Pompei. Nel cantiere dell’Insula Meridionalis rinvenuti materiali e reperti ceramici del XV-XVI secolo che attestano la frequentazione nel Rinascimento dell’antica città sepolta dall’eruzione vesuviana. Il cantiere è visitabile su prenotazione. Tutti gli approfondimenti sull’E-journal del Parco


L’antica Pompei era stata cancellata dalla storia ormai da almeno 14 secoli sotto gli effetti dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e la sua scoperta sarebbe avvenuta un paio di secoli più tardi, nel 1748, dando inizio ufficialmente alla ricerca archeologica, che non era ancora propriamente scienza come la intendiamo noi. Eppure su quello che doveva essere il sito dell’antica città romana c’era della vita. Nell’area di cantiere dell’Insula Meridionalis, a Pompei, sono stati rinvenuti materiali e reperti ceramici del XV-XVI secolo, indizio della frequentazione nel periodo rinascimentale dell’antica città sepolta dall’eruzione vesuviana, che attestano fortemente questo legame e la continuità di una memoria storica che non si è mai interrotta nel tempo.

Nell’immaginario comune la storia di Pompei è spezzata in due blocchi netti e apparentemente separati tra loro: da un lato la città romana, cristallizzata nel tempo dall’eruzione del 79 d.C. e dall’altro la sua “seconda vita”, iniziata solo nel 1748 con gli scavi borbonici, dopo quasi diciassette secoli di totale oblio. Nel mezzo, uno spazio temporale in cui, tuttavia, la memoria della città sepolta non si era mai del tutto spenta, ma era stata custodita da una comunità rurale che in realtà non aveva mai abbandonato quel territorio. Tutti gli approfondimenti nell’E-journal del Parco al seguente link: https://pompeiisites.org/e-journal-degli-scavi-di-pompei/

È possibile visitare il cantiere dell’Insula Meridionalis insieme agli archeologi e restauratori del cantiere su prenotazione tutti i giorni dal lunedì al venerdì dalle 11.00 alle 12.00chiamando al numero telefonico 327 2716666.

“Il docu-drama Pompei Fuori dal tempo con Tom Hiddleston e lo studio dell’archeologo Steven Tuck”, spiega il direttore del parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel, “mostrano come il tema dei sopravvissuti sta finalmente diventando oggetto di ricerche e di iniziative di divulgazione. Pompei dopo l’eruzione si presentò come un paesaggio post apocalittico, eppure troviamo tracce di persone che tornavano qui, e una frequentazione che si estende nel tempo: ma sono tracce labili di vite precarie, all’ombra della storia ufficiale, e per questo hanno rischiato spesso di essere dimenticate o cancellate”.


Oggi, la ricerca della “Pompei dopo Pompei” si rafforza con alcuni recenti ritrovamenti materiali e artistici. Alcuni reperti emersi durante le attività di scavo, restauro e messa in sicurezza della cosiddetta Insula Meridionalis, un quartiere ai margini meridionali della città, sono databili tra il XV e il XVI secolo, attestando così una frequentazione in quell’epoca, approssimativamente la stessa in cui venne realizzata la “Deposizione di Cristo” attribuita ad Andrea Mantegna e riscoperta recentemente nel Santuario della Beata Vergine di Pompei. Il dipinto, di altissima qualità e a lungo ritenuto disperso, era documentato fino agli anni Venti del Cinquecento nella chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli. Con ogni probabilità, la tela giunse poi a Pompei negli ultimi decenni dell’Ottocento, proprio durante la fondazione del Santuario mariano. Identificato alcuni anni fa nel Palazzo della Prelatura di Pompei, il capolavoro è esposto, dal novembre 2025, all’interno della nuova Pinacoteca del Santuario, al termine di un lungo e meticoloso restauro condotto presso i laboratori dei Musei Vaticani. Si tratta di vicende storicamente indipendenti, che però mostrano come la percezione e la presenza di questo luogo nel corso dei secoli siano state assai più articolate e interconnesse di quanto si era abituati a pensare.


“Senza togliere nulla a ricercatori come Gioachino Alcubierre, arrivato dalla Spagna e promotore dei primi scavi archeologici a Pompei nel 1748”, aggiunge Zuchtriegel, “bisogna prendere atto che qui esisteva una comunità locale che sin dall’indomani dell’eruzione ha continuato a vivere a Pompei e a custodirne la memoria. Questo emerge non solo dalle scoperte archeologiche, ma anche dal toponimo Civita, che attesta la memoria di una città sepolta a livello locale. Naturalmente i contadini e pastori che vivevano tra le rovine antiche non avevano i mezzi per trasmettere la loro conoscenza dell’antico in modo scientifico, ma questo non significa che fosse una conoscenza inesistente. Pompei è ed è sempre stata una vera e propria heritage community e se oggi porta il nome della città antica, non è perché Pompei è risorta dal nulla, ma perché è sempre stata parte della memoria collettiva in questo territorio”.
Pompei. Nella necropoli di Porta Stabia scoperti i resti di due uomini che cercavano di scappare dalla città sotto l’eruzione del Vesuvio. Per la prima volta ricostruita con l’IA, in collaborazione con l’università di Padova, la fuga di un pompeiano dall’eruzione. E a luglio il convegno “Orbits — Dialogues with Intelligence. Habitat — Disegnare la società post-AI”

Pompeiano in fuga dall’eruzione del Vesuvio: ricostruzione con IA su ritrovamento a Porta Stabia (foto parco archeologico pompei)
Un pompeiano appena fuori Porta Stabia cerca di mettersi in salvo dalla pioggia di lapilli e frammenti vulcanici dell’eruzione del Vesuvio: ricostruiti questi momenti con l’IA in collaborazione con l’università di Padova. Per la prima volta, infatti, il parco archeologico di Pompei ha utilizzato strumenti di intelligenza artificiale per proporre, in collaborazione con l’università di Padova – Laboratorio Digital Cultural Heritage, una ricostruzione digitale basata sui dati emersi dalle indagini archeologiche condotte dagli archeologi del ministero della Cultura. La ricostruzione riguarda un uomo morto durante l’eruzione del Vesuvio, che distrusse la città nel 79 d.C. in meno di 24 ore, ritrovato con un mortaio di terracotta, che sembra essere stato utilizzato come protezione durante la caduta di lapilli e frammenti vulcanici. Il gesto richiama le descrizioni di Plinio il Giovane, testimone oculare, che in una lettera riferisce come le persone in fuga dal vulcano cercassero di difendersi dal materiale eruttivo con oggetti o con cuscini legati sulla testa: “Con stracci legano dei cuscini posati sulle teste” (cervicalia capitibus imposita linteis constringunt)”.
“Si tratta del rinvenimento di due uomini che cercavano di scappare dalla città sotto l’eruzione del Vesuvio”, spiega Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei. “uno dei due cercava di coprirsi la testa con un mortaio, un vaso in terracotta, e abbiamo proposto per la prima volta in maniera scientifica, insieme all’università di Padova, una ricostruzione utilizzando l’intelligenza artificiale. E credo che si tratti di uno strumento che in futuro sarà sempre più importante, non solo per affrontare la vastità dei dati che emerge a Pompei e in altri siti, per tutelare un patrimonio fragile, esteso come appunto la città di Pompei, ma anche per raccontare un patrimonio molto articolato, molto ricco, un pubblico sempre più diversificato”.
Il rinvenimento è avvenuto durante recenti scavi nell’area della necropoli di Porta Stabia, appena fuori le mura dell’antica Pompei, condotti nell’ambito del completamento dell’indagine sulla tomba a schola di Numerius Agrestinus Equitius Pulcher. Gli archeologi impegnati sul campo hanno portato alla luce i resti di due uomini che tentarono di fuggire verso la costa durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. I due individui, morti in momenti diversi dell’eruzione, offrono nuovi elementi per comprendere le dinamiche dell’evento e le condizioni affrontate dagli abitanti nelle vie di fuga.

Lo scheletro di adulto probabilmente travolto da una corrente piroclastica, rinvenuto nella necropoli di Porta Stabia a Pompei (foto parco archeologico pompei)
Uno di loro, più giovane, fu probabilmente travolto da una corrente piroclastica, ovvero una nube ardente di cenere e gas tossici, mentre tentava di allontanarsi dalla città. L’altro, più adulto, morì qualche ora prima sotto una fitta pioggia di lapilli, cercando di proteggersi la testa con un mortaio di terracotta ritrovato accanto al corpo, con evidenti segni di frattura. Inoltre, portava con sé una lucerna in ceramica per orientarsi in condizioni di scarsa visibilità, un piccolo anello in ferro al mignolo sinistro e un gruzzolo di dieci monete in bronzo.

Pompeiano in fuga dall’eruzione del Vesuvio: ricostruzione con IA su ritrovamento a Porta Stabia (foto parco archeologico pompei)
Il modello digitale, che propone una ricostruzione della seconda vittima, è stato generato attraverso una combinazione di software di intelligenza artificiale e tecniche di fotoritocco, con l’obiettivo di restituire un’immagine scientificamente fondata ma accessibile a tutti. La ricostruzione rappresenta un prototipo sperimentale, pensato per rendere i risultati delle ricerche archeologiche maggiormente accessibili a un pubblico di non specialisti.

Lo scheletro di adulto morto sotto una fitta pioggia di lapilli, cercando di proteggersi con un mortaio, rinvenuto nella necropoli di Porta Stabia a Pompei (foto parco archeologico pompei)
“Quando Plinio il Giovane racconta la fine di suo zio, Plinio il Vecchio, che spirò sulla spiaggia di Stabia nel tentativo di mettersi in salvo la mattina del secondo giorno dell’eruzione”, si legge nell’approfondimento sull’E-journal degli scavi di Pompei https://pompeiisites.org/e-journal-degli-scavi-di-pompei/, “lo fa usando il presente storico (Epist. VI 16.). Nella lingua latina è una scelta ancora più forte rispetto all’italiano odierno, ispirata all’arte della retorica classica. Vuol dire portare il lettore sul posto, facendogli rivivere gli ultimi momenti dello zio. Ed è questo che l’archeologia, che in fondo altro non è che un monumentale “presente storico”, continua a fare sin dall’inizio degli scavi nelle città vesuviane: ci rivela gli ultimi momenti di bambini, donne, uomini che erano lì, in quella notte oscura, e non ce l’hanno fatta. Che i cuscini con cui Plinio il Vecchio e i suoi compagni si coprivano le teste fossero tutt’altro che superflui, viene ora confermato da un rinvenimento di due vittime nei pressi della biblioteca di San Paolino, al di fuori di Porta Stabia, dove nel 2024 venne alla luce una tomba a schola d’età augustea (Zuchtriegel et al. 2024). Si tratta di due uomini, che cercavano di raggiungere la spiaggia. Il primo rinvenuto durante lo scavo, il cui scheletro purtroppo risultava molto compromesso dai lavori di costruzione del complesso ottocentesco, morì verosimilmente la mattina del 25 agosto (secondo la data pliniana), nelle stesse ore in cui Plinio il Vecchio si trovava sulla spiaggia di Stabia: è stato trovato al di sopra dei lapilli, all’interno della cinerite. Secondo le analisi antropologiche eseguite sui resti scheletrici, era di giovane età.

Dettaglio del mortaio, con bollo, rinvenuto accanto allo scheletro di adulto nella necropoli di Porta Stabia (foto parco archeologico pompei)
Il secondo uomo, di età più matura, morì invece all’interno dei lapilli, dunque qualche ora prima. Portava con sé un grande mortaio di terracotta con cui si copriva la testa, che mostra evidenti segni di fratture. Ciò suggerisce che la pioggia di lapilli che si abbatteva sulla città tra il primo pomeriggio del 24 agosto e le prime ore del mattino del giorno successivo potesse essere letale a causa della natura dei frammenti. Infatti, oltre alle pomici, rocce vulcaniche poco dense perché ricche di vacuoli, anche frammenti lavici con dimensioni fino ad alcuni centimetri, molto più densi e pesanti, cadevano sulla città. Al di là del caso specifico, le due vittime rinvenute presso il complesso di San Paolino, insieme a numerose altre trovate nelle vicinanze delle porte urbiche, sono un monito per chi tenta di stimare il numero complessivo delle vittime dell’eruzione. Se è vero che le vittime trovate all’interno della città non sono tantissime (si stima un numero complessivo intorno ai 2.000 incluse le parti non scavate, rispetto a una popolazione di almeno 20.000 persone), è da tener presente che molti potrebbero aver perso la vita fuori dalla città, nel tentativo di raggiungere la costa, come appunto Plinio il Vecchio e i due uomini di San Paolino (Tuck 2019; Zuchtriegel 2022; Zuchtriegel et al. 2025)”.

Dettaglio dello scheletro di adulto morto sotto una fitta pioggia di lapilli, cercando di proteggersi con un mortaio, rinvenuto nella necropoli di Porta Stabia a Pompei (foto parco archeologico pompei)

La lucerna rinvenuta accanto allo scheletro di adulto assieme al mortaio nella necropoli di Porta Stabia a Pompei (foto parco archeologico pompei)
“Pompei è forse il luogo più prestigioso al mondo per la ricerca archeologica”, dichiara il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, “dove ogni nuova scoperta illumina in modo entusiasmante la trama della vita antica. Le indagini condotte con questi scavi dimostrano che le metodologie innovative, utilizzate con rigore, possono regalarci nuove prospettive storiche. È in questa direzione che il ministero della Cultura intende proseguire: rafforzare lo studio e la Tutela del nostro patrimonio, sostenendo la ricerca e ampliando la capacità di trasmettere conoscenza in modo sempre più efficace”. “La vastità dei dati archeologici a Pompei e oltre è ormai tale che solo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale saremo in grado di tutelarli e valorizzarli adeguatamente”, afferma il direttore Gabriel Zuchtriegel. “Ed è importante che noi archeologi ce ne occupiamo in prima persona, perché altrimenti lo faranno altri al posto nostro che non hanno le basi umanistiche e scientifiche necessarie. Se usata bene, l’IA può contribuire a un rinnovamento degli studi classici, raccontando il mondo classico in maniera più immersiva. Visitare Pompei o imparare il latino, essenzialmente, significa fare un’esperienza profonda, unica e bellissima, e le ricostruzioni ci aiutano a coinvolgere più persone in questa avventura”. “Il progetto apre una riflessione più ampia sull’impiego dell’IA in archeologia”, aggiunge il prof. Jacopo Bonetto dell’università di Padova, “una tecnologia che può contribuire alla produzione di modelli interpretativi e al miglioramento degli strumenti di comunicazione, ma che richiede un uso controllato e metodologicamente fondato, sempre in integrazione con il lavoro degli specialisti”.

Lo scheletro di adulto morto sotto una fitta pioggia di lapilli, cercando di proteggersi con un mortaio, rinvenuto nella necropoli di Porta Stabia a Pompei (foto parco archeologico pompei)
Proprio sul tema dell’intelligenza artificiale, a luglio 2026 nel parco archeologico di Pompei, è in programma l’edizione 2026 di “Orbits — Dialogues with Intelligence. Habitat — Disegnare la società post-AI” che riporta l’etica e la filosofia al centro del dibattito tecnologico, promuovendo un uso consapevole del digitale. Tra i protagonisti, il prof. Luciano Floridi, founding director del Digital Ethics Center a Yale, che ha commentato così la novità: “L’uomo di Pompei fuggiva con un mortaio sul capo, una lucerna in mano, e dieci monete: portava ciò che gli sembrava utile per orientarsi nel buio. Duemila anni dopo, l’IA ci aiuta a ricostruire i suoi ultimi momenti. Il caso parla a tutte le discipline umanistiche. L’IA non sostituisce l’archeologo. Sotto il suo controllo, ne amplia e approfondisce le potenzialità; e rende accessibile a molti ciò che prima era leggibile solo per pochi. Senza l’IA, gran parte del patrimonio rischia di restare inesplorato per chi fa archeologia, e muto per chi la ama. Marguerite Yourcenar, nei taccuini delle Memorie di Adriano, descriveva il suo esercizio come un piede nell’erudizione, l’altro nella magia: quella magia che consiste nel trasportarsi col pensiero dentro qualcun altro. È esattamente ciò che l’archeologia fa da sempre: ricostruire scientificamente dal di dentro un mondo scomparso, e permetterci di immaginarlo. L’IA accelera la resa di quella ricostruzione, ma la magia resta umana. Una tecnologia così potente porta con sé rischi reali. L’IA produce ipotesi, non verità. Le ipotesi vanno riviste, discusse, corrette, integrate, approvate. La responsabilità scientifica non si delega. Ma il rischio non è che l’IA sbagli: è che smettiamo di pensare usandola. Le discipline umanistiche ci insegnano proprio questo, a distinguere la ricostruzione dalla fantasia. Pompei, ancora una volta, è il grande laboratorio che ci istruisce”.
L’ultimo giorno di Pompei: 24 agosto o 24 ottobre? Secondo il nuovo studio, tra archeologia sperimentale e nuovi dati archeobotanici inseriti nel contesto, “non si può escludere la data del 24 agosto 79 d.C., come tramandata da Plinio”. E si aprono interrogativi su cambiamenti climatici e pratiche agricole nel mondo antico

Pompei vista dall’alto all’ombra del Vesuvio (foto parco archeologico pompei)
Quando avvenne l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. che distrusse Pompei ed Ercolano? Il 24 agosto, come ci ha tramandato Plinio, o il 24 ottobre, come ha fatto ipotizzare l’iscrizione in carboncino scoperta nel 2018 nella Casa del Giardino durante gli scavi nella Regio V di Pompei (vedi Pompei. La scoperta di un’iscrizione a carboncino nella Casa con Giardino sposterebbe la datazione dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. da agosto a ottobre. L’annuncio durante la visita agli scavi della Regio V del ministro ai Beni culturali Alberto Bonisoli | archeologiavocidalpassato)? Gabriel Zuchtriegel, Chiara Comegna, Fabrizio Conte, Alessandro Russo, autori della ricerca “La data della distruzione di Pompei: premesse per un dibattito aperto”, ora pubblicata sull’E-Journal degli Scavi di Pompei https://pompeiisites.org/e-journal-degli-scavi-di-pompei/, che presenta i risultati di un progetto di archeologia sperimentale sulla durabilità di iscrizioni a carboncino nonché un aggiornamento sullo studio delle fonti letterarie e archeobotaniche, concludono che al momento non ci sono sufficienti elementi per scartare la data del 24 agosto, presente già nei più antichi manoscritti. Pongono, inoltre, alcuni interrogativi riguardo a cambiamenti climatici e diversità geografiche caratterizzanti coltivazioni e pratiche agricole nel mondo antico. Nell’area mediterranea – “hot spot” nello studio dei cambiamenti climatici attuali – clima e pratiche agricole cambiavano già in antico, sia da regione a regione, sia nel corso del tempo. “Non possiamo al momento escludere che l’eruzione sia avvenuta il 24 agosto, come scrisse Plinio, e occorre domandarsi cosa questo potrebbe significare”, ha dichiarato il direttore degli scavi di Pompei, Gabriel Zuchtriegel. “Forse abbiamo sottovalutato la tradizione letteraria, che in realtà non è così confusionaria come si è spesso creduto, mentre potremmo aver sopravvalutato la stabilità del clima e dei cicli agricoli: in realtà il clima è cambiato anche nel passato, seppure con ritmi più lenti, e Pompei offre un’occasione unica per studiare un ecosistema fortemente condizionato dalla presenza umana già 2000 fa. La biodiversità e la varietà di pratiche, coltivazioni e tradizioni locali va ben oltre il quadro, necessariamente schematico, che offrono gli autori antichi che si sono occupati di agricoltura. Comunque, il nostro non vuole essere un punto finale, ma un contributo per continuare la discussione e aprire nuove prospettive”.

L’iscrizione a carboncino, scoperta nella Casa con Giardino di Pompei, che riporta la data del 17 ottobre del 79 d.C. (foto parco archeologico pompei)
Lo studio. “Ci siamo limitati ad analizzare alcune delle questioni più centrali del dibattito relativo alla data dell’eruzione di Pompei, a cominciare dall’iscrizione a carboncino della Casa del Giardino”, spiega Zuchtriegel. “Quale primo editore dell’iscrizione della Casa del Giardino, Massimo Osanna ha usato due argomenti principali, che non si escludono a vicenda. Il primo è la natura effimera delle iscrizioni a carboncino: la scritta non sarebbe rimasta intatta a lungo, per cui sembrerebbe poco probabile che fosse stata apportata nel mese di ottobre del 78 d.C. o negli anni precedenti. Il secondo argomento è il contesto archeologico: dal momento che l’atrio era, secondo il direttore scientifico dello scavo, oggetto di lavori in corso che avrebbero successivamente interessato anche la parete su cui si trova l’iscrizione, Osanna ritiene improbabile che in un contesto destinato a mutare rapidamente, un’iscrizione a carboncino potesse rimanere leggibile per più di dieci mesi. Abbiamo perciò affrontato il primo argomento con l’aiuto dell’archeologia sperimentale, per verificare quanto tempo un’iscrizione a carboncino possa effettivamente durare a Pompei, per poi passare al secondo argomento, ovvero a un’analisi del contesto dell’iscrizione della casa del Giardino, anche con un aggiornamento delle ricerche archeobotaniche in corso nel laboratorio del Parco”.

Gli ambienti affrescati della Casa del Giardino a Pompei (foto parco archeologico pompei)
Qual è dunque il giorno esatto dell’eruzione del Vesuvio che seppellì Pompei ed Ercolano? “L’obiettivo della ricerca – scrive Zuchtriegel – non era quello di aggiungere un ulteriore esempio alla lunga lista di tentativi di chiudere questa complicata ma affascinante domanda, quanto mettere a punto le premesse per riaprire la questione in una cornice più chiara”.

“L’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.” dipinto di Pierre-Henri de Valenciennes (1813) conservato al musée des Augustins di Tolosa
Primo punto: la tradizione letteraria è chiara e univoca. Da Plinio il Giovane ci è stata tramandata la data del 24 agosto; tutte le altre (24 ottobre, 1° novembre, 23 novembre ecc.) sono il risultato di fraintendimenti, supposizioni e misinterpretazioni abbastanza recenti e perfettamente rintracciabili nella bibliografia post rinascimentale.

Archeologia sperimentale a Pompei: iscrizione a carboncino realizzata tra il 2023 e il 2024 nella Casa del Giardino per verificare la sua “tenuta” nel tempo (foto parco archeologico pompei)
Secondo punto: oggi si è in grado di dire almeno con certezza quali elementi sono da escludere dal nostro ragionamento, quelli che sono, per così dire, ‘fuorigioco’. L’iscrizione a carboncino, scoperta nel 2018 nella casa del Giardino e riportante la data del 17 ottobre (“XVI K NOV”), è uno di questi. Un progetto di archeologia sperimentale avviato il 17 ottobre 2023, quando fu apportata una simile iscrizione sulla stessa parete di quella originale, ha chiaramente dimostrato che dieci mesi dopo, ovvero il 24 agosto 2024, il testo era ancora perfettamente leggibile oltreché di sembianza abbastanza fresca. “Non si può quindi escludere che l’iscrizione fosse stata realizzata il 17 ottobre 78 d.C., dunque a poco più di dieci mesi dalla data pliniana dell’eruzione”. Lo stesso vale per il contesto. L’intonaco su cui è scritto il testo era quello definitivo, mancava però il relativo pavimento. Tuttavia, l’assenza di tracce di un cantiere attivo suggeriscono che evidentemente si stava in questa condizione, tutto sommato gestibile anche se forse non al massimo del decoro, da qualche tempo. È del tutto verosimile (forse concorderà chi ha fatto l’esperienza di avviare dei lavori di ristrutturazione in casa) che questa situazione si prolungava per un anno o più, per cui anche il contesto non ci fornisce elementi per affermare che l’iscrizione sia necessariamente del 79 d.C.

La Casa del Giardino nella Regio V di Pompei (foto parco archeologico pompei)
Terzo e ultimo punto: “Abbiamo cercato di illustrare come i dati archeobotanici siano generalmente caratterizzati da una notevole complessità e, in alcuni casi, da apparenti contraddizioni, che richiedono uno studio approfondito dei singoli contesti. Al momento l’impressione è che più si approfondisce il singolo caso, più si innestano domande e dubbi su interpretazioni che a prima vista possono sembrare scontate ma che a ben guardare non sono così certe”. Si è trovato – ad esempio – nel medesimo strato archeologico noccioli di pesche e bucce di castagne: pesche tardive con le castagne (e quindi riferibili ad ottobre)? o pesche con castagne agostane (e quindi riferibili ad agosto)? entrambe situazioni possibili all’epoca dell’eruzione del Vesuvio.

Gabriel Zuchtriegel e Massimo Osanna nella Casa del Giardino, Regio V, a Pompei (foto parco archeologico di pompei)
“Ma al di là di queste osservazioni – continua Zuchtriegel -, ci sia consentita una riflessione di ordine più generale. Abbiamo insistito sulle regole del buon gioco scientifico: ciascun tipo di fonti va analizzato secondo le proprie caratteristiche ed esigenze ermeneutiche. A volte, però, le stesse regole rischiano di diventare un limite. L’alternarsi delle stagioni, i tempi dell’agricoltura, in breve il clima, alla fine del Settecento appariva come una certezza immutevole. Oggi siamo consapevoli che non è così. Il clima cambia, e anche se il cambiamento oggi avviene con una velocità forse mai vista nella storia dell’umanità, esso cambiava anche in antico. Con questo non ci si riferisce solo alle variazioni nella temperatura media, ma anche all’altissimo grado di variazione che scaturisce dall’interazione tra uomo e ambiente in diverse aree geografiche e nei tanti micro paesaggi mediterranei. Insomma, forse è giunto il momento di contemplare la possibilità di porre la domanda in modo diverso: e se non si trattasse di correggere, tramite le certezze scientifiche di singoli reperti archeobotanici (ma sono veramente così certi?), una data percepita come incerta perché tramandata da copisti medievali notoriamente poco ‘fededegni’ (Osanna 2023 a, p. 135); se si trattasse, invece, di ripensare, intorno a una data tutto sommato non così incerta, il 24 agosto appunto, le nostre presunte certezze sull’agricoltura e valutare in modo più specifico il clima del I secolo d.C.? La relazione tra i testi come quelli di Columella o Plinio e la realità dell’epoca, alla fine, è come quella tra un dotto manuale di agricoltura settecentesco, compilato da un qualche nobile o clerico curioso, e la infinita varietà di tradizioni, costumi, esigenze e peculiarità geografiche che sono rimaste intatte sulla penisola italiana fino a meno di un secolo fa, ma che ormai stanno scomparendo rapidamente. Pompei e il suo territorio sono anche uno straordinario comprensorio di saperi e tradizioni sommerse, di cui nessun autore antico parla se non in forma estremamente semplificata e sommaria, e non potrebbe essere diversamente. Ma l’archeologia ha la possibilità di andare oltre la semplice conferma di quel che dice un Plinio o un Varrone, analizzando appunto l’insieme multiforme e complesso dei dati, l’intreccio tra sviluppi sociali, culturali, coltivazioni e ambiente; tra lavoro schiavistico, urbanizzazione, stratificazione e biodiversità; tra geografia politica, navigazione sociale e deforestazione e tanto altro. In una tale ottica, la data dell’eruzione è solo una tra tante domande che attendono di essere affrontate dall’archeologia del XXI secolo”.
Pompei. Gli scavi nell’Insula 10 della Regio IX restituiscono i corpi di due pompeiani, un giovane e una donna, nel momento dell’agonia di fronte alla morte, intrappolati nella stanzetta dove si erano rifugiati con un po’ di monete e qualche gioiello per scampare alla pioggia di lapilli. Zuchtriegel: “Un fermo-immagine, una vera e propria scena, intensa e drammatica, dell’istante della morte”

Veduta zenitale dell’ambiente 33 dell’Insula 10 nella Regio IX di Pompei: ricostruzione col mobilio e la posizione degli scheletri (foto parco archeologico pompei)

La posizione dell’ambiente 3 nell’Insula 10 della Regio IX di Pompei (foto parco archeologico pompei)
Sono le 8 del mattino del secondo giorno dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. quando la corrente piroclastica investì Pompei. Qualche ora prima, alla pioggia di lapilli, una donna di 35-45 anni e un uomo più giovane, sui 15-20 anni, avevano trovato un rifugio di fortuna e vi si erano chiusi dentro, sentendosi al sicuro in quel piccolo ambiente, forse un’apotheca, che, durante la ristrutturazione della grande domus danneggiata dal terremoto del 62 d.C., era stata adibita a una piccola stanza da letto, un cubiculo transitorio, con un letto e pochi mobili in legno. La donna aveva con sé monete d’oro, d’argento e bronzo, e alcuni monili tra cui orecchini in oro e perle: un piccolo tesoro per garantirsi un domani una volta passati quei momenti terribili e tornare a respirare l’aria pulita dello scampato pericolo. Ma i lapilli invasero ogni spazio aperto del resto della casa. Quel cubicolo, grazie all’infisso chiuso, rimase sgombro dalle pomici che riempirono, invece, il salone adiacente, bloccando di fatto la possibilità alle due ignare vittime di riaprire la porta e scappare. Erano in trappola. L’angusta stanzetta era diventata la loro tomba. E lì trovarono la morte col sopraggiungere dei flussi piroclastici. I loro corpi sono stati scoperti duemila anni dopo dagli archeologi di Pompei, riportando alla luce l’agonia, il tormento, la disperazione di quei due pompeiani di fronte alla morte.

Un momento dello scavo degli scheletri dell’ambiente 33 dell’Insula 10 nella Regio IX a Pompei (foto parco archeologico pompei)
I resti di altre due vittime dell’eruzione del Vesuvio sono l’ultimo rinvenimento nell’ambiente 33 della domus nell’area di scavo della Regio IX, Insula 10 di Pompei, dove sono in corso indagini archeologiche nell’ambito di un più ampio progetto volto alla messa in sicurezza dei fronti di scavo da parte del parco archeologico di Pompei. Il progetto di scavo si inserisce in un approccio più ampio, sviluppato negli ultimi anni con l’obiettivo di migliorare la tutela e l’assetto idrogeologico dei fronti di scavo. In base ai dati raccolti in questo periodo, il parco archeologico è impegnato a calibrare il proprio approccio, mettendo al centro gli aspetti del restauro, della salvaguardia e dell’accessibilità del patrimonio e circoscrivendo accuratamente le aree di scavo all’interno della città sepolta nel 79 d.C. Al tempo stesso, importanti investimenti ministeriali e governativi sono destinati a nuovi scavi nel territorio circostante, da Civita Giuliana a Villa dei Misteri e all’antica Oplonti nel Comune di Torre Annunziata.
“Si tratta di un grande cantiere di restauro di messa in sicurezza”, spiega il direttore Gabriel Zuchtriegel, “che ci fornisce delle informazioni davvero preziose sugli ultimi istanti di vita delle persone nell’eruzione del 79 d.C. sulle scelte che loro hanno fatto, che cosa portare, dove rifugiarsi. E non è più un’archeologia come storia dell’arte, come studio dell’architettura, ma – come diceva Luigi Settembrini quando vedeva i primi calchi dele vittime di Pompei – è l’agonia, il dolore umano che noi vediamo. Pompei ci chiede questa grande attenzione. Questa perizia e questa esattezza anche nella documentazione, nella ricerca, ma soprattutto la responsabilità di sapere di avere a che fare con un luogo di una catastrofe dove ancora dopo duemila anni troviamo la sofferenza, l’agonia delle persone che sono morte nel 79 d.C.”.

I calchi del mobilio dell’ambiente 33 dell’Insula 10 nella Regio IX a Pompei (foto parco archeologico pompei)
“L’ambiente 33 assume dunque un valore paradigmatico”, scrivono Anna Onesti e Gabriel Zuchtriegel nel numero del 12 agosto 2024 dell’E-Journal Scavi di Pompei, “sia con riferimento all’intervento di scavo dell’insula, sia con riferimento a ciò che accadde a Pompei durante l’eruzione. Lo scavo dell’ambiente 33, pur di dimensioni limitate, ha presentato complessità che solitamente si affrontano in ambiti ben più estesi: la presenza di materiali vitrei e ceramici, collocati sulla lastra di marmo che concludeva la scaffalatura lignea, a sua volta rimasta impressa nella coltre piroclastica, ha reso necessario procedere con attività di microscavo e rimozione e ha offerto la possibilità di eseguire i calchi del mobilio, restituendoci l’immagine esatta della stanza al momento dell’eruzione. Analogamente il ritrovamento delle vittime – la prima, adagiata in prossimità del letto e dotata di un significativo corredo, la seconda intrappolata da un crollo, in un ambito estremamente angusto – ha reso necessario procedere ad un’accurata attività di micro-scavo e rimozione”.

Lo scavo dello scheletro del giovane nell’ambiente 33 dell’Insula 10 nelal Regio IX a Pompei (foto parco archeologico pompei)
“La complessità e la ricchezza dei ritrovamenti – continuano Onesti e Zuchtriegel – è dunque tale da offrirci più ancora che un fermo-immagine, una vera e propria scena, intensa e drammatica, dell’istante della morte. Il corredo della prima vittima – pochi preziosi e una chiave, forse di pertinenza della serratura dalla cassapanca, presente nello stesso ambiente – suggerisce come possibile che ci sia stato un tentativo di fuga, preceduto dal recupero dei beni là conservati, mentre la posizione delle vittime – una adagiata sul letto, in posizione fetale, un’altra schiacciata a terra dal crollo di un muro, in prossimità di una possibile uscita – fa supporre che la morte non le abbia colte nello stesso istante e che, svanita ogni possibilità di fuggire, la prima vittima abbia vissuto un tempo, sia pure brevissimo, di attesa rassegnata. La sistemazione finale dello scavo dovrà dunque restituire ai futuri visitatori la complessità di informazioni emerse in fase di scavo; si prevede quindi di mantenere in situ i calchi del mobilio e, dopo le opportune attività di restauro, di riportarvi gli elementi di arredo”.

Lo scheletro della donna nell’ambiente 33 dell’Insula 10 nella Regio IX a Pompei (foto parco archeologico pompei)
Le vittime. “La presenza di pochi centimetri di cenere (4-5 cm) al di sotto dello scheletro del giovane”, spiegano Valeria Amoretti e Domenico Sparice, “suggerisce che la sua morte sia avvenuta a ridosso dell’arrivo della corrente piroclastica che, probabilmente, ha contribuito a causare il cedimento della parte alta della parete occidentale, i cui frammenti hanno travolto la vittima. La parte bassa della parete non ha subito danni probabilmente perché protetta dalle pomici sedimentate durante la prima fase dell’eruzione (fase Pliniana), prima dell’arrivo delle correnti piroclastiche, e che dovevano ingombrare il vicolo occidentale dell’insula. Lo scheletro della donna ritrovato nel settore nordoccidentale della stanza, in prossimità del letto, giaceva ad una quota leggermente maggiore rispetto al piano di calpestio. L’analisi della stratigrafia porta ad ipotizzare che la vittima abbia resistito più a lungo, anche perché scampata al crollo del muro occidentale, per poi accasciarsi e scivolare oltre il limite del letto durante l’agonia in un’atmosfera carica di cenere”.
Pompei. All’auditorium l’incontro con l’archeologo Gianluca Soricelli (università del Molise) su “Viabilità e organizzazione del territorio nella piana nocerina” promosso dall’associazione internazionale “Amici di Pompei”


Il prof. Gianluca Soricelli dell’università del Molise
Gli effetti delle eruzioni del Vesuvio sulla piana nocerina saranno affrontati dal professore Gianluca Soricelli nella conferenza “Viabilità e organizzazione del territorio nella piana nocerina” promossa dall’associazione internazionale Amici di Pompei ETS. Appuntamento venerdì 17 maggio 2024, alle 17, all’auditorium degli scavi di Pompei. Durante l’incontro l’archeologo Soricelli, professore associato di storia Romana dell’università del Molise, racconterà l’evoluzione, del territorio della piana nocerina, condizionata dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., e da quelle successive meno intense. L’evento vulcanico, come sottolinea il professore, rappresenta una evidente cesura nelle forme di occupazione territoriale del comprensorio vesuviano, che permette di riconoscere segni del sistema politico organizzativo antico fossilizzati nel paesaggio moderno. È possibile evidenziare le tracce delle divisioni agrarie che, riflesso delle vicende politiche e dei fenomeni naturali che in età antica hanno caratterizzato la storia delle comunità di questo territorio, hanno modellato le campagne e la viabilità promuovendo lo sviluppo dell’insediamento rurale.

Miliario adrianeo conservato al museo Archeologico provinciale dell’Agro Nocerino a Nocera Inferiore (foto amici pompei)
“Il vantaggio che, diversamente da altri contesti geografici”, spiega il professore Gianluca Soricelli, “il territorio vesuviano offre a chi voglia studiare le forme di organizzazione di un paesaggio antico è legato al fatto che la coltre piroclastica cha ha seppellito le campagne del 79 d.C. ha permesso la conservazione fisica non solo degli insediamenti rustici ma anche della viabilità rurale e vicinale e dei campi lavorati garantendo la conservazione di un quadro puntuale della reale organizzazione parcellare di età romana, da utilizzare per valutare la coerenza delle ricostruzioni operate a partire dall’analisi del parcellare moderno. Il rapido ripristino di queste divisioni agrarie – conclude Soricelli – all’indomani dell’eruzione del 79 d.C. oltre a testimoniare la capacità di recupero di questo territorio e la resilienza della popolazione locale, mostra con quali mezzi e in che modo il potere centrale potesse intervenire per sanare i danni prodotti da catastrofi naturali”.
Napoli. A Comicon 2024 presentata la prima versione di “Vesuvius 79 d.C. – Fuga da Pompei”, l’edu-boardgame (gioco di società educativo) che ricostruisce la distruzione di Pompei a seguito dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. e nel quale i giocatori hanno appunto un solo obiettivo: scappare. In vendita a Natale, in 9 lingue

La copertina/home page del gioco di società educativo “Vesuvius 79 d.C. – Fuga da Pompei” (foto parco archeologico pompei)

“Vesuvius 79 d.C. – Fuga da Pompei”: la sacerdotessa Eumachia (foto parco archeologico pompei)
Dalla sacerdotessa Eumachia alla famiglia romana tipo, dal gladiatore alla coppia di schiavi: sono alcuni dei protagonisti cui affidarsi per cercare una via di fuga da Pompei divenuta un inferno per l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., data drammatica cui riporta i partecipanti/giocatori di “Vesuvius 79 d.C. – Fuga da Pompei”, l’edu-boardgame (gioco di società educativo) che ricostruisce, in maniera scientifica e storica, la distruzione di Pompei a seguito dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. e nel quale i giocatori hanno appunto un solo obiettivo: scappare dall’eruzione del vulcano del 79 d.C. fino a portarsi in salvo, abbandonando la città prima della distruzione. A un anno dall’ideazione del progetto (vedi Napoli. A Comicon 2023 presentato il nuovo edu-gioco di società “Vesuvius 79 d.C. – Fuga da Pompei” che ricostruisce in maniera scientifica e storica, la distruzione di Pompei a seguito dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. In vendita da novembre. I giocatori si immedesimano in reali cittadini della città antica | archeologiavocidalpassato), venerdì 26 aprile 2024, nell’ambito della XXIV edizione di COMICON Napoli (25-28 aprile 2024) alla Mostra d’Oltremare di Napoli, è stata presentata dall’ideatore Ciro Sapone e dal direttore del parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel, la prima versione demo del gioco, con le illustrazioni dei protagonisti, le meccaniche del gioco e l’APP collegata, che andrà in distribuzione a Natale 2024.
Comicon 2024: presentazione del gioco di società educativo “Vesuvius 79 d.C. – Fuga da Pompei” (foto parco archeologico pompei)
“Anche quest’anno il parco archeologico di Pompei”, dichiara il direttore Gabriel Zuchtriegel, “partecipa con entusiasmo al Comicon, presentando questo gioco di società per il quale abbiamo fornito la consulenza scientifica e totale supporto. Riteniamo che la modalità del gioco sia fondamentale per conoscere, esplorare, apprezzare la cultura in tutte le sue forme. Questo edu-boardgame è appunto strumento innovativo che in maniera semplice, attraverso una forte componente ludica, avvicina le nuove generazioni al patrimonio culturale”.

“Vesuvius 79 d.C. – Fuga da Pompei”: mappa di pompei con le vie di fuga per la salvezza (foto parco archeologico pompei)

“Vesuvius 79 d.C. – Fuga da Pompei”: il gladiatore (foto parco archeologico pompei)
Il progetto è realizzato da Stupor Mundi Trans-Media, azienda napoletana di Cross-Gamification e Accademia del Fantastico in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei che ha messo a disposizione la propria competenza per fornire il background scientifico, storico ed iconografico all’autore, agli illustratori, game designer, fumettisti, modellisti e programmatori. “Vesuvius”, ideato da Ciro Sapone, è un gioco di società educational innovativo. Grazie alla stretta collaborazione tra gli esperti del Parco, l’autore ed il suo team, i personaggi assegnati ai giocatori sono reali cittadini che abitarono la città di Pompei, di cui sono arrivati fino a noi: nomi, mestieri e in alcuni casi ritratti, che poi, fumettisti e disegnatori hanno trasformato nei protagonisti del gioco. L’intero processo di realizzazione a cura dell’Accademia del Fantastico avviene sotto la supervisione dello staff degli archeologi del parco archeologico di Pompei. “Stupor Mundi Transmedia” produttrice del gioco è un’azienda napoletana di Cross-Gamification e Accademia del Fantastico (scuola campana di: fumetto; animazione 2D/3D; cinema e tv; effetti visuali; miniature/modellismo e stampa 3D; siti web; app AR/VR; social media e produzioni Cross-Media).

“Vesuvius 79 d.C. – Fuga da Pompei”: famiglia romana tipo (foto parco archeologico pompei)
Le dinamiche dell’eruzione ricalcano le fasi dell’evento catastrofico che nel giro di 24 ore seppellì la città, ricostruite dagli studiosi e narrate dalle fonti. Durante la fuga dalla città i personaggi attraverseranno alcuni dei luoghi e degli edifici più importanti della città. Lo staff degli archeologi di Pompei collabora in maniera diretta, insieme all’autore ed agli sviluppatori del boardgame, per offrire ai giocatori un’esperienza su avvincente e storicamente esatta sulla distruzione di Pompei.

Kit papercraft del gioco di società educativo “Vesuvius 79 d.C. – Fuga da Pompei” (foto parco archeologico pompei)
Il gioco sarà realizzato in 9 lingue, avrà distribuzione italiana ed internazionale, e sarà in vendita presso librerie, fumetterie, negozi di giochi-gadgets e giocattoli e grande distribuzione online presso l’e-commerce del produttore e le maggiori piattaforme internazionali. Per offrire la possibilità al pubblico di “espandere” il boardgame sono stati realizzati anche alcuni Kit modellistici in carta, i PaperCraft, che corredati da una serie di miniature in plastica da colorare a mano, consentiranno ai giocatori di ricostruire le principali ville ed i luoghi più caratteristici dell’antica Pompei, inclusi gli abitanti. Le miniature sono in scala con i Kit papercraft (scala: 1.72), e sono realizzate con scultura e stampa 3D.
Pompei. Per tre domeniche all’anfiteatro di Pompei “Ludi pompeiani. Tra gladiatori, legionari e Plinio il Vecchio”: combattimenti di gladiatori, formazione e addestramento dei legionari, cerimonia davanti agli ufficiali della flotta navale di Miseno

Locandina dell’evento “Ludi pompeiani” (foto paolo di nunno)
I gladiatori tornano nell’anfiteatro di Pompei con i “Ludi pompeiani. Tra gladiatori, legionari e Plinio il Vecchio”. Domenica 7 aprile, domenica 19 maggio e domenica 8 settembre 2024, spettatori per un giorno dei combattimenti gladiatori nell’anfiteatro di Pompei e dell’addestramento dei legionari romani: ci sarà infatti la possibilità di partecipare a un appuntamento speciale al parco archeologico di Pompei dove, nell’Anfiteatro, si esibiranno gladiatori in abbigliamento storico filologicamente ricostruito, simulando quelli che erano gli originali combattimenti e relative tecniche dell’epoca. Gruppi di legionari (fanti dell’unità militare di base dell’esercito romano, la legione) sfileranno, invece, nei loro armamenti ricostruiti. L’iniziativa è a cura del parco archeologico di Pompei in collaborazione con la Dyron Consulting – Reenactment e public history, con la sezione Classis Misenensis (Flotta Navale di Miseno), operante dal 2008 in attività di ricostruzione storica sul territorio nazionale e internazionale e la partecipazione in particolare per il grande evento di settembre di circa 5/6 Compagnie Legionarie. Un’occasione per adulti e bambini di partecipare a una dimostrazione di vita militare prima dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. all’Anfiteatro, sede di giochi e di esercitazioni. Sarà possibile incontrare il centurione in atto di coordinare i legionari nella formazione e nell’addestramento col gladio, l’arma tipica del militare romano; i movimenti di formazione a testuggine caratterizzeranno le esercitazioni legionarie; mentre i gladiatori si alleneranno per le grandi cerimonie e celebrazioni alla presenza degli ufficiali romani e del prefetto di Miseno, Plinio il Vecchio.

Panoramica dell’anfiteatro di Pompei (foto parco archeologico pompei)
Le esibizioni, dedicate alla ricostruzione storica di vita civile e militare del I secolo d.C., si svolgeranno all’anfiteatro di Pompei il 7 aprile, 19 maggio, 8 settembre 2024 e in 4 fasce orarie (alle 10 e 12, e alle 15 e 17). La partecipazione all’evento è al costo di 5 euro, oltre al biglietto di ingresso al sito. Gratuito al di sotto dei 6 anni. Acquisto su www.ticketone.it o presso le biglietterie del Parco. L’evento è per posti limitati. È consigliata la prenotazione e l’acquisto su piattaforma Ticketone > Special Tour per garantirsi la disponibilità di posti. Vendite a partire da martedì 3 aprile 2024. Durata: 1 ora. All’iniziativa delle domeniche seguirà il 28 e 29 settembre 2024 il grande raduno dei Gruppi Storici del I secolo d.C. composto da oltre 100 rievocatori con relativo accampamento militare nelle adiacenze dell’anfiteatro. L’anfiteatro sarà nuovamente sede di dimostrazioni di legionari in formazione e combattimenti gladiatori con un torneo dedicato all’imperatore Tito, anche lui impersonato e rievocato nell’occasione. Sarà evidenziata la compagine di Corte imperiale composta da Pretoriani e tutti gli altri Ufficiali delle Legioni presenti. Inoltre, al Foro avrà luogo la rievocazione di una cerimonia religiosa, cui seguirà un corteo storico che si sposterà verso l’Anfiteatro passando per via dell’Abbondanza.
Pompei. Nell’insula 10 della Regio IX scoperto un cantiere, sorpreso dall’eruzione del 79 d. C. in piena attività, che svela molti segreti sull’edilizia romana, su quell’opus caementicium senza il quale non esisterebbero il Colosseo o le Terme di Caracalla. Collaborazione tra il parco archeologico di Pompei e il Massachusetts Institute of Technology: “Un’occasione straordinaria per una stretta collaborazione tra archeologi e scienziati dei materiali”

File di tegole e cataste di blocchetti in tufo giallo dall’atrio del panificio nell’insula 10 della Regio IX di Pompei (foto parco archeologico pompei)

Regio IX a Pompei: affresco con decorazioni a tappezzeria dal cubicolo del panificio (foto parco archeologico pompei)
Strumenti di lavoro, tegole e mattoni di tufo accatastati e cumuli di calce: è l’immagine di un cantiere in piena attività quella che è emersa a Pompei negli ambienti di antiche domus che lo scavo archeologico sta portando alla luce nella Regio IX, insula 10, a cura del parco archeologico di Pompei, fornendo nuovi dati sull’edilizia romana. Secondo gli studiosi il cantiere era attivo fino al giorno dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., che iniziò intorno all’ora di pranzo e durò fino alla mattina del giorno successivo. Lo scavo nell’area in questione, finalizzato alla regimentazione dell’assetto idrogeologico lungo il confine tra la parte scavata e quella non scavata della città romana, sta attestando la presenza di un cantiere antico che interessava tutto l’isolato. Particolarmente numerose sono le evidenze dei lavori in corso nella casa con il panificio di Rustio Vero, dove è stata già documentata negli scorsi mesi una natura morta con la raffigurazione di una focaccia e un calice di vino (vedi Pompei. Nella Regio IX scoperto un affresco con un vassoio di benvenuto, del tipo xenia (doni ospitali), tra cui una “pizza”, una focaccia lontano antenato del piatto napoletano per eccellenza. L’intervento del direttore Zuchtriegel | archeologiavocidalpassato).
“Pompei è uno scrigno di tesori e non tutto si è svelato nella sua piena bellezza. Tanto materiale deve ancora poter emergere. Nell’ultima Legge di Bilancio abbiamo finanziato nuovi scavi in tutta l’Italia e una parte importante di questo stanziamento è destinata proprio a Pompei”, dichiara il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano. “Mi ha fatto molto piacere quando il direttore del parco archeologico, Gabriel Zuchtriegel, ha ricordato che, mai come in questo momento, sono attivi così tanti scavi nel sito: possiamo dire che è un record degli ultimi decenni. Allo stesso tempo stiamo lavorando anche su altri fronti. Nei mesi scorsi il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha ceduto al ministero della Cultura l’ex Spolettificio di Torre Annunziata, dove nascerà un grande museo per raccogliere tutti questi reperti”.

Larario nella Regio IX a Pompei: serpenti agatodemoni in stucco (foto parco archeologico pompei)
“Lo scavo nella Regio IX, insula 10, progettato negli anni del Grande Progetto Pompei sta dando, come era prevedibile, importanti risultati per la conoscenza della città antica”, afferma il direttore generale Musei, Massimo Osanna. “Un cantiere di ricerca interdisciplinare, nato come il precedente scavo della Regio V, dalla necessità di mettere in sicurezza i fronti di scavo, ossia le pareti di materiale eruttivo lasciate dagli scavi del XIX e XX secolo che incombono pericolosamente sulle aree scavate. Pompei continua a essere un cantiere permanente dove ricerca, messa in sicurezza, manutenzione e fruizione sono attività connesse e prassi quotidiana”.

Regio IX di Pompei: materiale edilizio e ceramiche accumulato per i lavori in corso nel 79 d.C. sorpresi dall’eruzione del Vesuvio (foto parco archeologico pompei)
“È un ulteriore esempio di come la piccola città di Pompei ci fa capire tante cose del grande Impero romano, non ultimo l’uso dell’opera cementizia”, sottolinea il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel. “Senza il cementizio non avremmo né il Colosseo, né il Pantheon, né le Terme di Caracalla. Gli scavi in corso a Pompei offrono la possibilità di osservare quasi in diretta come funzionava un cantiere antico. I dati che emergono sembrano puntare sull’utilizzo della calce viva nella fase di costruzione dei muri, una prassi già ipotizzata in passato e atta ad accelerare notevolmente i tempi di una nuova costruzione, ma anche di una ristrutturazione di edifici danneggiati, per esempio da un terremoto. Questa sembra essere stata una situazione molto diffusa a Pompei, dove erano in corso lavori un po’ ovunque, per cui è probabile che dopo il grande terremoto del 62 d.C., diciassette anni prima dell’eruzione, ci fossero state altre scosse sismiche che colpirono la città prima del cataclisma del 79 d.C. Ora facciamo rete tra enti di ricerca per studiare il saper fare costruttivo degli antichi romani: forse possiamo imparare da loro, pensiamo alla sostenibilità e al riuso dei materiali”.

Regio IX a Pompei: numerali a carboncino sullo stipite del tablino per i conteggi del cantiere (foto parco archeologico pompei)

Regio IX a Pompei: quadro mitologico con “Achille a Sciro”, decorato in IV stile pompeiano su un’anta del tablino (foto parco archeologico pompei)
L’atrio era parzialmente scoperto, a terra si trovavano accatastati materiali per la ristrutturazione e su un’anta del tablino (ambiente di ricevimento), decorato in IV stile pompeiano con un quadro mitologico con “Achille a Sciro”, si leggono ancora oggi quelli che probabilmente erano i conteggi del cantiere, ovvero numeri romani scritti a carboncino, facilmente cancellabili a differenza dei graffiti incisi nell’intonaco. Tracce delle attività in corso si trovano anche nell’ambiente che ospitava il larario, dove sono state trovate anfore riutilizzate per “spegnere” la calce impiegata nella stesura degli intonaci. In diversi ambienti della casa sono stati scoperti strumenti di cantiere, dal peso di piombo per tirare su un muro perfettamente verticale (“a piombo”) alle zappe di ferro usate per la preparazione della malta e per la lavorazione della calce. Anche nella casa vicina, raggiungibile da una porta interna, e in una grande dimora alle spalle delle due abitazioni, per ora solo parzialmente indagata, sono state riscontrate numerose testimonianze di un grande cantiere, attestato anche dagli enormi cumuli di pietre da impiegare nella ricostruzione dei muri e dalle anfore, ceramiche e tegole raccolte per essere trasformate in cocciopesto.

Regio IX a Pompei: cataste di tegole e materiale demolito dall’oecus in secondo stile (foto parco archeologico pompei)
Si tratta di “un’occasione straordinaria per sperimentare le potenzialità di una stretta collaborazione tra archeologi e scienziati dei materiali”, scrivono gli autori di un articolo pubblicato sull’E-Journal degli Scavi di Pompei. Nell’analisi dei materiali e delle tecniche costruttive, il parco archeologico di Pompei si è avvalso del supporto di un gruppo di esperti del Massachusetts Institute of Technology, USA. “L’ipotesi portata avanti dal team è quella dello hot mixing, ovvero la miscelazione a temperature elevate, dove la calce viva (e non la calce spenta) è premiscelata con pozzolana a secco e successivamente idratata e applicata nella costruzione dell’opus caementicium”, si legge nel testo.

Regio IX a Pompei: cumuli di materiale edilizio nel cortile sotto la scala cantiere (foto parco archeologico pompei)
Normalmente, la calce viva viene immersa nell’acqua, cioè “spenta”, molto tempo prima dell’uso in cantiere, formando il cosiddetto grassello di calce, un materiale di consistenza plastica. Lo “spegnimento”, ovvero la reazione tra calce viva e acqua, produce calore. Solo al momento della messa in opera, la calce viene poi mescolata con sabbia e inerti per produrre la malta o il cementizio. Nel caso del cantiere di Pompei, invece, risulta che la calce viva, ovvero non ancora portata a contatto con l’acqua, venisse in un primo momento mescolata solo con la sabbia pozzolanica. Mentre il contatto con l’acqua avveniva poco prima della posa in opera del muro. Ciò significa che, durante la costruzione della parete, la miscela di calce, sabbia pozzolanica e pietre era ancora calda per via della reazione termica in corso e di conseguenza si asciugava più rapidamente, abbreviando i tempi di realizzazione dell’intera costruzione. Diversamente quando si trattava di intonacare le pareti, sembra che la calce venisse prima spenta e successivamente mescolata con gli inerti per essere poi stesa, come si fa ancora oggi.
Seoul (Corea). Aperta al The Hyundai Seoul la mostra “Pompeii” organizzata dal Mann e promossa dall’IIC di Seul per celebrare i 140 anni delle relazioni diplomatiche tra l’Italia e la Corea: 127 reperti e 8 contenuti multimediali raccontano gli ultimi giorni di Pompei

Allestimento della mostra “Pompeii” a Seoul (Corea) dal 13 gennaio al 6 maggio 2024, organizzata dal Mann (foto iic-seul)
Gli ultimi giorni di Pompei in mostra a Seul per celebrare i 140 anni delle relazioni diplomatiche tra l’Italia e la Corea. Il 13 gennaio 2024 è stata inaugurata, al The Hyundai Seoul, la mostra “Pompeii”, promossa dall’Istituto italiano di Cultura di Seoul e dall’Ambasciata d’Italia in Corea, primo evento di un anno speciale per entrambe le nazioni. La mostra sarà aperta fino al 6 maggio 2024 e segna il ritorno in Corea dei reperti archeologici di Pompei dopo 10 anni.

Allestimento della mostra “Pompeii” a Seoul (Corea) dal 13 gennaio al 6 maggio 2024, organizzata dal Mann (foto iic-seul)

Allestimento della mostra “Pompeii” a Seoul (Corea) dal 13 gennaio al 6 maggio 2024, organizzata dal Mann (foto iic-seul)
La mostra, organizzata dal museo Archeologico nazionale di Napoli, The Chosunilbo (uno dei più grandi quotidiani della Corea) e CCOC (agenzia specializzata, nota per l’organizzazione annuale della mostra Bologna Illustrators Exhibition a Seoul), offre una straordinaria opportunità di esplorare la ricca storia dell’antica Roma, attraverso 127 reperti archeologici, tra cui affreschi, statue e reperti fossili dell’era greco-romana. In aggiunta, la mostra presenta 8 contenuti multimediali forniti dal museo Archeologico nazionale di Napoli, creando un’esperienza espositiva tridimensionale per il pubblico.

Allestimento della mostra “Pompeii” a Seoul (Corea) dal 13 gennaio al 6 maggio 2024, organizzata dal Mann (foto iic-seul)

Allestimento della mostra “Pompeii” a Seoul (Corea) dal 13 gennaio al 6 maggio 2024, organizzata dal Mann (foto iic-seul)
La città di Pompei fu tragicamente distrutta il 24 ottobre del 79 d.C. dall’eruzione del Vesuvio. In modo paradossale, l’eruzione vulcanica ha preservato la città in modo sorprendente, consentendo agli archeologi di svelare dettagli della vita quotidiana e dei tesori preziosi della civiltà antica. Particolarmente suggestivi sono i “calchi umani”, che verranno esibiti insieme a video immersivi, portando gli spettatori negli ultimi istanti di Pompei.
Bacoli (Na). Nei lavori di riqualificazione dell’area, scoperta una monumentale villa romana del I sec. d.C. nei pressi di Punta Sarparella a Miseno, da cui si ipotizza Plinio il Vecchio avrebbe visto l’eruzione del Vesuvio, e poi sarebbe salpato alla volta di Stabiae

I resti della villa romana monumentale del I sec. a.C. scoperta a Punta Sarparella di Miseno a Bacoli (foto sabap-met-na)
A seguito di dissequestro e bonifica dell’intera area sono stati avviati i lavori per la realizzazione di una villa comunale, nelle immediate prossimità di Punta Sarparella nel comune di Bacoli (Na), per restituire alla pubblica fruizione uno degli accessi più spettacolari alla spiaggia di Miseno, per lunghi anni resa inaccessibile da rifiuti e sterpaglie, progetto al quale ha partecipato attivamente la soprintendenza ABAP per l’Area Metropolitana di Napoli intenzionata a supportare attivamente l’amministrazione comunale in questo progetto di riqualificazione, sono emersi i resti di quella che si è rivelata subito essere una monumentale villa romana. La struttura, databile intorno al I secolo d.C., si estende senza soluzione di continuità fino alla spiaggia e ai fondali antistanti, presso Punta Sarparella, il promontorio da cui si ipotizza che Plinio il Vecchio, Praefectus classis Misenensis, avrebbe visto l’eruzione del Vesuvio, e poi sarebbe salpato alla volta di Stabiae, per soccorrere gli abitanti delle diverse città costiere, minacciate dall’eruzione vesuviana. In attesa di valutare un progetto di scavo estensivo della villa e contestuale valorizzazione, attualmente il perimetro degli ambienti è stato ben individuato e recintato, e restituito, grazie anche alla prossima installazione di pannellistica esplicativa, al pubblico godimento.

I resti della villa romana monumentale del I sec. a.C. scoperta a Punta Sarparella di Miseno a Bacoli (foto sabap-met-na)
In un’area già sottoposta a tutela da vincolo archeologico ministeriale per la densità di evidenze antiche disseminate nelle immediate prossimità di Punta Sarparella a Bacoli, dall’accesso al teatro romano di Misenum, al Collegio degli Augustali, al bacino interno del porto antico, è stata fatta infatti una scoperta archeologica di portata eccezionale. In occasione dei lavori di rigenerazione urbana del Comune di Bacoli, è stato avviato un progetto di recupero e valorizzazione dell’area occupata in precedenza dall’ex Lido Piranha, un ecomostro abusivo finalmente abbattuto in anni recenti. Durante le operazioni di sistemazione del piano di campagna, destinato a ospitare il nuovo vialetto di accesso, le panchine e l’area giochi per bambini, sono emersi i resti di quella che si è rivelata subito essere una monumentale villa romana, databile intorno al I secolo d.C., realizzata in opera reticolata di cubilia di tufo assai ben costruita, che si estende senza soluzione di continuità fino alla spiaggia e ai fondali antistanti. Sono stati individuati una decina di ambienti di grandi dimensioni con diverse fasi edilizie, piani di calpestio e tracce di rivestimento murario.

I resti della villa romana monumentale del I sec. a.C. scoperta a Punta Sarparella di Miseno a Bacoli (foto sabap-met-na)
Tali evidenze sono probabilmente pertinenti a quello che resta di una delle terrazze della residenza del Prefetto della Flotta romana del Tirreno, la Classis Misenensis. Che delle strutture si conservassero in quella zona era già risaputo, così come lacerti di murature in opera reticolata sono già visibili lungo la spiaggia della Sarparella, ma grazie ai lavori di bonifica prima – iniziati nel 2021 – e a quelli di riqualificazione in via di completamento, è stato possibile avviare una pulizia sistematica delle creste murarie ed individuare l’articolazione degli ambienti. L’ipotesi, ancora da verificare, che su Punta Sarparella fosse ubicata la residenza del Prefetto della Flotta, si basa sulla circostanza che quel luogo offrisse, per la sua posizione, la massima visibilità dell’intero bacino portuale ed un’ampia veduta sul Golfo intero; sarebbe stato questo il promontorio dal quale si ipotizza che Plinio il Vecchio, che ricopriva la carica di Praefectus classis Misenensis, avrebbe visto l’eruzione del Vesuvio, e poi sarebbe salpato alla volta di Stabiae, per soccorrere gli abitanti delle diverse città costiere, minacciate dall’eruzione vesuviana. La scoperta è ancor più eccezionale se si considera che ignoti sono ancora tuttora l’articolazione e lo sfruttamento degli spazi all’interno e intorno al porto romano per l’assenza quasi completa di dati che chiariscano le dinamiche organizzative della base logistica, le vie di comunicazione tra il porto e il resto della cittadina e l’ubicazione stessa del centro della Colonia di Misenum. L’individuazione di tali strutture in un punto nevralgico del territorio antico, prospiciente il bacino interno del porto romano, prossima all’ingresso del teatro di Misenum e all’area che doveva ospitare il foro cittadino, aggiungono un tassello di grande importanza alla conoscenza dell’articolazione del palinsesto insediativo antico.


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