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Torino. Al museo Egizio la mostra “Figli di Horus proteggete questo ushabti! Il modellino di sarcofago di Kha”, a cura di Paolo Marini, terzo appuntamento del progetto espositivo “Nel laboratorio dello studioso”

Il modellino del sarcofago di Kha esposto nella mostra “Figli di Horus proteggete questo ushabti!” al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Terzo appuntamento del progetto espositivo “Nel laboratorio dello studioso”, dedicato all’attività scientifica che quotidianamente si svolge sugli oggetti esposti nelle sale e custoditi nei magazzini del museo Egizio di Torino. Da venerdì 3 settembre 2021 è aperta al pubblico la mostra “Figli di Horus proteggete questo ushabti! Il modellino di sarcofago di Kha”. Il tema al centro di questa mostra, che resterà aperta al pubblico fino al 1° novembre 2021, è quello dei modellini di sarcofago, reperti rivenuti in luoghi dedicati al culto del defunto o nelle camere funerarie a partire dal periodo compreso tra la XI e la XII dinastia (1980-1759 a.C.) e, sporadicamente, fino al Terzo periodo Intermedio (1076-664 a.C.), che avevano l’obiettivo di enfatizzare l’identificazione dell’ushabti al loro interno con il defunto. L’esposizione dedicata al modellino di sarcofago di Kha è a cura di Paolo Marini, curatore e coordinatore delle mostre itineranti ideate dal museo Egizio.

Ushabti conservati all’interno del modellino del sarcofago di Kha esposti nella mostra del progetto “Nel laboratorio dello studioso” al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

In particolare, a costituire il centro dell’esposizione è il modellino di sarcofago dell’architetto Kha, vissuto nella seconda metà della XVIII dinastia (ca. 1400-1292 a.C.), e il cui corredo funebre è interamente conservato ed esposto al Museo Egizio. Il reperto, in legno e ricoperto da vernice nera, costituisce un unicum per il perfetto stato di conservazione, la completezza del set – composto da modellino di sarcofago, ushabti e attrezzi da lavoro – e per la conoscenza del contesto di rinvenimento: una tomba intatta scoperta nel 1906 da Ernesto Schiaparelli a Deir el-Medina. Le tipologie e l’evoluzione dei modellini di sarcofago sono raccontate e approfondite nelle restanti quattro vetrine della mostra, che espongono alcuni degli esemplari più significativi presenti all’interno della collezione del Museo. Tra i temi approfonditi anche quello religioso dei figli di Horus, i quattro geni funerari chiamati, come avveniva per il defunto, a protezione dell’ushabti.  

L’allestimento della mostra “Figli di Horus proteggete questo ushabti! Il modellino di sarcofago di Kha” del progetto “Nel laboratorio dello studioso” al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Nei mesi di apertura della mostra sono inoltre in programma alcune visite guidate con il curatore della mostra: le visite sono programmate per martedì 21 settembre e 19 ottobre dalle 16.10 alle 17.10.  La partecipazione è consentita a un massimo di 20 persone con prenotazione online; il costo è di 7 euro a persona (escluso il biglietto d’ingresso). “Nel laboratorio dello studioso” è un ciclo di mostre per mettere sotto la lente di ingrandimento una serie di reperti della collezione torinese e offrire ai visitatori un approfondimento inedito sulle storie che custodiscono e sulle ricerche realizzate dal museo Egizio di Torino. Ecco il calendario delle prossime mostre che saranno realizzate nello spazio della mostra: NOVEMBRE 2021 – GENNAIO 2022: Gatti, falchi e anguille. I bronzi votivi per mummie animali (a cura di Johannes Auenmüller); GENNAIO – MARZO 2022: Un santuario portatile per la dea Anuket (a cura di Paolo Del Vesco); MARZO – MAGGIO 2022: Il Libro dei Morti di Baki, Scriba del Signore delle Due Terre (a cura di Susanne Töpfer).

Torino. Il museo Egizio apre la nuova sala “Alla ricerca della vita” con una teca allestita per contenere 91 mummie. Tra queste, sei scelte per raccontare le varie fasi dell’esistenza, dalla gravidanza all’età avanzata, nell’Antico Egitto. Riflessione sull’esposizione di resti umani e implicazioni etiche

“Alla ricerca della vita”, la nuova sala espositiva del museo Egizio di Torino dedicata alle mummie (foto museo egizio)

Sei storie per raccontare una vita. Sei “protagonisti”, appositamente scelti di età differenti per mostrare le varie fasi dell’esistenza, da quella nemmeno sbocciata di un feto, fino all’avanzata maturità di una donna cinquantenne. Tracce di storie intime, frammenti di esistenze lontane nel tempo, riaffiorano dal passato per raccontare la vita nell’Antico Egitto, attraverso sei individui che hanno cessato il proprio cammino terreno a età diverse fra loro, ma accomunati dall’averlo proseguito per l’aldilà affidando il proprio corpo al rito della mummificazione. A svelarle è la nuova sala con cui il museo Egizio di Torino amplia il suo percorso di visita, conducendo il pubblico in un autentico itinerario a ritroso “Alla ricerca della vita” – nome con cui è stato battezzato il nuovo spazio articolato su due piani. A costituire il fulcro dell’esposizione è una teca allestita per contenere 91 mummie che fanno parte della collezione del Museo: grazie a una speciale pellicola sei di queste mummie sono svelate al pubblico, a rappresentare le tappe fondamentali della vita. La speciale teca assolve alla doppia funzione di vetrina e deposito, ed è stata quindi progettata per garantire i massimi standard conservativi per resti umani ed organici estremamente fragili. Realizzata con l’importante sostegno della Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino, la sala “Alla ricerca della vita”, collocata al primo piano del Museo, esplora e approfondisce quindi il tema della vita nell’antico Egitto, il rapporto della cultura nilotica con la mummificazione e il concetto di aldilà, partendo dallo studio dei resti umani e dei corredi che in alcuni casi li accompagnano.

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Il direttore del museo Egizio di Torino, Christian Greco (foto museo Egizio)

“Questo progetto nasce da un’esigenza conservativa ma, in linea con la volontà di rendere i magazzini del museo accessibili ai visitatori, intende fornire un “affaccio” sui reperti qui custoditi e sulle ricerche condotte su di essi, ripercorrendo una vita ideale dalla nascita all’età avanzata”, spiega Christian Greco, direttore museo Egizio. “Gli spazi di ‘Alla ricerca della vita’ rappresentano non solo un nuovo spazio a disposizione dei visitatori, ma inaugurano un nuovo capitolo della riflessione del Museo sullo studio e l’esposizione dei resti umani della nostra collezione, anche in dialogo con il pubblico. Chi accederà alla sala potrà infatti farci conoscere il proprio punto di vista sul tema compilando il questionario, che abbiamo creato ad hoc, compilabile in tempo reale da smartphone attraverso un QR Code dedicato. Allo stesso modo tutti i contenuti multimediali della sala sono liberamente accessibili attraverso il nostro sito, per dare l’opportunità a tutti di fruirne, e di espandere l’esperienza anche al di fuori della sala”.

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Evelina Christillin, presidente del museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

“Poter aprire al pubblico queste nuove sale permanenti è per noi una grande gioia, e in particolare poterlo fare in questo giorno di festa”, interviene Evelina Christillin, presidente museo Egizio. “L’inaugurazione odierna è inoltre segno di come il Museo abbia saputo affrontare i mesi difficili della pandemia senza mai rinunciare ai progetti propri di un’istituzione museale, ossia, oltre alla ricerca, il rinnovamento espositivo. Obiettivi che trovano una perfetta sintesi negli spazi de ‘Alla ricerca della vita’, un progetto ambizioso la cui realizzazione è stata resa possibile, oltre che dall’impegno del personale della Fondazione, anche dall’importante e generoso sostegno della Consulta di Torino, e da quello che i nostri Soci Fondatori continuano ad accordarci: a tutti va il mio e nostro ringraziamento, per aver reso possibile un altro significativo tassello del rinnovamento e ampliamento del Museo inaugurato nel 2015, e che prosegue in vista del bicentenario del 2024”.

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Giorgio Marsiaj, presidente della Consulta di Torino

“Le aziende e gli enti Soci della Consulta”, assicura il presidente Giorgio Marsiaj, “da 34 anni si prendono cura del patrimonio storico-artistico del territorio, preziosa risorsa per comprendere il presente e costruire il futuro. La nostra collaborazione con il museo Egizio inizia nel 2018 – anno europeo dedicato al Patrimonio Culturale – con la partecipazione al progetto ‘Anche le statue muoiono’. La sala ‘Alla ricerca della Vita’ che oggi inauguriamo e alla cui realizzazione siamo onorati di aver preso parte, è un ideale percorso offerto al visitatore, attraverso le diverse fasi dell’esistenza. Si tratta di uno straordinario esempio di nuova forma di narrazione, sostenuta da studi approfonditi, da collaborazioni scientifiche di alto livello, dall’innovazione tecnologica e da un profondo senso etico di rispetto per la Vita”.

Sala “Alla ricerca della vita” nel museo Egizio di Torino: una delle sei mummie scelte e studiate per presentare le varie fasi della vita nell’Antico Egitto (foto museo egizio)

“Alla ricerca della vita” in sei storie. È quindi idealmente una vita intera, dalla nascita alla vecchiaia, quella che si ricompone dall’insieme delle sei mummie, esposte in un ambiente raccolto e intimo per un’esperienza di confronto ravvicinata e al contempo riguardosa nei confronti di questi esseri umani vissuti fra i 4mila e i 2mila anni fa. Un modo per restituire al visitatore il profondo rispetto per la vita che caratterizza la civiltà antico egiziana, così come l’idea di una eterna esistenza dell’individuo dopo la morte.

Il primo reperto esposto è una scatola di legno risalente alla fine del Secondo Periodo Intermedio (1550-1450 a.C.) contenente i resti scheletrici di un feto: una testimonianza di quanto la gravidanza fosse non solo una fase delicata della vita, ma anche legata a precisi rituali, come dimostrano diversi papiri medici e formule magiche del medesimo periodo.

A parlarci dell’infanzia nell’antico Egitto sono poi le informazioni che emergono dal corredo funebre e dalla mummia di un bambino di circa 4 – 5 anni, vissuto in epoca Tolemaica e probabilmente di sesso maschile. L’accurata mummificazione e il sudario riccamente decorato suggeriscono l’appartenenza del fanciullo a una famiglia di alto rango e, di conseguenza, il suo probabile avvio ai primi rudimenti dell’istruzione, benché resti l’elemento del gioco quello che più caratterizzava questa fase della vita.

Dall’infanzia all’adolescenza – periodo che per durata e dinamiche si differenzia molto dal concetto contemporaneo – si passa a Meres, una ragazza di circa 13 anni e perciò prossima all’ingresso nella vita adulta. Testimonianze risalenti allo stesso periodo confermano la presenza, seppur in rari casi, di donne che sapevano leggere e scrivere e che dovevano quindi aver ricevuto un’istruzione da scriba, tipicamente riservata agli uomini: vista la sua età ed il livello sociale medio-alto, anche Meres avrebbe potuto accedere, magari in famiglia, ai primi rudimenti della scrittura oppure essere avviata ad una professione più tipicamente femminile, come quella di balia, governante, oppure tessitrice, mugnaia o sacerdotessa. La mummia risale al 2100 a.C. circa ed è adagiata sul fianco sinistro, com’era usanza all’epoca, adornata da una maschera funeraria in cartonnage. A protezione della giovane e del suo viaggio nell’aldilà erano state sicuramente predisposte delle formule scritte sulla cassa lignea che doveva ospitare il corpo e che non è però purtroppo giunta fino a noi, ma anche un amuleto, individuato al di sotto delle bende grazie alle analisi condotte con l’ausilio della TAC.

Appartiene invece già all’età adulta, seppur nelle sue prime fasi, la quarta vita raccontata nella sala: è quella di una sedicenne, il cui sarcofago faceva parte della collezione acquistata da Bernardino Drovetti nel 1824. La datazione al carbonio 14 e studi stilistici hanno però messo in luce come i due elementi appartengano a periodi che distano circa 300 anni l’uno dall’altro, ossia il V secolo a.C. nel caso del sarcofago, che indica il nome di Menrekhmut, e il II secolo a.C. nel caso della giovane donna anonima: ci troviamo dunque di fronte alla testimonianza di vita di due donne diverse. La mummia, in particolare, reca i segni di una imbalsamazione molto accurata, comprendente anche l’asportazione degli organi ad eccezione del cuore, considerato sede dell’intelletto e dello spirito del defunto.

Tra le mummie di età adulta conservate al museo Egizio, alcune appartengono a personaggi con ruoli di particolare importanza: è il caso di Imhotep, alto funzionario della corte del faraone Thutmosi I, di cui sono esposti i resti e il corredo funebre. La tomba di Imhotep, in vita alto poco più di un metro e sessanta centimetri e deceduto a circa 40 anni, fu ritrovata nella Valle delle Regine dall’allora direttore del Museo Egizio, Ernesto Schiaparelli, insieme a Francesco Ballerini, nei primi mesi del 1904. Come è evidente dalle condizioni del corredo funerario e dallo stato di conservazione del defunto, la tomba fu saccheggiata. L’importanza del ruolo di Imhotep, che nelle iscrizioni del sarcofago viene indicato come “visir” (secondo, cioè, solo al faraone), è confermata dal fatto che circa 200 anni dopo la sua morte il sacerdote Userhat I lo farà ritrarre, insieme al padre e al figlio, all’interno della propria tomba.

Seppur basata su parametri anagrafici assai differenti rispetto a quelli dei giorni nostri, l’età avanzata godeva di grande considerazione all’interno della società e nei nuclei familiari dell’antico Egitto: era così per la donna di circa 50 anni che va a chiudere l’esposizione della sala “Alla ricerca della vita”, appartenuta quasi certamente a un’alta classe sociale ma della quale non conosciamo né il nome né la provenienza. La datazione al carbonio 14 ci permette tuttavia di farla risalire alla XXII Dinastia, durante il Terzo Periodo Intermedio (945-712 a.C. circa) e, dal confronto con altri reperti della medesima epoca, possiamo supporre che provenisse dall’area di Tebe. La maturità corrispondeva per i più alla fine dell’attività lavorativa, col conseguente intervento dei figli per il sostentamento.

L’area audiovisivi della nuova sala espositiva “Alla ricerca della vita” al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Sotto il profilo scientifico, lo studio antropologico dei corpi di queste persone e quello egittologico degli oggetti deposti nelle loro sepolture e di altri documenti materiali e testuali ad essi contemporanei, permettono di ricostruire in parte le storie dei singoli individui e di conoscere alcuni aspetti della loro vita. Il ricco corpus di informazioni, restituite ai visitatori attraverso i testi e i video presenti in sala, è frutto del lavoro di ricerca realizzato dallo staff scientifico del Museo, nonché della collaborazione con gli esperti del partner scientifico esterno, l’Eurac Research di Bolzano. Gli studi, sia antropologici che conservativi, condotti su tutte le mummie e i resti umani della collezione del Museo, hanno permesso di raccogliere una vasta mole di dati e di realizzare veri e propri “sbendaggi virtuali”, consentendo inoltre di osservare aspetti perlopiù invisibili all’occhio umano e di scoprire dettagli inediti sulla vita e le patologie di esseri umani vissuti anche più di 4000 anni fa.

Uno spazio particolare è dedicato inoltre all’imbalsamazione e ai suoi significati simbolici e religiosi: tale pratica serviva a far sì che il defunto giungesse nell’aldilà completo di tutte le componenti di cui era costituito in vita. Tali elementi sono, in vita, riuniti insieme a formare la persona, ma alla morte tale unità si perde. Per garantire l’eterna esistenza del defunto nell’aldilà e per consolidare la sua identità nelle tre sfere del cosmo (il cielo, la terra e l’aldilà) queste componenti devono essere nuovamente riunite: ecco l’obiettivo della mummificazione. Un tema fondamentale e complesso, che è affrontato nella nuova sala permanente del museo anche in prospettiva diacronica: l’evoluzione di tale usanza negli oltre tre millenni di storia dell’antico Egitto è mostrata al pubblico attraverso un’ampia infografica che ne restituisce i principali cambiamenti, oltre che tramite un video di approfondimento che i visitatori possono trovare in un apposito spazio allestito al piano superiore e raggiungibile direttamente dalla sala.

L’ingresso della nuova sala “Alla ricerca della vita” al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Esporre i resti umani. La sala “Alla ricerca della vita” non si confronta solo con lo studio dei resti umani, ma anche con il tema della loro esposizione e le implicazioni etiche che la caratterizzano. Una questione di grande complessità, che vede il Museo impegnato in un confronto costante, da una parte con il proprio pubblico, dall’altra con la comunità scientifica nazionale e internazionale. Questa riflessione coinvolge l’istituzione su più livelli e si riflette proprio in questi spazi: già a partire dal nuovo allestimento inaugurato nel 2015, la scelta del Museo fu quella di esporre alcune mummie e resti umani della collezione, ma sviluppando una segnaletica specifica che potesse avvertire i visitatori della presenza di resti umani in una vetrina, e allo stesso tempo invitandoli ad accostarsi ad essi con il dovuto rispetto. Fra settembre e ottobre del 2019 inoltre il Museo Egizio ha deciso di commissionare all’istituto di ricerca Quorum un sondaggio per investigare l’opinione dei propri pubblici riguardo al tema dell’esposizione dei resti umani in un contesto museale. Una prima analisi dei dati raccolti ha confermato un interesse positivo dei visitatori nei confronti dei reperti umani esposti e, anche la stessa modalità di presentazione di tali resti è stata giudicata positivamente: nel 44,7% dei casi, infatti, il metodo di esposizione è stato ritenuto educativo e nel 50,7% affascinante, e oltre il 70% degli intervistati ha ritenuto l’esposizione adeguata.

Apre al Canadian Museum of History di Gatineau (Ottawa, Québec) la mostra “Queens of Egypt”, con 250 reperti del museo Egizio di Torino: dopo Kansas City e Fort Worth in Texas, i reperti delle collezioni torinesi proseguono il viaggio in Nord America e arrivano in Canada

Al Canadian Museum of History di Gatineau (Ottawa) la mostra itinerante “Queens of Egypt” del museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Nuova tappa del tour nordamericano dei reperti del museo Egizio di Torino, protagonisti della mostra itinerante “Regine del Nilo”. Nonostante il complesso contesto internazionale fortemente condizionato dalla pandemia di Covid-19, la mostra “Queens of Egypt” approda con un nuovo allestimento al Canadian Museum of History di Gatineau (Ottawa), dove può essere visitata dal pubblico canadese a partire da mercoledì 2 giugno 2021. L’esposizione, dopo Kansas City e Fort Worth in Texas, si presenta nella nuova sede col titolo “Queens of Egypt”: il percorso espositivo che si snoda attraverso circa 250 reperti del Museo che comprendono, insieme a statue e oggetti di vita quotidiana, il corredo funerario e il coperchio del sarcofago di Nefertari, portati alla luce dalla Missione Archeologica Italiana guidata da Ernesto Schiaparelli e al lavoro nella Valle delle Regine tra il 1903 e il 1905. Prima di tornare nelle vetrine, alcuni reperti – nello specifico alcune stele e sarcofagi – sono stati oggetto di una campagna di analisi realizzate in collaborazione con il museo di Gatineau e il Canadian Conservation Institute: attraverso diverse tipologie di analisi sono state studiate la composizione chimica dei differenti pigmenti e la loro reazione in seguito alle sollecitazioni da radiazioni luminose.

La teoria di Sekhmet dal museo Egizio di Torino al Canadian Museum of History di Gatineau (Ottawa) per la mostra “Queens of Egypt” (foto museo egizio)

“Le restrizioni dell’ultimo anno ci hanno imposto nuove modalità di lavoro anche per quanto riguarda le mostre itineranti che continuiamo a promuovere all’estero”, dichiara il direttore del museo Egizio, Christian Greco: “un grandissimo e incessante impegno che coinvolge in particolare il nostro ufficio Collection Management e i colleghi della Soprintendenza, a cui va un sentito ringraziamento, e che ci permette di inaugurare un’altra importante tappa dell’esposizione dedicata alle regine d’Egitto. Un risultato importante che testimonia inoltre la forza della cultura materiale che abbiamo l’onore e l’onere di custodire, e la sua capacità di continuare a coinvolgere pubblici di tutto il mondo”.

Nella mostra “Queens of Egypt” in Canada esposti 250 reperti dal museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

“Siamo davvero orgogliosi di poter proseguire il percorso di internazionalizzazione che il Museo sta conducendo da anni, e che nel corso delle tappe nordamericane ci ha permesso di raccogliere un significativo successo”, aggiunge Evelina Christillin, presidente del museo Egizio: “in tutte le sedi statunitensi e canadesi toccate finora la nostra mostra si è infatti imposta come una delle più apprezzate dal pubblico, con oltre 500mila visitatori complessivi. Un’attività strategica, quindi, che continua a vederci in prima linea in piena sintonia con i nostri partner locali, il ministero dei Beni culturali e la Soprintendenza torinese”.

Torino. Conferenza egittologica on line con i curatori Beppe Moiso e Tommaso Montonati su “Documenti inediti per servire alla Storia del Museo”

Giovedì 6 maggio 2021, alle 18, il museo Egizio di Torino presenta la conferenza egittologica online “Documenti inediti per servire alla Storia del Museo”, tenuta dai curatori Beppe Moiso e Tommaso Montonati. L’incontro, trasmesso live streaming sui canali social del museo Egizio di Torino, sarà introdotto dal direttore del museo Egizio, Christian Greco.

Documenti inediti del museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Il titolo della conferenza fa riferimento a un’espressione obsoleta, con cui in passato sono stati indicati degli articoli nei quali si esaminavano o erano presentati per la prima volta documenti utili alla ricostruzione delle consistenze e delle provenienze del Museo, e fondamentali per una completa conoscenza della sua storia. A distanza di oltre un secolo, il ritrovamento di ulteriori documenti, che verranno qui presentati, consente di meglio ricostruire la travagliata storia delle collezioni, che nel tempo mescolandosi hanno creato difficoltà nell’identificazione dei singoli reperti.

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Beppe Moiso, curatore del museo Egizio

Beppe Moiso è curatore del museo Egizio. La sua attività principale è rivolta allo studio e alle ricerche archivistiche legate alla formazione della collezione torinese, comprendendo l’intera attività archeologica condotta da E. Schiaparelli e G. Farina. Cura la riproduzione informatica degli archivi cartacei e fotografici per la creazione di una banca dati centralizzata. Si occupa degli scavi condotti a Gebelein e Assiut, riconducibili all’attività svolta da Virginio Rosa nella campagna del 1911.

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L’egittologo Tommaso Montonati (foto museo egizio)

Tommaso Montonati è egittologo addetto all’archivio storico del Museo. La sua attività principale consiste nel coordinamento nell’ambito dei progetti di digitalizzazione e studio degli archivi fotografici e storici del Museo, per la creazione di un database centrale. I suoi interessi sono rivolti alla nascita e allo sviluppo della missione archeologica italiana in Egitto, allo studio di strutture e antichità di Medio Regno provenienti dai siti provinciali scavati da Schiaparelli, soprattutto Qau el-Kebir, e alla storia del Museo.

Usa. Nonostante il contesto internazionale condizionato dalla pandemia, terza tappa nordamericana della mostra “Le Regine del Nilo” con 250 reperti del museo Egizio di Torino. Al Kimbell Art Museum di Fort Worth (Texas) proposto un nuovo allestimento dal titolo “Queen Nefertari’s Egypt”. Il direttore Greco: “Seguite tutte le operazioni di allestimento da remoto”

Il museo Egizio di Torino è chiuso in rispetto delle norme sanitarie, ma il viaggio della regina Nefertari non si ferma. Nuova tappa del tour nordamericano dei reperti del museo Egizio, protagonisti della mostra itinerante “Regine del Nilo” che, nonostante il complesso contesto internazionale fortemente condizionato dalla pandemia di Covid-19, è approdata con un nuovo allestimento al Kimbell Art Museum di Fort Worth (Texas), dove potrà essere visitata dal pubblico statunitense fino al 14 marzo 2021. L’esposizione, dopo le tappe di Washington e Kansas City si presenta nella nuova sede col titolo “Queen Nefertari’s Egypt” proponendo un focus dedicato proprio alla regina moglie del faraone Ramses II (1279 – 1213 a. C.).

Il suggestivo allestimento della mostra “Queen Nefertari’s Egypt” al Kimbell Art Museum di Fort Worth (Texas) (foto Kimbell Art Museum)
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Il manifesto della mostra “Queen Nefertari’s Egypt” al Kimbell Art Mueum di Fort Worth (Texas)

L’attuale scenario internazionale, condizionato dalla pandemia, ha richiesto un impegno particolare al personale del museo Egizio per l’allestimento della mostra: “Vista l’impossibilità di recarci negli Stati Uniti per seguire il disallestimento della mostra a Kansas City e la preparazione di quella al Kimbell Art Museum”, spiega il direttore del museo Egizio, Christian Greco, “per la prima volta il nostro ufficio Collection Management ha seguito tutte le operazioni da remoto, con un grandissimo impegno e un lavoro durato complessivamente oltre due mesi, svolto fianco a fianco con i colleghi della Soprintendenza, che ringrazio per la proficua e costante collaborazione. Gli importanti sforzi fatti e l’inaugurazione di questa nuova tappa della mostra itinerante dedicata alla regina Nefertari testimoniano ancora una volta la forza della cultura materiale e degli oggetti che abbiamo l’onore e l’onere di custodire: i reperti del museo si confermano un patrimonio dell’umanità, capace di trasmettere delle storie universali e di sensibilizzare il pubblico internazionale circa l’importanza del passato, chiave di lettura fondamentale per capire noi stessi e il tempo presente”.

La stele di Nakhi, probabilmente proveniente da Deir el Medina, esposta nella mostra “Queen Nefertari’s Egypt” al Kimbell Art Museum (foto museo egizio)

“Siamo davvero soddisfatti e orgogliosi di poter proseguire il percorso di internazionalizzazione e di diffusione della cultura egizia che il Museo sta conducendo da anni”, dichiara Evelina Christillin, presidente del museo Egizio, “un’attività che continua a vederci in prima linea in piena sintonia con i nostri partner locali, il ministero dei Beni culturali e la soprintendenza torinese, e nell’ambito della quale hanno pari priorità tanto la valorizzazione quanto la sicurezza dei reperti. L’apertura al pubblico di questa mostra è per noi un segnale estremamente positivo e dimostra il grande dinamismo del nostro Museo: anche se in questo momento siamo chiusi al pubblico la nostra attività non si è fermata e anzi abbiamo continuato a lavorare sulla conservazione, la ricerca e per proporre sempre nuovi contenuti digitali, come dimostrano alcune recenti iniziative tra cui la trasmissione radio ‘Quello che gli Egizi non dicono’ e il calendario di conferenze egittologiche online avviato a novembre”.

Il percorso espositivo (nel video Jennifer Casler Price, curatrice del museo texano, ci conduce in un tour attraverso la mostra “Queen Nefertari’s Egypt”) si snoda attraverso circa 250 reperti del museo Egizio di Torino che comprendono, insieme a statue e oggetti di vita quotidiana, il corredo funerario e il coperchio del sarcofago di Nefertari, portati alla luce dalla Missione Archeologica Italiana guidata da Ernesto Schiaparelli e al lavoro nella Valle delle Regine tra il 1903 e il 1905. L’esposizione racconta inoltre ai visitatori la storia delle mogli dei faraoni durante il Nuovo Regno nel periodo che va dal 1500 al 1000 a.C., quando regine come Ahmose Nefertari, Hatshepsut, Tiye, Nefertiti, e in particolare Nefertari, erano donne influenti che non ricoprivano soltanto il ruolo di mogli ma gestivano anche il palazzo del faraone esercitando un potere politico significativo.

In occasione dell’apertura al pubblico, il direttore Christian Greco ha tenuto una conferenza inaugurale per il Kimbell Art Museum, introdotta dal direttore Eric Lee, trasmessa sui canali social del museo di Fort Worth, che qui riproponiamo, dal titolo “Le collezioni del museo Egizio e le ricerche in corso”.

“Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri”: nella settima clip del museo Egizio protagonista Vercelli e Virginio Rosa, giovane archeologo cui si devono molte scoperte importanti per il museo Egizio

Settima tappa, Vercelli. Il viaggio proposto dal museo Egizio di Torino tocca Vercelli con la settima delle otto clip del progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” in collaborazione con il Centro Studi Piemontesi e il patrocinio della Regione Piemonte. “Vi porteremo in giro per il Piemonte per raccontarvi storie di uomini audaci e appassionati di antico Egitto”, spiegano al museo. “Toccheremo tutte le province piemontesi, incontreremo le storie di personaggi vissuti tanto tempo fa: numismatici, viaggiatori, archeologi, architetti e collezionisti che, “parlando” in piemontese (sottotitolata in italiano), racconteranno perché c’è un museo Egizio proprio a Torino!”. La settima puntata è dedicata a Vercelli e Virginio Rosa (1886-1912), giovane archeologo cui si devono molte scoperte importanti per il Museo Egizio, raccontata in piemontese da Giovanni Tesio dell’università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”. Nel 1910 partì da Genova per la sua prima ed unica spedizione archeologica in Egitto. Le ricerche si svilupperanno nei siti di Gebelein e Assiut, consentendo il ritrovamento di molto materiale archeologico, tra cui le tombe di Iti e Neferu, di Ini e degli Ignoti. Virginio Rosa morirà a soli 26 anni poco tempo dopo il suo rientro in Italia, il 20 febbraio del 1912.

Il giovane archeologo Virginio Rosa da Varallo Sesia (Vercelli) (foto museo Egizio)

1894, Varallo Sesia, provincia di Vercelli. Un bambino dall’aria disorientata si aggira nelle sale del museo di Scienze Naturali, fondato quasi trent’anni prima da Pietro Calderini, un sacerdote naturalista. Il (fiolin) è Virginio Rosa (1886-1912) che ha perso da poco il papà e con la mamma e suo fratello ha dovuto lasciare la bella casa di Pinerolo, vicino a Torino, per ritornare nella modesta dimora della madre, originaria della Val Sesia. L’unico svago lo trova qui, circondato da migliaia di coleotteri ben ordinati, con un formidabile erbario di oltre mille esemplari di piante e centinaia di reperti archeologici che gli consentono di fantasticare sulla vita in età preistorica, greca e romana. Ed è in una saletta appartata che si accende la passione per l’antico Egitto: il piccolo Virginio è attratto da una mummia di gatto con lo sguardo dolce e da numerosi oggetti che portano la sua immaginazione verso Oriente. È un ragazzo curioso e di talento, torna a Torino per studiare. Si laurea in chimica, scrive di scienza e di storia e si dedica alla botanica, ma la civiltà egizia continua a essere la sua grande passione che coltiva al museo Egizio, diretto da Ernesto Schiaparelli. E sarà proprio l’egittologo a dare una svolta alla sua vita. Virginio Rosa diventa suo collaboratore e nel 1910 parte per l’Egitto, perché è proprio il direttore del museo ad affidargli gli scavi di Gebelein e Assiut: nonostante la sua scarsa esperienza, l’anziano egittologo ha in stima la sua solida formazione scientifica e la sua abilità di fotografo, che sarà preziosa sul campo. È grazie al patrigno Secondo Pia, primo professionista ad aver fotografato la Sindone, che Virginio Rosa è in grado di documentare ogni giornata di scavo e ciascuna scoperta, come la tomba monumentale di Iti e Neferu, decorata con magnifiche pitture. Ai suoi occhi sono come fotografie a colori che raccontano nei particolari la vita e alcuni riti degli antichi egizi. Scoprendo quella tomba pensa al padre e all’aldilà, da cui di certo il genitore veglia su di lui. Lo sente vicino. Virginio è un giovane uomo, con occhi intensi e pieni di meraviglia. Il ritmo dei lavori è estenuante, ma l’entusiasmo e la responsabilità che vive non gli consentono di rallentare, di riposarsi, di prendersi cura di sé. “Vento freddissimo, cielo coperto, di notte piove e di giorno pioviggina”, scrive in una lettera a Schiaparelli confermandogli che comunque gli scavi vanno avanti. Ed è proprio quell’incapacità di sentire la stanchezza che gli toglie la vita. Rientra in Italia già malato e, a soli 26 anni, Virginio Rosa muore, lasciando un’eredità di pochi oggetti ma testimonianze straordinarie, che raccontano ancora oggi le sue imprese e la grandezza di una civiltà immortale.

“Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri”: nella sesta clip del museo Egizio protagonista Verbano Cusio Ossola e Giuseppe Botti, papirologo e primo esperto di scrittura demotica in Italia

Sesta tappa, Verbano Cusio Ossola. Il viaggio proposto dal museo Egizio di Torino tocca Verbano Cusio Ossola con la sesta delle otto clip del progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” in collaborazione con il Centro Studi Piemontesi e il patrocinio della Regione Piemonte. “Vi porteremo in giro per il Piemonte per raccontarvi storie di uomini audaci e appassionati di antico Egitto”, spiegano al museo. “Toccheremo tutte le province piemontesi, incontreremo le storie di personaggi vissuti tanto tempo fa: numismatici, viaggiatori, archeologi, architetti e collezionisti che, “parlando” in piemontese (sottotitolata in italiano), racconteranno perché c’è un museo Egizio proprio a Torino!”. La sesta puntata è dedicata a Verbano Cusio Ossola e Giuseppe Botti (1889-1968), papirologo e primo esperto di scrittura demotica in Italia, raccontata in piemontese da Albina Malerba, direttrice Centro studi piemontesi.

Il papirologo e demotista Giuseppe Botti da Vanzone (Verbano Cusio Ossola) (foto museo Egizio)

1914, Vanzone con San Carlo, provincia di Verbano Cusio Ossola. Seduto sulla scalinata della chiesa, un giovane tiene la testa tra le mani, una lacrima gli riga il volto mentre continua a sussurrare: “Non è vero, non è vero niente”. La leggenda narrava che Vanzone dovesse il suo nome alla capacità di essere sempre “avanzato”, risparmiato dalle epidemie e così era sempre stato. Eppure la sua amata Peppina non ce l’aveva fatta, a soli 24 anni era morta di spagnola proprio a Vanzone, il paese in cui erano nati entrambi, dove facevano ritorno ogni estate e dove si erano promessi amore eterno fin dall’infanzia. Quel giovane inconsolabile è Giuseppe Botti (1889-1968), si è formato in ambienti religiosi e si è appena laureato all’università di Torino con una tesi sulla letteratura cristiana. Ed è proprio per quel dolore lacerante che decide che nel suo cuore ci sarà solo più posto per una grande passione, l’unica che non lo abbandonerà mai e a cui dedicherà l’intera vita: gli studi e la ricerca umanistica. “Isepon”, come lo chiamano in famiglia, torna a Vanzone ogni estate, ma vive a Torino dove insegna in vari licei e continua a studiare, ottenendo anche il diploma in Filologia Classica. Anche la civiltà faraonica lo appassiona e diventa un assiduo frequentatore del museo Egizio, dove scopre che questa affascinante civiltà ha sviluppato tre tipi di scrittura: geroglifica, ieratica e demotica. Siamo negli anni ’20 del Novecento. Apprende che il geroglifico, già decifrato da Champollion quasi 100 anni prima, era utilizzato sui monumenti e sugli oggetti per riportare parole sacre. Lo ieratico veniva invece usato dagli antichi egizi alfabetizzati ed era usato per semplificare i geroglifici. Ma è il demotico a sedurlo, una scrittura che sembra fatta per scrivere velocemente, così come usano la stenografia negli uffici. Ed effettivamente scopre che gli egizi la usavano per i documenti amministrativi. Ernesto Schiaparelli, direttore del museo torinese, è molto colpito dall’intuito e dal rigore del Botti, lo incoraggia nello studio del demotico e lo guida nell’ordinamento dei papiri torinesi. E lui non si risparmia, frequenta corsi di specializzazione e intrattiene scambi con egittologi stranieri che ne apprezzano la vivacità intellettuale e la competenza. Nel 1939 esce un suo studio che la consacra come primo demotista nella storia dell’Egittologia italiana. Con l’umiltà e la sobrietà che gli è propria, pubblica altri studi di rilievo che gli consentono una rapida ascesa nel mondo accademico. Giuseppe Botti inizia a insegnare all’università di Firenze, poi vince il concorso per la prima cattedra italiana di Egittologia presso l’università di Milano. E infine, a 67 anni, viene chiamato all’università La Sapienza di Roma dove appassiona e forma generazioni di egittologi. Si dedica a loro come fossero suoi figli, quella famiglia a cui ha dovuto rinunciare in gioventù perdendo la sua Peppina. Dal 1968 riposano insieme a Vanzone, il loro paese natale all’ombra del Monte Rosa.

Torino. Il direttore Christian Greco lancia la campagna “Prenditi cura di me” per sostenere la ricerca, lo studio e il racconto dei reperti del museo Egizio

torino_egizio_logo_1824Già più di cento anni fa il problema del finanziamento dei musei, e nello specifico del museo Egizio di Torino, era ben presente e prioritario per Ernesto Schiaparelli, il grande egittologo, all’epoca direttore del museo Egizio. In una lettera del dicembre 1908 scriveva al ministro della Pubblica istruzione e al ministro degli Esteri: “…conscio del mio dovere di promuovere l’incremento di questo Museo onde esso non perda nuovamente il primato, non senza fatica ripreso fra gli altri Musei d’Europa, mi credetti in debito di cercare se non fosse possibile avere, da altre fonti, altri contributi …”. Parte da questo assunto la lettera dell’odierno direttore del museo Egizio, Christian Greco, scritta ad appassionati, a potenziali visitatori, o semplicemente a persone sensibili per sostenere la campagna “Prenditi cura di me”, accompagnata anche da un video. Per qualunque informazione su come sostenere il museo Egizio, basta scrivere all’indirizzo:
sostieni@museoegizio.it

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Il direttore Christian Greco mostra il sarcofago di Harua durante una delle sue “Passeggiate” (foto museo Egizio)

“Oggi desidero raccontarti una storia”, inizia Greco. “Una storia che si ripete, quella che riguarda la richiesta di sostenere un patrimonio che appartiene a tutti. Dal 1824, anno di fondazione, il museo Egizio continua a evolversi, a crescere, a migliorarsi. Ma la missione non cambia e ci dà uno scopo comune: conoscere sempre di più gli oggetti di cui siamo custodi, studiarli per comprenderli, per consegnarli alle prossime generazioni affinché possano continuare a raccontare la storia delle donne e degli uomini che prima di noi li hanno creati, usati, amati, abbandonati. ​Quest’anno, quando tutto si è fermato, la sfida è diventata ancora più impegnativa – continua Greco -, abbiamo sentito quella tensione forte che annuncia i grandi cambiamenti ed è stato subito chiaro quale fosse il nuovo obiettivo: non interrompere il dialogo, portare il museo Egizio a casa vostra. La ricerca è andata avanti, anche a porte chiuse e, con Le Passeggiate del Direttore, i dialoghi online con i curatori, i laboratori di L’Antico Egitto fai da te, ci siamo tenuti compagnia reciprocamente in un momento difficile. Non ringrazieremo mai abbastanza per l’affetto, la partecipazione e l’entusiasmo che ci è stato dimostrato. Ci ha lasciato senza fiato. ​Ogni giorno lavoriamo per costruire una nuova relazione con te, per metterci in ascolto e ripensare con il nostro pubblico il miglior modo di essere Museo. Se non sarà possibile accoglierti nelle nostre sale entreremo in punta di piedi nella tua casa. Potrai comunque seguirci perché accompagneremo sempre gli interessi e la curiosità di chi ama la cultura e la civiltà. È per questo che ti chiedo di sostenere il museo Egizio. Ci impegniamo ogni giorno affinché nel nostro spazio, fisico o virtuale, ciascuno possa sentirsi accolto e possa continuare a scoprire le inesauribili storie che la nostra collezione racconta. ​Il tuo contributo – conclude – è fondamentale per continuare a scrivere la biografia degli oggetti: sostieni la ricerca, lo studio e il racconto dei reperti. Vogliamo continuare a fare quello che ci viene meglio: essere il tuo museo Egizio. ​La generosità inizia con l’ascolto. Grazie per il tempo che ci hai dedicato”.

“Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri”: nella quinta clip del museo Egizio protagonista Novara e Stefano Molli, l’architetto che servì la causa dell’egittologia italiana dopo l’incontro con Ernesto Schiaparelli

Quinta tappa, Biella. Il viaggio proposto dal museo Egizio di Torino tocca Asti con la terza delle otto clip del progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” in collaborazione con il Centro Studi Piemontesi e il patrocinio della Regione Piemonte. “Vi porteremo in giro per il Piemonte per raccontarvi storie di uomini audaci e appassionati di antico Egitto”, spiegano al museo. “Toccheremo tutte le province piemontesi, incontreremo le storie di personaggi vissuti tanto tempo fa: numismatici, viaggiatori, archeologi, architetti e collezionisti che, “parlando” in piemontese (sottotitolata in italiano), racconteranno perché c’è un museo Egizio proprio a Torino!”. La quinta puntata è dedicata a Novara e Stefano Molli, l’architetto che servì la causa dell’egittologia italiana, raccontata in piemontese da Giovanni Tesio dell’università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”. L’architetto Stefano Molli nasce a Borgomanero nel 1858. A legarlo alla storia del museo Egizio fu l’incontro con Ernesto Schiaparelli, dal quale nacque una stretta e proficua collaborazione che si concretizzò nella realizzazione di edifici per l’ANSMI, l’Associazione Nazionale per Soccorrere i Missionari Italiani in Egitto e in altri paesi dell’Africa settentrionale.

L’architetto Stefano Molli da Borgomanero (No) (foto museo Egizio)

Novara, primi mesi del 1887. Intorno alla basilica di San Gaudenzio c’è una grande folla. Tengono tutti il naso all’insù per ammirare la magnifica cupola che l’architetto Alessandro Antonelli ha finalmente ultimato e che il vescovo si appresta a inaugurare. Stefano Molli (1858 – 1916) si è alzato all’alba per arrivare puntuale e quei 121 metri d’altezza lo lasciano senza fiato: quell’inno alla verticalità lo mette in soggezione, è una struttura tra le più ardite mai concepite che, sopra ad ogni altra cosa, gli fa desiderare di diventare un bravo architetto. A 4 anni, il suo primo gioco è stata una scatola di tocchetti di legno per le costruzioni: a Borgomanero, dove è nato ed è rimasto fino al ginnasio, ci passava i pomeriggi componendo città immaginarie, fatte di tanti piccoli edifici: case, scuole, ospedali e chiese con gli immancabili e altissimi campanili. Per lui è naturale e appassionante laurearsi in Ingegneria civile a Torino, dove rimane per studiare anche ornato e figura presso l’Accademia di Belle Arti. Molli è un uomo curioso e a Torino visita il museo Egizio dove incontra il suo direttore, un uomo schivo ma dalla progettualità travolgente. L’egittologo Ernesto Schiaparelli è anche un illuminato filantropo che, da meno di un anno, ha fondato l’ANSMI, associazione per soccorrere i missionari italiani all’estero. I due scoprono di avere punti di interesse comuni: Schiaparelli racconta della necessità di ristrutturare le sedi delle opere assistenziali, della mancanza di scuole, ospedali e ospizi in Egitto e in tutta l’Africa Settentrionale e in Medio Oriente, e Molli inizia a fantasticare di progetti. Ha la competenza e l’entusiasmo che servono. Dal 1890 l’Ansmi diventa il più importante promotore italiano di attività costruttive all’estero. Molli riceve numerosi incarichi che lo portano in Terrasanta, Siria, Libano ed Egitto, dove a Luxor realizza una scuola maschile e una femminile. Un progetto replicato ad Assiut due anni più tardi. Questi edifici e altri destinati ai missionari sono vicini agli scavi archeologici diretti da Schiaparelli, e talvolta ospitano i reperti per ricoverarli e imballarli nelle casse prima del trasporto in Italia. Dei sette figli di Stefano Molli, il secondogenito Piero ha la stessa passione del padre per l’architettura e nel 1906, appena laureato in Ingegneria a Torino, partecipa con Ernesto Schiaparelli alla Missione Archeologica Italiana ad Assiut. Nel 1920, quattro anni dopo la morte dell’adorato padre, Piero Molli è già uno stimato progettista: in Egitto valuta le strutture esistenti, individua terreni edificabili, costruisce scuole e ospedali. Ma un altro lutto lo colpisce. Il caro amico di  famiglia Ernesto Schiaparelli muore nel 1928. L’ANSMI gli sopravvive e prosegue la sua attività ed è proprio Piero Molli a realizzare un seminario francescano a Giza, dove Schiaparelli aveva iniziato i suoi scavi.

“Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri”: nella quarta clip del museo Egizio protagonista a Biella ed Ernesto Schiaparelli direttore del museo Egizio. Sotto la sua direzione la collezione si arricchì di molti reperti, tra i quali il prezioso corredo della tomba di Kha e Merit, frutto di campagne di scavo durate circa 20 anni

Quarta tappa, Biella. Il viaggio proposto dal museo Egizio di Torino tocca Asti con la terza delle otto clip del progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” in collaborazione con il Centro Studi Piemontesi e il patrocinio della Regione Piemonte. “Vi porteremo in giro per il Piemonte per raccontarvi storie di uomini audaci e appassionati di antico Egitto”, spiegano al museo. “Toccheremo tutte le province piemontesi, incontreremo le storie di personaggi vissuti tanto tempo fa: numismatici, viaggiatori, archeologi, architetti e collezionisti che, “parlando” in piemontese (sottotitolata in italiano), racconteranno perché c’è un museo Egizio proprio a Torino!”. La quarta puntata è dedicata a Biella ed Ernesto Schiaparelli, raccontata in piemontese da Albina Malerba, direttrice del Centro Studi Piemontesi. Ernesto Schiaparelli, il fondatore della Missione Archeologica Italiana in Egitto, nasce a Occhieppo Inferiore (Biella) il 12 luglio 1856 e muore a Torino il 17 febbraio 1928. Dal 1881 al 1894 fu direttore della sezione egizia del Museo Archeologico di Firenze, per poi essere nominato direttore del museo Egizio a Torino, carica che resse fino alla morte. Sotto la sua direzione la collezione si arricchì di molti reperti, tra i quali il prezioso corredo della tomba di Kha e Merit, frutto di campagne di scavo durate circa 20 anni.

Ernesto Schiaparelli da Biella, direttore del museo Egizio di Torino

Occhieppo Inferiore, provincia di Biella, primi di dicembre 1905. Ernesto Schiaparelli sta risalendo il viale acciottolato che va verso la chiesa. Quando riesce a passare qualche giorno nella casa dove è nato, ritrova la tranquillità che serve a chi progetta grandi imprese. Non sente l’aria gelida del tardo pomeriggio invernale perché la sua mente è in Egitto. Con quell’aspetto severo e con lo sguardo che scruta, da quando è direttore del museo Egizio si dedica anima e corpo ad arricchire la collezione torinese. Ma è convinto che la strada non sia più quella di acquistare le antichità bensì di trovarle con gli scavi archeologici. Per questa ragione e con il sostegno di Vittorio Emanuele III, da un paio di anni ha avviato la prima Missione Archeologica Italiana, che ha già portato grandi frutti. In Egitto è di casa, al Cairo ha maestri e amici importanti che gli danno consigli preziosi ma è molto preoccupato: l’ultima campagna di scavo finanziata dal re in persona è terminata nel 1905, or ai fondi scarseggiano, le spese crescono e l’unica speranza è che il ministero dell’Istruzione pubblica conceda una copertura finanziaria. Schiaparelli, che è un fervente cattolico, non sa più a che santo votarsi per raggiungere il suo scopo. E ha ragione da vendere perché una grande scoperta è vicina. Sono mesi che dall’arida e deserta terra egiziana non emerge più nulla, la fortuna pare essere contraria e gli operai continuano a imbattersi in tombe dove i saccheggiatori hanno già fatto man bassa di oggetti preziosi. Eppure a Deir el Medina, dove stanno scavando senza sosta, lo raggiunge una notizia che gli fa drizzare le orecchie. A metà dicembre 1905, l’egittologo biellese riparte per l’Egitto, intende spronare collaboratori e operai a non perdersi d’animo. Rievoca il racconto di Giacobbe che attese sette anni per trovare la sua Rachele: “E così sarà per noi” va ripetendo l’archeologo. “La nostra attenzione è stata attirata da una valletta che sbocca al centro della valle maggiore”, gli scrivono dallo scavo. “In alto si vede una struttura a piramide che racchiude una cappella dipinta di grande bellezza. Quale segreto si cela?”. Verso la metà di febbraio 1906, una porta in legno al fondo di un angusto corridoio sotterraneo svela una delle più grandi scoperte dell’egittologia mondiale: la tomba intatta di Kha e della sua sposa Merit, un magnifico corredo intatto di oltre 500 oggetti rimasti sepolti per oltre 3000 anni. Degli oltre 30mila reperti che dal 1903 al 1920 giungono a Torino grazie alla Missione Archeologica Italiana, questo tesoro rimane tra i capolavori più ammirati del museo Egizio, dove ancora oggi impera lo spirito di questo nostro scienziato che ha regalato lustro al Piemonte e all’Italia tutta.