Dai calchi di Pompei agli studi della NASA: al museo Archeologico nazionale Napoli la mostra “Orogenesi/Orogenesis”, il movimento del corpo nella personale di Juliana Cerqueira Leite
Dai calchi di Pompei agli studi della NASA: il movimento del corpo nella personale di Juliana Cerqueira Leite: apre al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Orogenesi/Orogenesis” di Juliana Cerqueira Leite, giovane artista brasiliana che, per la prima volta, espone i propri lavori in un museo europeo. Culmine di una ricerca durata due anni, il percorso è composto da sculture e fotografie: Cerqueira Leite, nel suo complesso iter creativo, re-immagina il corpo umano attraverso atti di trasformazione, creando una sottile coreografia che enfatizza, tramite movimenti e gesti, la forza del corpo stesso e la reazione dei materiali su cui esso agisce. La mostra (17 luglio – 22 settembre 2019), a cura di Nadim Samman e Michele Iodice, conferma le interazioni fra arte performativa, storia e scienza, includendo, nell’allestimento, una raccolta di fotografie tratte dagli archivi del Parco Archeologico di Pompei, della NASA e della Martha Graham Dance Company: le immagini sono utili a delineare il percorso creativo seguito da Juliana Cerqueira Leite. La produzione delle opere in mostra è stata resa possibile dal Pollock-Krasner Foundation Grant. L’esposizione è stata realizzata in collaborazione con ALMA ZEVI (Venezia, Italia) e con il Juliana Cerqueira Leite Exhibition Circle. Il catalogo è stato pubblicato con il contributo di TJ Boulting (Londra, Regno Unito). Il volume, edito da Trolley Books, contiene saggi di Mario Codognato, Dehlia Hannah e Nadim Samman.
Punto di partenza di “Orogenesi” sono i calchi ritrovati a Pompei nel XIX secolo: i calchi rappresentano la contrazione dei corpi esposti alla violenza dell’eruzione e bloccati in quella che è assimilabile, dal punto di vista scientifico, alla “posizione da pugile”. Cerqueira Leite ritrova, nella posizione delle vittime della tragedia di Pompei, due simmetrie con la cultura contemporanea: innanzitutto, l’artista si ricollega alla “contrazione”, un passo della tecnica di danza moderna ideata da Martha Graham; ancora, le sculture ed il lavoro fotografico di “Orogenesi” connettono questi riferimenti figurativi alla posizione standard del corpo in assenza di gravità descritta dalla NASA; la posa di un individuo in condizioni antigravitazionali, infatti, appare identica sia a quella dei calchi di Pompei, sia alla “contrazione” della danza moderna.
I lavori inclusi in mostra analizzano il rapporto con il passato (percepito al contempo come antico e recente), intrecciando dimensioni temporali diverse tramite l’analisi della posizione contratta del corpo. Così, le opere suggeriscono le differenti linee creative che hanno guidato l’artista: Leite ha collaborato con Steven Dubowsky, professore del MIT, per sviluppare, ad esempio, una scultura cinetica che punta costantemente nella direzione lungo la quale la terra sta viaggiando, evidenziando, così, il nostro moto involontario e costante nello spazio. Ancora, l’opera Species-Specific nasce da un interessante esperimento artistico: la ballerina Meredith Glisson ha inscenato una serie di fight or flight responses, reazioni acute da stress, mentre veniva ripresa in uno studio di motion capture, generando una serie di dati poi utilizzati per una scultura in stampa 3D; per progettare la sua scultura Anthropometry, invece, Leite ha fatto riferimento agli studi antropometrici della NASA, dimostrando ciò che un astronauta riesce ad afferrare, allungando il braccio e rimanendo saldamente legato alla sedia dello Space Shuttle.
Katriona Munthe, nipote e custode della memoria di Axel Munthe, una delle personalità svedesi più rilevanti del Novecento, ha voluto aprire i suoi archivi di famiglia selezionando 140 fotografie degli inizi del XX secolo, immagini che testimoniano la passione del nonno per il mondo classico: una vera e propria avventura esistenziale che, partendo da Napoli e dal cuore del Mediterraneo, testimonia la ricerca del senso della Bellezza. Il mondo privato di Axel Munthe si scopre al Mann: il celebre medico svedese è raccontato con testimonianze inedite nella mostra “Honesta Voluptas – Il Giardino di Axel Munthe, riportato alla luce da Jordi Mestre”, in programma dal 19 gennaio al 19 marzo 2023 nelle sale della cosiddetta Farnesina del museo Archeologico nazionale di Napoli. L’esposizione, curata dalla nipote Katriona Munthe e da Michele Iodice, ripercorre la biografia di Munthe, appassionato di archeologia e natura e legato a doppio filo alla nostra regione, dove elesse la sua residenza a Capri, in Villa San Michele. Il restauro delle immagini è opera del maestro catalano Jordi Mestre, uno dei massimi esperti nel recupero della fotografia d’archivio. Nell’allestimento, figurano anche piante da giardino e due sagome di Munthe e Amedeo Maiuri. “Abbiamo accolto con entusiasmo il progetto di Katriona Munthe e Michele Iodice e, quindi, con piacere ospitiamo le memorie del celebre medico svedese che tanto amò l’archeologia, la città di Napoli e la cultura mediterranea”, commenta il direttore del museo, Paolo Giulierini. “Nell’occasione voglio ricordare che già da qualche anno con il sito di Villa San Michele ad Anacapri, ricco di antiche vestigia e importanti rimandi alle collezioni del Mann, è attiva una convenzione per la realizzazione di attività culturali e di promozione”. E i curatori: “Munthe inseguiva il mito e la magia della Vis medicatrix naturae, adorava gli animali, ed era consapevole dell’effetto straordinario dello spirito del luogo e l’energia rigenerativa dell’ambiente. Per cui la sua scelta di creare la sua dimora sull’isola di Capri, e la costruzione della stessa casa, con gli scavi che portavano alla luce le sculture, i marmi, i bronzi dell’Impero romano, era una scelta che gli consentiva di abbracciare il fascino e la grazia del mondo antico attraverso l’armonia della bellezza”.






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