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Roma. Presentata la mostra “I Marmi di Torlonia. Collezionare capolavori”: oltre novanta opere greco-romane selezionate tra i 600 marmi della più prestigiosa collezione privata di sculture antiche al mondo, anche definita “la collezione delle collezioni”. Ora l’impegno è di giungere al museo Torlonia a Roma. Franceschini: “Lo Stato mette luoghi e risorse. Un’idea? Palazzo Silvestri Rivaldi in via dei Fori Imperiali, ora in disuso”

Oltre 90 capolavori di arte greca e romana della collezione Torlonia per la prima volta visibili al pubblico nella mostra “I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” curata da Salvatore Settis e Carlo Gasparri (foto Fondazione Torlonia – Bvlgari – Electa)
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La locandina della mostra “The Torlonia Marbles. Collecting Masterpieces / I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” a Palazzo Caffarelli ai Musei Capitolini

Sono passati 135 anni da quando il principe Alessandro Torlonia aveva dato forma al suo progetto ambizioso e innovativo, la creazione di un museo Torlonia con le collezioni confluite nei secoli nel patrimonio di famiglia, accompagnato da un catalogo delle opere, altrettanto innovativo, a cura di Carlo Ludovico Visconti con fototipie, storia e bibliografia. Sono passati invece quattro anni dalla firma dell’accordo tra la Fondazione Torlonia e il ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo per la realizzazione di una grande mostra sulla collezione Torlonia e avviare finalmente la creazione a Roma di un museo nazionale Torlonia (“Lo Stato Italiano – ha assicurato il ministro Dario Franceschini – è pronto a mettere a disposizione luoghi e risorse per realizzarlo”). È da questi due punti fermi, due fatti storici, quasi due sogni, che parte il progetto che confluisce ora nella grande mostra “I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori” che dal 14 ottobre 2020 al 29 giugno 2021 apre al pubblico negli ambienti espositivi dei Musei Capitolini a Villa Caffarelli, tornati alla vita dopo oltre cinquanta anni grazie all’impegno di Roma Capitale per restituire alla cittadinanza un nuovo spazio espositivo progettato e interamente curato della Sovrintendenza capitolina.

Oltre novanta opere greco-romane sono state selezionate tra i marmi della più prestigiosa collezione privata di sculture antiche al mondo. L’esposizione è il risultato di un’intesa del ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo con la Fondazione Torlonia; e nello specifico, per il Ministero, della Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio con la Soprintendenza Speciale di Roma. Il progetto scientifico di studio e valorizzazione della collezione è di Salvatore Settis, curatore della mostra con Carlo Gasparri. Electa, editore del catalogo, cura anche l’organizzazione e la promozione dell’esposizione. Il progetto d’allestimento è di David Chipperfield Architects Milano. La Fondazione Torlonia ha restaurato i marmi selezionati con il contributo di Bvlgari che è anche main sponsor della mostra. Il progetto della luce è stato scritto da Mario Nanni, lumi Viabizzuno.

La famosa Fanciulla da Vulci della collezione Torlonia (foto Lorenzo De Masi / Fondazione Torlonia)
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Virginia Raggi, sindaco di Roma

Alla presentazione ufficiale della mostra (in streaming, nel rispetto delle misure anti-Covid) i commenti sono stati entusiasti, a iniziare dal sindaco di Roma, Virginia Raggi: “Con questa mostra potremo godere di opere d’arte uniche e preziose, di una collezione privata dal valore inestimabile, che diventa patrimonio di tutti. Le Istituzioni hanno il dovere di promuovere, sostenere e diffondere la cultura e l’arte italiana fuori dai nostri confini. La mostra, che presentiamo oggi, è un’ulteriore conferma di come Roma sia simbolo d’arte e cultura nel mondo. La mostra è frutto di una grande collaborazione tra pubblico e privato, dalla Fondazione Torlonia alla Maison Bvlgari, dallo studio Chipperfield a Electa, che ha consentito il recupero di questi marmi pregevoli. È importante perché è l’occasione per restituire al pubblico le sale di Villa Caffarelli. Ed è importante perché rientra nel 150° anniversario di Roma Capitale. E poi viaggerà nel mondo in un programma itinerante tra le principali capitali, creando così un ponte tra popoli e culture, perché l’arte parla a tutti”.

Capolavori di arte antica nella mostra “I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” allestita a Villa Caffarelli nei musei Capitolini a Roma (foto Fondazione Torlonia – Bvlgari – Electa)

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Il ministro per i Beni e le Attività culturali e il Turismo, Dario Franceschini


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Palazzo Silvestri Rivaldi in via dei Fori imperiali a Roma

Dario Franceschini, ministro per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo: “Oggi viviamo un momento importante di un percorso molto lungo: non ci possiamo nascondere che della collezione Torlonia si parla da decenni. Quando nel 2015 incontrai per la prima volta il principe Torlonia e parlammo del progetto di una grande mostra e della creazione di un grande museo a Roma, sembrava un sogno impossibile. Oggi invece stiamo dimostrando che quell’accordo comincia a prendere forma. Questa mostra è un evento straordinario che segna un passo ulteriore verso il pieno ritorno alla luce dei marmi Torlonia, la più importante collezione di arte greco-romana privata esistente al mondo rimasta a lungo celata. Si tratta di un’operazione culturale di livello internazionale, resa possibile da un fattivo e proficuo dialogo tra pubblico e privato, che permetterà al pubblico di godere della bellezza di capolavori straordinari dell’antichità. Ma questo, come detto, è solo il primo passo. Il ministero in accordo con tutti gli attori coinvolti nel progetto vuole individuare un luogo a Roma dove rendere visibili per sempre questi capolavori. Lo Stato Italiano è pronto per mettere a disposizione luoghi e risorse per creare il grande museo Torlonia. Un’idea, ma non se ne è ancora discusso nelle sedi appropriate con tutti gli enti interessati, potrebbe essere Palazzo Silvestri Rivaldi in via dei Fori Imperiali: un luogo prestigioso in un’area prestigiosa. L’edificio è dello Stato e in disuso. Per ora abbiamo stanziato 40 milioni per la sua ristrutturazione. Se poi non sarà idoneo per il museo Torlonia, sarà comunque uno spazio speciale per altri progetti culturali”.

Collezione Torlonia. Gruppo di sculture restaurate: in primo piano statua di guerriero inginocchiato e statua di Afrodite, replica della Venere Medici (foto Lorenzo De Masi / Fondazione Torlonia)

Alessandro Poma Murialdo, presidente Fondazione Torlonia: “La mostra apre nel 150° di Roma Capitale, che è proprio quando Alessandro Torlonia concepiva la sua idea di museo, progetto ambizioso fin dalla sua nascita, passando dal collezionismo al museo promosso da un privato a fine Ottocento con concetti moderni: pensiamo che già nel 1884 usciva il primo catalogo delle opere della collezione Torlonia a cura di Visconti che censì tutti i marmi in schede complete di straordinari fototipie, storia e bibliografia. E l’edizione ottocentesca, come lo è ora la mostra con il catalogo, fu concepita per diffondere nel mondo la cultura. La collezione era di proprietà di Alessandro Torlonia, nipote dell’omonimo principe che nell’Ottocento la creò. Con le guerre ci fu la necessità di metterla in sicurezza. Venti capolavori furono portati prima a Villa Albani e poi a Palazzo Torlonia in via della Conciliazione. Gli altri finirono nei sotterranei del museo, che diventarono in seguito i depositi della collezione. Con gli anni ’60 del Novecento Torlonia cominciò a progettare una sistemazione definitiva (leggi museo) della collezione. Ma per motivi diversi tutte le varie ipotesi avanzate fallirono. Nacque allora la Fondazione Torlonia per dare un metodo moderno alla mission di sempre: approfondire, studiare, valorizzare il patrimonio di famiglia. La Collezione Torlonia e Villa Albani Torlonia sono due straordinari complessi artistici destinati ad incontrarsi nel corso della storia, scoperti e preservati con cura grazie alla passione per l’arte di diverse generazioni della Famiglia Torlonia che trova il suo compimento nella Fondazione. Essere un’istituzione culturale dedicata ad un patrimonio storico e artistico di tale rilevanza nell’epoca delle industrie 4.0, apre nuovi scenari di cui la Fondazione Torlonia vuol essere protagonista, utilizzando l’efficacia delle tecnologie più innovative per trasmettere la più grande eredità culturale della Famiglia condividendo obiettivi e risultati tracciati nella storia stessa di questo eccezionale patrimonio artistico: l’apertura dei Laboratori Torlonia per lo studio ed il restauro degli oltre seicento marmi Torlonia, l’innovativo programma di conservazione di Villa Albani Torlonia e la mostra I marmi Torlonia. Collezionare Capolavori sono il suggello di un metodo progressivo, che assicura la trasmissione di una componente essenziale della nostra identità culturale, alle nuove generazioni”.

La Statua di Meleagro della Collezione Torlonia (foto Lorenzo De Masi / Fondazione Torlonia)

Lucia Boscaini  per Jean Christoph Babin, amministratore delegato Bvlgari: “Per un gioielliere, non c’è nulla di più esaltante della scoperta di un nuovo tesoro. Con grande orgoglio ed entusiasmo Bvlgari ha partecipato in qualità di sponsor al restauro degli oltre 90 esemplari di marmi antichi, un tesoro inestimabile che finalmente si svela al pubblico. Per Bvlgari si è trattato di un omaggio alle radici greche e romane dell’azienda, nel quadro delle molteplici iniziative di mecenatismo per la Città Eterna promosse da diversi anni a questa parte. Questa mostra offrirà al pubblico romano e internazionale la possibilità di ammirare questi incredibili pezzi unici, autentici gioielli di arte classica che restituiscono ai nostri occhi la grandezza della storia greca e romana, il fascino della mitologia, il carisma degli imperatori, l’infinita grazia di ninfe e dee. La magnificenza e lo splendore di queste statue sono oggi un nuovo dono per i nostri occhi, fulgidi esempi di un’arte che ha forgiato per sempre il nostro senso estetico”.

L’allestimento a sfondi colorati, pavimento in mattoni neri e basamenti ad altezza variabile ideato dal gruppo David Chipperfield Architects di Milano per la mostra ” Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” (foto Fondazione Torlonia – Bvlgari – Electa)

Architetto Cristiano Billia per il gruppo di progettazione di David Chipperfield Architects Milano: “È stata un’esperienza straordinaria lavorare alla creazione di uno spazio architettonico per la prima esposizione pubblica della Collezione Torlonia, in stretta collaborazione con la Fondazione Torlonia, il professor Salvatore Settis e il professor Carlo Gasparri. Come architetti, è un privilegio allestire queste sculture di una bellezza senza tempo ed essere incaricati di sviluppare gli spazi espositivi all’interno della storica Villa Caffarelli. L’idea dell’allestimento si basa sul catalogo Visconti del 1884. Siamo partiti da quelle bellissime fototipie che grazie al fondo nero danno risalto a ogni dettaglio e forza alle opere. Per questo abbiamo creato degli sfondi monocromi agli ambienti, scegliendo cinque colori diversi per le cinque sezioni della mostra, che danno più dettagli alle opere esposte. Mentre un sistema di plinti variabili esprime la varietà e la dimensione delle sculture E poi abbiamo pensato a una pavimentazione degli ambienti con mattoni in argilla nera artigianali che uniformano e articolano le diverse sale. Questa soluzione si ispira all’architettura romana e al contempo al tempio di Giove Capitolino sotto Villa Caffarelli”.

Il suggestivo allestimento della mostra “I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” curata da Salvatore Settis e Carlo Gasparri (foto Fondazione Torlonia – Bvlgari – Electa)
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L’archeologo Salvatore Settis

Salvatore Settis, curatore della mostra: “Con questa mostra oggi ci possiamo fare un’idea di come poteva essere alla fine dell’Ottocento il grande museo Torlonia. Questa mostra è una promessa: nell’accordo del 2016 ci si impegnava a realizzare il museo Torlonia a Roma. Tra molte difficoltà questa mostra è il primo passo nella realizzazione di quell’impegno grazie a un team di persone che non hanno mai smesso di credere in questo progetto. Ma questa mostra è anche il racconto di una collezione di collezioni. Noi in mostra presentiamo “solo” il 15% del patrimonio dei Torlonia. E quindi ci siamo trovati di fronte alla necessità di una scelta che permettesse di raccontare questa straordinaria storia del collezionismo romano che va dal Quattrocento e arriva ai nostri giorni, frutto di scavi diretti e acquisizioni di intere collezioni come di singole opere, messe insieme per la gloria della famiglia. Questo racconto lo abbiamo sintetizzato in cinque sezioni: nella prima si focalizza il museo Torlonia, come è stato pensato nell’Ottocento; nella seconda c’è una selezione dei marmi provenienti da scavi; con la terza si presentano le opere giunte da collezioni settecentesche; la quarta invece è incentrata sulla ricca collezione Giustiniani; infine nella quinta ci sono i capolavori affluiti nel corpus Torlonia fin dal Quattrocento. È un percorso che ci porta a scoprire come è nato il collezionismo di antichità a Roma. E da lì si passa, grazie alla collaborazione con i musei Capitolini, nell’esedra del Marco Aurelio dove per l’occasione saranno riuniti tutti i bronzi, che erano al Laterano, e furono restituiti da Papa Sisto IV “al popolo romano” nel 1471, dando vita al primo nucleo dei musei Capitolini”.

Roma. Apre a Palazzo Caffarelli ai musei Capitolini la mostra “The Torlonia Marbles. Collecting Masterpieces / I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori”, il grande evento 2020 più volte rinviato causa Covid-19: 96 marmi, selezionati dalla celebre collezione Torlonia la quale torna così finalmente visibile al pubblico. Alla presentazione il ministro Franceschini

La statua di Meleagro della Collezione Torlonia (foto Lorenzo De Masi / Fondazione Torlonia)
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La locandina della mostra “The Torlonia Marbles. Collecting Masterpieces / I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” a Palazzo Caffarelli ai Musei Capitolini

Giusto un anno fa veniva annunciata come l’evento dell’anno per il 2020 a Roma: è la mostra “The Torlonia Marbles. Collecting Masterpieces / I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” a Palazzo Caffarelli ai Musei Capitolini al Campidoglio: una inedita esposizione di 96 marmi, selezionati dalla celebre collezione Torlonia la quale torna così finalmente visibile al pubblico. Uno dei progetti di mostra più prestigiosi, per partecipazioni istituzionali, valore scientifico ed eccezionalità dell’occasione, nella programmazione di Electa che, oltre a pubblicarne il catalogo, cura l’organizzazione e la promozione. La mostra era programmata dal 25 marzo 2020 al 10 gennaio 2021. Poi venne il coronavirus. E tutto è cambiato. Prima la vernice era stata “aggiornata” con grande ottimismo al 4 aprile 2020. Poi, visto l’aggravarsi dell’emergenza sanitaria e il lockdown, si era parlato di settembre 2020. Ora ci siamo. E stavolta sembra quella giusta: la mostra sarà aperta dal 14 ottobre 2020 al 29 giugno 2021. E lunedì 12 ottobre 2020, alla presentazione ufficiale (che si potrà seguire in streaming dato il contingentamento e le restrizioni anti Covid-19) ci sarà anche il ministro per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo Dario Franceschini, con il sindaco di Roma Virginia Raggi, il presidente della Fondazione Torlonia Alessandro Poma Murialdo, e il curatore della mostra Salvatore Settis.

La mostra “The Torlonia Marbles. Collecting Masterpieces / I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” è il risultato di un’intesa del ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo con la Fondazione Torlonia; e nello specifico, per il ministero, della direzione generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio con la soprintendenza Speciale di Roma. Il progetto scientifico di valorizzazione della collezione è di Salvatore Settis, curatore dell’esposizione con Carlo Gasparri. Il progetto di allestimento della collezione Torlonia è di David Chipperfield Architects Milano. Bvlgari è main sponsor del restauro delle opere esposte. La mostra è allestita nella sede espositiva dei musei Capitolini a Palazzo Caffarelli, tornata alla vita grazie all’impegno e al progetto della sovrintendenza di Roma Capitale. La scelta della sede è stata dettata dal proposito di incentrare il percorso espositivo sulla storia del collezionismo: un aspetto sotto il quale la vicenda del Museo Torlonia alla Lungara (fondato dal principe Alessandro Torlonia nel 1875), che conta 620 pezzi catalogati, appare di eccezionale rilevanza. Questa raccolta si presenta infatti come una collezione di collezioni o, meglio, come uno spaccato altamente rappresentativo e privilegiato della storia del collezionismo di antichità in Roma dal XV al XIX secolo. I marmi Torlonia, restaurati nei Laboratori Torlonia, sono raccontati in una serie di video su collezione ed esposizione, disponibile al link https://www.fondazionetorlonia.org/channel/.

Statua di caprone in riposo: marmo greco della Collezione Torlonia (foto Lorenzo De Masi /Fondazione Torlonia)
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Collezione Torlonia. Gruppo di sculture restaurate: in primo piano statua di guerriero inginocchiato e statua di Afrodite, replica della Venere Medici (foto Lorenzo De Masi / Fondazione Torlonia)

L’esposizione si articola come un racconto, in cinque sezioni, in cui si narra la storia del collezionismo dei marmi antichi, romani e greci, in un percorso a ritroso che comincia con l’evocazione del museo Torlonia, fondato nel 1875 dal principe Alessandro Torlonia, e rimasto aperto fino agli anni Quaranta del Novecento. La sezione successiva riunisce i rinvenimenti ottocenteschi di antichità nelle proprietà Torlonia. La terza sezione rappresenta le forme del collezionismo del Settecento, con le sculture provenienti dalle acquisizioni di Villa Albani e della collezione dello scultore e restauratore Bartolomeo Cavaceppi. A seguire, una selezione dei marmi di Vincenzo Giustiniani, uno dei più sofisticati collezionisti romani del Seicento, e per finire pezzi da collezioni di famiglie aristocratiche del Quattro e Cinquecento. La mostra termina con un affaccio sull’esedra dei musei Capitolini dove sono riuniti la statua equestre del Marco Aurelio, la lupa romana e i bronzi del Laterano che Sisto IV nel 1471 donò alla città.  Un nesso importante con il museo che gli antichi busti, rilievi, statue, sarcofagi ed elementi decorativi in mostra creano: riflesso di un processo culturale in cui Roma e l’Italia hanno avuto un primato indiscutibile.

Palermo. Apre a Palazzo Reale la mostra “Terracqueo”, la grande mostra sul Mediterraneo, un tutt’uno di terra e mare: in 324 reperti l’emozionante narrazione di un immenso patrimonio archeologico che racconta dell’incontro e dello scontro tra popoli che hanno solcato il Mediterraneo e abitato le sue terre

Il logo delal mostra “Terracqueo” dal 16 settembre 2020 a Palazzo Reale di Palermo

Dalla geologia ai miti mediterranei, dalla colonizzazione greca ai fenici, dal commercio alla globalizzazione dei giorni nostri. Civiltà e guerre. In una sola parola: “Terracqueo”, la grande mostra sul Mediterraneo, un tutt’uno di terra e mare, che apre il 16 settembre 2020 a Palazzo Reale di Palermo. Non una semplice esposizione ma un racconto, creato dalla Fondazione Federico II e dal comitato scientifico multidisciplinare costituito per l’occasione, in collaborazione con il dipartimento dei Beni culturali e il Centro regionale per il Restauro e con la sinergia tra enti museali e istituzionali siciliani e nazionali come la speciale collaborazione con il museo Archeologico nazionale di Napoli. Un prezioso e proficuo supporto, poi, anche dai musei Capitolini di Roma, dal museo Etrusco di Volterra, dalla soprintendenza del Mare, dal museo Archeologico “Salinas” di Palermo, dal Parco Archeologico Museo Lilibeo, dal museo Pepoli di Trapani, dal museo Archeologico “Paolo Orsi” di Siracusa e dal museo “G.G. Gemmellaro” di Palermo. “Terracqueo” è l’emozionante narrazione di un immenso patrimonio archeologico che racconta dell’incontro e dello scontro tra popoli che hanno solcato il Mediterraneo e abitato le sue terre. Attraverso 324 reperti e 8 sezioni, la Fondazione continua nel lavoro di ricerca dando vita a mostre originali non preconfezionate, che mirano a narrare il contesto socio culturale e catapultare il visitatore in un viaggio tra i secoli rendendolo parte attiva del percorso.

Terracqueo per la Fondazione Federico II rappresenta molto di più di un momento artistico e culturale”, spiega il presidente della Fondazione Federico II Gianfranco Miccichè. “Ancora una volta Palazzo Reale diventa il simbolo della coesistenza dei popoli del Mediterraneo. Nell’arte e nella bellezza si manifesta una pacifica convivenza tra popoli di diversa cultura e religione. Ogni reperto presente a Palazzo Reale per Terracqueo contribuisce a mostrare il Mediterraneo come la più grande fabbrica d’idee del mondo: dalla filosofia, all’arte, alle scienze, alla medicina, all’organizzazione politica, tutto concorre al raggiungimento di principi senza barriere e senza pregiudizi”. E Patrizia Monterosso, direttore generale della Fondazione Federico II: “Il Mediterraneo è un’area dove il mare e la terra si fondono come principio generatore di un sistema fatto di equilibri. Si potrebbe affermare che il Mediterraneo è esso stesso un’opera d’arte che noi abbiamo ribattezzato Terracqueo. Qui Occidente e Oriente si contaminano in modo alchemico: la pace oltre la guerra e la terra oltre il mare, tutto a rappresentare un comune denominatore. Le società del Mediterraneo entrarono spesso in conflitto tra loro, ma l’aspetto dicotomico tra guerra e pace paradossalmente rappresentò la scintilla per creare civiltà avanzate e raffinatissime. Una forte contaminazione, che ha preservato gli elementi vitali di ogni singola cultura. Contro le dottrine del totalitarismo, la mediterraneità è una filosofia del pensiero in grado di affermarsi come elemento propositivo verso la libertà. Terracqueo non vuole essere una mera esposizione di reperti, ma un racconto della vera anima del Mediterraneo, dalla storia geologica fino ai giorni nostri. Non a caso la Fondazione Federico II ha istituito un comitato scientifico multidisciplinare. Il risultato è che ogni reperto proveniente dal mare racconta la vita sulla terraferma e ogni reperto della terraferma narra le storie del mare”.

Il Mediterraneo visto dalla medina di Algeri nella foto di Lucia Casamassima

La mostra “Terracqueo” è articolata in nove sezioni: Un mare di storia, Un mare di migrazioni, Un mare di commerci, Un mare di guerra, Un mare da navigare, Un mare di risorse, Archeologia subacquea: tra passato e presente, Il mediterraneo oggi, Panormus cittá tutto porto. L’ultima sezione, intitolata “Il Mediterraneo. Oggi”, è una mostra nella mostra. Un viaggio lungo otto mesi in 17 Paesi ha dato vita ad un reportage firmato dal giornalista Carlo Vulpio e dalla fotografa Lucia Casamassima, che nell’allestimento di Terracqueo diventa un’istallazione immersiva in grado di rituffare il visitatore nel presente: non solo attraverso i suoi 46 mila chilometri di litorale, quello è solo l’affaccio sul mare, ma anche nel suo “spazio dilatato” (come lo chiama Maurice Aymard), cioè in quelle aree interne e distanti dalle rive mediterranee – in Africa e in Asia, ma anche nell’Europa balcanica – che vivono in diretta relazione con tutto ciò che avviene in questo luogo, definito “il più grande condominio del mondo”.

Il cratere del Venditore di Tonno conservato al museo Mandralisca di Cefalù (foto fondazione Federico II)

Tre i reperti simbolo della mostra Terracqueo: Cratere del Venditore di tonno. Proviene dal museo Mandralisca di Cefalù il cratere del Venditore di tonno, opera di un artigiano del cosiddetto “gruppo di Dirce”, attivo nella prima metà del IV sec. a.C. in un’area che si è inclini a localizzare in Sicilia. È palese testimonianza di come il tonno sia protagonista della storia siciliana. Nel cratere si può ammirare una scena ritagliata con modalità fortemente realistiche dove un venditore di pesce sta affettando un tonno su un ceppo, e il compratore per concludere l’acquisto è provvisto di una moneta. La scena risulta essere di grande attualità: anche nei mercati rionali odierni è possibile osservare scene dello stesso genere. Non casualmente Aristotele ci racconta della ciclica provenienza del tonno da oltre le ”colonne d’Ercole”.

Il gruppo scultoreo “Nereide su pistrice” del I sec. d.C. conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

Nereide su pistrice dal Mann. Databile ai primi decenni del I secolo d.C., il gruppo scultoreo venne ritrovato nella villa che Publio Vedio Pollione fece costruire sulla collina un tempo chiamata Pausilypon, oggi Posillipo: rappresenta una giovane donna con il capo rivolto a sinistra, posta sul dorso di un mitologico animale marino. La raffinata esecuzione rimanda a tematiche classiche di altissima scuola, la veste è scolpita regalando al fruitore un effetto che sembrerebbe votato alla trasparenza concedendo una resa che riconduce a un tessuto bagnato dalla brezza. I muscoli appena evidenziati mostrano la continuità con la linea rilevata dal resto della figura. Il mostro è un “Ketos”, più noto come pistrice, rappresentato con un corpo di cavallo con la testa di drago, con dorso e coda di serpente marino. La sezione equina mostra una possente muscolatura indice del movimento, la sezione superiore è invece dotata di una sovrapposizione di squame. L’area serpentina diviene liscia e possente soprattutto nell’area in cui siede la Nereide. La particolarità della Nereide di Posillipo è che non rientra in schemi confrontabili, esclusa la possibilità che possa derivare da un modello ellenico del IV-III secolo a. C. di derivazione scopadea. La statua fu oggetto di restauri e integrazioni per quanto concerne alcuni dettagli anatomici durante la metà dell’800.

L’Atlante Farnese tra i capolavori della collezione farnese al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

Atlante Farnese del museo Archeologico nazionale di Napoli. L’Atlante Farnese da sempre fonte di grande interesse da parte degli studiosi, rappresenta una perfetta sintesi tra la passione per l’arte classica e la ricerca scientifica in merito allo studio delle costellazioni. Ritrovato, intorno al 1546, presso le terme di Caracalla a Roma, è una copia romana del II secolo d.C. e viene descritto puntualmente nel 1550 da Ulisse Aldrovandi che ne decanta il valore artistico. Lo stesso Aldrovandi e l’antico disegno del XVI secolo di Stefanus Winandus Pighius raccontano di un’opera marmorea con un globo con i corpi celesti scolpiti, ma priva di volto, braccia e gambe; tale descrizione diverrà la chiave di lettura più importante per rilevare i restauri apportati già a partire dalla fine del Cinquecento sull’Atlante a opera di Guglielmo Della Porta, scultore legato alla famiglia Farnese. L’astronomo Bianchini associò la copia romana dell’Atlante all’iconografia di una moneta, coniata intorno al 158 d.C. sotto l’imperatore Antonino Pio, dove veniva messa in evidenza la presenza oltre che di Giove anche probabilmente di Atlante con il globo sulle spalle, quasi a mostrare una metafora per evidenziare lo sforzo e il valore dell’imperatore. Gli eventi storici condussero, così come volle Carlo di Borbone (figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese), al trasferimento della collezione Farnese a Napoli a conclusione di un progetto che rese il Regno delle Due Sicilie una tra le più grandi fucine archeologiche del tempo, durante gli anni in cui vennero scoperte e riportate alla luce Ercolano e Pompei.

Roma. Ai musei Capitolini, il museo pubblico più antico del mondo, con capolavori antichi unici, ora anche la mostra “Il tempo di Caravaggio. Capolavori della collezione di Roberto Longhi” nel cinquantenario della scomparsa del grande storico dell’arte

Il colosso di Costantino ai musei Capitolini di Roma

Papa Sisto IV donando solennemente al Popolo Romano nel 1471 alcune antiche statue in bronzo già conservate al Laterano (la Lupa, lo Spinario, il Camillo e la testa colossale di Costantino, con il globo e la mano) costituì il primo nucleo dei musei Capitolini, che sono quindi il museo pubblico più antico del mondo. Le raccolte dei musei Capitolini di Roma sono esposte nei due edifici che insieme al Palazzo Senatorio delimitano la piazza del Campidoglio, il Palazzo dei Conservatori e il Palazzo Nuovo, collegati tra loro da una galleria sotterranea che ospita la Galleria Lapidaria e conduce all’antico Tabularium, le cui arcate monumentali si affacciano sul Foro Romano.

In questi spazi museali unici, per ricchezza dei pezzi esposti e delle architetture, che dialogano con uno dei colli più importanti di Roma, il Campidoglio, centro della vita religiosa della Roma antica e sede delle magistrature civili cittadine a partire dal Medioevo, fino al 13 settembre 2020, nelle sale di Palazzo Caffarelli è possibile visitare la mostra curata da Maria Cristina Bandera “Il tempo di Caravaggio. Capolavori della collezione di Roberto Longhi”. La pittura di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, e della sua cerchia rappresenta infatti la centralità delle ricerche di Roberto Longhi, una delle personalità più affascinanti della storia dell’arte del XX secolo, di cui ricorre nel 2020 il cinquantenario della scomparsa. Inizialmente programmata a partire dal 12 marzo 2020 e sospesa per le misure di contenimento del Covid-19, la mostra è stata aperta il 16 giugno 2020 nel rispetto delle linee guida formulate dal Comitato Tecnico Scientifico per contenere la diffusione del Covid-19 consentendo, al contempo, lo svolgimento di una normale visita museale. L’ingresso prevede la prenotazione obbligatoria con il preacquisto del biglietto sul sito www.museiincomuneroma.it

Il “Ragazzo morso da un ramarro” di Caravaggio, capolavoro della collezione di Roberto Longhi (foto musei Capitolini)

In mostra sarà esposto uno dei capolavori di Caravaggio, acquistato da Roberto Longhi alla fine degli anni Venti: il Ragazzo morso da un ramarro. L’opera, che risale all’inizio del soggiorno romano di Caravaggio e databile intorno al 1596-1597, colpisce innanzitutto per la resa del brusco scatto dovuto al dolore fisico e alla sorpresa, che si esprimono nella contrazione dei muscoli facciali del ragazzo e nella contorsione della sua spalla. Ma anche per la “diligenza” con cui il pittore ha reso il brano della natura morta con la caraffa trasparente e i fiori, come sottolineò Giovanni Baglione già nel 1642. Nella sala introduttiva, dedicata alla figura di Roberto Longhi e alla Fondazione da lui istituita, è esposto un disegno a carboncino della sola figura del ragazzo, tratto dallo stesso Roberto Longhi, che vi appose la propria firma e la data 1930. Si tratta di un d’après, dal foglio a grandezza quasi naturale, che non solo dimostra l’abilità di disegnatore dello storico dell’arte, ma che soprattutto ne attesta la perfetta comprensione dell’organizzazione luminosa del dipinto che aveva davanti agli occhi. In seguito, al Caravaggio e ai cosiddetti “caravaggeschi” lo storico dell’arte dedicò un’intera vita di studi, dal primo saggio del 1913 alla monografia Caravaggio del 1952, anticipata l’anno precedente dalla Mostra del Caravaggio e dei Caravaggeschi, allestita a Milano in Palazzo Reale, che riscosse un immediato successo di pubblico, contribuendo alla successiva e immensa fortuna dell’artista.

La “Deposizione di Cristo” di Battistello Caracciolo, opera nella collezione di Bruno Longhi (foto musei Capitolini)

La mostra si apre con queste suggestive parole, scritte da Roberto Longhi nel 1951: “Dopo il Caravaggio, i caravaggeschi. Quasi tutti a Roma, anch’essi, e da Roma presto diramatisi in tutta Europa. La “cerchia” si potrà dire, meglio che la scuola; dato che il Caravaggio suggerì un atteggiamento, provocò un consenso in altri spiriti liberi, non definì una poetica di regola fissa; e insomma, come non aveva avuto maestri, non ebbe scolari”. Quattro tavolette di Lorenzo Lotto e due dipinti di Battista del Moro e Bartolomeo Passarotti aprono il percorso espositivo con l’intento di rappresentare il clima artistico del manierismo lombardo e veneto in cui si è formato Caravaggio. Oltre al Ragazzo morso da un ramarro è in mostra Il Ragazzo che monda un frutto, una copia antica da Caravaggio, che Longhi riteneva una “reliquia”, tanto da esporla all’epocale rassegna di Palazzo Reale a Milano nel 1951. A seguire sono esposti oltre quaranta dipinti degli artisti che per tutto il secolo XVII sono stati influenzati dalla sua rivoluzione figurativa. Tra questi è possibile ammirare tre tele di Carlo Saraceni; l’Allegoria della Vanità, una delle opere più significative di Angelo Caroselli; l’Angelo annunciante di Guglielmo Caccia detto Il Moncalvo; la Maria Maddalena penitente di Domenico Fetti; la splendida Incoronazione di spine di Pier Francesco Mazzucchelli, detto il Morazzone. Tra i grandi capolavori del primo caravaggismo spiccano inoltre cinque tele raffiguranti Apostoli del giovane Jusepe de Ribera e la Deposizione di Cristo di Battistello Caracciolo, tra i primi seguaci napoletani del Caravaggio. La Negazione di Pietro è poi il grande capolavoro di Valentin de Boulogne, recentemente esposto al Metropolitan Museum of Art di New York e al Museo del Louvre di Parigi, la cui ambientazione è un preciso riferimento alla famosa Vocazione di San Matteo di Caravaggio, nella chiesa romana di San Luigi dei Francesi. Con opere di rilievo sono presenti anche artisti fiamminghi e olandesi come Gerrit van Honthorst, Dirck van Baburen e soprattutto Matthias Stom. Notevoli anche le opere di due pittori di incerta identità, noti come Maestro dell’Emmaus di Pau e Maestro dell’Annuncio ai pastori, oltre a due piccoli ma significativi paesaggi di Viviano Codazzi e Filippo Napoletano. Tra gli altri grandi artisti si segnalano i genovesi Bernardo Strozzi, Giovanni Andrea De Ferrari e Gioacchino Assereto. E ancora: Andrea Vaccaro, Giovanni Antonio Molineri, Giuseppe Caletti, Carlo Ceresa, Pietro Vecchia, Francesco Cairo e Monsù Bernardo. A una stagione più avanzata sono riferibili due capolavori di Mattia Preti – l’artista che più di ogni altro contribuì a mantenere fino alla fine del Seicento la vitalità della tradizione caravaggesca – e due bellissime tele di Giacinto Brandi con le quali si conclude il percorso espositivo. La mostra è accompagnata da un catalogo realizzato da Marsilio Editori che presenta le opere del Caravaggio e dei suoi seguaci nella Collezione Longhi, corredate da una scheda e da una breve biografia degli artisti.

Torniamo ai Musei Capitolini. Nel Palazzo Nuovo, in un ordinamento museale di grande fascino rimasto sostanzialmente invariato dal Settecento, sono conservate le raccolte di sculture antiche frutto del collezionismo delle grandi famiglie nobiliari dei secoli passati: famosissime le raccolte dei busti di filosofi e di imperatori romani, la statua del Galata morente, la Venere Capitolina e l’imponente statua di Marforio che domina il cortile. Il Palazzo dei Conservatori mostra nelle sale dell’Appartamento l’originale nucleo architettonico dell’edificio, decorato da splendidi affreschi con le storie di Roma e nobilitato dalla presenza degli antichi bronzi capitolini: la Lupa, lo Spinario, il Bruto Capitolino. La grande aula vetrata realizzata al primo piano del palazzo custodisce la statua equestre in bronzo di Marco Aurelio, già sulla piazza capitolina, e gli imponenti resti del tempio di Giove Capitolino, affiancati da una sezione dedicata alla più antica storia del Campidoglio, dalle prime frequentazioni alla costruzione dell’edificio sacro, con i risultati dei recenti scavi. Le sale che si affacciano sull’aula ospitano le opere provenienti dagli Horti dell’Esquilino, quelle di raccordo con l’Appartamento dei Conservatori la Collezione Castellani, testimonianza del collezionismo ottocentesco. Al secondo piano la Pinacoteca Capitolina presenta, in un percorso ordinato cronologicamente dal tardo Medioevo al Settecento, opere di grande rilevanza, come i quadri del Caravaggio (la Buona Ventura e il San Giovanni Battista), la grande tela del Guercino (il seppellimento di Santa Petronilla) e un consistente nucleo di dipinti di Guido Reni e Pietro da Cortona. Nel Palazzo Caffarelli-Clementino sono situati il Medagliere Capitolino, con le preziose raccolte di raccolte di monete, medaglie, gemme e gioielli, e uno spazio dedicato alle mostre temporanee.

2 giugno 2020: riaprono i musei civici di Roma Capitale (musei Capitolini, museo di Roma a Palazzo Braschi, Mercati di Traiano, Ara Pacis, Centrale Montemartini, museo Barracco), i Fori imperiali e il Circo Massimo. Prorogate le mostre “bloccate” dal lockdown. Biglietti on line, misure di sicurezza e turni di ingresso contingentati

2 giugno 2020: riaprono i musei civici di Roma. Dopo i musei Capitolini, il museo di Roma a Palazzo Braschi e il Palazzo delle Esposizioni, che hanno aperto i cancelli da qualche giorno, riprendono le attività i musei dell’Ara Pacis, Mercati di Traiano, Fori Imperiali, Centrale Montemartini, museo di Roma in Trastevere, Galleria d’Arte Moderna, musei di Villa Torlonia, museo Civico di Zoologia, museo Bilotti, museo Barracco, museo Napoleonico, museo Canonica, museo della Repubblica romana, Casal de’ Pazzi, museo delle Mura. Sempre dal 2 giugno 2020 sono nuovamente visitabili le aree archeologiche dei Fori imperiali (ingresso dalla Colonna Traiana e uscita dal Foro di Cesare su Via dei Fori Imperiali), dalle 08.30 alle 19.15 (ultimo ingresso 18.15), e del Circo Massimo (a esclusione di Circo Maximo Experience) , dalle 9.30 alle 19 (ultimo ingresso 18). Si torna così a vivere di persona tutti i musei civici, spazi di cultura e bellezza, visitando le loro prestigiose collezioni permanenti e la ricca e variegata offerta di mostre molte delle quali prorogate dopo la sospensione dovuta al lockdown. La riapertura avviene nel rispetto delle linee di indirizzo per la riapertura delle attività economiche, produttive e ricreative della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome.

La Mic Card come un passpartout. Grazie alla Mic, lo strumento ideato e creato a luglio 2018 da Roma Capitale – assessorato alla Crescita culturale, chi vive, lavora e studia a Roma e nella Città Metropolitana avrà nella card lo strumento di eccellenza per entrare al costo di 5 euro per 12 mesi nei musei Civici. Innanzi tutto, chi ha già la Mic ha diritto ad una proroga di tre mesi della validità della carta. Poi, per i possessori, la prenotazione obbligatoria allo 060608 sarà gratuita per entrare nei musei Civici. La chiamata al numero gratuito attiverà un biglietto, anch’esso gratuito, da mostrare all’ingresso insieme alla Mic. Inoltre, per i possessori della card, rimane l’obbligo del preacquisto del biglietto anche per la mostra “Canova. Eterna bellezza”, accessibile con riduzione sul costo del ticket. Anche tutte le categorie beneficiarie di gratuità secondo le norme vigenti dovranno prenotare gratuitamente il turno d’ingresso allo 060608. Si consiglia l’acquisto della MIC Card online (acquisto con 1 euro di prevendita) con ritiro in biglietteria dei musei.

Come acquistare il biglietto per i musei civici. È obbligatorio il preacquisto da casa dei biglietti di ingresso ai musei e/o alle mostre ospitate tramite il sito http://www.museiincomuneroma.it (acquisto con 1 euro di prevendita). Una procedura che annullerà le code in biglietteria e ridurrà gli affollamenti nelle sale, grazie all’assegnazione di fasce orarie in cui presentarsi per entrare al museo e iniziare la visita. Una volta completato l’acquisto sarà sufficiente stampare la ricevuta e mostrarla cartacea o digitale all’ingresso del museo scelto e/o della mostra.

Come si svolge la visita nei musei civici. All’arrivo al museo, il visitatore dovrà attendere il proprio turno di ingresso e mantenere la distanza di sicurezza. Verrà sottoposto a misurazione della temperatura tramite termoscanner e in caso di un risultato uguale o superiore ai 37.5 gradi non gli verrà consentito l’accesso. Al termine di questa operazione, con il biglietto pre-acquistato potrà accedere nelle sedi museali senza passare dalla biglietteria, solo mostrando il biglietto sullo smartphone o stampato. Ai varchi di accesso e nelle sale interne saranno disponibili gel disinfettanti per igienizzare le mani. All’interno delle sale espositive sarà obbligatorio l’utilizzo delle mascherine e il mantenimento della distanza di sicurezza dalle altre persone. Per evitare assembramenti o affollamenti, è stata predisposta una nuova segnaletica nel percorso di visita. Tutte le informazioni di sicurezza si trovano su http://www.museiincomuneroma.it o chiamando lo 060608.

I musei Capitolini occupano gli spazi di due imponenti edifici di piazza del Campidoglio: il Palazzo dei Conservatori e il Palazzo Nuovo, collegati fra di loro dalla Galleria Lapidaria, un passaggio sotterraneo che consente di attraversare piazza del Campidoglio senza dover uscire dal museo. Aperto al pubblico nel 1734, il Palazzo dei Conservatori contiene una grande pinacoteca, che espone capolavori di maestri del calibro di Caravaggio, Tiziano, Rubens e Tintoretto, oltre ai numerosi busti di personaggi illustri. Uno dei capolavori del museo è la scultura originale della Lupa Capitolina. Una delle zone più importanti del palazzo è la sala rivestita di vetro, dove si espone la statua equestre di Marco Aurelio (sostituita a piazza del Campidoglio da una copia), oltre ai frammenti di alcuni colossi. Palazzo Nuovo è dedicato principalmente alle opere scultoree della collezione, quasi tutte copie romane di originali greci. Fra le migliori opere del museo vi è la Venus Capitolina, una scultura di marmo eseguita fra il 100 e il 150 d.C., Il Discobolo di Mirone e la famosa Galata morente. Nella Sala dei filosofi, si possono osservare i busti di personaggi dell’Antica Grecia, opere che precedentemente decoravano i giardini e le biblioteche della nobiltà romana. Orario: tutti i giorni, 9.30-19.30. Turni di ingresso contingentati tramite acquisto on line o 060608. È possibile l’utilizzo dell’App – disponibile sugli store IOS e Android – attraverso la quale si potrà acquistare e scaricare la videoguida dei musei Capitolini.

Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali. Costruito fra il 100 e il 110 d.C., il Mercato di Traiano è il primo centro commerciale coperto della storia. Il complesso edilizio, costruito in mattoni, era formato da sei piani, lungo i quali si distribuivano più di 150 locali commerciali. Il Mercato di Traiano attualmente accoglie il Museo dei Fori Imperiali. Visitando il museo si possono attraversare viarie zone del mercato, oltre ad un percorso espositivo con i resti dei Fori imperiali. Al museo dei Fori Imperiali prosegue fino al 6 settembre 2020 la mostra “Civis Civitas Civilitas” che illustra, attraverso plastici degli edifici sacri e pubblici, il modello di vita urbano romano, esportato militarmente anche nelle città dell’impero. Orario: tutti i giorni, 9.30-19.30. Turni di ingresso contingentati tramite acquisto on line o 060608. I possessori Mic Card e gli aventi diritto alla gratuità solo tramite 060608.

Museo dell’Ara Pacis. Gli spazi del museo progettato dallo studio dell’architetto statunitense Richard Meier, sono modulati sul contrasto luce e penombra. Particolarmente legati a questo effetto, risultano i primi due corpi di fabbrica: dopo una zona in penombra, la Galleria di accesso, si passa al padiglione centrale che ospita l’Ara Pacis, nella piena luce naturale che filtra attraverso 500 mq di cristalli; questi, pur non interrompendo visivamente la continuità con l’esterno, favoriscono il silenzio necessario per il pieno godimento del monumento. Nella quiete dell’isolamento acustico è possibile apprezzare i ritmi pacati dei motivi decorativi; assistere allo scorrere del corteggio, posto lungo i fianchi del recinto dell’Ara, composto dalle massime cariche sacerdotali di età augustea e dai membri della famiglia imperiale, guidati dallo stesso Augusto; ripercorrere le mitiche origini di Roma e le glorie augustee che hanno donato all’impero la possibilità di vivere tempi tanto felici da essere denominati seculum aureum. Al Museo dell’Ara Pacis fino al 30 agosto 2020 si può visitare la grande mostra “C’era una volta Sergio Leone”, con la quale Roma celebra, a 30 anni dalla morte e a 90 dalla sua nascita, uno dei miti assoluti del cinema italiano. Orario: tutti i giorni, 9.30-19.30. Turni di ingresso contingentati tramite acquisto on line o 060608. I possessori Mic Card e gli aventi diritto alla gratuità solo tramite 060608.

Centrale Montemartini. Secondo polo espositivo dei Musei Capitolini, è uno straordinario esempio di riconversione in sede museale di un edificio di archeologia industriale, il primo impianto pubblico di Roma per la produzione di energia elettrica. La storia del museo inizia nel 1997 con il trasferimento nella centrale elettrica di una selezione di sculture e reperti archeologici dei Musei Capitolini. Due mondi diametralmente opposti, l’archeologia e l’archeologia industriale, sono stati per la prima volta accostati tramite un allestimento coraggioso, nel quale lo spazio è organizzato in modo che gli oggetti preesistenti e ciò che si vuole mostrare rimangano integri e non si snaturino a vicenda. Alla Centrale Montemartini è stata prorogata al 1° novembre la mostra “Colori degli Etruschi. Tesori di terracotta”, la straordinaria selezione di lastre parietali figurate e decorazioni architettoniche a stampo in terracotta policroma, provenienti dal territorio di Cerveteri (l’antica città di Caere), in parte inedite. Sono esposti reperti archeologici di fondamentale importanza per la storia della pittura etrusca, recentemente rientrati in Italia grazie a un’operazione di contrasto del traffico illegale. Orario: martedì-domenica, 9-19. Turni di ingresso contingentati tramite acquisto on line o 060608. I possessori Mic Card e gli aventi diritto alla gratuità solo tramite 060608.

Il museo di Scultura Antica “Giovanni Barracco” è formato da una prestigiosa collezione di sculture antiche – arte assira, egizia, cipriota, fenicia, etrusca, greca-romana – che Giovanni Barracco, ricco gentiluomo calabrese, donò al Comune di Roma nel 1904. Il barone Barracco aveva dedicato la sua vita alla raccolta dei reperti, sia acquistandoli sul mercato antiquario sia recuperandoli dagli scavi che sul finire dell’Ottocento segnarono le trasformazioni urbanistiche di Roma Capitale. Per ospitare la collezione fu costruita un’apposita palazzina neoclassica che purtroppo andò distrutta con i lavori per l’allargamento di corso Vittorio. Solo a partire dal 1948 la collezione poté essere riordinata nella “Farnesina ai Baullari”, edificio eretto nel 1516 su progetto di Antonio da Sangallo il Giovane. L’arte egizia è rappresentata a partire dalle più antiche dinastie (3000 a.C.) fino all’epoca romana. Orario: ingresso con prenotazione obbligatoria gratuita allo 060608 e visita accompagnata. Giugno – settembre: da martedì a domenica, 13- 19. Turni di ingresso a prenotazione obbligatoria.

Al museo di Roma a Palazzo Braschi il pubblico ha l’opportunità di visitare anche la mostra “Canova. Eterna Bellezza”, che vanta un record di oltre 145 mila visitatori prima del lockdown e che è stata eccezionalmente prorogata fino al 21 giugno 2020, grazie alla grande disponibilità con cui tutti i musei, nazionali e internazionali, hanno eccezionalmente accettato di rinnovare i prestiti delle loro opere. Ancora un mese, dunque, per ammirare le 170 opere di Canova e degli artisti a lui contemporanei, giunte a Roma da alcune tra le più grandi collezioni del mondo. Incorniciate all’interno di un allestimento di grande impatto visivo e raccolte in 13 sezioni, le opere in mostra raccontano l’arte canoviana e il contesto che lo scultore trovò giungendo nell’Urbe nel 1779. La mostra – promossa dall’assessorato alla Crescita culturale di Roma Capitale, prodotta dalla sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e Arthemisia e organizzata con Zètema Progetto Cultura – è curata da Giuseppe Pavanello e realizzata in collaborazione con l’Accademia Nazionale di San Luca e con Gypsotheca e Museo Antonio Canova di Possagno. Orari: dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 19 (chiusura biglietteria ore 18) – Sabato e domenica dalle 10 alle 22 (chiusura biglietteria ore 21).

Apre al museo Archeologico nazionale di Aquileia la mostra “Volti di Palmira ad Aquileia”, terza tappa del ciclo “Archeologia ferita”, la prima dedicata in Europa alla città siriana dopo le distruzioni perpetrate dall’Isis: l’eleganza e la ricchezza degli antichi palmireni a confronto con i ritratti degli antichi aquileiesi

La distruzione del tempio di Baal Shimin a Palmira, patrimonio dell’Unesco, da parte dei miliziani dell’Isis

L’archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall’Isis il 18 agosto 2015

Il manifesto della mostra “Il Bardo ad Aquileia” nel museo di Aquileia

La mostra “Leoni e tori dall’antica Persia ad Aquileia”: ne parla Carlo Cereti

Le nuvole di fumo e polvere e gli echi delle detonazioni che avvolgono quel che resta dell’imponente tempio di Bel, dell’austero castello medievale, dell’elegante tetrapilo, del prezioso tempio di Baal-Shamin, dello slanciato arco trionfale, dell’articolata scena del teatro antico sono ancora davanti ai nostri occhi, increduli di fronte a tanta violenta follia dei miliziani dell’Isis decisi a distruggere i monumenti più famosi di Palmira. E continuiamo a commuoverci per il sacrificio supremo del custode più fedele di Palmira, l’archeologo Khaled Asaad, trucidato il 18 agosto 2015 per essersi rifiutato di lasciare la città e collaborare con i jihadisti. La “città delle palme”, la “sposa del deserto”, la “Venezia delle sabbie”, come era chiamata Palmira nelle varie epoche, rappresenta l’esempio più eclatante, e per questo più doloroso, del sistematico tentativo da parte dell’Isis di annientare l’altro (sia esso inteso come il regime di Assad, o come l’Occidente crociato, o come l’Islam meno ortodosso), attraverso la distruzione della sua cultura, del suo patrimonio, delle vestigia più lontane e profonde che ci hanno reso ciò che siamo e che pensiamo, nel tentativo di attuare una “pulizia etnica”, come la definisce Irina Bokova, direttore generale dell’Unesco, specchio delle peggiori pulizie etniche. Non meraviglia quindi che, dopo il museo del Bardo di Tunisi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/01/03/archeologia-ferita-il-museo-di-aquileia-apre-le-porte-ai-reperti-da-musei-e-siti-colpiti-dai-terroristi-prima-tappa-otto-capolavori-dal-museo-del-bardo-di-tunisi/) e del museo archeologico Iran Bastan di Teheran (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/06/22/archeologia-ferita-leoni-e-tori-dallantica-persia-ad-aquileia-in-mostra-allarcheologico-capolavori-achemenidi-e-sasanidi-da-persepoli-e-dal-museo-di-teheran-per-l/), Aquileia dedichi proprio a Palmira la terza tappa del progetto espositivo “Archeologia ferita”, per celebrare la città siriana come simbolo di resistenza dagli attacchi al patrimonio culturale mondiale.

Busto muliebre da sarcofago palmireno conservato al Terra Sancta Museum di Gerusalemme (foto Gianluca Baronchelli)

Il manifesto della mostra “Volti di Palmira ad Aquileia” al museo Archeologico nazionale di Aquileia

Apre il 2 luglio 2017 al museo Archeologico nazionale di Aquileia, dove sarà visitabile fino al 3 ottobre 2017, la mostra “Volti di Palmira ad Aquileia”, la prima dedicata in Europa alla città dopo le distruzioni recentemente perpetrate. L’esposizione, a cura di Marta Novello e Cristiano Tiussi, nata dalla collaborazione tra la fondazione Aquileia e il polo museale del Friuli Venezia Giulia – museo Archeologico nazionale di Aquileia, gode del patrocinio della commissione nazionale italiana per l’Unesco, del ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo e del ministero degli Affari esteri e Cooperazione internazionale. Grazie ai sedici prestiti originari di Palmira concessi dal Terra Sancta Museum di Gerusalemme, dai musei Vaticani, dai musei Capitolini, dal museo delle Civiltà – collezioni di Arte orientale “Giuseppe Tucci”, dal museo di Scultura antica “Giovanni Barracco”, dal civico museo Archeologico di Milano e da una collezione privata, raccoglie sedici pezzi originari di Palmira – alcuni dei quali riuniti per la prima volta dopo la loro dispersione nelle collezioni occidentali – e agli otto da Aquileia la mostra “Volti di Palmira ad Aquileia” vuole dimostrare, pur nella distanza geografica e stilistico-formale, il medesimo sostrato culturale che accomuna le due città, mediante l’utilizzo di modelli autorappresentativi e formule iconografiche affini. “Questa mostra”, interviene il presidente della fondazione Aquileia, Antonio Zanardi Landi, “al di là del suo notevole valore artistico, ha anche un chiaro fine politico: richiamare l’attenzione sui luoghi che sono il nucleo centrale della nostra civiltà, oggi teatro di conflitti e devastazioni”. L’esposizione ha costituito, inoltre, l’occasione per restaurare i reperti concessi in prestito dalla Custodia di Terra Sancta, con un intervento finanziato e coordinato dal Polo museale del Friuli Venezia Giulia che, alla conclusone della mostra, restituirà i rilievi pronti per la loro esposizione nel nuovo allestimento del Terra Sancta Museum.

Stele romana con coppia di coniugi conservata al museo Archeologico nazionale di Aquileia (foto Gianluca Baronchelli)

“Sia Palmira che Aquileia erano luoghi di tolleranza e fruttuosa convivenza tra culture e religioni diverse”, sottolineano Antonio Zanardi Landi e Cristiano Tiussi, rispettivamente presidente e direttore della Fondazione Aquileia, “oltre a esser testimoni che diciotto secoli fa il Mediterraneo costituiva un’unità integrata non solo dal punto di vista dei commerci, ma anche di quello della circolazione delle idee e dei canoni artistici e narrativi”. Per Marta Novello, direttrice del museo Archeologico nazionale di Aquileia, e Luca Caburlotto, direttore del Polo Museale del Friuli Venezia Giulia, il fine della mostra è anche quello di far emergere “quell’unità culturale che attraverso la contaminazione di modelli eterogenei, nelle pur diverse espressioni formali, costituì la peculiarità del mondo romano e sulla quale si vuole porre l’accento, attraverso il gioco di sguardi che l’allestimento contribuisce a sottolineare, per superare le ferite che ormai già troppe volte in questi ultimi anni sono state inflitte al patrimonio culturale universale”. Palmira era città carovaniera che “sviluppò l’arte del commercio, vendendo ai romani quei beni di lusso che comprava dai persiani e che provenivano dalle lontane India e Arabia”, come scrive nella prefazione del catalogo Debora Serracchiani, presidente della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia. “Incenso, mirra, pepe, avorio, perle e stoffe che venivano scambiati per grano, vino, olio e garum. Gli scambi con il mondo diedero un carattere particolarissimo, aperto e cosmopolita a quest’oasi aramaica, proprio come secoli dopo plasmarono il carattere di Venezia”. Anche Aquileia era città di commerci e di confine, porta verso Oriente dell’Impero Romano, e anche “Porta da Oriente”, visto che proprio via Aquileia raggiunsero Roma contaminazioni orientali che ebbero influssi profondi sull’Impero Romano in termini di idee, canoni artistici e sensibilità. Se il grande, e temuto, vicino di Palmira era la Persia, il grande vicino di Aquileia erano i popoli barbarici.

Rilievo funerario palmireno conservato al museo Barracco di Roma

La mostra vuole far conoscere al mondo contemporaneo gli antichi palmireni, indicandone mansioni e ruoli. Il carattere di Palmira, vivace crocevia di idee, aspirazioni, usi e costumi, di correnti formali e stilistiche locali, orientali, ma anche greche e romane, ha dato infatti forma all’immagine che i suoi abitanti hanno voluto fare e lasciare di sé, consegnandola all’eternità attraverso i loro monumenti funerari. Fra i materiali maggiormente significativi dell’arte palmirena, i rilievi funerari rivestono un ruolo di grande importanza nell’affermazione della fama mondiale della città. Grazie alla diffusione di questi originali reperti, gli antichi cittadini di Palmira, “con i loro volti, i loro abiti e i loro gioielli”, per usare le parole del famoso archeologo francese Paul Veyne, sono diventati ora “cittadini del mondo”. Un esempio di questa forte individualità è la raffinata testa proveniente dai musei Vaticani, in cui la mansione di sacerdote è riconoscibile dal copricapo tronco-conico (modius) considerato proprio dei sacerdoti di Bel, o la testa che arriva dalla Custodia di Terra Santa ornata da una corona di foglie e bacche di alloro fissata da un medaglione. “Anche commercianti o funzionari della pubblica amministrazione”, ricordano i curatori della mostra, “sono presenti nelle sale del museo Archeologico nazionale di Aquileia, appositamente riallestite, riconoscibili da un foglietto di papiro nella mano sinistra, come il rilievo del Salamallat da Gerusalemme o quello di Makkai da collezione privata. Senza parlare del celebre universo femminile di Palmira – di cui l’illuminata regina Zenobia, colei che osò sfidare l’autorità di Roma marciando sulla capitale dell’Impero, non è che l’epigona – benissimo rappresentato nella mostra da cinque dame elegantemente vestite e acconciate”. Come Charles Baudelaire, che magnificò nel suo poema I fiori del Male i gioielli di Palmira, il visitatore della mostra – assicurano alla fondazione Aquileia – non potrà che rimanere incantato davanti all’originalità e alla ricchezza degli ornamenti delle donne palmirene, abituate a sfoggiare più bracciali simultaneamente, fibulae e diademi, e anelli su tutte le parti delle dita, come nel magnifico rilievo dal museo Barracco, dove il monile è indossato sulla falangina del mignolo sinistro. Altrettanto curioso è il pendente dello stesso rilievo, un gioiello a forma di campana agganciato a un bracciale a torciglione, un amuleto diffuso in tutta la Siria romana.

Il ritratto di Batmalkû e Hairan sul rilievo funerario palmireno conservato al museo Tucci di Roma

“Che Palmira fosse un ricco crocevia di culture”, continuano Novello e Tiussi, “è immediatamente riscontrabile dall’abbigliamento dei suoi cittadini rappresentati in mostra nella splendida lastra del museo Tucci, dove la figura femminile è vestita alla greca con il chiton (tunica) e l’himation (mantello), e i capelli acconciati da un turbante con un velo trattenuto da un prezioso diadema di cui si percepisce ancora chiaramente l’originaria splendida policromia, mentre il fanciullo ritratto poco più in alto è abbigliato alla moda partica, con una tunica al ginocchio con galloni dipinti, orlo svasato alle estremità e pantaloni a sbuffo. Pur a fronte dei caratteri spiccatamente orientali e della rigida frontalità che li contraddistinguono, i rilievi palmireni condividono forme e modalità di auto-rappresentazione comuni a tutto l’Impero romano. L’occhio più attento potrà così notare la diversità di stili, e le abitudini simili, così come la comune scarsa caratterizzazione fisionomica dei volti: gli aquileiesi appaiono modesti, quasi schivi a confronto degli abitanti di Palmira, che trasmettono invece un senso di sicurezza e di compiacenza dovuto anche alla compattezza e impenetrabilità tipica dell’arte provinciale e in particolare orientale. Si potrà ammirare l’inconfondibile stile scultoreo caratteristico delle botteghe palmirene, che quasi ritaglia nella materia in modo minuzioso i dettagli decorativi, in modo grafico, poco profondo e molto efficace”.

L’Iran e le statue coperte ai musei Capitolini. Franceschini: “Un tragico errore”. Il parere di archeologi orientalisti. Il rapporto degli iraniani con l’arte, tra limitazioni e censure. Il rispetto dell’arte antica

La Venere Capitolina (nel riquadro) inscatolata ai Musei Capitolini di Roma per la visita del presidente Rohani

La Venere Capitolina (nel riquadro) inscatolata ai Musei Capitolini di Roma per la visita del presidente Rohani

Coprire o non coprire i capolavori dei musei Capitolini di Roma agli occhi del presidente della repubblica Islamica dell’Iran Hassan Rohani in visita ufficiale in Italia? “Qualsiasi persona di buonsenso capisce che è stato un errore tragico”, sentenzia il ministro per i Beni Culturali, Dario Franceschini, che ricorda l’importanza di essere ospitali ma anche che sarebbe bastato “scegliere un’altra sala, un altro museo o percorso. È stato uno sbaglio”. Al di là delle valutazioni e delle speculazioni politiche, come è stato “letto” il fatto da archeologi e addetti ai lavori che hanno lavorato nel Vicino Oriente e conoscono la realtà, la cultura e la mentalità del popolo iraniano?

L'archeologo Paolo Matthiae

L’archeologo Paolo Matthiae

“Una scelta infelice quella di coprire con sarcofaghi bianchi dei capolavori del mondo antico”: ne è convinto l’archeologo Paolo Matthiae, noto per aver scoperto la città di Ebla in Siria, che dice di non comprendere come mai Rohani non sia stato accolto in un luogo che permettesse “il dovuto rispetto per un ospite straniero” e non compromettesse “il nostro modo di considerare le opere artistiche in piena libertà. I musei Capitolini non sono una sede della presidenza del Consiglio o del ministero degli Esteri. Alternative ce n’erano: penso al Palazzo Senatorio al Campidoglio o a Villa Madama”. E l’archeologo Giuseppe Proietti, che è stato a lungo segretario generale del Mibact, per il quale ha avuto tra i tantissimi incarichi la responsabilità del Progetto italo-iraniano per il restauro della Fortezza di Bam in Iran: “Gli iraniani sono di cultura aniconica, per loro è proibito raffigurare immagini, anche la loro cultura figurativa è senza immagini, perché per loro è peccato riprodurre l’immagine dell’uomo e di Dio. Infatti non è tanto una questione di senso del pudore, quanto un precetto religioso, perché l’arte islamica è per dettame religioso un’arte aniconica, senza immagini umane. Però tante volte a Roma abbiamo avuto in visita alti esponenti dei governi di Teheran e mai ci si è preoccupati di coprire le nostre statue. Ricordo ad esempio la visita del ministro degli esteri del primo governo cosiddetto riformatore, quello di Khatami. Venne al museo di Arte orientale dove si inaugurava una mostra di opere provenienti dall’Iran, ma dentro quel museo c’erano anche tante altre opere figurative, indiane, che non furono coperte”.

La statua colossale di Ercole nudo scolpita sulla roccia nel sito archeologico di Bisotun (Iran occidentale)

La statua colossale di Ercole nudo scolpita sulla roccia nel sito archeologico di Bisotun (Iran occidentale)

Il "Giudizio universale" nella cattedrale armena di Vank a Esfahan (Iran)

Il “Giudizio universale” nella cattedrale armena di Vank a Esfahan (Iran)

Un dipinto nel Palazzo di Borujerdi a Kashan (Iran)

Un dipinto nel Palazzo di Borujerdi a Kashan (Iran)

E gli iraniani che vivono in Italia? come è il loro rapporto con l’arte? “Noi abbiamo certamente molte limitazioni e la censura”, ammettono, “ma non si ricorda di aver mai sentito di statue o opere d’arte coperte in modo plateale. Crediamo se mai, che le più scandalose siano state rimosse, ma altre sono visibili. Direi che da noi in Iran c’è pragmatismo, censura religiosa ma non fobia del nudo nell’arte antica”. D’altra parte basta fare un viaggio in Iran per scoprire come il Paese conservi ancora tutte le testimonianze culturali dell’antica Persia. I siti archeologici, non solo quelli famosissimi di Persepoli e Pasargade, sono ben conservati. “Nel museo archeologico di Teheran ci sono immagini di nudo femminile esposte. Talora vengono coperte le parti più intime, mentre molte altre rimangono negli scantinati: certo non ci sarà mai una sala affollata di nudi”. L’Iran ha anche una letteratura in cui si annoverano grandi cantori dell’amore come Rumi, Hafez, Kayyam. “Rime a tratti erotiche ancora vive nell’immaginario collettivo”, spiega Antonello Sacchetti, scrittore, esperto di società persiana. Le quartine di Kayyam ad esempio sono dedicate soprattutto all’esaltazione del vino: “Bevi vino, ché vita eterna è questa vita mortale – recitano alcuni versi – E questo è tutto quello ch’hai della tua giovinezza; Ed or che c’è vino, e fiori ci sono, e amici lieti d’ebbrezza”. Versi che contrastano con la realtà: bere alcolici in Iran è vietato. Alcune minoranze, come i cristiani, possono però usarlo nelle cerimonie. La censura è invece molto forte nei libri, in tv e al cinema. “Ad esempio studiare arte in Iran è complesso”, spiega Tannaz Lahiji, artista iraniana e docente di Disegno a Firenze, “basti pensare alla difficoltà di imparare l’anatomia senza nudi, o a confezionare abiti senza modelle. Però nei confronti della storia antica, di cui l’iraniano è molto orgoglioso, non si percepisce un tabù. Esempi significativi sono la statua di Ercole a Bisotun scolpita in tutta la sua virile nudità; gli affreschi della cattedrale armena di Vank a Isfahan, con il turbinio di corpi nudi nelle pene dell’inferno del Giudizio Universale, o i dipinti di Borujerdi House, a Kashan, dove fa capolino qualche donnina discinta. E l’elenco potrebbe continuare”.

L'imprenditore Alessandro Goppion

L’imprenditore Alessandro Goppion

Amara la conclusione di Alessandro Goppion, ceo dell’omonima azienda molto conosciuta nel settore della progettazione di impianti d’esposizione museale: “La decisione di coprire con dei pannelli bianchi le statue in occasione della visita del presidente dell’Iran Rohani in Campidoglio non è un segno di rispetto nei confronti della cultura iraniana, ma un intervento che, negando le espressioni artistiche della civiltà occidentale, finisce involontariamente per legittimare gli attacchi di chi queste opere le vuole distruggere, come l’Isis. Attraverso il meccanismo della censura non si fa che accettare l’idea di offendere una cultura quando potevano essere trovati altri modi per non infastidire la sensibilità del presidente iraniano. Così ad essere censurata è solo la nostra storia”.

Mostra kolossal a Firenze. “Potere e pathos. Bronzi del mondo ellenistico”: capolavori per la prima volta insieme. Poi andranno a Los Angeles e Washington

Statua equestre in bronzo di Alessandro Magno dal museo Archeologico di Napoli

Statua equestre in bronzo di Alessandro Magno dal museo Archeologico di Napoli

La mostra "Potere e pathos" a Palazzo Strozzi di Firenze dal 14 marzo al 21 giugno

La mostra “Potere e pathos” a Palazzo Strozzi di Firenze dal 14 marzo al 21 giugno

Una mostra unica e irripetibile: si potranno vedere affiancati l’Apoxyomenos di Vienna in bronzo e la versione in marmo degli Uffizi utilizzata per il suo restauro; due Erme di Dioniso, una proveniente da Tunisi (firmata dallo scultore del II secolo a.C. Boeto di Calcedonia), l’altra dal J. Paul Getty Museum di Malibu; i due Apollo-Kouroi, arcaistici conservati al Louvre e a Pompei.  Ma anche la Minerva di Arezzo o la testa in bronzo di cavallo Medici-Ricciardi, o il Satiro danzante di Mazara del Vallo. Sono più di cinquanta i capolavori in bronzo, che dal 14 marzo al 21 giugno saranno esposti a Palazzo Strozzi di Firenze alla mostra-colossal “Potere e pathos. Bronzi del mondo ellenistico”, che racconta gli straordinari sviluppi artistici dell’età ellenistica (IV-I secolo a.C.), periodo in cui, in tutto il bacino del Mediterraneo e oltre, si affermarono nuove forme espressive che, insieme a un grande sviluppo delle tecniche, rappresentano la prima forma di globalizzazione di linguaggi artistici del mondo allora conosciuto. L’utilizzo del bronzo, grazie alle sue qualità specifiche, permise di raggiungere livelli inediti di dinamismo nelle statue a figura intera e di naturalismo nei ritratti, in cui l’espressione psicologica divenne un marchio stilistico. Così, in un clima di cosmopolitismo, l’arte si internazionalizzava. Questa di Palazzo Strozzi a Firenze sarà la prima sede della grande mostra concepita e realizzata in collaborazione con il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, la National Gallery of Art di Washington e la soprintendenza per i Beni archeologici della Toscana. Dopo la tappa fiorentina l’esposizione si sposterà al J. Paul Getty Museum di Los Angeles dal 28 luglio al 1° novembre 2015 per poi concludersi alla National Gallery of Art di Washington, dal 6 dicembre 2015 al 13 marzo 2016.

Il Satiro danzante di Mazara del Vallo

Il Satiro danzante di Mazara del Vallo

Curata da Jens Daehner e Kenneth Lapatin, del J. Paul Getty Museum di Los Angeles, la mostra offrirà una panoramica del mondo ellenistico attraverso il contesto storico, geografico e politico. Lo sterminato impero ellenistico fondato da Alessandro Magno si estendeva dalla Grecia e dai confini dell’Etiopia all’Indo e comprendeva la Mesopotamia, la Persia, l’Egitto: la straordinaria produzione artistica, letteraria e filosofica ebbe così un vastissimo bacino di circolazione. Statue monumentali di divinità, atleti ed eroi saranno affiancate a ritratti di personaggi storici e a sculture di marmo e di pietra, in un percorso che condurrà il visitatore alla scoperta delle affascinanti storie dei ritrovamenti di questi capolavori, la maggior parte dei quali avvenuti in mare (Mediterraneo, Mar Nero), oppure attraverso scavi archeologici, che pongono i reperti in relazione ad antichi contesti. Dai Santuari, dove venivano utilizzati come «voti», agli Spazi pubblici, dove commemoravano persone ed eventi, alle Case, dove fungevano da elementi decorativi e ai Cimiteri, dove rappresentavano simboli funerari.

La Minerva di Arezzo dal museo Archeologico di Firenze

La Minerva di Arezzo dal museo Archeologico di Firenze

“Queste importanti collaborazioni confermano la reputazione di eccellenza a livello internazionale di Palazzo Strozzi”, sottolinea orgoglioso il soprintendente ai Beni archeologici della Toscana, Andrea Pessina. La rassegna vedrà infatti riuniti, per la prima volta a Firenze, alcuni tra i maggiori capolavori del mondo antico, provenienti dai più importanti musei archeologici italiani e internazionali come il museo Archeologico nazionale di Firenze, il museo nacional del Prado di Madrid, il museo Archeologico nazionale di Napoli, il British Museum di Londra, il Metropolitan Museum of Art di New York, la Galleria degli Uffizi di Firenze, il museo Archeologico nazionale di Atene, il museo Archeologico di Herakleion (Creta), il Kunsthistorisches Museum di Vienna, il museo Archeologico di Salonicco, il Musée du Louvre di Parigi, i Musei Vaticani, i Musei Capitolini di Roma.