Pompei. Nella necropoli di Porta Stabia scoperti i resti di due uomini che cercavano di scappare dalla città sotto l’eruzione del Vesuvio. Per la prima volta ricostruita con l’IA, in collaborazione con l’università di Padova, la fuga di un pompeiano dall’eruzione. E a luglio il convegno “Orbits — Dialogues with Intelligence. Habitat — Disegnare la società post-AI”

Pompeiano in fuga dall’eruzione del Vesuvio: ricostruzione con IA su ritrovamento a Porta Stabia (foto parco archeologico pompei)
Un pompeiano appena fuori Porta Stabia cerca di mettersi in salvo dalla pioggia di lapilli e frammenti vulcanici dell’eruzione del Vesuvio: ricostruiti questi momenti con l’IA in collaborazione con l’università di Padova. Per la prima volta, infatti, il parco archeologico di Pompei ha utilizzato strumenti di intelligenza artificiale per proporre, in collaborazione con l’università di Padova – Laboratorio Digital Cultural Heritage, una ricostruzione digitale basata sui dati emersi dalle indagini archeologiche condotte dagli archeologi del ministero della Cultura. La ricostruzione riguarda un uomo morto durante l’eruzione del Vesuvio, che distrusse la città nel 79 d.C. in meno di 24 ore, ritrovato con un mortaio di terracotta, che sembra essere stato utilizzato come protezione durante la caduta di lapilli e frammenti vulcanici. Il gesto richiama le descrizioni di Plinio il Giovane, testimone oculare, che in una lettera riferisce come le persone in fuga dal vulcano cercassero di difendersi dal materiale eruttivo con oggetti o con cuscini legati sulla testa: “Con stracci legano dei cuscini posati sulle teste” (cervicalia capitibus imposita linteis constringunt)”.
“Si tratta del rinvenimento di due uomini che cercavano di scappare dalla città sotto l’eruzione del Vesuvio”, spiega Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei. “uno dei due cercava di coprirsi la testa con un mortaio, un vaso in terracotta, e abbiamo proposto per la prima volta in maniera scientifica, insieme all’università di Padova, una ricostruzione utilizzando l’intelligenza artificiale. E credo che si tratti di uno strumento che in futuro sarà sempre più importante, non solo per affrontare la vastità dei dati che emerge a Pompei e in altri siti, per tutelare un patrimonio fragile, esteso come appunto la città di Pompei, ma anche per raccontare un patrimonio molto articolato, molto ricco, un pubblico sempre più diversificato”.
Il rinvenimento è avvenuto durante recenti scavi nell’area della necropoli di Porta Stabia, appena fuori le mura dell’antica Pompei, condotti nell’ambito del completamento dell’indagine sulla tomba a schola di Numerius Agrestinus Equitius Pulcher. Gli archeologi impegnati sul campo hanno portato alla luce i resti di due uomini che tentarono di fuggire verso la costa durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. I due individui, morti in momenti diversi dell’eruzione, offrono nuovi elementi per comprendere le dinamiche dell’evento e le condizioni affrontate dagli abitanti nelle vie di fuga.

Lo scheletro di adulto probabilmente travolto da una corrente piroclastica, rinvenuto nella necropoli di Porta Stabia a Pompei (foto parco archeologico pompei)
Uno di loro, più giovane, fu probabilmente travolto da una corrente piroclastica, ovvero una nube ardente di cenere e gas tossici, mentre tentava di allontanarsi dalla città. L’altro, più adulto, morì qualche ora prima sotto una fitta pioggia di lapilli, cercando di proteggersi la testa con un mortaio di terracotta ritrovato accanto al corpo, con evidenti segni di frattura. Inoltre, portava con sé una lucerna in ceramica per orientarsi in condizioni di scarsa visibilità, un piccolo anello in ferro al mignolo sinistro e un gruzzolo di dieci monete in bronzo.

Pompeiano in fuga dall’eruzione del Vesuvio: ricostruzione con IA su ritrovamento a Porta Stabia (foto parco archeologico pompei)
Il modello digitale, che propone una ricostruzione della seconda vittima, è stato generato attraverso una combinazione di software di intelligenza artificiale e tecniche di fotoritocco, con l’obiettivo di restituire un’immagine scientificamente fondata ma accessibile a tutti. La ricostruzione rappresenta un prototipo sperimentale, pensato per rendere i risultati delle ricerche archeologiche maggiormente accessibili a un pubblico di non specialisti.

Lo scheletro di adulto morto sotto una fitta pioggia di lapilli, cercando di proteggersi con un mortaio, rinvenuto nella necropoli di Porta Stabia a Pompei (foto parco archeologico pompei)
“Quando Plinio il Giovane racconta la fine di suo zio, Plinio il Vecchio, che spirò sulla spiaggia di Stabia nel tentativo di mettersi in salvo la mattina del secondo giorno dell’eruzione”, si legge nell’approfondimento sull’E-journal degli scavi di Pompei https://pompeiisites.org/e-journal-degli-scavi-di-pompei/, “lo fa usando il presente storico (Epist. VI 16.). Nella lingua latina è una scelta ancora più forte rispetto all’italiano odierno, ispirata all’arte della retorica classica. Vuol dire portare il lettore sul posto, facendogli rivivere gli ultimi momenti dello zio. Ed è questo che l’archeologia, che in fondo altro non è che un monumentale “presente storico”, continua a fare sin dall’inizio degli scavi nelle città vesuviane: ci rivela gli ultimi momenti di bambini, donne, uomini che erano lì, in quella notte oscura, e non ce l’hanno fatta. Che i cuscini con cui Plinio il Vecchio e i suoi compagni si coprivano le teste fossero tutt’altro che superflui, viene ora confermato da un rinvenimento di due vittime nei pressi della biblioteca di San Paolino, al di fuori di Porta Stabia, dove nel 2024 venne alla luce una tomba a schola d’età augustea (Zuchtriegel et al. 2024). Si tratta di due uomini, che cercavano di raggiungere la spiaggia. Il primo rinvenuto durante lo scavo, il cui scheletro purtroppo risultava molto compromesso dai lavori di costruzione del complesso ottocentesco, morì verosimilmente la mattina del 25 agosto (secondo la data pliniana), nelle stesse ore in cui Plinio il Vecchio si trovava sulla spiaggia di Stabia: è stato trovato al di sopra dei lapilli, all’interno della cinerite. Secondo le analisi antropologiche eseguite sui resti scheletrici, era di giovane età.

Dettaglio del mortaio, con bollo, rinvenuto accanto allo scheletro di adulto nella necropoli di Porta Stabia (foto parco archeologico pompei)
Il secondo uomo, di età più matura, morì invece all’interno dei lapilli, dunque qualche ora prima. Portava con sé un grande mortaio di terracotta con cui si copriva la testa, che mostra evidenti segni di fratture. Ciò suggerisce che la pioggia di lapilli che si abbatteva sulla città tra il primo pomeriggio del 24 agosto e le prime ore del mattino del giorno successivo potesse essere letale a causa della natura dei frammenti. Infatti, oltre alle pomici, rocce vulcaniche poco dense perché ricche di vacuoli, anche frammenti lavici con dimensioni fino ad alcuni centimetri, molto più densi e pesanti, cadevano sulla città. Al di là del caso specifico, le due vittime rinvenute presso il complesso di San Paolino, insieme a numerose altre trovate nelle vicinanze delle porte urbiche, sono un monito per chi tenta di stimare il numero complessivo delle vittime dell’eruzione. Se è vero che le vittime trovate all’interno della città non sono tantissime (si stima un numero complessivo intorno ai 2.000 incluse le parti non scavate, rispetto a una popolazione di almeno 20.000 persone), è da tener presente che molti potrebbero aver perso la vita fuori dalla città, nel tentativo di raggiungere la costa, come appunto Plinio il Vecchio e i due uomini di San Paolino (Tuck 2019; Zuchtriegel 2022; Zuchtriegel et al. 2025)”.

Dettaglio dello scheletro di adulto morto sotto una fitta pioggia di lapilli, cercando di proteggersi con un mortaio, rinvenuto nella necropoli di Porta Stabia a Pompei (foto parco archeologico pompei)

La lucerna rinvenuta accanto allo scheletro di adulto assieme al mortaio nella necropoli di Porta Stabia a Pompei (foto parco archeologico pompei)
“Pompei è forse il luogo più prestigioso al mondo per la ricerca archeologica”, dichiara il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, “dove ogni nuova scoperta illumina in modo entusiasmante la trama della vita antica. Le indagini condotte con questi scavi dimostrano che le metodologie innovative, utilizzate con rigore, possono regalarci nuove prospettive storiche. È in questa direzione che il ministero della Cultura intende proseguire: rafforzare lo studio e la Tutela del nostro patrimonio, sostenendo la ricerca e ampliando la capacità di trasmettere conoscenza in modo sempre più efficace”. “La vastità dei dati archeologici a Pompei e oltre è ormai tale che solo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale saremo in grado di tutelarli e valorizzarli adeguatamente”, afferma il direttore Gabriel Zuchtriegel. “Ed è importante che noi archeologi ce ne occupiamo in prima persona, perché altrimenti lo faranno altri al posto nostro che non hanno le basi umanistiche e scientifiche necessarie. Se usata bene, l’IA può contribuire a un rinnovamento degli studi classici, raccontando il mondo classico in maniera più immersiva. Visitare Pompei o imparare il latino, essenzialmente, significa fare un’esperienza profonda, unica e bellissima, e le ricostruzioni ci aiutano a coinvolgere più persone in questa avventura”. “Il progetto apre una riflessione più ampia sull’impiego dell’IA in archeologia”, aggiunge il prof. Jacopo Bonetto dell’università di Padova, “una tecnologia che può contribuire alla produzione di modelli interpretativi e al miglioramento degli strumenti di comunicazione, ma che richiede un uso controllato e metodologicamente fondato, sempre in integrazione con il lavoro degli specialisti”.

Lo scheletro di adulto morto sotto una fitta pioggia di lapilli, cercando di proteggersi con un mortaio, rinvenuto nella necropoli di Porta Stabia a Pompei (foto parco archeologico pompei)
Proprio sul tema dell’intelligenza artificiale, a luglio 2026 nel parco archeologico di Pompei, è in programma l’edizione 2026 di “Orbits — Dialogues with Intelligence. Habitat — Disegnare la società post-AI” che riporta l’etica e la filosofia al centro del dibattito tecnologico, promuovendo un uso consapevole del digitale. Tra i protagonisti, il prof. Luciano Floridi, founding director del Digital Ethics Center a Yale, che ha commentato così la novità: “L’uomo di Pompei fuggiva con un mortaio sul capo, una lucerna in mano, e dieci monete: portava ciò che gli sembrava utile per orientarsi nel buio. Duemila anni dopo, l’IA ci aiuta a ricostruire i suoi ultimi momenti. Il caso parla a tutte le discipline umanistiche. L’IA non sostituisce l’archeologo. Sotto il suo controllo, ne amplia e approfondisce le potenzialità; e rende accessibile a molti ciò che prima era leggibile solo per pochi. Senza l’IA, gran parte del patrimonio rischia di restare inesplorato per chi fa archeologia, e muto per chi la ama. Marguerite Yourcenar, nei taccuini delle Memorie di Adriano, descriveva il suo esercizio come un piede nell’erudizione, l’altro nella magia: quella magia che consiste nel trasportarsi col pensiero dentro qualcun altro. È esattamente ciò che l’archeologia fa da sempre: ricostruire scientificamente dal di dentro un mondo scomparso, e permetterci di immaginarlo. L’IA accelera la resa di quella ricostruzione, ma la magia resta umana. Una tecnologia così potente porta con sé rischi reali. L’IA produce ipotesi, non verità. Le ipotesi vanno riviste, discusse, corrette, integrate, approvate. La responsabilità scientifica non si delega. Ma il rischio non è che l’IA sbagli: è che smettiamo di pensare usandola. Le discipline umanistiche ci insegnano proprio questo, a distinguere la ricostruzione dalla fantasia. Pompei, ancora una volta, è il grande laboratorio che ci istruisce”.
Pompei. Al via la quarta stagione di “Raccontare i cantieri”: ogni giovedì da novembre ad aprile. Si comincia con la Casa della Fontana Piccola, dove si è appena concluso il cantiere di restauro

A Pompei, ogni giovedì da novembre ad aprile, torna “Raccontare i cantieri” (foto parco archeologico pompei)
Con la riapertura al pubblico della casa della Fontana Piccola a Pompei, giovedì 21 novembre 2024, a seguito della conclusione del cantiere di restauro, si inaugura la nuova stagione dell’iniziativa “Raccontare i cantieri”, giunta alla sua quarta edizione, che consentirà ogni giovedì fino al 17 aprile 2025 (alle 10.30), ai possessori della MyPompeii Card, la visita ai cantieri di valorizzazione e restauro in corso presso i siti del parco archeologico di Pompei.

L’atrio della Casa della Fontana Piccola, che si vede in fondo (foto parco archeologico pompei)

Casa della Fontana Piccola a Pompei: la Fontana e gli affreschi con grandi vedute di paesaggio sulle pareti del peristilio (foto parco archeologico pompei)

Casa della Fontana Piccola a Pompei: i mosaici colorati e le conchiglie che decorano la fontana (foto parco archeologico pompei)
Il primo cantiere della Casa della Fontana Piccola sarà illustrato ai visitatori dai funzionari e restauratori del Parco che hanno seguito i lavori, giovedì 21 novembre 2024, a partire dalle 10.30. Collocata in una posizione importante lungo Via di Mercurio, la casa è organizzata in modo tale che sin dall’ingresso sia possibile scorgere la splendida fontana che decora il giardino della parte posteriore, e intuire l’elevato stato sociale del proprietario. La preziosa fontana è rivestita di mosaici colorati e conchiglie ed è ornata dalla statua bronzea di un pescatore e di un Amorino (esposti in copia). Tutto intorno, le pareti laterali del peristilio sono affrescate con grandi vedute di paesaggio eseguite pochi anni prima dell’eruzione, tra cui notevole è la rappresentazione di una città marittima, tema molto in voga nelle rappresentazioni dell’epoca e particolarmente adatto alla decorazione di giardini. Le coperture in cemento dei due atri, riposizionate all’altezza originaria, risalgono ad un restauro del 1971 e restituiscono la percezione della volumetria antica dell’abitazione.

Il peristilio della Casa della Fontana Piccola a Pompei (foto parco archeologico pompei)
La casa è stata oggetto di interventi di manutenzione straordinaria delle coperture. Tra le principali operazioni condotte, spicca il rinforzo strutturale delle travi in calcestruzzo dell’atrio principale, effettuato con l’impiego di materiali FRP, insieme alla completa sostituzione del suo manto di copertura. Un’attenzione particolare è stata dedicata alla revisione della copertura del peristilio, per garantire una protezione ottimale dagli agenti atmosferici, e all’impermeabilizzazione di tutti i solai piani, intervento fondamentale per prevenire infiltrazioni d’acqua che potrebbero danneggiare le strutture storiche. Inoltre, è stata effettuata la messa in sicurezza degli apparati decorativi del peristilio, preservandone l’integrità e la bellezza. Questo ciclo di lavori è stato completato dal restauro dei blocchi in muratura della facciata della Fontana Grande, domus adiacente alla Fontana Piccola, intervento complesso per la movimentazione dei singoli blocchi, e testimonianza del continuo impegno del Parco nella salvaguardia e nella valorizzazione del patrimonio storico di Pompei.

Terme femminili del Foro di Pompei: una fase dei delicati restauri (foto parco archeologico pompei)
L’iniziativa “Raccontare i cantieri” fino al 17 aprile 2025, consentirà di conoscere 20 cantieri del sito di Pompei e del sito di Oplontis. Dalla Casa della Fontana Piccola allo Scavo IX-10, dalla Casa dell’Atrio all’Insula Occidentalis. E poi, ancora, le Terme del Foro, l’Insula Meridionalis, la Necropoli di Porta Stabia, l’Insula dei Casti Amanti, il cantiere di Civita Giuliana, la Casa di Leda, i Granai del Foro, la Casa di Cesio Blando, la Casa di Giulio Polibio a vari altri cantieri. Un’occasione per conoscere la delicata e al tempo stesso complessa attività di scavo, di messa in sicurezza, restauro e manutenzione, attraverso il racconto e la visione in diretta degli esperti sul campo – archeologi, architetti, restauratori e ingegneri. Ma anche un’occasione di poter fruire in anteprima assoluta di dimore di eccezionale pregio e raffinatezza o di straordinaria condizione di ritrovamento. L’iniziativa è organizzata dall’ufficio Tecnico del Parco. Tutti i possessori della MyPompeii Card o i nuovi acquirenti potranno prenotare la visita prescelta, secondo il calendario, all’indirizzo mail: mypompeiicard@cultura.gov.it. Le prenotazioni dovranno pervenire almeno un giorno prima rispetto alla data prescelta, ed entro le 14. I gruppi di visitatori dovranno essere costituiti da un massimo di 20 persone per turno.

Con il percorso sopraelevato nell’Insula dei Casti Amanti a Pompei si possono ammirare gli ambienti emersi dagli scavi (foto parco archeologico pompei)
CALENDARIO CANTIERI. Novembre: 21.11.2024, Casa della Fontana Piccola; 28.11.2024, Scavo Regio IX Insula 10. Dicembre: 05.12.2024, Casa dell’Atrio; 12.12.2024, Insula Occidentalis; 19.12.2024, Accordo Quadro Manutenzione (Terme del Foro). Gennaio: 09.01.2025, Insula Meridionalis; 16.01.2025, Necropoli di Porta Stabia e Acque meteoriche San Paolino; 23.01.2025, Insula dei Casti Amanti; 30.01.2025, Civita Giuliana. Febbraio: 06.02.2025, Casa di Leda; 13.02.2025, percorso paesaggistico extrameniano; 20.02.2025, Casa di Adone ferito; 27.02.2025, Granai del Foro. Marzo: 06.03.2025, Casa di Trebio Valente; 13.03.2025, Depositi di Porta Nola; 20.03.2025, Balcone Pensile; 27.03.2025, Casa di Cesio Blando. Aprile: 03.04.2025, Casa del Labirinto; 10.04.2025, Oplontis: scavo via dei Sepolcri; 17.04.2025, restauro domus di Giulio Polibio.
Che cosa ci lascia il 2023? Tra i nuovi progetti realizzati c’è la sezione Campania Romana al museo Archeologico nazionale di Napoli, voluto dal direttore Paolo Giulierini: al centro dell’esposizione la ricomposizione della Quadriga di Ercolano, un monumento eccezionale: un video ne ripropone la scoperta, le sue interpretazioni, e una ricostruzione digitale

L’immagine dell’Afrodite di Capua riflessa nel giardino delle Camelie al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto graziano tavan)

Il ministro Sangiuliano con la professoressa Capaldi nella visita della sezione Campania romana al Mann (foto graziano tavan)

Inaugurazione della sezione Campania romana al museo Archeologico nazionale di Napoli con il ministro Gennaro Sangiuliano (foto graziano tavan)
In questi pomeriggi invernali, quando la luce del sole lascia presto il posto alle suggestioni create nelle sale dai faretti al led, può capitare di scorgere nel giardino delle Camelie, una delle tre aree verdi del museo Archeologico nazionale di Napoli, l’immagine evanescente di Afrodite: la dea, seminuda, si materializza al di là della vetrata del portico dove, da aprile 2023, si può visitare la sezione “Campania Romana – sculture e pitture da edifici pubblici”, quasi 250 opere in un allestimento unico – ospitata nelle sale monumentali dell’ala occidentale del Mann, riaperte dopo 50 anni di oblio alla presenza del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano: uno dei grandi progetti realizzati da Paolo Giulierini, che ha lasciato la direzione del Mann per fine mandato a novembre 2023 (vedi Napoli. Giornata “storica” al museo Archeologico nazionale: riaperte dopo 50 anni di oblio le sale monumentali dell’ala occidentale con la sezione “Campania Romana: sculture e pitture da edifici pubblici”, quasi 250 opere in un allestimento unico. Intervento del ministro Sangiuliano: i progetti futuri. Ovazione per Giulierini | archeologiavocidalpassato).

Sezione Campania Romana al museo Archeologico nazionale di Napoli: sala dell’Augusteum di Ercolano (foto graziano tavan)
La sezione Campania Romana è una delle più importanti eredità che il 2023 lascia agli appassionati e agli studiosi di tutto il mondo. Ambienti ricchi di suggestioni e scoperte che da soli meritano una visita al museo Archeologico nazionale di Napoli, dominati al centro del percorso dalla ricomposizione della quadriga di Ercolano, accompagnata da un video che ne ripropone la storia e la ricostruzione virtuale.

La Quadriga di Ercolano: per la prima volta ricomposta al centro della sezione Campania Romana del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto graziano tavan)

Ricostruzione digitale della Quadriga di Ercolano nella sezione Campania romana al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)
Un capolavoro ancora pieno di mistero: la quadriga di Ercolano. Rimasta per lungo tempo nei depositi del Museo, la Quadriga bronzea di Ercolano è oggi uno dei punti focali dell’allestimento della sezione Campania Romana. L’opera ha una storia enigmatica, legata al gran numero di frammenti in cui è stata ritrovata e alla confusione esistente nei più antichi rapporti di scavo, che, di fatto, ne hanno sempre ostacolato la ricostruzione e l’interpretazione. La ricostruzione digitale della quadriga, presente in allestimento, è stata realizzata dall’ISMed-Cnr. Il video narra la storia della sua scoperta, ne analizza i singoli frammenti, ripercorre le ipotesi ricostruttive che si sono susseguite nel tempo, e giunge a una ipotesi finale restituendo una versione digitale della Quadriga di Ercolano.
La quadriga fu rinvenuta nel maggio del 1739, quando gli scavatori borbonici, procedendo per cunicoli in direzione dell’attuale Via Mare, si imbatterono, ad una distanza di circa 155 metri dal teatro, in un cavallo quasi intero e in numerosi frammenti di un carro bronzeo monumentale. Il rinvenimento proseguì con i recuperi verificatisi nelle successive esplorazioni borboniche del XVIII secolo; alla ripresa degli scavi, dopo l’unità d’Italia (1871-1872); e ancora nel secolo scorso (1932, 1961). La localizzazione dei rinvenimenti conduce ad un’area cruciale dell’impianto urbano cui, per la presenza di numerosi edifici pubblici, può essere riconosciuta una vocazione forense. All’incrocio tra il Decumanus Maximus e il Cardo III superiore, il luogo di rinvenimento è compreso tra l’ingresso della Basilica Noniana e la fronte dell’Augusteum, spazio aperto e colonnato dedicato al culto degli imperatori che, in età claudia, aveva invaso il Decumanus Maximus con un chalcidicum (ambiente porticato) fiancheggiato da due archi quadrifronti.

Quadriga di Ercolano: il cosiddetto “Cavallo Mazzocchi”, statua equestre in bronzo restaurata nel Settecento (foto graziano tavan)
Proprio sulla sommità dell’arco quadrifronte occidentale, che si ergeva davanti alla Basilica Noniana e che nel corso dell’eruzione crollò su di essa, potrebbe aver trovato posto la Quadriga esposta. Il cavallo bronzeo recuperato nel 1739 fu restaurato con un intervento che suscitò le critiche di molti contemporanei (tra questi anche J. J. Winckelmann). Ad esso si deve la ricomposizione del “Cavallo Mazzocchi” (inv. n. 4904), così denominato per l’iscrizione fatta apporre sul suo basamento dal cardinale Alessio Simmaco Mazzocchi (1684-1771). Dal “Cavallo Mazzocchi”, al centro dell’esposizione, gli archeologi moderni sono ripartiti per lo studio e la restituzione del monumento, combinando le indagini di tipo tradizionale con le più innovative tecnologie di rilevamento digitale e grafica 3D oggi a disposizione. Una tazza argentea rinvenuta a Boscoreale rappresenta la fonte iconografica più attendibile. La composizione originale, che prendeva a modello un monumento trionfale di età augustea collocato a Roma, era formata da un tiro a quattro cavalli e da un carro di forma semiovale su cui insisteva la statua del trionfatore.

Quadriga di Ercolano: le grandi figure bronzee che decoravano la cassa del carro, il giogo e frammento della ruota (foto graziano tavan
I cavalli erano disposti in posizione simmetrica a due a due e i loro baltei erano forse arricchiti da piccole figure commemorative di battaglie tra Romani e barbari; la cassa del carro, invece, era decorata da grandi figure bronzee applicate che, utilizzando tipi statuari di tradizione greca tardo-classica ed ellenistica, celebravano membri della famiglia imperiale giulio-claudia.

Sezione Campania Romana del Mann. La statua di Afrodite e, dietro, quella di Adone: entrambe provengono dall’Anfiteatro di Capua (foto graziano tavan)
Torniamo ora alla dea la cui immagine si è “materializzata” nel giardino delle Camelie. L’Afrodite, proveniente dall’antiteatro di Capua, e databile al II sec. d.C., copia romana di un originale bronzeo del IV sec. a.C. che raffigura una Venere seminuda che poggia con il piede sinistro sull’elmo di Marte, è uno dei tanti capolavori che presenta la nuova sezione dedicata alla scultura e alla pittura della Campania Romana. Accanto alla dea dell’Amore c’è una statua di Adone, sempre del II sec. d.C., che, come l’Afrodite, proviene dall’Anfiteatro Campano di Santa Maria Capua Vetere. Nell’iconografia antica, il bellissimo giovane, amato da Venere, rappresentava lo spirito della primavera e della natura che rifiorisce.

Sezione Campania Romana: grande cratere in marmo pentelico (metà I secolo a.C.) firmato dall’artista neoattico Salpion con l’Infanzia di Dioniso (foto graziano tavan)
Ripercorrendo a ritroso il percorso di visita nella sala dedicata a Gaeta troviamo un grande cratere in marmo pentelico (metà I secolo a.C.) firmato dall’artista neoattico Salpion con l’Infanzia di Dioniso, reimpiegato nella Cattedrale di Gaeta come fonte battesimale. Al centro di una teoria di ninfe e satiri, Hermes affida il piccolo Dioniso in fasce a una ninfa seduta su una roccia.

Sezione Campania Romana: la sala dedicate alla statuaria dal foro di Pompei ed edifici adiacenti. Al centro il torso colossale di Giove, a sinistra la statua di Eumachia (foto graziano tavan)
Da non perdere la sala dedicata ad alcuni luoghi simbolo di Pompei: il Foro, il Tempio Di Giove, la Basilica e l’edificio di Eumachia. Cominciamo con Giove (fine II- inizi I secolo a.C.), blocco con altorilievo in marmo bianco, rilavorato come torso di statua colossale, dal Capitolium di Pompei. La figura nella sua interezza era seduta sul trono, seminuda col mantello e impugnava lo scettro e il fascio di fulmini, attributi qualificanti di Giove. Potrebbe trattarsi della statua di culto del tempio prima della sua trasformazione in Capitolium. Sul retro una figura maschile (Dioniso?) e un bambino appena sbozzati. C’è poi Eumachia (prima metà I secolo d.C.), statua in marmo bianco con testa-ritratto velata, proveniente dall’edificio di Eumachia. La ricca sacerdotessa, finanziatrice del grande edificio, è raffigurata in atteggiamento di pietas secondo modelli greci tardo-classici (fine IV secolo a.C.). Quindi il Fregio dai Praedia di Giulia Felice sulla vita quotidiana nel foro di Pompei. Il fregio dipinto, rinvenuto nell’atrio della casa di Giulia Felice, in via dell’Abbondanza a Pompei, mostra personaggi di età, sesso e ceto sociale diversi impegnati in varie attività in uno spazio all’aperto, che i portici colonnati e le statue equestri sullo sfondo fanno identificare con il foro. In spazi a volte delimitati da tendoni tesi tra le colonne venditori di scarpe, tessuti, vasellame in bronzo o utensili da lavoro, mostrano la loro merce ai clienti; fruttivendoli, panettieri e un cuoco offrono i loro prodotti nei pressi del macellum, il mercato fisso, mentre uomini in toga leggono avvisi pubblici appesi alla base delle statue; in un altro settore si sta svolgendo la vendita all’asta di una schiava, e ancora sotto il colonnato un maestro tiene la sua lezione di lettura, mentre uno scolaro viene punito con frustate sul dorso. La varietà delle scene, la diversa caratterizzazione dei personaggi, la provvisorietà delle installazioni di vendita restituiscono la vivacità di un giorno di mercato periodico, quale era quello che si svolgeva ogni nove giorni, le nundinae, poste sotto la protezione di Giove o di Mercurio, occasione di attività amministrative dei magistrati, di incontri e di festa.

Sezione Campania romana al Mann: lucerna in oro a due becchi dal tempio di Venere a Pompei (foto graziano tavan)
Dal Tempio di Apollo di Pompei viene l’Apollo saettante, statua in bronzo del II sec. a.C. Il dio, nudo, dall’aspetto giovanile con lunghi capelli ondulati fermati sulla nuca e la testa cinta da una benda, tende l’arco per scoccare una freccia. Invece dal Tempio di Venere viene la Lucerna bilicne (I sec. d.C.): lucerna in oro con due becchi e presa ad anello verticale. Il corpo è a forma di coppa ed è decorato con un giro di foglie di loto e striature.

Sezione Campania Romana al Mann: la ricomposizione della Triade Capitolina dal Capitolium di Cuma (foto graziano tavan)
Dal Capitolium di Cuma provengono il torso colossale di Giove, e le teste di Giunone e Minerva, che insieme formavano la Triade Capitolina. La storia della scoperta del Gigante di Palazzo e della triade Capitolina inizia nel XVII secolo e giunge fino alla metà del Novecento. Nel corso degli scavi promossi a Cuma dal viceré don Ramiro Gusmán, duca di Medina de las Torres (1637-1644), fu rinvenuto il torso colossale di Giove seduto; trasportato a Palazzo Reale, fu esposto al pubblico nella piazza antistante per volontà del nuovo viceré, don Pietro Antonio di Aragona (1666-1672). La scultura, originariamente pertinente ad una figura seduta, fu scalpellata all’altezza del bacino per ottenere un corpo eretto, completato nella parte inferiore da una grande spoglia di aquila su cui poggiavano due stemmi, retti da braccia posticce. La sua gigantesca mole indicava il punto di confluenza, nel Largo di Palazzo, della salita di Santa Lucia, detta da allora “salita del Gigante” e della strada della Darsena, inaugurata da don Pedro nel 1688. La statua prese il nome di Giove Terminale e divenne testimone della gloria del viceré, le cui benemerenze erano elencate in un lungo testo celebrativo inciso sul trofeo. In realtà l’ampio ventre del Gigante fu ben presto trasformato in campo di affissione per formule di protesta contro il malgoverno spagnolo, prima, austriaco poi. Fregiata di banda tricolore e berretto frigio, la statua divenne il simbolo della repubblica giacobina del 1799. Durante il periodo napoleonico il Gigante fu ancora portavoce del malcontento popolare, questa volta contro re Giuseppe. L’adeguamento della nuova viabilità per la Darsena offrì l’occasione per tacitarlo. Nel 1807 la statua fu smontata, privata dei posticci seicenteschi e trasferita in quello che sarebbe diventato nel 1816 il Real Museo Borbonico. Qui trascorse in oblio più di un secolo, prima che con l’originaria consistenza potesse recuperare anche l’identità perduta. La tradizione antiquaria aveva attribuito la statua all’edificio inglobato in una Masseria nei pressi dell’area forense, per questo, detta del Gigante. Tra il 1938 ed il 1952 Amedeo Maiuri avviò la scoperta del foro di Cuma e mise in luce i resti di un grande tempio. Il recupero di due teste femminili, una di Giunone e l’altra di Minerva, associate al torso colossale, gli permise di ricomporre il gruppo cultuale capitolino e identificare il monumento con il Capitolium della città romana. Vediamo meglio le tre sculture. Giove Capitolino, torso colossale in marmo bianco del I sec. d.C. L’immagine del dio seduto in trono con lo scettro e il fascio di fulmini è conforme a quella di Giove Ottimo Massimo, la statua di culto del tempio sul Campidoglio a Roma. Minerva, testa acrolitica in marmo bianco del I sec. d.C. La dea recava un elmo calcato sulla fronte da cui fuoriuscivano ai lati le bande di capelli. L’iconografia si rifà all’Atena di Eubulide (II secolo a.C.). Giunone, testa acrolitica in marmo bianco (I sec. d.C.). Con Giove e Minerva componeva la triade sacra venerata nel tempio maggiore di Cuma, sul modello del tempio capitolino a Roma. Solo la testa e gli arti erano in marmo; la parte rimanente del corpo era di legno dipinto o ricoperto di abiti.

Sezione Campania Romana al Mann: il portico chiuso dalla statua equestre di Marco Nonio Balbo (foto graziano tavan)

Sezione Campania Romana al Mann: la statua equestre di Marco Nonio Balbo (foto graziano tavan)
All’incrocio dei due porticati dell’ala occidentale del Mann, in posizione strategica a chiudere le quinte architettoniche del percorso museale è la statua equestre di Marco Nonio Balbo in marmo bianco (20 a.C.), proveniente dall’area pubblica di Ercolano, di cui era personaggio molto influente. A onorarlo con questo monumento equestre sono gli abitanti della sua città natale, Nuceria.

Rilievo in marmo dalla necropoli di Porta Stabia di Pompei con momenti di giochi nell’anfiteatro (foto graziano tavan)
Chiudiamo questa breve passeggiata (ma la sezione Campania Romana riserva moltissime altre sorprese) con un rilievo in marmo bianco dalla Tomba di Alleio Nigidio Maio dalla necropoli di Porta di Stabia di Pompei con spettacoli nell’anfiteatro: sono rappresentati infatti tre momenti dei giochi offerti in vita dal defunto in toga al centro del primo registro.

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