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Archeologia medievale. L’abbazia benedettina di San Vincenzo al Volturno rivela un vero e proprio centro produttivo: sono i risultati della campagna 2019 dell’università Suor Orsola Benincasa col sostegno del Mann

L’abbazia benedettina San Vincenzo al Volturno fu costruita nel 703 (foto Mibac)

Frammento lapideo con un’iscrizione rinvenuta nella campagna di scavo 2019 (foto Mann)

L’abbazia benedettina di San Vincenzo al Volturno era un vero e proprio centro produttivo. È quanto emerso dalla campagna di scavo del 2019, appena conclusa, condotta dall’università Suor Orsola Benincasa, con il sostegno del museo Archeologico nazionale di Napoli ed in collaborazione con la soprintendenza Abap e il Polo Museale del Molise. Nuova luce splende sul sito di San Vincenzo al Volturno, antica abbazia benedettina (la prima edificazione risale al 703), che rappresenta uno straordinario tesoro storico-artistico della provincia di Isernia: gioiello dell’architettura e dell’arte altomedievale (di pregevole fattura gli affreschi ritrovati al suo interno), l’abbazia testimonia la ricchezza dei territori cosiddetti “di confine”, che conobbero una fiorente attività culturale negli intermundia temporali tra le conquiste longobarde e franche in Italia.

Ricostruzione virtuale dell’abbazia benedettina nel IX secolo (foto università Suor Orsola Benincasa)

“Il sostegno del Mann a questo importante scavo rientra nella piattaforma di collaborazione con l’università Suor Orsola Benincasa e le soprintendenze della Campania e del Molise”, spiega Paolo Giulierini, direttore del Mann. “Un percorso iniziato con la mostra sui Longobardi e rivolto alla creazione, al Mann, di una sezione dedicata al Tardo antico che raccoglierà testimonianze dal V al IX secolo d.C.”. E il prof. Federico Marazzi, responsabile scientifico del progetto di scavo nell’area archeologica e docente di “Archeologia medioevale e cristiana” al Suor Orsola Benincasa: “Da oltre un ventennio, diverse generazioni di studenti dell’università Suor Orsola Benincasa si sono formate professionalmente e scientificamente su questo cantiere, in alcuni casi raggiungendo poi esiti assai lusinghieri nelle loro successive carriere. Questo è accaduto perché San Vincenzo è una palestra di qualità impareggiabile per comprendere come inquadrare ed affrontare le indagini di un sito archeologico complesso, che arricchisce il quadro di approfondimento sulla civiltà dell’Alto Medioevo”. Conclude Leandro Ventura, direttore del polo museale del Molise e segretario regionale ad interim per il Molise: “La rinnovata collaborazione con un’istituzione prestigiosa come il Mann e con l’università Suor Orsola Benincasa è un segnale concreto circa la possibilità di fare rete sul territorio fra istituzioni diverse, per creare un sistema di reciproco supporto per la conoscenza e lo studio del patrimonio. L’esperienza e i notevoli risultati delle comuni attività di ricerca degli anni appena trascorsi consentono di sottolineare l’efficacia di questa collaborazione che, quindi, non risulta solo formale”.

Il cantiere di scavo all’abbazia benedettina di San Vincenzo al Volturno (foto Mann)

L’indagine effettuata, realizzata anche con tecnologie avanzate (come le immagini scattate da drone equipaggiato con fotocamera a infrarossi e termica, fornito dall’IMAA-CNR di Tito-PZ), ha permesso di accertare l’estensione verso Sud del complesso archeologico: non soltanto un monastero, ma un vero e proprio quartiere produttivo, dove erano conservati forni per vetri, laterizi e metalli, andava ben oltre il perimetro del chiostro centrale. In particolare, si è capito che, nel corso della ricostruzione avvenuta tra la fine del X secolo e la prima metà del successivo, davanti ed ai piedi alla Basilica Maggiore, fu costruito un quadriportico, con funzioni di diaframma fra l’esterno e l’interno dello spazio monastico (forse si tratta di quello che il Chronicon Vulturnense chiama “chiostro esterno”, attribuito all’azione degli abati Ilario e Giovanni V). Il sito archeologico di San Vincenzo al Volturno conferma, così, la sua importanza come luogo unico in Europa per la conoscenza del patrimonio storico-artistico altomedioevale, soprattutto grazie ai risultati messi in evidenza dagli scavi estensivi condotti in loco.

I Longobardi conquistano la Russia: aperta all’Ermitage di San Pietroburgo la mostra italiana “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” terza tappa del progetto, dopo Pavia e Napoli. Nuovo allestimento che privilegia l’aspetto archeologico nell’ex maneggio di Caterina II

Nella veduta aerea è evidenziato il Piccolo Ermitage tra l’imponenza del Palazzo d’Inverno e la massiccia possanza del cosiddetto Nuovo Ermitage

Il totem che all’Ermitage accoglie i visitatori della mostra “Longobardi- Un popolo che cambia la storia” (foto Graziano Tavan)

Michail Piotrovsky, direttore generale del museo dell’Ermitage (foto Graziano Tavan)

Dall’esterno passa quasi inosservato, schiacciato com’è tra l’imponenza del Palazzo d’Inverno, la sede più famosa del complesso degli edifici del museo statale dell’Ermitage di San Pietroburgo, e la massiccia possanza del cosiddetto Nuovo Ermitage: in mezzo è appunto il Piccolo Ermitage, un edificio a due piani commissionato dall’imperatrice Caterina II all’architetto Yuri Velten che lo realizzò tra il 1764 e il 1766; ampliato tra il 1767 e il 1769 dall’architetto Jean-Baptiste Vallin de la Mothe che costruì un padiglione sul terrapieno del fiume Neva con una grande sala, diversi salotti e un aranceto per il riposo dell’Imperatrice. I padiglioni Sud e Nord sono stati poi collegati dal Giardino pensile (rialzato al livello del primo piano) con gallerie su entrambi i lati che oggi ospitano le collezioni pittoriche del centro Europa e il famoso Pavone-orologio.  Per raggiungere il Piccolo Ermitage si percorrono dei passaggi aerei coperti: dal Palazzo d’Inverno si giunge attraverso l’Antico Egitto, dalla parte del Nuovo Ermitage bisogna superare le antichità greco-romane. Nella sala-corridoio di raccordo del Piccolo Ermitage i rilievi greco-romani risaltano sul rosso delle pareti. È qui che si apre una porta: un cartello indica che da lì, attraverso una scala, si raggiunge il piano terra, dove, fino al 15 luglio 2018, è allestita la mostra temporanea “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”, terza tappa che, “dopo Pavia e Napoli, chiude a San Pietroburgo il grande progetto espositivo preparato da specialisti italiani”, come ha ricordato all’inaugurazione il direttore dell’Ermitage, Michail Piotrovsky. “Per gli specialisti russi di alto medioevo questa mostra segna una pietra miliare nella scoperta della prima Europa medievale. Proprio grazie alla consolidata collaborazione tra l’Ermitage e i musei italiani, ora è possibile a un vasto pubblico russo colmare sulla cultura d’Italia quel significativo intervallo storico noto come “secoli bui”, tra la tarda antichità e il medioevo”.

La presentazione della mostra sui Longobardi all’Ermitage: al centro, Michail Piotrovsky. Alla sua destra, Maurizio Cecconi; alla sua sinistra, Pasquale Terracciano e Massimo Depaoli (foto Graziano Tavan)

Pubblico russo alla mostra sui Longobardi all’Ermitage (foto Graziano Tavan)

È infatti la prima volta che in Russia si parla di Longobardi. E che a farlo sia una mostra pensata e prodotta tutta in Italia, da archeologi, storici, storici dell’arte e linguisti italiani, è una soddisfazione e un onore ben sottolineati dall’ambasciatore italiano a Mosca, Pasquale Terracciano (“L’amicizia tra Italia e Russia è confermata anche da questa proficua collaborazione scientifica”), e dal sindaco di Pavia, Massimo Depaoli (“Oggi Pavia è una piccola città, ma per due secoli è stata la capitale del Regno dei Longobardi: poter far conoscere questo importante periodo della nostra storia anche agli amici russi in uno straordinario museo quale è l’Ermitage è veramente gratificante”. Ma attenzione. Se avete visto la mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” nelle precedenti tappe italiane di Pavia e Napoli, scordatevi quell’allestimento e il percorso storico-geografico che veniva individuato negli spazi del castello visconteo e del Mann. A San Pietroburgo la mostra è tutta un’altra cosa. Una scelta “obbligata” dalla location e in sintonia con la tradizione delle grandi mostre dell’Ermitage. Non è un caso che ai due principali curatori, Gian Pietro Brogiolo (università di Padova) e Federico Marazzi (università di Napoli), si sia aggiunto un curatore operativo della mostra nell’Ermitage: Alexei Gennadyevich Furasyev, ricercatore principale del Dipartimento di Archeologia dell’Europa Orientale e della Siberia.

L’allestimento essenziale della mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” nella grande sala dell’ex maneggio del Piccolo Ermitage (foto Graziano Tavan)

Il progetto di restauro e recupero degli spazi dell’ex maneggio e delle ex scuderie del Piccolo Ermitage

Il primo motivo del cambio di allestimento – si diceva – è dovuto allo spazio scelto: l’antico maneggio, una grande sala di quasi duemila metri quadri che su tre lati presenta delle balconate da cui probabilmente si poteva assistere agli esercizi della scuola di equitazione. Il Maneggio è stato “scoperto” solo nei primi anni 2000: “Durante l’esplorazione dell’Ermitage”, spiegano gli architetti che hanno curato il restauro completo nel 2016, “ci siamo imbattuti, nascosti sotto la densa massa del museo, nelle ex scuderie e nel maneggio del complesso del palazzo. Sebbene siano situati al piano terra del Piccolo Ermitage, questi spazi sono rimasti preclusi al pubblico, utilizzati principalmente per riporre mobili, carrozze e altri oggetti di grandi dimensioni dagli anni ’50 del secolo scorso. Prive di decorazioni, le due grandi sale recuperate del Piccolo Ermitage, il Maneggio e le ex Scuderie, si trasformano in una Kunsthalle, un nuovo spazio per mostre temporanee, eventi e sperimentazioni, una condizione radicalmente diversa rispetto al resto del museo”. È evidente, come sottolinea Marazzi, “che in questo salone diventa difficile se non impossibile creare un percorso lineare, e tanto meno proporre su una superficie così estesa anche in alzato il colorato e coinvolgente allestimento proposto dall’architetto Angelo Figus”. Ma il nuovo allestimento rispetta e si inserisce nell’alveo della grande tradizione espositiva dell’Ermitage. “Qui è il trionfo dell’archeologia, nel senso più tradizionale del termine”, interviene Maurizio Cecconi di Villaggio Globale International che ha prodotto la mostra. “In Italia c’era una visione d’insieme della civiltà longobarda. Qui non c’è la storia, c’è l’archeologia. A parlare sono i reperti”.

Frontale del trono d’altare (VIII sec.) in pietra bianca cristallina proveniente da Aquileia (foto Graziano Tavan)

Coppia di fibule in oro da una tomba femminile del VII secolo (foto Graziano Tavan)

E di oggetti in mostra ce ne sono circa 600, la maggior parte dei quali sono reperti archeologici, che permettono di ricostruire tutti i possibili aspetti della vita politica, economica e quotidiana nei ducati longobardi, ma anche il complesso rapporto del Regno Longobardo nel VI-VII secolo con Bisanzio, che mantenne il potere nelle grandi città di Roma e Ravenna, e nell’VIII-IX secolo con lo stato dei Franchi sotto la dinastia carolingia. “La mostra”, sottolineano gli archeologi dell’Ermitage, “è dedicata a un’epoca storica nella storia d’Italia: il periodo del Regno longobardo (568-774 d.C.). L’invasione dei Longobardi, una bellicosa tribù germanica, dall’Europa centrale portò al collasso finale della civiltà del Tardo antico nelle terre delle fiorenti regioni centrali dell’impero romano dove il feudalesimo medievale era ancora in nuce. I numerosi reperti archeologici lasciati da questo popolo illustrano vividamente il corso dell’insediamento dei nuovi conquistatori di quasi tutto il territorio italiano e lo scontro tra due culture. L’inevitabile scomparsa dell’eredità politica della Roma imperiale e il declino di una grande cultura artistica non si rivelarono tuttavia assolutamente fatali. Sulle loro rovine è nato gradualmente un nuovo fenomeno storico: quell’esile ripresa che avrebbe portato a produrre il Rinascimento italiano ha le sue radici nel Regno Longobardo”.

Molta curiosità tra il pubblico per la mostra sui Longobardi, per la prima volta in Russia (foto Graziano Tavan)

Il codice Parchment “Legum Langobardorum” da Cava dei Tirreni (Salerno) (foto Graziano Tavan)

“Negli ultimi quarant’anni”, ricorda Marazzi, “i Longobardi sono stati costantemente al centro dell’attenzione della comunità accademica e del pubblico in generale. Lo studio multidisciplinare di dozzine di manufatti archeologici ha arricchito in modo significativo la nostra conoscenza della cultura materiale, dei legami sociali e dei processi con cui questo popolo si è integrato nel contesto generale dell’evoluzione dei popoli europei tra il periodo di migrazione e l’Alto Medioevo. Assegnando un posto nella Lista del Patrimonio Mondiale ai siti associati ai Longobardi (Italia Langobardorum), l’UNESCO ha affermato l’importanza dell’eredità dei Longobardi come una delle componenti distintive all’interno dell’identità storica italiana”.

Molto apprezzato l’audiovisivo che arricchisce la mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” all’Ermitage (foto Graziano Tavan)

Il catalogo curato dall’Ermitage (foto Graziano Tavan)

A disposizione degli studiosi e degli appassionati russi c’è il catalogo (State Hermitage Publishing House, 2018) che gli esperti dell’Ermitage hanno curato scegliendo e traducendo i saggi presenti sul catalogo italiano con l’aggiunta della prefazione di Mikhail Piotrovsky. Gli autori dei testi – importanti specialisti europei, archeologi, storici e medievali – introducono i lettori agli ultimi risultati delle loro ricerche estremamente durature e profonde. Il catalogo è stato originariamente preparato in italiano per le mostre tenute a Pavia e Napoli. Un piccolo numero di reperti che appaiono nella versione in lingua russa del libro non può essere reso disponibile per la visualizzazione a San Pietroburgo, tuttavia è stato deciso di lasciarli nella pubblicazione in modo da non privare il pubblico russo delle informazioni importanti e contributo estetico fornito da tali articoli.

Terza tappa della mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”: il museo dell’Ermitage di San Pietroburgo apre le porte ai Longobardi. Per la prima volta “gli uomini dalle lunghe barbe” protagonisti in un museo della Russia

Il manifesto della mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” al museo statale Ermitage di san Pietroburgo dal 4 maggio 2018 al 15 luglio 2018

Un anello di epoca longobarda in oro e gemma dal museo Archeologico nazionale di Napoli esposto nella mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”

I Longobardi sono arrivati in Russia. Dopo Pavia, tornata capitale del Regnum Langobardorum, e il museo Archeologico nazionale di Napoli, dove si è guardata l’Italia longobarda da una prospettiva diversa, una stimolante opportunità per scoprire come le relazioni tra l’Europa e il Mediterraneo fossero salde anche durante la stagione longobarda, ora – terza tappa – la grande mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” apre nella prestigiosa sede del museo dell’Ermitage di San Pietroburgo: occasione speciale per consolidare i rapporti tra importanti istituzioni museali, raccontando all’estero la centralità della civiltà degli “uomini dalle lunghe barbe” nella storia italiana. “Mai prima d’ora in Russia e all’Ermitage è stata dedicata una mostra ai Longobardi”, sottolinea Yuri Piotrovsky, vice direttore del dipartimento di Archeologia dell’Europa Orientale e della Siberia del museo statale Ermitage membro della direzione scientifica della mostra con Susanna Zatti, direttore di musei civici di Pavia, e Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli. Continua Piotrovsky: “Negli ultimi anni, il nostro dipartimento di Archeologia dell’Europa orientale e della Siberia del museo statale Ermitage ha stabilito stretti contatti con Ermitage Italia e con importanti istituzioni culturali e museali italiane con le quali ha lavorato insieme a Villaggio Globale International. Abbiamo negli anni realizzato progetti e mostre di successo come quelle ospitate a Trieste e, più recentemente, in Sardegna, a Cagliari, nel 2015-2016. Tutto ciò ha posto basi solide e una fiducia reciproca tra le parti nella prosecuzione di progetti e iniziative espositive comuni. I nostri nuovi partner e gli accordi di collaborazione avviati dal museo statale Ermitage con la città di Pavia e il museo Archeologico nazionale di Napoli ci consentono ora di continuare la nostra collaborazione di successo. Ci auguriamo che la mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” sia una ulteriore tappa importante nella cooperazione con il museo Ermitage”.

Il museo statale dell’Ermitage di San Pietroburgo ospita per la prima volta una mostra sui Longobardi

Corno potorio longobardo proveniente dal museo Archeologico nazionale di Cividale

L’appuntamento con la storia è giovedì 3 maggio 2018 alle 16 quando, al museo statale Ermitage di San Pietroburgo, si inaugura ufficialmente la mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” (apertura al pubblico dal 4 maggio al 15 luglio 2018), curata da Gian Pietro Brogiolo e Federico Marazzi con Ermanno Arslan, Carlo Bertelli, Caterina Giostra, Saverio Lomartire e Fabio Pagano, e Alexei Furasev, nominato curatore per questa esposizione dal dipartimento di Archeologia dell’Europa Orientale e della Siberia del museo statale Ermitage. La mostra, organizzata da Villaggio Globale International, consente di dare una visione complessiva e di ampio respiro (dalla metà del VI secolo, dalla presenza gotica in Italia, alla fine del I millennio) del ruolo, dell’identità, delle strategie, della cultura e dell’eredità del popolo longobardo che nel 568, guidato da Alboino, varca le Alpi Giulie e inizia la sua espansione sul suolo italiano: una terra divenuta crocevia strategico tra Occidente e Oriente, un tempo cuore dell’Impero Romano e ora sede della Cristianità, ponte tra Mediterraneo e Nord Europa. Più di 600 reperti, in prevalenza reperti archeologici, coprono ogni aspetto della vita politica, economica e quotidiana dei principati longobardi, compresi i loro complessi rapporti con le sedi del potere romano (bizantino) sopravvissuto nelle principali città (Roma e Ravenna). Il processo di formazione della cultura medievale italiana è stato altrettanto complesso, come riflesso nei reperti archeologici di insediamenti e necropoli. Più di 80 i musei e gli enti prestatori; oltre 50 gli studiosi coinvolti nelle ricerche e nel catalogo edito da Skira; 32 i siti e i centri longobardi rappresentati in mostra; 58 i corredi funerari esposti integralmente; 17 i video originali e le installazioni multimediali (touchscreen, oleogrammi, ricostruzioni 3D, ecc.); centinaia i materiali dei depositi del Mann vagliati dall’università Suor Orsola Benincasa, per individuare e studiare per la prima volta i manufatti d’epoca altomedievale conservati nel museo napoletano.

Pasqua e Pasquetta a Napoli con i longobardi. Prorogata eccezionalmente la mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” allestita al Mann. E slitta l’inaugurazione al 3 maggio la terza tappa all’Ermitage di San Pietroburgo

Il manifesto della mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” a Napoli dal 21 dicembre 2017 al 25 marzo 2018. Prorogata al 2 aprile 2018

Il direttore del Mann, Paolo Giulierini

Pasqua e Pasquetta con i longobardi. A Napoli. Sì, avete capito bene. La grande mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” al museo Archeologico nazionale di Napoli che doveva chiudere domenica 25 marzo 2018, è stata prorogata eccezionalmente fino a lunedì 2 aprile 2018, cioè fino a Pasquetta. Colpaccio, anche se solo di otto giorni, del Mann, per consentire a quanti saranno nella città partenopea a Pasqua e Pasquetta di visitare  l’esposizione che, dopo Pavia, anche a Napoli sta riscuotendo uno straordinario successo, con un pienone di visitatori.  “Siamo veramente contenti di questa opportunità”, spiega il direttore del Mann, Paolo Giulierini. “Sono tantissime le richieste che ci venivano in questo senso. Il successo di pubblico e critica di questa mostra, anche qui a Napoli, testimonia come in Campania ci sia voglia di conoscere altre epoche e culture, altri popoli, rintracciando le proprie radici in questa capacità di scambi e incroci, di mescolanze e aperture che sempre ha connotato il Meridione. Il Mann ha voluto rispondere a questa esigenza e nuove avventure ci attendono in tal senso. Intanto, chi non ha ancora avuto modo di vedere questa esposizione davvero irripetibile, avrà ancora qualche giorno di tempo”.

Un anello di epoca longobarda in oro e gemma dal museo Archeologico nazionale di Napoli esposto nella mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”

Il museo statale dell’Ermitage di San Pietroburgo

Tutto ciò è stato possibile grazie alla decisione, presa in queste ore, di spostare al prossimo 3 maggio 2018 l’avvio dell’esposizione al museo statale Ermitage di San Pietroburgo, terza tappa di questo evento internazionale e prima incursione in Russia degli “uomini dalle lunghe barbe”, frutto delle frenetiche trattative dell’ultima settimana, tra Napoli e l’Ermitage. Ancora qualche giorno dunque prima di dire addio agli oltre 400 oggetti esposti: ad armi, monete, vasellami, scheletri di cavalli, collane e gioielli provenienti da necropoli, codici antichi, lastre ed elementi architettonici splendidamente decorati che ci riportano ai tempi di Alboino e di Rotari, di Ansa ed Ermengarda ma soprattutto di Arechi II cui si dovette in gran parte lo splendore di Benevento e della Longobardia  Minor. La mostra (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/12/16/alla-scoperta-della-longobardia-minor-dopo-pavia-arriva-al-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-la-mostra-longobardi-un-popolo-che-cambia-la-storia-una-prima-assoluta-per-l/), curata da Giampietro Brogiolo e Federico Marazzi, promossa, con il sostegno del Mibact, dal museo Archeologico nazionale di Napoli, dai musei civici di Pavia e Comune di Pavia, dal museo statale Ermitage, con l’importante sostegno della Regione Campania e l’organizzazione generale di Villaggio Globale International, per la ricchezza dei materiali e la completezza dell’indagine – che copre tutto il territorio nazionale – per la novità degli studi e dei siti che vengono testimoniati, è destinata a restare come un momento centrale nella conoscenza di questo popolo, capace di fondere la culture e le tradizioni del Nord con quella di Roma e di Bisanzio e di lasciarci un’eredità culturale straordinaria.

Alla scoperta della Longobardia Minor: dopo Pavia, arriva al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”, una prima assoluta per l’Italia meridionale

Un anello di epoca longobarda in oro e gemma dal museo Archeologico nazionale di Napoli esposto nella mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”

Il manifesto della mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” a Napoli dal 21 dicembre 2017 al 25 marzo 2018

Il ministro Dario Franceschini, Maurizio Cecconi (Villaggio Globale International) e Paolo Giulierini direttore del Mann (foto Graziano Tavan)

Alla scoperta della Longobardia Minor. Dopo il successo al castello visconteo di Pavia, approda al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” che, rappresenta una prima assoluta per l’Italia meridionale. E non è un caso che per la seconda tappa della mostra-evento sia stato scelto proprio il Mann. Caduta Pavia nel 774 a opera di Carlo Magno, è la cosiddetta Longobardia Minor che prolunga la presenza longobarda fino all’XI secolo nel principato di Benevento e poi negli stati di Salerno e Capua – distaccatisi nel corso del IX secolo – producendo esperienze originali d’incontro con le culture greca e islamica da un lato, e con quella del mondo franco-tedesco dall’altro. È in questi secoli che si forma l’identità peculiare del Meridione, in bilico fra Europa e Mediterraneo, i cui esiti finali saranno rappresentati dall’eredità di tradizioni espresse in età normanna e sveva. “È la prima volta che il museo Archeologico nazionale di Napoli decide di organizzare una mostra dedicata ad un periodo che segue la caduta dell’Impero Romano”, aveva sottolineato il direttore Paolo Giulierini alla presentazione della mostra prima dell’inaugurazione a Pavia. “Troppo forte è stato finora il fascino di Pompei ed Ercolano per osare approfondire temi di apparente rottura con la classicità. Di fatto sono profondamente debitore nei confronti di Maurizio Cecconi, di Villaggio Globale International che ha organizzato la mostra, e di Federico Marazzi, curatore insieme a Gian Pietro Brogiolo, i quali mi hanno fatto riflettere sull’opportunità di aprire a scenari più vasti la riflessione sull’Evo antico, tanto più che i longobardi, in Campania, hanno lasciato un segno indelebile. Basterà citare solo Capua e Benevento, le due più importanti capitali della Longobardia Minor, nonché l’interessante rapporto tra l’entroterra e la Napoli tradizionalmente bizantina”.

La “Lastra con grifoni” dall’antiquarium di Cimitile (Na), esempio eccellente della scultura di arredo liturgico di età tardolongobarda (sec. XI) con stilemi di origine arabo bizantina

Appuntamento dunque al Mann di Napoli dal 21 dicembre 2017 al 25 marzo 2018: oltre 300 opere esposte; più di 80 musei ed enti prestatori; oltre 50 studiosi coinvolti nelle ricerche e nel catalogo edito da Skira; 32 siti e centri longobardi rappresentati in mostra; 58 i corredi funerari esposti integralmente; 15 video originali e installazioni multimediali; centinaia di materiali del Mann vagliati dall’università Suor Orsola Benincasa di Napoli, per individuare e studiare per la prima volta i manufatti d’epoca altomedievale conservati nel Museo napoletano. Una grande occasione, dunque, per accendere i riflettori sulla storia altomedievale della Campania e della città di Napoli con il museo Archeologico nazionale che diventa centro di gravità per una rete d’itinerari alla scoperta dei luoghi e delle testimonianze longobarde in tutta la Regione. “A una più attenta ricerca”, continua Giulierini, “anche per lo stesso centro della città partenopea, a seguito dei recenti scavi delle metropolitane, i confini culturali si fanno più sfumati ma sopratutto emerge una straordinaria occasione di rilettura complessiva anche dei manufatti aurei, delle epigrafi, degli oggetti di età alto medievale che giacevano ab immemorabili nei depositi del Mann. Questo approfondimento consentirà, dopo la mostra, di esporre in maniera permanente i materiali tornati a nuova vita, dando conto del vissuto di una città e di un territorio anche molti secoli dopo la tradizionale data del 476 d.C. L’occasione espositiva pone inoltre il Mann quale epicentro di una importante rete di centri campani che consentiranno di delocalizzare e di potenziare l’offerta culturale dei longobardi, in una piena cornice regionale”. Il Ducato di Benevento, rimasto in vita come stato indipendente sin oltre la metà dell’XI secolo, non solo conservò memoria e retaggio del Regno di Pavia, abbattuto da Carlo Magno nel 774, ma elaborò un proprio originale ruolo di cinghia di trasmissione fra le culture mediterranee e l’Europa occidentale. “Parlarne oggi, in una fase di cambiamenti altrettanto marcati come quelli che si verificarono nell’Italia longobarda”, conclude Giulierini, “significa sperimentare la possibilità di costruire una visione dal Mediterraneo  all’intera Europa, e mostrare una prospettiva del nostro continente in cui i legami fra le aree transalpine e quelle meridionali appaiano assai più equilibrati e dialoganti di quanto molta storiografia non abbia da sempre teso a rappresentare”.

Il “Disco aureo con Cristo e gli Angeli” dal museo Archeologico nazionale di Napoli, esempio di altissimo livello dell’oreficeria napoletana di influsso bizantino

Tantissimi i capolavori (oltre ai reperti da San Vincenzo al Volturno) che in mostra testimoniano il valore artistico e la maturità espressiva raggiunta in questi secoli nel Sud Italia e le contaminazioni culturali: la Stele con l’Arcangelo dal museo di Capua – considerato il santo “nazionale” del popolo longobardo – datata fra IX e X secolo, costituisce un esempio squisito della produzione più matura della scultura figurativa longobarda meridionale; Il Disco aureo con Cristo e gli Angeli dal museo Archeologico nazionale di Napoli è un esempio di altissimo livello dell’oreficeria napoletana di influsso bizantino (o d’importazione bizantina) presente nella città partenopea agli esordi dell’età ducale; la Lastra con grifoni dall’antiquarium di Cimitile (Na) un esempio eccellente della scultura di arredo liturgico di età tardolongobarda (sec. XI) che attesta stilemi di origine arabo bizantina.

A Pavia alla mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” è esposta la sepoltura di cavallo con due cani trovata a Povegliano Veronese, un caso unico finora nelle necropoli longobarde italiane. La mancanza della testa del cavallo rimanda a riti pagani, come la “grande caccia di Odino”

L’originale, coloratissimo allestimento della mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” al castello di Pavia (foto Graziano Tavan)

Il manifesto della mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” che apre a Pavia il 1° settembre 2017

L’occhio insegue i coloratissimi ottagoni, volta dopo volta del suggestivo sotterraneo del castello di Pavia che un tempo ospitava le scuderie. L’originale allestimento di Angelo Figus, tra evocazioni crematiche e materiche, accompagna il visitatore della mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”, curata da Gian Pietro Brogiolo e Federico Marazzi, a scoprire l’epopea degli “uomini dalle lunghe barbe”. E in bella vista, a chiudere come in una quinta architettonica la prima parte del percorso della mostra, è la ricostruzione della sepoltura longobarda del cavallo con due cani scoperta in località Ortaia alla Madonna dell’Uva Secca di Povegliano Veronese. Proprio la presentazione delle numerose necropoli, recentemente indagate con metodi multidisciplinari e mai presentate al pubblico, è una delle eccellenze della mostra di Pavia. Grazie allo studio delle sepolture e dei ricchi corredi è stata possibile una ricostruzione estremamente accurata della cultura, dei riti, dei sistemi sociali, ma anche delle migrazioni delle genti longobarde, grazie a sofisticate e innovative analisi di laboratorio del Dna e sugli isotopi stabili (elementi in traccia nelle ossa, lasciate dall’acqua e dall’alimentazione) effettuate, per esempio, su recenti ritrovamenti in Ungheria. “Le più note testimonianze funerarie longobarde”, spiega Caterina Giostra sul catalogo Skira della mostra, “sono costituite da estesi sepolcreti in campo aperto: in Italia possono arrivare a contare qualche centinaio di inumazioni, per una durata di alcune generazioni. Spesso queste necropoli prendono avvio fin dalla generazione migrata e sembrano seguire il percorso della prima fase di stanziamento nella penisola, collocandosi nella fertile pianura dipendente da importanti città ducali come Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo e Ivrea”.

Agosto 1986: viene scoperta una tomba con cavallo e due cani (foto Graziano Tavan)

Agosto 1986: lo scavo della necropoli longobarda dell’Ortaia (foto Graziano Tavan)

Agosto 1986, località Ortaia. È passato un anno dalla rinvenimento di più di trenta tombe longobarde, e l’ispettore della soprintendenza Archeologica del Veneto Luciano Salzani con la collaborazione dei soci dell’associazione Balladoro deve intervenire per un altro scavo di emergenza: pochi giorni di ricerche preliminari prima degli annunciati lavori di sistemazione agricola per evitare un danno archeologico. E che danno! Gli archeologi riportano alla luce 13 sepolture con inumati, una con un cavallo e due cani, e una fossa vuota. Le tombe, abbastanza allineate fra di loro, ed orientate Est-Ovest, in stretto collegamento con quelle scavate l’anno precedente. “La sepoltura di Povegliano”, sottolineano  Elena Bedini ed Emmanuele Petiti, “costituisce a oggi l’unico esempio di deposizione di un cavallo e di due cani rinvenuta in una necropoli longobarda italiana. Risultano invece più comuni e diffuse nelle regioni centro-settentrionali le inumazioni complete o parziali di uno o più cavalli, abitualmente interpretate come pratiche elitarie esclusive delle prime generazioni delle genti germaniche immigrate in Italia, compiute nell’ambito delle onoranze funebri tributate a personaggi di rango, in genere guerrieri come lascia supporre la vicinanza delle fosse dei cavalli a quelle di uomini armati”.

Dettaglio della sepoltura di un cavallo e due cani nella necropoli longobarda dell’Ortaia (foto Graziano Tavan)

Gli scheletri dei tre animali, trovati a Povegliano – spiegano ancora Bedini e Petiti -, sono quasi completi e in discrete condizioni di conservazione. La deposizione dei tre animali è stata simultanea, ma il fatto che i due scheletri dei cani coprano quello del cavallo indica che quest’ultimo fu deposto per primo nella fossa. Lo scheletro del cavallo, un castrone di età adulta e di circa 140 cm di altezza al garrese, utilizzato in vita come cavalcatura o animale da trasporto, è privo del cranio. Ma posizione delle vertebre cervicali e dimensioni della fossa indicano che il cavallo, al momento dell’inumazione, era privo della testa. Il cane posizionato davanti agli arti anteriori del cavallo è stato deposto sul fianco destro. Quello collocato dietro gli arti posteriori del cavallo poggia sul fianco sinistro con il capo rivolto all’indietro. Entrambi i cani hanno circa un anno di età e appartengono a uno stesso tipo, affine a quello degli attuali levrieri e in misura minore a quello dei segugi. “Anche se nessuno dei tre scheletri presenta tracce di lesioni che possano aver prodotto la morte degli animali, è indubbio che essi furono uccisi intenzionalmente. È verosimile che il cavallo, come quello di villa Lancia di Testona (Moncalieri, Torino) sia stato abbattuto per mezzo di un colpo vibrato a livello del cranio – non conservato – e successivamente decapitato, e che i cani siano stati sacrificati secondo modalità che non lasciavano tracce sulle ossa, ad esempio per sgozzamento”.

L’allestimento della sepoltura di Povegliano Veronese nella mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” (foto Graziano Tavan)

“A Povegliano”, affermano Bedini e Petiti, “non sembra però cogliersi una precisa associazione tra la fossa con le deposizioni animali e una particolare inumazione umana: le si concentrano infatti intorno tombe di uomini armati, di donne e di subadulti databili tra la fine del VI secolo e quella del VII. Evidentemente il valore simbolico del sacrificio del cavallo e dei cani era rimasto invariato nel tempo, tanto da far interpretare la sepoltura come probabile nucleo generatore della necropoli. Un’ipotesi suggestiva, che potrebbe essere relativamente facile verificare, è quella che al cavallo sepolto insieme ai due cani appartenga uno dei due crani equini deposti in corrispondenza del margine ovest della necropoli”. Su questa ipotesi interviene Caterina Giostra della Cattolica di Milano, che all’Ortaia ha condotto alcune campagne di scavo. “Il taglio della testa equina e la sua possibile esposizione rituale potrebbero avere avuto come esito la sua deposizione in apprestamenti separati ma prossimi al cavallo: il rinvenimento di due teste in un settore marginale nella necropoli di Povegliano Veronese, che sembra presupporre lo sviluppo del sepolcreto, potrebbe rimandare a riti periodici e reiterati, richiamando tradizioni in ambito germanico come la festa di mezzo inverno e la grande caccia di Odino, durante la quale il dio sarebbe tornato tra i vivi alla guida di cavalli, cani e cervi. La secolare persistenza delle inumazioni e le rideposizioni intorno al cavallo di Povegliano paiono esprimere il senso di identità e di appartenenza a un ben definito ambito culturale, che ha ancora molto dello stadio tribale e pagano”.

Pavia è pronta a tornare capitale del Regnum Langobardorum: apre al castello Visconteo la mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”, un grande evento in cui per la prima volta Nord e Sud d’Italia sono uniti nel nome degli “uomini dalle lunghe barbe”

Il manifesto della mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” che apre a Pavia il 1° settembre 2017

È tutto pronto. Anzi, Pavia è pronta a tornare capitale del Regnum Langobardorum: tra una settimana, il 1° settembre 2017, al Castello Visconteo di Pavia, apre “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”, una grande mostra, in realtà un grande evento internazionale, in cui per la prima volta Nord e Sud Italia sono uniti per una delle più importanti esposizioni mai realizzate sui Longobardi. Infatti dopo Pavia, dove rimane fino al 3 dicembre, la mostra si sposta al museo Archeologico di Napoli (dal 15 dicembre 2017), in cui il capoluogo partenopeo si fa portavoce del ruolo fondamentale del Meridione nell’epopea degli “uomini dalla lunghe barbe” e nella mediazione culturale tra Mediterraneo e nord Europa. Infine dall’aprile 2018 i “Longobardi” andranno alla conquista di San Pietroburgo, in Russia, “invadendo” per la prima volta il museo dell’Ermitage. Come era stato sottolineato alla presentazione dell’evento al ministero per i Beni culturali a Roma (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/07/09/gli-uomini-dalle-lunghe-barbe-come-non-li-avete-mai-visti-apre-a-pavia-poi-a-napoli-e-infine-a-san-pietroburgo-longobardi-un-popolo-che-cambia-la-storia-una-mos/) alla base della realizzazione di una mostra che, per gli studi scientifici svolti, l’analisi del contesto storico italiano e più ampiamente mediterraneo ed europeo, per gli eccezionali materiali esposti, quasi totalmente inediti, e per le modalità espositive, si preannuncia “epocale”, c’è l’eccezionale e proficua collaborazione internazionale a tre – musei civici di Pavia, museo Archeologico nazionale di Napoli e museo statale Ermitage: l’esposizione è in definitiva il punto di arrivo di oltre 15 anni di nuove indagini archeologiche, epigrafiche e storico-politiche su siti e necropoli altomedievali, frutto del rinnovato interesse per un periodo cruciale della storia Italiana ed europea.

Una cosiddetta “Fibula a S” in argento dorato, almandine e pietre, trovata nella necropoli Cella; oggi al museo Archeologico nazionale di Cividale del Friuli

Curata da Gian Pietro Brogiolo e Federico Marazzi con Ermanno Arslan, Carlo Bertelli, Caterina Giostra, Saverio Lomartire e Fabio Pagano e con la direzione scientifica di Susanna Zatti, Paolo Giulierini e Yuri Piotrovsky, la mostra organizzata da Villaggio Globale International consentirà – a differenza di precedenti eventi – di dare una visione complessiva e di ampio respiro (dalla metà del VI secolo, dalla presenza gotica in Italia, alla fine del I millennio) del ruolo, dell’identità, delle strategie, della cultura e dell’eredità del popolo longobardo che nel 568, guidato da Alboino, varca le Alpi Giulie e inizia la sua espansione sul suolo italiano: una terra divenuta crocevia strategico tra Occidente e Oriente, un tempo cuore dell’Impero Romano e ora sede della Cristianità, ponte tra Mediterraneo e Nord Europa.

La cripta dell’ex chiesa di Sant’Eusebio, di fondazione longobarda

Oltre 300 le opere esposte; più di 80 i musei e gli enti prestatori; oltre 50 gli studiosi coinvolti nelle ricerche e nel catalogo edito da Skira; 32 i siti e i centri longobardi rappresentati in mostra; 58 i corredi funerari esposti integralmente; video originali e installazioni multimediali (touchscreen, oleogrammi, ricostruzioni 3D, ecc.); 3 le cripte longobarde pavesi, appartenenti a soggetti diversi, aperte per la prima volta al pubblico in un apposito itinerario; centinaia i materiali dei depositi del Mann vagliati dall’università Suor Orsola Benincasa, per individuare e studiare per la prima volta i manufatti d’epoca altomedievale conservati nel museo napoletano.

Pluteo in marmo, con la rappresentazione di un agnello, proveniente dai civici musei di Pavia

La mostra che apre a Pavia il 1° settembre 2017 si sviluppa in otto sezioni, con un allestimento di grande fascino e di assoluta novità nel campo archeologico, che incrocia creatività, design e multimedialità: dal cupo contesto in cui s’innesta in Italia l’arrivo dei Longobardi ai modelli insediativi ed economici introdotti dalla loro presenza; dalle strutture del potere e della società nel periodo dell’apogeo alle testimonianze della Longobardia Meridionale tra bizantini e arabi, principati e nuovi monasteri. Straordinaria è la testimonianza in mostra di numerose necropoli recentemente indagate con metodi multidisciplinari e mai presentate al pubblico, che consentono una ricostruzione estremamente avanzata della cultura, dei riti, dei sistemi sociali ma anche delle migrazioni delle genti longobarde, provate grazie a sofisticate e innovative analisi di laboratorio del DNA e sugli isotopi stabili (elementi in traccia nelle ossa, lasciate dall’acqua e dall’alimentazione) effettuate per esempio su ritrovamenti recenti in Ungheria.

Catino decorato
con ingobbio rosso, esterno ed interno conservato al museo Diocesano del Santuario di Santa Restituta a Ischia

Innanzitutto si esporranno per la prima volta alcuni contesti goti con la sovrapposizione di gruppi longobardi come il nucleo di tombe di Collegno in provincia di Torino, ove sono stati ritrovati due individui, entrambi esposti, di cui un bambino di 7 anni, con la deformazione artificiale dei crani: una pratica di distinzione sociale diffusa tra gli unni e i germani dell’Europa centro-orientale. Tra le più recenti scoperte, eccezionale, per le sue dimensioni, appare la necropoli cuneese, di Sant’Albano Stura – di cui si dà conto – dove sono state riportate in luce quasi 800 tombe quando nelle altre località si contano in genere tra le 100 e le 300 sepolture. I grandi sepolcreti in campo aperto testimoniano comunque la divisione in clan e lo stadio culturale e religioso dei Longobardi al loro arrivo in Italia, legato ancora a valori pagani e guerrieri come mostrano le armi, il sacrificio del cavallo, offerte alimentari e decori animalistici. Accanto agli scheletri di cavallo e di due cani da Povegliano Veronese, nella Longobardia Minor (Il ducato di Benevento), nelle necropoli di Campochiaro, numerosi cavalieri sono stati sepolti accanto al loro cavallo bardato (nella stessa fossa), a dimostrare quella composizione multietnica di cui parlano le fonti scritte, dotati com’erano di staffe e altri complementi rari per tipologia in Italia, ma diffusi tra le culture nomadiche.

“Gli uomini dalle lunghe barbe” come non li avete mai visti. Apre a Pavia, poi a Napoli e infine a San Pietroburgo “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”, una mostra già definita epocale: 300 capolavori, molti inediti; 32 siti longobardi rappresentati; 58 corredi funerari esposti integralmente

Il manifesto della mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” che apre a Pavia il 1° settembre 2017

I longobardi come non li avete mai visti: un grande evento internazionale, Nord e Sud d’Italia uniti per la più importante mostra mai realizzata sugli “uomini dalle lunghe barbe”. Dal 1° settembre 2017 al Castello di Pavia, dal 15 dicembre 2017 al museo Archeologico nazionale di Napoli, e ad aprile 2018 al museo statale Ermitage di San Pietroburgo si potrà visitare la mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”, già definita “epocale”: circa 300 capolavori, molti dei quali mai esposti prima, provenienti da 80 enti prestatori diversi; oltre 50 gli studiosi coinvolti nelle ricerche e nel catalogo Skira; 32 i siti e i centri longobardi rappresentati in mostra; 58 i corredi funerari esposi integralmente; 17 i video originali e le installazioni multimediali (touchscreen, oleogrammi, ricostruzioni 3D); 3 le cripte longobarde pavesi, appartenenti a soggetti diversi, che saranno aperte per la prima volta al pubblico all’interno di uno speciale itinerario; centinaia i materiali dei depositi del Mann vagliati dall’università Suor Orsola Benincasa, per individuare e studiare per la prima volta i manufatti d’epoca altomedievale conservati nel museo napoletano.

Corno potorio longobardo proveniente dal museo Archeologico nazionale di Cividale

Pavia torna dunque capitale del Regnum Langobardorum, e Napoli si fa portavoce del ruolo fondamentale del Meridione nell’epopea degli “uomini dalle lunghe barbe” e nella mediazione culturale tra Mediterraneo e nord Europa. È la grande sfida lanciata dai civici musei di Pavia, dal Mann di Napoli e dall’Ermitage di San Pietroburgo, per illustrare un’epoca e un popolo non nuovi ad approfondimenti scanditi negli ultimi 40 anni da grandi esposizioni che hanno segnato tappe importanti nell’evoluzione della ricerca storica. “Se la mostra tenuta a Milano nel 1978 aveva definito uno specifico campo di osservazione sulla storia della Lombardia”, ricordano alla direzione generale dei Musei del Mibact, “la mostra tenuta a Cividale del Friuli e a villa Manin di Passariano nel 1990 ha marcato l’importanza della lettura dei contesti archeologici, soprattutto quelli funerari, per lo studio della cultura e società longobarda”. E continuano: “L’ultima stagione del regno longobardo in Italia e la trasmissione di quest’esperienza nella nuova Europa carolingia è stato il principale oggetto d’interesse della mostra di Brescia del 2000, mentre quella ospitata a Torino nel 2008 ha focalizzato il proprio interesse nel raccontare i longobardi nel più ampio quadro degli stanziamenti dei barbari in Occidente, inserendoli nella dimensione dei grandi processi di trasformazione che investono l’Europa tra la fine del modo antico e il primo medioevo”.

Coppia di fibule longobarde proveniente dal civico museo Archeologico di Milano

Cosa può dire di nuovo nel 2017 un’altra mostra sui longobardi? Nuove campagne di scavo e recenti progetti di ricerca, condotti con il supporto delle innovative analisi diagnostiche – assicurano i promotori -, consentono nel 2017 di rileggere l’apporto dei longobardi nella definizione di una nuova Italia, divisa territorialmente ma altamente pervasa da profonde relazioni culturali e politiche. “Raccontare l’Italia longobarda nel 2017 impone inevitabilmente un confronto con la contemporaneità, spinge a indagare le vicende di un popolo che ha cambiato la storia, ponendosi in una dimensione più ampia nella riflessione sui grandi cambiamenti che stanno modificando l’Europa e il suo rapporto con l’area mediterranea”. La mostra, punto di arrivo di oltre 15 anni di nuove indagini archeologiche, epigrafiche e storico-politiche su siti e necropoli altomedievali, offre dunque la possibilità di guardare l’Italia longobarda da una prospettiva diversa, una stimolante opportunità per scoprire come le relazioni tra l’Europa e il Mediterraneo fossero salde anche durante la stagione longobarda. ”Sarà una mostra che lascerà una traccia”, ha detto il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini intervenuto alla presentazione della mostra, sottolineando l’importanza di mettere a punto iniziative in grado di arrivare al largo pubblico e al tempo stesso dare valore alla ricerca scientifica.

Il curatore Federico Marazzi con l’assessore Giacomo Galazzo e il sindaco di Pavia, Massimo Depaoli

Frutto innanzitutto di una “coproduzione” tra Pavia, capitale del Regno Longobardo, e Napoli, città bizantina ma punto di riferimento economico e culturale del Ducato di Benevento, “Longobardi. Un popolo che cambia la storia” ricostruisce dunque le grandi sfide economiche e sociali affrontate dai longobardi e riflette sulle relazioni e sulle mediazioni culturali che dominarono quei secoli di guerre e scontri, alleanze strategiche e grandi personalità. Curata da Gian Pietro Brogiolo e Federico Marazzi con Ermanno Arslan, Carlo Bertelli, Caterina Giostra, Saverio Lomartire e Fabio Pagano e con la direzione scientifica di Susanna Zatti, Paolo Giulierini e Yuri Piotrovsky, la mostra organizzata da Villaggio Globale International consentirà di dare una visione complessiva e di ampio respiro (dalla metà del VI secolo, dalla presenza gotica in Italia, alla fine del I millennio) del ruolo, dell’identità, delle strategie, della cultura e dell’eredità del popolo longobardo che nel 568, guidato da Alboino, varca le Alpi Giulie e inizia la sua espansione sul suolo italiano: una terra divenuta crocevia strategico tra Occidente e Oriente, un tempo cuore dell’impero romano e ora sede della Cristianità, ponte tra Mediterraneo e Nord Europa.

Pluteo in marmo, con la rappresentazione di un agnello, proveniente dai civici musei di Pavia

“Pavia, scelta dagli ostrogoti come seconda capitale e allora dotata di architetture pubbliche eccellenti”, ricorda Susanna Zatti, direttore dei musi civici del Castello di Pavia, “viene espugnata nel 572 da Alboino, dopo un assedio lungo tre anni. Seguono due secoli (cederà all’assedio dei franchi di Carlo Magno nel 774) nei quali la città è baricentro delle vicende politiche, economiche e amministrative più rilevanti del regno, che la narrazione di Paolo Diacono (lo storico autore della Historia Langobardorum), le pur scarse testimonianze materiali, ma anche – e soprattutto – la tradizione, le leggende e le memorie locali, i toponimi tuttora ricordano: dall’emanazione dell’editto di Rotari al recupero e traslazione delle spoglie mortali di Sant’Agostino minacciate dai saraceni, alle cospicue fondazioni religiose destinate a cenotafi di re e regine”. Per l’amministrazione comunale di Pavia la mostra “l’approdo più luminoso di un percorso” con il quale ha voluto caratterizzare la propria politica culturale. E per Pavia non ci sarà solo la grande mostra, ma anche molte attività complementari. “Abbiamo pensato che la riflessione sulla storia della città”, spiegano il sindaco Massimo Depaoli e l’assessore alla Cultura Giacomo Galazzo, “debba sempre essere accompagnata da un tentativo di comprensione del più ampio contesto storico in cui in cui questa si è sviluppata. E poi abbiamo pensato che il rigore scientifico vada sempre declinato al futuro: ecco quindi la proposta di un percorso di visita che andrà alla scoperta delle più moderne tecnologie di fruizione museale”.

Un orecchino longobardo in oro e smalti proveniente dal museo Archeologico nazionale di Napoli

I longobardi nel Meridione. Il Ducato di Benevento rimasto in vita come Stato indipendente sin oltre la metà dell’XI secolo, non solo conservò memoria e retaggio del Regno di Pavia, abbattuto da Carlo Magno nel 774, ma elaborò un proprio originale ruolo di cinghia di trasmissione tra le culture mediterranee e l’Europa occidentale.  Per il museo Archeologico nazionale di Napoli questa sui longobardi rappresenta” la prima mostra dedicata a un periodo che segue la caduta dell’impero romano. “Troppo forte”, interviene il direttore Paolo Giulierini, “è stato finora il fascino di Pompei ed Ercolano per osare approfondire temi di apparente rottura con la classicità”. E continua: “Sono profondamente debitore nei confronti di Maurizio Cecconi e Federico Marazzi, che mi hanno fatto riflettere sull’opportunità di aprire a scenari più vasti la riflessione sull’evo antico, tanto più che i longobardi in Campania hanno lasciato un segno indelebile. Basterà citare solo Capua e Benevento, le due più importanti capitali della Longobardia Minor, nonché l’interessante rapporto tra l’entroterra e la Napoli tradizionalmente bizantina”. E questa straordinaria occasione di rilettura complessiva dei manufatti aurei, delle epigrafi, degli oggetti di età alto medievale che giacevano ab immemorabili nei depositi del Mann non rimarrà lettera morta. “Dopo la mostra”, annuncia Giulierini, “questo approfondimento ci consentirà di esporre in maniera permanente i materiali tornati a nuova vita, dando conto del vissuto di una città e di un territorio anche molti secoli dopo la tradizionale data del 476 d.C.”. La mostra che, ricordiamolo, a Napoli aprirà il 15 dicembre, farà del Mann l‘epicentro di una importante rete di centri campani che consentiranno di delocalizzare e di potenziare l’offerta culturale dei longobardi, in una piena cornice regionale.

Il museo statale dell’Ermitage di San Pietroburgo

Il carattere internazionale dell’evento è dato dalla collaborazione con il museo statale Ermitage di San Pietroburgo, uno dei più prestigiosi musei al mondo. Ed è proprio a San Pietroburgo che nell’aprile 2018 (data ancora da definire) approderà la mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”: sarà la prima volta che in Russia verranno accesi i riflettori sulla civiltà longobarda, un segnale concreto – sottolineano gli organizzatori – della consapevolezza che gli incroci di civiltà risultano sempre più evidenti e ineludibili. E per il Mibact “la scelta di portare la narrazione dell’Italia dei longobardi nella prestigiosa sede dell’Ermitage di San Pietroburgo esprime la volontà di consolidare i rapporti tra importanti istituzioni museali, raccontando all’estero la centralità della civiltà dei longobardi nella storia italiana”.

TourismA. Alle catacombe di Napoli il premio nazionale Francovich della società degli Archeologi medievisti italiani: un riconoscimento alla gestione innovativa dei ragazzi del rione Sanità guidati da don Antonio Loffredo. Premiata dal pubblico l’area archeologica di S. Maria di Siponto

Le catacombe di San Gennaro a Napoli premiate dalla Simi col “Francovich 2016”

Don Antonio Loffredo con i ragazzi del rione Sanità a Napoli

Il più emozionato sul palco del centro congressi di Firenze era senz’altro don Antonio Loffredo attorniato dai ragazzi della cooperativa la Paranza a TourismA, salone internazionale dell’archeologia, per il premio nazionale Francovich. “Se succede al rione Sanità di Napoli, c’è speranza per tutti”, ha commentato commosso alla presenza del ministro Dario Franceschini nel ricevere dalle mani di Giuliano Volpe, presidente Sami e presidente del Consiglio Superiore Beni Culturali e Paesaggistici del MiBACT, il premio Francovich 2016, riconoscimento istituito nel 2013 dalla Società degli Archeologi Medievisti Italiani (Sami) per chi rappresenta la migliore sintesi fra rigore dei contenuti scientifici ed efficacia nella comunicazione verso un pubblico di non specialisti. E quest’anno il premio è stato assegnato alle catacombe di Napoli, precisamente quelle di San Gennaro e San Gaudioso “per l’appassionata ed efficace opera di promozione culturale e sociale, per la capacità di coinvolgimento della comunità di patrimonio del rione Sanità e per l’innovativa gestione dal basso  di un importante complesso archeologico”, raggiunto – come si diceva – grazie alla gestione innovativa dei ragazzi del rione Sanità, guidati da don Antonio Loffredo con la cooperativa la Paranza e il sostegno della Fondazione San Gennaro, che ha portato nel 2016 un boom di visite, che quest’anno ha superato i centomila ingressi.

Il suggestivo allestimento dell’area di Santa Maria di Siponto

La commissione, presieduta da Giuliano Volpe, è composta da Paola Galetti (professore di Storia medievale, università di Bologna), Federico Marazzi (professore di Archeologia medievale, università di Napoli “Suor Orsola Benincasa”), Antonella Pinna (dirigente Regione Umbria), Piero Pruneti (direttore di Archeologia Viva), Ugo Soragni (direttore generale Musei, MiBACT), Anna Maria Visser (professore di Museologia, università di Ferrara). Dallo scorso anno alla votazione dei soci della Sami si è aggiunto anche il voto pubblico dei non soci, in modo da allargare il più possibile la partecipazione e mobilitare, in tal modo anche sensibilizzandoli, i cittadini italiani e in particolare le comunità locali più direttamente coinvolte. Il premio del pubblico è stato conferito all’area archeologica di Santa Maria di Siponto “per il progetto coraggioso e innovativo, capace di coniugare i resti archeologici e una suggestiva installazione di arte contemporanea e di offrire con efficacia evocativa la percezione dei volumi architettonici della chiesa paleocristiana”.