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#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: con l’ottavo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, illustra la “Tomba di Ignoti”, scoperta intatta da Virginio Rosa nel 1911 a Gebelein

Le “Passeggiate del direttore” sono arrivate all’ottavo appuntamento, portandoci a vivere nelle nostre case, nel rispetto di #iorestoacasa, un viaggio nell’Antico Egitto. Questa volta Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino, ci porta a conoscere “La Tomba di Ignoti”, databile alla V dinastia, scoperta intatta da Virginio Rosa nel 1911 a Gebelein, costituita da un corridoio con tre camere, contenenti sarcofagi, mummie e i rispettivi corredi. Poiché non sono state trovate indicazioni sui nomi delle persone sepolte, è nota come Tomba degli Ignoti, oggi al museo Egizio, e mostra il rapporto tra l’arte egizia e l’architettura naturale.

L’allestimento al museo Egizio della Tomba di Ignoti, scoperta a Gebelein da Virginio Rosa nel 1911 (foto Graziano Tavan)

La pianta della Tomba di Ignoti disegnata da Virginio Rosa (foto Graziano Tavan)

“Siamo nel 1911”, racconta Greco. “Il direttore Ernesto Schiaparelli si trova a Torino e un suo giovane collaboratore, Virginio Rosa, è in quel momento in Egitto”. Rosa il 29 gennaio 1911 scrive da Gebelein al direttore Schiaparelli: “In quanto agli scavi ho l’onore e il piacere di annunziarle che si è trovata una tomba intatta. A mezza montagna si è entrati in un antro tagliato nella roccia con tre camere”. È la Tomba degli Ignoti di cui Rosa fa anche un disegno, seguendo le indicazioni pressanti di Schiaparelli che chiede di documentare tutto con precisione. “I disegni del Rosa – continua Greco – sono stati per noi fondamentali per l’allestimento della tomba, in cui i vari sarcofagi sono stati messi in relazione uno con l’altro e ci fanno capire il contesto archeologico del ritrovamento. Oltre ai sarcofagi a parallelepipedo con coperchio bombato, è interessante la presenza di un sarcofago in pietra che sembra quasi l’evidenza di una pagina dello storico greco Erodoto che, nel V sec. d.C., nel secondo libro delle Storie, quello dedicato all’Egitto, scrive che gli Egizi seppero tradurre in pietra l’architettura organizza che essi osservavano. Questo sarcofago ingloba nella forma della pietra quella di due tronchi d’albero: è l’esemplificazione della pagina di Erodoto”.

La mummia della Tomba di Ignoti al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Particolarmente interessante è la mummia esposta. “In questa tomba – spiega il direttore – possiamo notare l’evoluzione del processo di mummificazione. Qui c’è una mummificazione artificiale. Con una particolarità: le parti del corpo sono state avvolte in bende separatamente. Ma qui manca un lenzuolo finale che avvolga tutta la mummia. Sulle bende con l’inchiostro sono stati indicati i capezzoli, la barba, la bocca, gli occhi, le sopracciglia, i capelli. E la forma del naso e le cavità oculari sono rese quasi fossero tridimensionali, quasi avessero una valenza plastica. Ecco di nuovo la voglia che il corpo venga preservato, che esso sia intatto, e che esso abbia una valenza plastica, quasi come una maschera che ci faccia vedere come il corpo adesso sia davvero pronto per affrontare la sua nuova nascita e la vita nell’aldilà”.

#iorestoacasa. “Passeggiate del Direttore”: con il settimo appuntamento su “Rituali e sepolture nel Predinastico” il direttore Greco inizia il viaggio nell’Antico Egitto: dalla mummia di Gebelein al sarcofago di Duaenra alle mastabe

“Rituali e sepolture nel Predinastico” sono il tema del settimo appuntamento con le “Passeggiate del Direttore” con cui il direttore del museo Egizio di Torino, Christian Greco, inizia il viaggio nell’Antico Egitto, dai primi esempi di mummificazione alle grandi sepolture dell’Antico Regno. “Uno dei fenomeni che più ci affascinano dell’Antico Egitto”, esordisce Greco, “è quello della preservazione del corpo. Preservare il defunto, si legge nel capitolo 151 del libro dei Morti, fare in modo che il corpo sia “intatto” di modo che la morte non costituisca un punto finale ma un punto di partenza. La morte infatti viene definita nuova nascita”. La prima mummia che si incontra nel rinnovato percorso del museo Egizio di Torino è la mummia di Gebelein, del periodo Predinastico: si tratta della mummia di un uomo vissuto circa 5600 anni fa che ben introduce il tema della mummificazione. “Il corpo è posto in posizione fetale”, spiega Greco. “Il defunto quindi nella sua nuova dimora, in questa cavità sotto la sabbia, riprende la stessa posizione che aveva nel grembo della madre. La morte quindi in toto viene messa in relazione con la nuova nascita. Questo è un esempio di mummificazione naturale: il corpo è stato avvolto in stuoie, posizionato in una buca sotto la sabbia che, ricca di natrum (un sale naturale), ha portato alla disidratazione del corpo”. Il defunto era accompagnato da alcuni oggetti, il suo corredo, che lui avrebbe potuto utilizzare nell’Aldilà. Ma alcuni, come gli intrecci di vimini accanto alla testa, non possono essere coevi alla sepoltura perché la modalità di intreccio è di epoca romana. Come si può spiegare questo fatto? “Probabilmente perché questa mummia non è stata scavata da Schiaparelli, ma è stata comprata al mercato antiquario e qualcuno ha aggiunto degli oggetti per alzarne il valore”. Dalla mummificazione naturale si arriverà a quella artificiale. “Gli egizi, osservando il corpo che veniva disidratato in modo naturale, hanno sviluppato delle procedure che permettevano la disidratazione artificiale del corpo, e la sua conservazione. Poi il corpo fu messo a dimora in un contenitore che ne potesse garantire la preservazione nel lungo periodo. Ecco quindi che da questa prima fase iniziale arriviamo alle grandi sepolture che riusciamo già a vedere nell’Antico Regno”.

Il direttore Christian Greco mostra il sarcofago di Duaenra, figlio di Chefren (foto museo Egizio)

I sarcofagi. Il raggiungimento della mummificazione artificiale comporta una serie di conseguenze. Tutto l’apparato teologico, religioso, mitologico viene arricchito. “Per preservare il corpo del defunto non servono solo queste operazioni che vengono applicate sul corpo stesso, ma servono anche delle divinità che si possono fare garanti di tutto ciò”. Innanzitutto Osiride, che è il sovrano dell’Oltretomba, il primo re dell’Egitto, che una volta ucciso dal fratello Seth è risuscitato, diviene colui che si fa garante dell’ordine costituito nell’Oltretomba. Ma poi ci sarà anche Anubi “colui che apre le porte dell’Aldlà”, che è la divinità sciacallo che riesce ad accompagnare il defunto nell’Aldilà. “Teniamo presente però che il corpo deve sì essere preservato, ma si deve garantirne anche la preservazione per un lungo periodo. Ecco quindi che c’è bisogno di contenitori – i sarcofagi – che possano preservare i resti umani”. Un bellissimo esempio di sarcofago monumentale dell’Antico Regno conservato all’Egizio di Torino è il sarcofago di Duaenra, figlio del faraone Chefren (IV dinastia), in granito rosa di Assuan, massiccio. “In questo periodo si sviluppano anche molti sarcofagi in legno a parallelepipedo con un coperchio bombato e sul lato la cosiddetta rappresentazione di facciata di palazzo. Il sarcofago quindi ricorda una dimora perché è esso stesso la nuova dimora del defunto, la “casa per l’eternità”. Questa, che è la prima forma di sarcofago dell’Antico Egitto, è anche la rappresentazione del geroglifico per “sepoltura”. Questa tipologia tornerà nell’VIII sec. a.C. I sarcofagi antropomorfi vengono introdotti in Egitto molto più tardi, con la XVII dinastia”.

Lo schema grafico di una mastaba dell’Antico Egitto

Le mastabe. Con i sarcofagi si sviluppano anche le tombe che dovevano ospitare non solo i faraoni ma anche l’élite. In queste tombe dovevano esserci un collegamento tra la società dei viventi e i defunti. Sono le mastabe, così chiamate per la prima volta dall’archeologo inglese Walter Bryan Emery che prese a prestito il termine dal termine arabo mastaba, che significa panchina, quella di mattoni di fango che si trovava al di fuori delle case rurali in Egitto dove le persone si sedevano soprattutto la sera. “Le tombe a mastaba hanno un aspetto dicotomico”, spiega Greco. “C’è una parte sopraelevata che può essere visitata dai viventi e che funziona nella società dei viventi, e una parte ipogea che può essere raggiunta da un pozzo che porta a delle camere sepolcrali dove viene posizionato il sarcofago con la mummia del defunto. Elemento fondamentale all’interno della tomba è una stele, la cosiddetta falsa porta. Ha tutte le fattezze di una porta, ma in realtà è una porta in pietra che non permette un passaggio fisico. Permette invece il passaggio dei cosiddetti “ba”, delle anime del defunto, che vengono rappresentati come un uccello con testa antropomorfa: questi possono viaggiare da una parte all’altra della falsa porta, possono depositarsi sul tavolo d’offerta, possono mangiare le offerte e ritornare nel regno dei morti. Ecco quindi la cerniera che permette ai morti e ai viventi di entrare in contatto”.