata trovata l’unica statua finora nota del faraone Cheope (IV dinastia), quello della Grande Piramide di Giza. Infine Shunet ez Zebib: è una grande struttura in mattoni realizzata dal re Khasekhemwy (2690 a.C.), ultimo faraone della II dinastia. A completare questa conoscenza generale di Abido la mostra di Conegliano sarà arricchita da pannelli didascalici e da una vetrina con esempi di ceramica proveniente da Abido.
“Ora immaginiamo di essere ai limiti del deserto che lambisce la città sacra di Abido”, spiega Federica Pancin, la giovane egittologa di Ca’ Foscari che cura la consulenza scientifica. “Qui vedremmo l’imboccatura di un tunnel che emerge dalle sabbie: è l’ingresso del corridoio che porta all’Osireion, la tomba di Osiride, il luogo più sacro di tutto l’Antico Egitto”. A Conegliano il visitatore potrà idealmente percorrere il Corridoio Occidentale dell’Osireion grazie alle fotografie di Paolo Renier che permettono di vedere da vicino un luogo altrimenti inaccessibile al circuito turistico. A un certo punto il corridoio piega di 90 gradi, analogamente a quando succede nel monumento egizio. Anche qui pannelli informativi e didascalie faciliteranno la comprensione della struttura. “Si entra così all’interno dell’Osireion”. Qui un plastico in scala 1:20, realizzato sempre da Maurizio Sfiotti, illustrerà l’architettura della Tomba di Osiride: sarà impressionante constatare quale sia la mole dei pilastri monolitici in granito e quanto sia profondo il canale che circonda l’isola centrale. Più oltre l’allestimento è ancora in corso. Scopriremo il resto della mostra nei prossimi giorni.
Sala del vino. Ma intanto si viene a sapere che ci sarà un ambiente, collaterale alla mostra, che legherà a filo doppio l’Antico Egitto con Conegliano: la Sala del vino. “In questo ampio locale – spiega Renier – sarà approfondita la tematica della preparazione del vino, argomento che collega l’antico Egitto al territorio trevigiano. La ricostruzione in scala 1:1 di un torchio di Antico Regno permetterà di capire le antiche tecniche di lavorazione delle uve e servirà da spunto per descrivere quelle moderne, prerogative delle cantine di Conegliano e dintorni che vorranno conoscere il progetto. La sala ospiterà periodiche degustazioni dei vini della cantina Masottina ed eventi correlati al mondo enogastronomico di oggi e di ieri. La spiegazione dei processi antico-egiziani di coltivazione, vendemmia, spremitura, torchiatura e vinificazione sarà affidata alle immagini delle tombe nella Valle del Nilo, riproposte fedelmente da un artista contemporaneo”.
L’Antico Egitto a Conegliano. Prime anticipazioni della grande mostra di Paolo Renier alla scoperta dell’Osireion di Abido da settembre a Palazzo Sarcinelli

L’immagine del dio Osiride si staglia su uno scorcio dell’Osireion ad Abido: è il manifesto della mostra di Paolo Renier in allestimento a Conegliano
Un mese. Ancora un mese di attesa. Poi potremo inoltrarci in quei percorsi ormai inaccessibili alla scoperta dei misteri dell’Antico Egitto quelli che erano prerogativa dei faraoni e dei gran sacerdoti. Ancora un mese, dunque, e poi il 12 settembre si schiuderanno le porte del nobile Palazzo Sarcinelli di Conegliano per la mostra “EGITTO. Come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE custodi di percorsi ormai inaccessibili”, l’ultimo progetto-idea-creatura del vulcanico Paolo Renier, il fotografo trevigiano che da quasi trent’anni studia, fotografa, scheda, e cerca di valorizzare (cercando di favorirne così la sua salvaguardia) il sito di Abido, a 150 chilometri a sud di Luxor, la città santa per eccellenza dell’Antico Egitto, sede del più antico culto di Osiride, il dio dell’Oltretomba e della resurrezione: qui i faraoni delle prime dinastie hanno posto le loro sepolture, qui i faraoni hanno perpetuato la loro divina regalità rendendo omaggio ad Osiride, qui per tremila anni il popolo egiziano è venuto in pellegrinaggio o ha fatto giungere una propria epigrafe sulla tomba di Osiride, il cosiddetto Osireion, un unicum nell’architettura sacra dell’Antico Egitto. Paolo Renier non mancherà ancora una volta di stupirci con effetti scenografici e soluzioni espositive rese uniche dalle sue straordinarie fotografie. E anche per chi ha avuto la fortuna di visitare la mostra di qualche mese fa a Dolo (vedi post del su archeologiavocidalpassato: Il soffitto astronomico dell’Osireion di Abido del 31 dicembre 2014; In riva al Brenta l’Osireion di Abido e i misteri dell’Antico Egitto del 30 novembre 2014) Conegliano rappresenterà un’autentica sorpresa, assicura Renier che anche in questa avventura sarà affiancato da Federica Pancin, egittologa dell’università Ca’ Foscari di Venezia, per la consulenza scientifica; Maurizio Sfiotti, geometra, per i rilievi tecnici e i plastici; Romeo e Arianna Tonello della Rexpol per le ricostruzioni al naturale. “Con l’ultima missione a maggio 2013 in Egitto – ricorda Renier -, si è potuto raccogliere una documentazione aggiornata e realizzare i rilievi necessari per le ricostruzioni in scala 1:20 e in scala 1:1. È stato un bellissimo lavoro di squadra che è servito indubbiamente a definire al meglio i risultati delle varie spedizioni rendendoli interessanti anche per un pubblico di non esperti”.

Cantiere aperto nell’atrio di Palazzo Sarcinelli: si sta ricostruendo l’angolo nord-orientale della Camera centrale dell’Osireion di Abido

Impalcature a Palazzo Sarcinelli: ricostruzione in scala 1:1 della facciata e di due dei pilastri settentrionali della camera sepolcrale dell’Osireion
Ma cosa vedremo nella mostra di Conegliano? Palazzo Sarcinelli in queste settimane è un grande cantiere. Gli organizzatori non vogliono scoprire tutte le carte per non togliere il gusto della sorpresa e della scoperta della città santa di Abido e dei suoi tesori monumentali. Ma qualcosa trapela. Non si può ancora salire al piano nobile, dove ci sarà il grosso della mostra, ma già sbirciando nell’androne al piano terra di Palazzo Sarcinelli si può avere un assaggio della spettacolarità della mostra “EGITTO. Come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE custodi di percorsi ormai inaccessibili”. È qui che sta sorgendo, blocco dopo blocco, grazie agli esperti della Rexpol, la ricostruzione in scala 1:1 dell’angolo nord-orientale della Camera centrale dell’Osireion di Abido con la facciata e due dei pilastri settentrionali: oggi i geroglifici incisi sulla grande parete (gli unici presenti nell’Osireion, che è un monumento sostanzialmente anepigrafo, e perciò ancora più complicato da “decifrare”) sono difficilmente leggibili. Ma a Conegliano si potranno ammirare in tutta la loro monumentalità, come se fossimo ancora nel periodo d’oro dei faraoni, “recuperati” proprio grazie alle immagini di Paolo Renier. E se già a quel punto i visitatori vorranno saperne qualcosa di più prima di affrontare i percorsi degli antichi faraoni e dei gran sacerdoti nel tempio di Osiride potranno raggiungere la sala multimediale, un ambiente riservato appunto ad approfondimenti multimediali: un monitor mostrerà a rotazione brevi filmati documentari sul sito e sul lavoro dell’ultima missione, proponendo anche la realtà odierna del villaggio di Abido e le sue genti.
Nel prossimo post cercheremo di scoprire con Paolo Renier qualcosa di più sul “cuore” della mostra: l’Osireion e il tempio del faraone Sethi I, il padre di Ramses II.
Egitto. Doppia scoperta degli americani ad Abido: tomba reale di Sobekhotep (XIII din.) e sepoltura di Senekbay, faraone sconosciuto della dimenticata dinastia di Abido
Doppia eccezionale scoperta ad Abido, la città santa dell’Antico Egitto dedicata a Osiride il dio dell’Oltretomba, a 150 chilometri da Luxor ai margini del deserto occidentale: prima è stata scoperta una tomba reale della XIII dinastia (1781 – 650 a.C.), fatto già di per sé straordinario visto che di questa dinastia ne sono state scoperte solo dieci e tutte a Dahshur, a sud del Cairo: la tomba reale scoperta ad Abido appartiene al faraone Sobekhotep I, ritenuto il fondatore della XIII dinastia, che ha regnato solo per pochi anni, in un momento in cui l’Egitto stava entrando in un periodo di declino. Non a caso i dati cronologici per questo periodo sono così complessi che gli studiosi stanno ancora discutendo sull’ordine dei re della XIII dinastia. Ma collegata e conseguente a questa scoperta ne è risultata un’altra che – forse – è ancora più importante: è stata rinvenuta la sepoltura di un faraone, Senebkay, fino ad oggi poco conosciuto per non dire sconosciuto. Il ritrovamento di Senebkay a sua volta conferma l’esistenza della mitica dinastia di Abido (1650-1600 anni a.C.), finora poco più che un’ipotesi, una dinastia presto dimenticata, parallela a quelle ufficiali, e pertanto priva di numerazione.
Tutto è iniziato l’estate del 2013 durante la missione archeologica ad Abido dell’università americana della Pennsylvania diretta da Josef Wegner, curatore della sezione egizia del Penn Museum. Gli archeologi scoprono una grande tomba reale attribuita alla XIII dinastia e, poco distante, un massiccio sarcofago di 60 tonnellate di cui si ignorava l’appartenenza. Ma la posizione e la “location” all’interno di una camera sepolcrale convincono gli archeologi americani ad approfondire le ricerche. E poche settimane fa l’annuncio trionfale da parte del ministro delle Antichità, Mohamed Ibrahim: “Un gruppo di archeologi dell’Università della Pennsylvania ha scoperto ad Abido, nel governatorato di Sohag, la tomba del faraone Sobekhotep I, ritenuto il fondatore – 3800 anni fa – della XIII dinastia, e lì vicino, più modesta e di epoca posteriore, quella di un faraone dimenticato, Senebkay”, ha spiegato. “Il team dell’Università della Pennsylvania è riuscito a identificare chi fosse sepolto nel sarcofago in quarzite rossa, del peso di circa 60 tonnellate, ritrovato l’anno scorso”.
Il riconoscimento è stato possibile grazie al ritrovamento nella tomba di frammenti di piatti su cui era inciso il nome del faraone, e di un fregio in cui Sobekhotep I siede sul trono. Oltre al sarcofago in quarzite gli archeologi hanno trovato i frammenti di vasi canopi che contenevano gli organi interni del faraone e gli oggetti d’oro che gli appartenevano. La tomba di Sobekhotep è stata costruita in calcare portato dalle cave di Tura vicino alla moderna città del Cairo, mentre la camera sepolcrale è stata realizzata in quarzite rossa, trasportata ad Abido da Gebel Ahmar, sempre vicino al Cairo. La sepoltura originariamente era sormontata da una piramide simile a quella di Ameny Qemau, faraone appartenente alla stessa dinastia.
E veniamo alla seconda scoperta. “La tomba di Senebkay”, hanno spiegato alla presentazione al Cairo, “è situata vicino alla tomba reale più grande, attribuita al re Sobekhotep I (1780 a.C.), della XIII dinastia. La camera del sarcofago, in quarzite rossa, era stata assegnata al tardo Medio Regno, ma il defunto era sconosciuto. Il riutilizzo del sarcofago in un’altra tomba è rimasto un mistero per tutta l’estate”. Ora, gli archeologi sanno che il colossale sarcofago proviene dalla tomba costruita per il faraone della XIII dinastia. “Elementi della tomba di Sobekhopet I sono stati riutilizzati dalla particolare dinastia di Abido, durante il Secondo Periodo Intermedio, per costruire e ornare le proprie tombe. La tomba scoperta l’anno scorso, risalente al 1650 a.C., è di uno di questi re, finora sconosciuto, identificato come Woseribre Senebkay, della Dinastia di Abido” spiegano Wegner e Kevin Cahail, del dipartimento di Lingue e Civiltà del Vicino Oriente all’Università della Pennsylvania, che hanno identificato il faraone. La tomba si compone di quattro camere, una delle quali decorata con immagini delle dee Nut, Nefti, Selket e Iside sul canopo del re e dediche che recitano “al re dell’Alto e Basso Egitto, Wosebire, figlio di re, Senebkay”.
La tomba, saccheggiata in antico da tombaroli che spogliarono la mummia del suo oro, appare modesta. La cassa, in legno di cedro, porta ancora, ricoperto da dorature, il nome del re Sobekhotep, cioè del primo proprietario del sarcofago. “Il riutilizzo di questi oggetti e della camera del sarcofago sono la prova di risorse limitate nella situazione economica del Regno di Abydos nella parte meridionale del Medio Egitto, in confronto ai regni più grandi di Tebe (dinastie XVI-XVII) e Hyksos (dinastia XV), a nord”. La tomba, si è detto, fu saccheggiata già in epoca antica: tuttavia, tra i detriti del sarcofago ligneo frantumato, sono stati recuperati i resti della mummia, la maschera funeraria in cartonnage (probabilmente in origine dorata) e il canopo. “Grazie agli esami preliminari sulla base delle ossa”, spiegano i due professori, “si può stabilire che Senebkay era un uomo di altezza media (circa un metro e settanta), che morì prima dei cinquant’anni d’età”.
La scoperta fornisce nuove prove sulla storia politica e sociale del Secondo Periodo Intermedio d’Egitto (1781 a.C. – 1549 a.C.). L’esistenza di una “Dinastia Abydos” indipendente, “contemporanea della XV (Hyksos) e XVI (Tebana), ipotizzata dall’egittologo K.Ryholt nel 1997 – spiegano gli archeologi -, viene ora dimostrata da questa scoperta, che ne individua la necropoli a sud di Abydos, in una zona anticamente chiamata Montagna di Anubis”. Il nome di Senebkay compare in un frammento della famosa “Lista dei Re di Torino”, un papiro risalente al regno di Ramses II (1200 a.C.), in cui due nomi “Woser…re” sono iscritti tra una dozzina di re, la maggior parte dei cui nomi è andata perduta. A differenza delle dinastie “numerate”, i faraoni della dinastia Abydos rimasero dimenticati dalla storia e la loro necropoli sconosciuta fino alla scoperta della tomba di Senebkay che avrebbe governato come un re regionale a Abydos durante il Secondo Periodo Intermedio dell’Egitto, un momento in cui il potere del governo centrale era rotto e l’unità del regno si era frammentato.
Il soffitto astronomico dell’Osireion di Abido: un unicum dell’Antico Egitto. A Dolo si può quasi toccare con mano nella mostra di Paolo Renier
Più lo studi e più il mistero sembra infittirsi: è il soffitto astronomico della cosiddetta “stanza del sarcofago”, spazio “segreto”, quasi un testamento spirituale, voluto da Seti I, il grande faraone della XIX dinastia, padre di un altro grande – Ramses II -, a ridosso dell’Osireion, la “tomba” del dio dell’aldilà e della rinascita, ad Abido, nel cuore della terra dei faraoni, città sacra per eccellenza per tutto l’Antico Egitto, meta per tremila anni di pellegrinaggi, luogo di elezione per numerose dinastie di faraoni, incarnazione della divinità in terra.
E in questi giorni che a Dolo, alle antiche scuderie, è aperta la mostra “L’Osirion di Abydo. Viaggio nel cuore spirituale dell’Antico Egitto” (fino al 6 gennaio, orario: tutti i giorni 16-19.30), il soffitto astronomico rivive e si può toccare quasi con mano grazie alle eccezionali fotografie di Paolo Renier, fotografo trevigiano (ma il termine è riduttivo per un personaggio che da quasi tre decenni con le sue immagini e, soprattutto, con la sua sensibilità, ha cercato di cogliere quasi di carpire i segreti i misteri, si potrebbe dire l’energia vitale, che l’Antico Egitto ancora oggi emana), e grazie alle spiegazioni che la dottoressa Federica Pancin, laureanda in Egittologia all’università Ca’ Foscari di Venezia, offre a tutti i visitatori, facendo “parlare” ogni dettaglio dei rilievi, dei cartigli, dei geroglifici, che fanno del soffitto astronomico di Abido un “unicum” di tutto l’Antico Egitto. Proprio con queste eccezionali immagini, scattate ancora qualche anno fa da Paolo Renier con perizia un po’ di coraggio e superando non poche difficoltà, oggi gli egittologi hanno a disposizione uno strumento di studio insostituibile, se pensiamo al degrado e all’incuria in cui versa l’originale, per salvare il quale Renier si batte da anni cercando di sensibilizzare autorità e studiosi.
Tra i primi a tornare a studiare il soffitto astronomico di Abido, con le fotografie di Paolo Renier, è stata l’egittologa Carla Alfano della Fondazione Memmo di Roma. “Il soffitto dell’Osireion di Abydos è poco conosciuto – ammette -, non sufficientemente studiato ma soprattutto non documentato”. Ben più famosi sono altri soffitti astronomici, come quello, più antico, nella tomba di Senenmut, l’architetto di corte e amante della regina-faraone Hatshepsut che visse a metà della XVIII dinastia. “Questa tomba, la n.353”, ricorda Alfano, “è una seconda tomba del grande uomo di corte, meno fastosa della prima ma molto più importante. Si trova a pochi metri dal grande complesso templare di Deir el Bahari, costruito per la gloria ultraterrena delle regina che governò l’Egitto non come reggente ma come faraone, derivando tale diritto non dall’essere stata moglie di re, ma dall’essere la figlia legittima del faraone Tuthmosi I. Nella camera A del sepolcro si può ammirare una delle più complete rappresentazioni del cielo che gli Egizi ci abbiano tramandato. Dalla posizione degli astri, secondo gli scienziati il soffitto può essere stato dipinto intorno al 1463 a.C.”. Conosciamo altri soffitti astronomici, ma posteriori a quello di Abido, come il meraviglioso soffitto nella sala colonnata della tomba dii Ramses VI e lo zodiaco del tempio di Hathor a Dendera.
“Alzare gli occhi verso l’alto e riuscire a percepire tutta la volta celeste in una perfetta mezza sfera era l’esperienza quotidiana degli Egizi”, spiega Carla Alfano che ci introduce nella concezione cosmica della terra dei faraoni. “Là dove l’orizzonte non è mai interrotto da monti, vegetazione e colline si poteva entrare in sintonia con i fenomeni del cielo e comprendere che l’essere umano e la stessa Terra sono all’interno di un complesso, immenso sistema celeste. A noi, abitanti di altre latitudini, tale spettacolo è negato, forse per questo, con grande ritardo, abbiamo osservato il cielo sperimentalmente e quindi scientificamente. In Egitto è sempre stato diverso. La natura del luogo ha sempre facilitato la comprensione che la Terra e l’uomo sono parte di un sistema più grande, con regole fisse e ricorrenti che per essere conosciute e capite andavano solo osservate. I sacerdoti sul tetto terrazzato del tempio, posti uno di fronte all’altro, osservavano per tutta la notte il movimento delle stelle, annotandolo e scandendo così il tempo astronomico e il calendario. Quei sacerdoti hanno iniziato dagli albori della civiltà egizia lo studio dell’astronomia”.
Il movimento degli astri e del sole si è poi imbevuto di religiosità. “L’egizio, come tutti gli uomini, era alla ricerca di Dio e lo cercò nel sole, nell’aria, nel cielo, nella terra. Ma soprattutto lo trovò nel sole che indiscutibilmente è l’artefice della vita e che compie un viaggio quotidiano nel cielo diurno e nella Duat infernale di notte. Le conoscenze astronomiche servivano a regolare il mondo dei vivi e la società, ma servivano anche ad interpretare il mondo ultraterreno con la speranza della resurrezione, proprio come fa il sole che riusciva ogni notte a sconfiggere i suoi nemici e tornava a sorgere per illuminare un altro giorno. Proprio questo è descritto nei soffitti astronomici che erano una collocazione architettonica e spaziale ideale per riprodurre la volta celeste e poter fissare la mutabilità della posizione delle stelle e il cammino del sole”.
Ma scopriamo meglio il soffitto astronomico dell’Osireion di Abido, i cui due rettangoli riportano ciascuno, oltre alle iscrizioni, una figura della dea-cielo Nut incurvata sulla terra e con il sole tangente al suo corpo perché, secondo il mito, ella lo partoriva al mattino e lo ingoiava la sera. “La metà destra del soffitto, o parte orientale”, continua l’egittologa, “è essenzialmente descrittiva. La zona sottostante la dea rappresenta la Duat, cioè il regno di Osiride, visitata ogni notte dal sole che lo percorre in dodici ore nella sua barca celeste. Va ricordato a tale proposito che le ore egizie, a differenza delle nostre, non erano ore equinoziali, ma misuravano, di giorno, i dodicesimi del tempo di luce e, di notte, i dodicesime del tempo di buio. Questo viaggio nella Duat, che si trova con poche varianti in altri soffitti astronomici, qui è disegnato in tre registri paralleli separati fra loro da righe di scrittura: si hanno quindi dei quadri simili in cui il registro centrale riporta il viaggio della barca mesketet, sopra e sotto la quale si vedono teorie di divinità, gruppi di demoni, spiriti e simboli”.
“La metà sinistra del soffitto è la parte più interessante e più nota con la figura di Nut preceduta da testi: il primo è il Testo drammatico, cosiddetto perché descrive in forma mitologica il sorgere e il tramontare delle stelle, i loro periodi di invisibilità e il ciclo lunare, sottolineando il fatto che tutti questi fenomeni astronomici dipendono dalla posizione del sole. Segue un testo relativo alla determinazione dell’ora diurna con la descrizione del modo di costruire e di usare un orologio solare a cubito del quale si riporta una figura e poi da un elenco delle ore notturne messe in relazione con il corpo di Nut. Dopo queste righe di scrittura verticali si ha la figura della dea-cielo Nut , incurvata sulla terra e sorretta dal dio-aria Shu. Sul corpo della dea è riportato un elenco di 36 decani, che sono quelli al transito e costituiscono la famiglia decanale detta appunto “di Seti I”. I decani sono 36 stelle, costellazioni o zone di cielo visibili per 10 notti consecutive la cui levata (prima della XII dinastia) e il cui transito al meridiano (dopo la XII dinastia) permettevano di determinare l’ora notturna. Il problema di riconoscere i decani è fondamentale per lo studio dell’astronomia egizia. Sotto il corpo di Nut, a destra e a sinistra di quello di Shu, c’è un altro elenco di decani, datati in funzione dell’anno vago, cioè dell’anno egizio formato da una sequenza di 365 giorni interi: ciò vuol dire che è registrata la data in cui ciascuno nasce, entra nella Duat (dopo 90 giorni) e poi rinasce (dopo 70 giorni)”.
Considerando l’importanza che la levata della stella Sirio ebbe nel calendario agricolo e religioso, e che mantiene ancora nello studio della cronologia egizia, gli egittologi oggi sono in grado di calcolare l’epoca durante la quale questa tavola era in accordo con il cielo; l’originale risulta databile intorno al 1879 a.C., cioè risale al Medio Regno, più o meno al tempo di Sesostri III. Il resto delle iscrizioni costituisce la cosiddetta Cosmologia che descrive nella consueta forma mitica: l’origine del sole, i limiti del cielo, il moto delle stelle e il comportamento dei decani. “Questa Cosmologia era ritenuta molto importante e fu riprodotta anche sul soffitto della tomba di Ramses VI nella Valle dei Re e tramandata su papiri astronomici di età posteriore. Ancora oggi questi testi sono alla base di qualunque studio di astronomia egizia”.








































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