Capo di Ponte (Bs). Al MUPRE – museo nazionale della Preistoria della Valle Camonica la mostra “4000 anni a Dos dell’Arca”: esposti per la prima volta i reperti che, insieme alle incisioni rupestri, raccontano le vicende di Dos dell’Arca dal Neolitico fino alla romanizzazione. Il punto sulle indagini archeologiche in corso
A Capo di Ponte (Bs) sul versante orientale della Valle Camonica c’è una collinetta denominata “Dos dell’Arca” dove, nel 1957, l’alpinista e studioso Gualtiero Laeng per primo segnalò la presenza di strutture e reperti preistorici. Le indagini condotte dall’università di Pavia (Progetto Quattro Dossi, 2016-2023) hanno offerto nuovi spunti di riflessione sulla frequentazione di questo dosso e degli altri tre con cui era in relazione. Fino al 22 giugno 2025, al MUPRE – museo nazionale della Preistoria della Valle Camonica di Capo di Ponte (Bs), la mostra “4000 anni a Dos dell’Arca”, a cura di Paolo Rondini, Alberto Marretta, Maria Giuseppina Ruggiero, espone per la prima volta i reperti che, insieme alle incisioni rupestri, raccontano le vicende di Dos dell’Arca dal Neolitico fino alla romanizzazione, lungo 4000 anni di storia, e fa il punto sulle indagini archeologiche in corso a Dos dell’Arca che – insieme agli altri tre dossi vicini (Piè, Fondo Squaratti e Quarto Dosso) – presenta rilevanti tracce di frequentazione umana dal Neolitico all’età del Ferro ed è tra i contesti più interessanti per la ricerca archeologica e per l’arte rupestre del territorio camuno. L’esposizione, frutto della collaborazione tra la direzione regionale Musei nazionali Lombardia, la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Bergamo e Brescia e l’università di Pavia, è un viaggio alla scoperta di relazioni e contatti dentro e fuori la Valle Camonica e ruota attorno al binomio archeologia e arte rupestre. E non poteva essere diversamente in un territorio famoso in tutto il mondo per le sue incisioni, divenute patrimonio mondiale dell’UNESCO nel 1979.

Scavi archeologici nel sito di Dos dell’Arca a Capo di Ponte (Bs) dell’università di Pavia (foto unipv)
Segnalato per la prima volta nel 1957 da Gualtiero Laeng, naturalista che ha legato il suo nome alla scoperta dell’arte rupestre camuna nel 1909, Dos dell’Arca fu oggetto di ulteriori indagini archeologiche nel 1962, con la campagna di scavi guidata da Emmanuel Anati. I reperti emersi nel corso degli scavi, datati tra l’età del Bronzo e l’età del Ferro (II-I millennio a.C.), fanno parte dal 2014 dell’esposizione permanente del MUPRE. Tra il 2016 e il 2023, a distanza di oltre 60 anni, sono state condotte nuove ricerche in concessione ministeriale dirette dall’università di Pavia con il “Progetto Quattro Dossi”, che gettano nuova luce sulla vita di questo dosso e degli altri tre con cui era in relazione: Pié, Fondo Squaratti e il Quarto Dosso.

La mostra “4000 anni a Dos dell’Arca” al MUPRE – museo nazionale della Preistoria della Valle Camonica di Capo di Ponte (Bs) (foto drm-lombardia)
Il percorso espositivo si articola in tre vetrine, ognuna delle quali dedicata ad una delle tre epoche principali di frequentazione dell’area.

Mostra “4000 anni a Dos dell’Arca”: piccola ascia in pietra verde levigata (Neolitico medio-recente) (foto drm-lombardia)

Mostra “4000 anni a Dos dell’Arca”: frammento della roccia 21 che presenta un’area (macula) con tracce di incisione (foto drm-lombardia)
Vetrina 1: reperti del Neolitico tardo-età del Rame (4300-3500 a.C.). La vetrina espone, insieme a raschiatoi e lame in selce, una piccola ascia in pietra verde levigata. Questo reperto è di speciale interesse perché, essendo un prodotto importato, è la prova di contatti e scambi con altre genti. Il frammento della roccia 21, invece, presenta un’area (macula) con tracce di incisione: testimonianza che in quest’epoca le popolazioni che frequentavano l’area si dedicavano anche alla pratica dell’incisione sulle superfici rocciose.

Mostra “4000 anni al Dos dell’Arca”: la vetrina dedicata all’Età del Bronzo (foto drm-lombardia)

Mostra “4000 anni a Dos dell’Arca”: ceramica ad impasto dell’Età del Bronzo medio-recente) (foto drm-lombardia)
Vetrina 2: reperti dell’età del Bronzo Medio e Recente (1650-1250 a.C.). In questo periodo l’attività principale è la metallurgia: ne sono testimonianza ritrovamenti quali le scorie di fusione e gli strumenti da metallurgo (forme di fusione per ascia e pendaglio circolare) qui esposti. Tra i manufatti ceramici, che talora portano segni di combustione, si contano tipologie diverse: accanto a una tradizione locale si trovano ceramiche tipiche delle culture che occupavano la pianura (in particolare il gruppo “palafitticolo-terramaricolo”), le cui genti risalivano le valli alla ricerca di materie prime. In questa fase, Dos dell’Arca è dunque teatro di attività produttive ed è coinvolto in relazioni, forse di scambio, anche a medio-lungo raggio.

Mostra “4000 anni a Dos dell’Arca”: spirale in bronzo (media età del Ferro) (foto drm-lombardia)

Mostra “4000 anni a Dos dell’Arca”: fondo di boccale con iscrizione in alfabeto camuno (età del Ferro) (foto drm-lombardia)

Mostra “4000 anni a Dos dell’Arca”: denario in argento (dritto) (metà I sec. a.C.) (foto drm-lombardia)
Vetrina 3: reperti dell’età del Ferro (fine del VI sec. a.C. / I sec. a.C.). Alla fine del VI sec. a.C., dopo secoli di abbandono, la frequentazione di Dos dell’Arca riprende: nel punto più elevato, il “Bastione”, viene costruito un altare rettangolare in blocchi di granito e arenaria presso il quale vengono compiuti rituali come l’accensione di fuochi, il consumo di carni e libagioni. I principali manufatti rinvenuti sono vasi per conservare e consumare bevande: tra questi, i boccali “tipo Breno” a profilo sinuoso decorati o dipinti di rosso sembrano rivestire un ruolo speciale. Nei secoli successivi le attività rituali proseguono, ma cambia la tipologia di manufatto: si afferma a partire dal III sec. a.C. il boccale tipo “Dos dell’Arca”, a volte iscritto con lettere nel locale alfabeto preromano. Tra i rinvenimenti, si contano anche oggetti metallici (laminette e ornamenti in bronzo), sempre riferiti ad attività di culto. Verso la fine del I sec. a.C. Il sito viene abbandonato e le attività di culto trasferite più a valle. In quest’epoca l’intera Valle Camonica è interessata da un processo di romanizzazione, ovvero di progressivo assorbimento – da parte delle popolazioni locali – di usi, costumi, pratiche e linguaggio romani, come testimonia il ritrovamento della moneta romana d’argento qui esposta.

Esempi di arte rupestre a Dos dell’Arca a Capo di Ponte (Bs) (foto unipv)
IL LUOGO E LA SUA STORIA. Dos dell’Arca, la piccola collina ubicata sul versante orientale della Valle Camonica, a Capo di Ponte, poco a nord della Chiesa delle Sante (442 m/slm), presenta forma ovale, irregolare, con i fianchi scanditi da balze di arenaria. L’aspetto e la posizione vicina al torrente Re di Tredenus devono aver attirato l’attenzione delle antiche comunità, che l’hanno frequentata e ne hanno inciso le rocce. La frequentazione di Dos dell’Arca inizia nel Neolitico Recente/Tardo (4300-3500 a.C.) epoca alla quale rimandano alcuni livelli che hanno restituito frammenti di vasi decorati nello stile “tipo Breno” e manufatti in selce e una piccola ascia in pietra verde levigata; resti di cereali e legumi attestano l’agricoltura. I limitati dati sull’età del Rame (3500-2200 a.C.) paiono indicare che in questo periodo il sito fosse visitato sporadicamente. L’arte rupestre mostra la presenza di figure geometriche/astratte, tipiche del Neolitico Tardo/prima età del Rame. Tra 3000-2200 a.C. in Valle sono attivi i santuari megalitici connotati da stele e massi-menhir incisi e a Capo di Ponte, sul versante occidentale, c’è quello di Cemmo.

Scavi archeologici a Dos dell’Arca a Capo di Ponte (Bs) (foto unipv)
Durante il Bronzo Medio e Recente (1650-1250 a.C.), il dosso è interessato da interventi strutturali: il pianoro sommitale (il “Bastione”) è cinto da tratti murari, tra cui un muraglione di grandi blocchi di arenaria e granito (lungo 30 m e largo fino a 3,5 m), che chiude il lato nord. La struttura svolgeva all’esterno la funzione di fortificazione e all’interno di sostegno di nuovi piani di uso che talora coprono rocce incise in precedenza. L’attività principale è la metallurgia documentata da scorie di fusione, resti di focolari e strumenti da metallurgo. La ceramica, oltre a manufatti di tradizione locale, mostra contatti con le culture di pianura, in particolare con il gruppo “palafitticolo-terramaricolo”. I reperti, che si aggiungono a quelli degli scavi del 1962, testimoniano che le genti risalivano le valli alla ricerca di materie prime.

Panorama del sito di Dos dell’Arca a Capo di Ponte (Bs) (foto drm-lombardia)
Dopo sei secoli di abbandono, la frequentazione riprende alla fine del VI sec. a.C. (età del Ferro). Sul lato occidentale del “Bastione”, sulla Roccia 50 con incisioni geometriche/astratte, è costruito un altare rettangolare di pietra su cui si svolgono rituali: accensione di fuochi, consumo di carni e libagioni. Tra i vasi per conservare e consumare bevande, i boccali “tipo Breno” sembrano rivestire un ruolo speciale. Simili attività proseguono nei secoli seguenti, quando il protagonista è il boccale tipo “Dos dell’Arca”, a volte iscritto con lettere nel locale alfabeto preromano. Il fianco del “Bastione” è dotato di terrazzamenti colmati dagli scarichi delle attività cultuali che ora comprendono anche laminette e ornamenti in bronzo. La vita procede fino al tardo I sec. a.C. quando, con la romanizzazione della Valle Camonica, qui sancita dal rinvenimento di una straordinaria moneta romana d’argento, il sito è abbandonato e le attività di culto sembrano proseguire, con aspetti simili, nell’area de “le Sante”, poche centinaia di metri più a valle.

Rilievi e analisi sul sito archeologico di Dos dell’Arca a Capo di Ponte (Bs) (foto unipv)
LE INDAGINI ARCHEOLOGICHE. La prima segnalazione dell’area è del 1957, quando Gualtiero Laeng individua resti di fortificazioni in pietra e reperti preistorici. Nel 1962, Emmanuel Anati effettua una campagna di scavi e interpreta il dosso come sede di un villaggio. Oltre a 11 rocce incise, individua una serie di strutture, tra cui un muraglione in pietra e quelli che interpreta come resti di capanne, datati sulla base dei reperti tra l’età del Bronzo e l’età del Ferro (II-I millennio a.C.). Secondo E. Anati, il dosso era stato la sede di un villaggio, da lui definito “castelliere”. L’attenzione verso il sito riprende tra il 2016 e il 2023 con il “Progetto Quattro Dossi”, diretto dall’università di Pavia, che conduce in concessione di ricerca 5 campagne di scavo e 7 di documentazione dell’arte rupestre. Le indagini hanno riguardato un’ampia area archeologica che ha incluso, oltre a Dos dell’Arca, anche i colli di Pié, Fondo Squaratti e il Quarto Dosso. Attraverso 5 campagne di scavo e 7 di documentazione dell’arte rupestre, è stato notato che essi condividono caratteristiche geomorfologiche, reperti e strutture (a Fondo Squaratti) e – soprattutto – rocce incise con temi e stili comuni.

Rilievo 3D del sito di Dos dell’Arca a Capo di Ponte (Bs) (foto unipv)
L’attività di indagine sul campo è stata organizzata in modo che la documentazione e lo studio dell’arte rupestre fosse condotta in contemporanea e dal medesimo team che scavava e studiava i resti archeologici. Gli studi hanno così potuto evidenziare l’assenza di rapporti diretti e coevi tra le incisioni e le strutture rinvenute a Dos dell’Arca. L’intervallo cronologico tra le fasi di incisione e quelle di altro uso del luogo sembrano indicare che le due attività fossero separate e indipendenti. Lungo i 4000 anni di storia, dal Neolitico fino alla romanizzazione, le antiche comunità hanno occupato la collina alternando l’utilizzo degli spazi per vivere, per svolgere attività artigianali o di culto alla pratica di incidere le superfici rocciose.
Capo di Ponte (Bs). Al museo nazionale della Preistoria della Valle Camonica apre la mostra “Uno sguardo oltre le Alpi. Materiali archeologici dal Museo Nazionale di Zurigo”: armi, utensili, vasellame e oggetti di ornamento, dal Neolitico all’età del Ferro, in dialogo con le incisioni rupestri

Particolare della testa del toro, ansa di una tazza in bronzo (IV sec. a.C.) dalla tomba 262 di Giubiasco (?), Ticino, conservata nel museo nazionale di Zurigo (foto museo zurigo)

Particolare della doppia ascia neolitica, in serpentino con l’immanicatura in legno di frassino rinvenuta nel villaggio palafitticolo di Egolzwil e conservata nel museo nazionale di Zurigo (foto museo zurigo)
Armi, utensili, vasellame e oggetti di ornamento, dal Neolitico all’età del Ferro: costituiscono un eccezionale nucleo di reperti archeologici concessi in prestito dal museo nazionale di Zurigo al museo nazionale della Preistoria della Valle Camonica per la mostra “Uno sguardo oltre le Alpi. Materiali archeologici dal Museo Nazionale di Zurigo”, a cura di Maria Giuseppina Ruggiero, Emanuela Daffra, al Mupre dal 12 febbraio al 29 maggio 2022, che offre al visitatore la possibilità di immergersi in un viaggio nel tempo, mettendo a fuoco affinità e differenze, reti di commerci e scambi di prodotti ma anche circolazione di idee e iconografie. Da villaggi palafitticoli neolitici giungono al Mupre utensili, che hanno rispondenze con quanto raffigurato nelle incisioni rupestri della Valle Camonica. Di grande suggestione le placche di cintura in lamina di bronzo provenienti da sepolture femminili di VI e V sec. a.C., decorate con raffigurazioni simboliche che alludono al viaggio. Rimane ancora indecifrata l’iscrizione che compare su uno straordinario elmo dell’età del Ferro.

Elmo in bronzo di tipo Negau alpino. proveniente dalla Tomba 262 di Giubiasco (?), Ticino, e conservato nel museo nazionale di Zurigo. Originario del mondo etrusco (VI-V sec. a.C.), questo tipo di elmo fu ripreso dalle popolazioni centro-alpine e rimase in uso fino al I sec. a.C. (foto museo zurigo)
“Leggere questi reperti provenienti da scavi in Svizzera accanto alle coeve testimonianze della nostra Valle Camonica custodite al Mupre dimostra, una volta di più”, afferma Emanuela Daffra, direttore regionale Musei Lombardia, istituto del ministero della Cultura, “come la cerchia alpina, con le sue alte vette, non fosse di impedimento alla circolazione di modelli, e di popolazioni, tra i due versanti. Ma suggerisce anche confronti stimolanti, che aiutano a completare le nostre conoscenze di quei periodi tanto lontani”.

Placca da cintura di forma fogliata (V sec. a.C.) dalla Tomba 93 di Arbedo-Cerinasca, conservata al museo nazionale di Zurigo. Le placche erano un tipico ornamento dell’abbigliamento delle donne dei Leponti (foto museo zurigo)
“La concessione di questi preziosissimi reperti da parte del museo nazionale di Zurigo”, sottolinea la direttrice del Mupre, Maria Giuseppina Ruggiero, “è il frutto delle collaborazioni che il nostro museo sta instaurando con diverse istituzioni museali europee. All’interno di questa rete di rapporti, tre nostre stele sono state protagoniste a Zurigo della recente mostra “Uomini scolpiti nella pietra” dedicata alla diffusione in Europa, a partire da sei mila anni fa, di statue, statue-stele e massi-menhir attraverso i quali sono raccontati i profondi cambiamenti economici e sociali avvenuti tra il IV e il III millennio a.C. Immagini di uomini e donne della nuova élite che, dopo la morte, sono venerati come antenati e considerati eroi o anche divinità”.

L’ampio salone del secondo piano del Mupre ospita la sezione “La Valle Camonica nella Preistoria e Protostoria”. È in questo spazio che troverà posto la mostra (foto drm-lombardia)
Il Mupre, ospitato nell’antico edificio di Villa Agostani nel centro storico di Capo di Ponte, integra, con l’esposizione dei reperti, il patrimonio di immagini incise sulle rocce e ricompone, in un insieme inscindibile, l’espressione identitaria della Valle Camonica. La Valle Camonica è famosa in tutto il mondo per il suo straordinario complesso di raffigurazioni incise sulle rocce, in gran parte risalenti alla Preistoria. Se dunque è noto al vasto pubblico il patrimonio iconografico di queste antiche popolazioni, meno conosciuti sono gli aspetti del loro vivere quotidiano, emersi solo negli ultimi trenta anni grazie a numerosi interventi di archeologia preventiva e di ricerca condotti in Valle, da cui è sorto il museo di Capo di Ponte.
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CHI SIAMO
Graziano Tavan, giornalista professionista, per quasi trent’anni caposervizio de Il Gazzettino di Venezia, per il quale ho curato centinaia di reportage, servizi e approfondimenti per le Pagine della Cultura su archeologia, storia e arte antica, ricerche di università e soprintendenze, mostre. Ho collaborato e/o collaboro con riviste specializzate come Archeologia Viva, Archeo, Pharaos, Veneto Archeologico. Curo l’archeoblog “archeologiavocidalpassato. News, curiosità, ricerche, luoghi, persone e personaggi” (con testi in italiano)
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