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#buonconsiglioadomicilio. Francesca Jurman ci porta a scoprire “le stanze private”: gli appartamenti del principe vescovo in Castelvecchio, chiusi al pubblico per motivi di sicurezza

Per il nuovo appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio, Francesca Jurman, responsabile dei Servizi educativi del museo del Buonconsiglio, ci conduce negli appartamenti privati del principe vescovo Johannes Hinderbach: ambienti intimi e riservati realizzati nella seconda metà del Quattrocento e decorati successivamente da Marcello Fogolino intorno al 1530. Gli appartamenti sono chiusi al pubblico per motivi di sicurezza. Gli appartamenti privati del principe vescovo Johannes Hinderbach si trovano all’ultimo piano di Castelvecchio. Realizzati nella seconda metà del Quattrocento, sono collegati direttamente con degli ambienti del piano sottostante, la cosiddetta Stua vecchia e la Stua del reverendissimo, ambienti quindi intimi e riservati dedicati esclusivamente al principe. “L’ambiente centrale, dei tre che costituiscono l’appartamento”, spiega Jurman, “conserva ancora oggi tracce della decorazione originale voluto proprio dal principe Johannes Hinderbach. Sono ornati che si ispirano agli sviluppi architettonici e scultorei di quello stile che ormai trova piena maturazione in epoca tardo-gotica. Gli intrecci sono molto raffinati: archetti trilobati e pinnacoli si rincorrono e definiscono il contorno di elementi che oggi non vediamo più. Questi ambienti infatti sono stati utilizzati anche da altri principi vescovi che si sono succeduti dopo Johannes Hinderbach e tra questi Bernardo Cles che prima che venisse realizzato il sontuoso Magno Palazzo, la sua residenza personale tra la fine degli anni Venti e gli inizi degli anni Trenta del Cinquecento utilizzava proprio queste stanze come suoi appartamenti privati”.

Particolare del fregio dipinto da Marcello Fogolino nelle stanze private del principe vescovo a Castelvecchio (foto Buonconsiglio)

La stanza viene fatta ornare da Bernardo Cles con un bel camino con una cornice in pietra scolpita nella quale sono incastonati dei motivi decorativi in pietra di paragone. “Al centro la sua impresa, l’impresa dell’unità, il fascio di verde trattenuto da un nastro su cui è iscritto il motto unitas, unità religiosa e politica, e collegato all’altra impresa, sempre utilizzato da Bernardo Cles, la palma e l’alloro, simbolo invece di pace e di gloria. Attraverso queste insegne – continua Jurman – il Cles vuole in qualche modo illustrare quello che è il suo programma politico, il suo impegno. La decorazione dell’ambiente viene completata da un fregio pittorico probabilmente realizzato da Marcello Fogolino quello che diverrà poi il pittore di corte del Cles. Il Fogolino riprende qui un repertorio decorativo di cui lui diviene forse il massimo interprete e diffusore in tutta l’area trentina. Un fregio a grottesca cosiddetto a racemo abitato. In effetti si tratta di un motivo decorativo che consente al pittore di creare immagini particolarmente fantasiose, bizzarre, stravaganti, sempre inedite originali, andando a recuperare un repertorio che è antico, perché si trovava già nella Domus Aurea di Nerone, ma che viene proprio diffuso da Raffaello e dai suoi seguaci verso la fine del Quattrocento. Ecco quindi che nel fregio un tralcio fiorito e concluso con volute di foglie d’acanto viene abitato da tutta una serie di figure estremamente bizzarre, un tripudio di putti che giocano con degli esseri fantastici: ci sono dei cavalli marini, ci sono dei satiri o delle donne alate che concludono il loro corpo in una sorta di coda che ricorda quella delle sirene”. Ci sono anche dettagli particolarmente curiosi, divertenti, come può essere il volatile che becca il sedere del putto in un clima moto festoso e divertito. Al di sotto di questo fregio, così gioioso e fresco, viene realizzata una finta copertura di lastre in marmo sulle quali campeggia il trigramma di San Bernardini da Siena con lettere IHS inserite in un sole raggiato e all’interno di due fronde di palma e alloro che richiamano appunto l’impresa d Bernardo Cles. “Analoga decorazione riservata anche al primo degli ambienti di questo appartamento: anche qui finte lastre di marmo accolgono il trigramma di San Bernardino che viene alternato all’impresa dell’unitas clesiana. Al di sopra un fregio pittorico sempre a grottesca probabilmente opera di Fogolino o di qualche suo aiutante. Questo perché qui il fregio rivela invece una maggior rigidità nelle figure, ma lo spirito è identico. Motivi che riecheggiano le forme le soluzioni ideate da Raffaello, da Perin del Vaga, dai loro seguaci e che qui vengono ovviamente riviste in una chiave assolutamente originale, dando veramente libero sfogo a Fogolino e ai suoi seguaci che troveranno piena espressione nei fregi pittorici che andranno a realizzare negli anni successivi all’interno del Magno Palazzo”.

#buonconsiglioadomicilio. Francesca Jurman svela la storia e i segreti dello specchio quattrocentesco nella Loggia Veneziana

Nuovo appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio, Francesca Jurman, responsabile Servizi educativi, ci svela la storia e i segreti dello specchio quattrocentesco che si trova in Loggia Veneziana e che riporta inciso in lingua latina e greca il motto “conosci te stesso”. “Attorno al 1475”, racconta Jurman, “il principe vescovo Giovanni Hinderbach inizia un importante cantiere e lo sviluppo di Castelvecchio. Da fortezza medievale il castello viene trasformato in una prestigiosa e raffinata residenza ormai aperta anche proprio sul clima umanistico rinascimentale che in quegli anni si sta sviluppando in tutta l’area italiana. Il principe vescovo è originario della Stiria ma ha compiuto i suoi studi universitari a Padova. È un colto umanista, un intellettuale aperto a queste nuove atmosfere, ai nuovi modelli che la cultura italiana sta ormai imponendo”.

Lo specchio lapideo quattrocentesco nella Loggia Veneziana del Castello del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

L’elegante Loggia Veneziana al Castello del Buonconsiglio (foto-Carlo-Baroni / fototeca Trentino Sviluppo)

“All’ultimo piano di Castelvecchio nello sviluppo dell’architettura il principe vescovo fa realizzare un’ariosa ed elegante loggia che riprende lo stile tardogotico imperante a Venezia. Archetti trilobati si inseguono tra capitelli che sono delle vere e proprie esplosioni vegetali e floreali. E, accanto la loggia da cui si può dominare la realtà circostante, sulla parete è incastonato uno specchio, uno specchio in pietra nigra, in pietra preziosa di paragone, convesso, nero, perfettamente lucidato, inserito all’interno di anelli concentrici realizzati invece in pietra di Trento. L’anello in pietra bianca propone un’iscrizione sia nella versione latina che greca: conosci te stesso. È un invito a scrutarsi in profondità, a guardarsi dentro, a ricercare la propria interiorità. Secondo la tradizione questa scritta appariva sul frontone del tempio di Apollo a Delfi ed era un invito appunto a guardarsi dentro, ad accogliere la propria essenza ma soprattutto la propria limitatezza umana nei confronti della divinità, è un’esortazione che segna nel tempo il pensiero dell’Occidente, ma diventando un invito a scrutarsi in profondità, a coltivare una ricerca esistenziale, a indagare stati d’animo ed emozioni, idee e pensieri, ma anche inclinazioni e desideri per raggiungere una piena consapevolezza e realizzazione di sé”.

Il nuovo logo del museo del Buonconsiglio elaborato sullo specchio lapideo nella Loggia Veneziana (foto Buonconsiglio)

“E proprio per questo motivo oggi questo elemento con questo invito ha ispirato il nuovo logo del museo, perché il museo attraverso il contatto diretto con il patrimonio culturale con l’arte e la storia può diventare un’occasione e un’opportunità per conoscere se stessi, per emozionarsi, per stupirsi, ma anche per riflettere sul passato e sull’oggi, sulla propria contemporaneità per costruire identità individuali e collettive, in una sola parola: per crescere”.

#buonconsiglioadomicilio. Con Mirco Longhi, conservatore del museo, scopriamo insieme lo stretto rapporto fra arte e potere al Castello del Buonconsiglio

Il Magno Palazzo, magnifico e unico esempio di architettura rinascimentale al castello del Buonconsiglio (foto Gianni Zotta / Provincia di Trento)

Castelvecchio, la parte più antica del Castello del Buonconsiglio, svela allo sguardo attento del visitatore una vera e propria politica per immagini: l’arte, qui più che altrove, è al servizio del potere temporale dei vescovi di Trento, che per secoli governarono il territorio. Grazie all’analisi di Mirco Longhi, conservatore del museo, scopriamo insieme lo stretto rapporto fra arte e potere al Castello del Buonconsiglio nella consueta puntata di #buonconsiglioadomicilio. Immagini e regia di Alessandro Ferrini.

“Scoprire l’arte del castello del Buonconsiglio”, spiega Longhi, “non è solo scoprire l’arte riflesso della cultura della magnificenza dei principi vescovi che si sono avvicendati nel corso dei secoli in questa residenza, ma è scoprirne il ruolo politico, il significato politico. L’illustre ospite, l’ambasciatore feudatario che dopo la metà del Cinquecento ha il privilegio di entrare in questi ambienti, deve aver provato un misto di stupore e di meraviglia nell’osservare il grande rinnovamento portato avanti nei decenni precedenti. Da un lato il principe vescovo Giovanni Hinderbach che aveva realizzato la serie di loggiati di raccordo che giungono al terzo piano fino alla loggia veneziana, ingentilendo non poco l’antica residenza dei principi vescovi di Trento. Dall’altro il fidato consigliere di Carlo V, il cardinale Bernardo Cles, che tra il III e IV decennio del Cinquecento commissionerà un magnifico e unico esempio di architettura rinascimentale, il cosiddetto Magno Palazzo, il corpo di fabbrica che si trova prossimo a Castelvecchio. Però senza dimenticare di lasciare il suo segno anche in quella che era la sede storica del potere temporale dei principi vescovi, il castello di origine medievale che era già stato in parte rinnovato da Giovanni Hinderbach qualche decennio prima, un rinnovamento che non è solo architettonico ma anche per immagini. Entrambi i presuli, infatti, sia Giovanni Hinderbach che Bernardo Cles, sono figli di una riscoperta consapevolezza di quanto la rappresentazione del potere sia strategicamente fondamentale nell’Europa delle corti, retta da sottilissime alleanze e rapporti di fedeltà. Una politica per immagini che ha la sua massima espressione proprio in Castelvecchio, centro del potere politico anche in età moderna. Ecco quindi che in questo percorso di avvicinamento al potere, pian piano che l’ospite saliva ai piani nobili di Castelvecchio, le immagini che si dipanano sotto i suoi occhi hanno un chiaro valore politico. Anche lo stesso San Vigilio, santo vescovo di Trento, assume una valenza politica, perché serve a rimarcare, a chi accedeva nella residenza dei principi vescovi, che questa era appunto la residenza dei successori alla cattedra di San Vigilio, e questa attenzione iconografica nei suoi confronti è attestata da molte altre evidenze storico-artistiche, e presenta non a caso molte analogie con la stessa attenzione riservata dalla Roma papale nei confronti dell’iconografia di San Pietro. Il richiamo all’antenato illustre – se ci pensiamo – è da sempre uno degli espedienti migliori per giustificare e legittimare il potere: lo era per gli imperatori, lo era per i papi, e lo è anche per i principi vescovi di Trento”.

Carlo Magno domina le raffigurazioni a chi si affaccia dalla loggia (foto Buonconsiglio)

“È una volta giunti al terzo piano – continua Longhi – che questa politica per immagini giunge alla sua massima espressione, sprigionando quella capacità comunicativa dell’arte al servizio del potere dei principi vescovi. Da un lato la serie di ritratti dei vescovi di Trento realizzata dagli artisti a servizio di Giovanni Hinderbach alla fine del Quattrocento, ma più volte restaurati nel corso dei secoli, rappresentava quanto di più astuto l’arte al servizio del potere potesse evocare in modo non dissimile dal principe vescovo che, sappiamo, all’epoca accoglieva tra gli eleganti archi della loggia veneziana i suoi ospiti tra ‘400 e ‘500: da una loggia fittizia si affacciano i suoi predecessori rimarcando questa idea che lui non è altro che l’ultimo di una serie di autorità che risalgono all’antichità. Dall’altro, con un altro espediente tipico di chi ricerca la legittimazione del proprio potere, il richiamo all’autorità più grande da cui questo potere discende, e nel caso dei principi vescovi di Trento è il sacro romano impero di Germania, visto che ne sono fedeli vassalli. La scelta di rappresentare Carlo Magno non è affatto casuale. Secondo la storiografia dell’epoca non è solo il fondatore del sacro romano impero di Germania, ma per la tradizione trentina è colui che più di ogni altro aveva donato territori, in particolare nell’area occidentale del Trentino, alla Chiesa trentina: quindi in qualche modo fondativo per il potere temporale dei vescovi. L’attenzione nei confronti di Carlo Magno è del resto attestata da numerose testimonianze nel territorio trentino. Basti ricordare quella di Santo Stefano di Carisolo, con l’affresco bascheniano che ci ricorda proprio del viaggio fatto nel Trentino occidentale passando attraverso la val Rendena, le valli Giudicarie fino a Riva; e poi c’è un’altra committenza dell’Hinderbach in un altro castello vescovile, castel Stenico. Questo legame tra impero e potere vescovile raggiunge la sua perfetta sintesi nella serie di ritratti di presuli trentini completamente rinnovata da Marcello Fogolino all’interno della sala, appunto dei vescovi. Qui ogni singolo volto viene caratterizzato alla perfezione dal pittore rinascimentale, ma è soprattutto un ordine gerarchico che qui prevale, perché a differenza dei presuli dipinti all’esterno qui parliamo di principi vescovi, quindi detentori sia del potere temporale che spirituale a partire dall’anno 1027 per quasi sette secoli fino alla fine del Settecento quando l’arrivo delle truppe napoleoniche metterà per sempre la parola fine al loro dominio”.

#iorestoacasa. Il Castello del Buonconsiglio a Trento propone un nuovo video per far conoscere i segreti del castello, chiuso per emergenza coronavirus: gli antichi codici dei principi vescovi. Dal Sacramentario Gregoriano all’Evangelario purpureo alla Biblia Sacra

Codici miniati e manoscritti costituiscono una Castello del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

Il nuovo appuntamento con #buonconsiglioadomicilio è dedicato al prezioso fondo di manoscritti e codici miniati custoditi al Castello del Buonconsiglio che testimoniano – purtroppo solo in minima parte – la ricchezza originaria della biblioteca vescovile. Sotto l’attenta regia di Alessandro Ferrini, Giorgia Sossass dei Servi educativi del Castello del Buonconsiglio, illustra alcuni tra gli esemplari più antichi e rari del fondo di manoscritti custoditi al Castello, alcuni dei quali già esposti ai tempi dell’annessione del Trentino al Regno d’Italia per volontà di Giuseppe Gerola come testimonianza del recupero di un fondamentale tassello di storia patria. “Un ringraziamento particolare ad Alessandra Facchinelli, funzionaria della Biblioteca del Castello del Buonconsiglio, per la collaborazione”.

È una collezione che, in qualche modo, potremmo definire “segreta” perché in genere non visibile dal grande pubblico: sono i manoscritti e i codici miniati, oggetti molto delicati e allo stesso tempo molto interessanti perché testimoniano l’evoluzione della biblioteca dei principi vescovi. “I codici che hanno fatto parte della biblioteca vescovile”, spiega Sossass, “sono conservati oggi nella sala codici e purtroppo sono solo una piccola testimonianza della ricchezza originaria della biblioteca che, nel momento del suo massimo splendore, all’epoca di Bernardo Clesio, contava all’incirca mille volumi. La cospicua raccolta libraria dei principi vescovi subì purtroppo nel corso dei secoli diverse dispersioni. La più grave risale sicuramente all’inizio del 1800 quando, con la secolarizzazione del principato vescovile, i codici rimasti in castello furono prelevati e portati a Vienna. Nel 1805 lì reperì l’archivista di corte Gassler, inviato a Trento dall’imperatore Francesco II proprio per recuperare i documenti del Principato appena secolarizzato, nascosti all’interno di una stanza segreta nella Torre di Augusto.

Il prezioso Sacramentario Gregoriano è l’unico manoscritto esposto al pubblico (foto Buonconsiglio)

Solo uno dei manoscritti conservati in castello è attualmente visibile nel percorso espositivo. Si tratta del Sacramentario Gregoriano che è uno dei pezzi anche simbolicamente più importanti delle collezioni vescovili. “Il Sacramentario Gregoriano è uno dei pezzi più antichi posseduti dalla Diocesi di Trento”, continua Sossass. “Sappiamo infatti che faceva parte delle raccolte del Capitolo del Duomo all’epoca di Federico Banga. È stato prodotto nel IX secolo anche se la legatura che vediamo ora non è quella originale, ma è stata sostituita nel XVI secolo riadattando una formella di avorio che probabilmente era un dittico carolingio, smembrato e utilizzato come copertina. Anche per l’attinenza del soggetto che raffigura probabilmente un evangelista nell’atto di scrivere con la penna e il libro. Oltre che documentale l’importanza del manoscritto è però simbolica perché il Sacramentario, insieme ad altri 66 volumi asportati da Trento e portati a Vienna, è diventato il vero e proprio simbolo della riconquista di questi manoscritti. Fu Giuseppe Gerola nel 1919 incaricato di recarsi a Vienna proprio per il recupero di questi preziosi documenti. Dalle trattative ne uscì vittorioso e rientrò a Trento portando questi codici. Un evento fissato da una foto conservata in castello dove Giuseppe Gerola mostra con soddisfazione e con fierezza il Sacramentario Gregoriano tenuto sotto il braccio. E proprio il Sacramentario Gregoriano fu scelto da Gerola, insieme ad altre rarità bibliografiche, per essere esposto all’epoca dell’inaugurazione del museo nel 1924”.

L’Evangelario purpureo, codice prodotto in Africa settentrionale (foto Buonconsiglio)

L’Evangelario purpureo è un rarissimo codice prodotto in Africa settentrionale tra la fine del V secolo e l’inizio del VI, che ha viaggiato molto prima di arrivare a Trento mutilo di alcune carte. La preziosità di questo manoscritto, da cui deriva anche il suo nome, è il fatto che ogni foglio di pergamena prima di essere vergato con lettere d’oro e d’argento veniva immerso in una soluzione di color rosso porpora. I codici raccolti dai principi vescovi nei primi secoli del Principato erano utilizzati soprattutto per uso personale o addirittura donati come doni preziosi. Il primo che iniziò a sistematizzare la biblioteca con un punto di vista da bibliotecario fu il principe vescovo Giovanni Hinderbach che alla fine del 1400 non si limitò a sistemare le raccolte ereditate dai suoi predecessori ma iniziò un’accurata campagna di acquisti di manoscritti. “Nella biblioteca di un colto umanista – ricorda Sossass – non potevano mancare alcuni testi fondamentali tra cui quelli dei giuristi, dei Padri della Chiesa, e dei più grandi pensatori dell’antichità. Il caso del De officiis ministrorum di sant’Ambrogio è uno dei più curiosi perché in una nota sulla prima carta del volume Giovanni Hinderbach testimonia proprio il momento dell’acquisto del volume, comprato nel 1466 da un libraio in Campo dei Fiori a Roma. Il manoscritto è impreziosito da un bellissimo frontespizio a bianchi girali dove rimane vuota la parte per lo stemma che, come era consueto in questo tipo di manoscritti, poteva anche essere completata a posteriori una volta avvenuto l’acquisto. Quella dei bianchi girali è una decorazione tipica del periodo di passaggio tra la tradizione medievale dei manoscritti e quella invece dei codici a stampa, ed era particolarmente apprezzata nei circoli umanistici dell’epoca”.

Una “Biblia sacra” di produzione bolognese del XIII secolo (foto Buonconsiglio)

Il coltissimo principe vescovo Giovanni Hinderbach, che aveva studiato a Padova, intratteneva rapporti anche con le altre università italiane dell’epoca. In particolare proviene da Bologna, che insieme a Padova era il maggiore centro di produzione di manoscritti miniati dell’epoca medievale, la bellissima Biblia Sacra di fine 1200 realizzata nel cosiddetto primo stile bolognese che a sua volta prende ispirazione dalle Bibbie gotiche francesi. “C’è una bellissima lettera incipitaria posta all’inizio della Genesi dove nei tondi vengono raffigurati i diversi momenti della creazione fino ad arrivare alla crocifissione di Cristo. E le scene sacre come capita appunto nelle Bibbie francesi vengono intramezzate da decorazioni vegetali o animali fantastici. I manoscritti miniati più pregevoli da un punto di vista storico-artistico rimangono ancora al castello del Buonconsiglio e sono oggi consultabili solo su richiesta per motivi di studio”.