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#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 19.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco ci fa conoscere l’Amduat, il viaggio notturno del sole col papiro dell’Amduat e i testi sul sarcofago dello scriba Butehamon

Il 19.mo appuntamento con le “Passeggiate con il direttore” è il secondo dedicato al Terzo Periodo Intermedio. Il direttore Christian Greco illustra “L’Amduat, il viaggio notturno del Dio Sole” ancora attraverso il magnifico sarcofago dello scriba Butehamon. L’Amduat è un testo che comincia a trovarsi decorato nelle pareti dei sovrani del Nuovo Regno nella Valle dei Re. E per tutto il Nuovo Regno questo testo riguarderà solo i sovrani. A partire dal Terzo Periodo Intermedio invece lo cominciamo a trovare nei papiri, lo cominciamo a trovare degli excerpta usati nei sarcofagi perché l’unità salda politica del Paese viene meno e quindi anche i privati possono ambire a avere degli excerpta di questo testo. Cosa ci racconta? “Ci racconta il periplo solare del sole durante la notte quando il sole tramonta a Occidente”, spiega Greco. “Gli egizi credevano che il sole viaggiasse per dodici ore nelle profondità della terra per poi risorgere di nuovo ad Oriente al mattino. E questo viaggio non era un viaggio che potesse lasciare il sovrano e il mondo indifferenti perché ogni notte vi era una lotta cosmica tra il dio Sole e Apophis, tra il bene e il male. Apophis tentava di impedire che il dio Sole potesse risorgere. Se questo avesse avuto seguito la vita nella terra sarebbe venuta a finire. Ed ecco quindi in questo papiro che ci narra il viaggio del dio Sole durante la notte, vediamo che il viaggio è scandito da delle pause, ci sono dodici ore nella notte. Ed è anche rappresentato in tre registri diversi. Nel registro principale si vede la barca del dio Sole. Qui il dio Sole si trova con la sua fattezza a testa di ariete, quindi il dio Sole criocefalo, contenuto all’interno del serpente Mehen, che è un serpente protettivo. E il dio Sole è accompagnato da altre persone di equipaggio all’interno della barca. Il suo viaggio continua finché alla fine del viaggio, al mattino, il dio Sole che adesso non ha più la testa di ariete ma ha la forma di scarabeo, arriva all’orizzonte orientale e tramite Shu il disco solare viene spinto sulla terra e il dio resuscita. Ecco quindi che la vita sulla terra può andare avanti ed ecco anche che avviene una separazione tra il dio Sole che torna sulla terra e Osiride che invece rimane nell’aldilà, dopo che durante le ore della notte Osiride e il dio Sole sono stati unificati, sono stati “necer aa”, dio grande”.

La parte posteriore del coperchio del sarcofago interno di Butehamon al museo Egizio di Torino con il testo dell’Amduat in ieratico (foto museo Egizio)

L’Amduat lo troviamo anche nei sarcofagi. Un esempio è il sarcofago di Butehamon. “La parte posteriore del coperchio del sarcofago interno e la cosiddetta copertura di mummia sono iscritti da un testo in ieratico, una forma corsiva di scrittura. E questo è il cosiddetto Libro delle Respirazioni e attiene ovviamente al rituale dell’apertura della bocca, che era il momento in cui prima che il defunto fosse messo all’interno della tomba, il sarcofago veniva messo in posizione verticale e veniva chiamato un sacerdote sem, che utilizzando uno strumento nelle sue mani, perpetrava questo rituale dell’apertura della bocca in modo che il defunto potesse tornare a respirare, a vivere, a fruire delle offerte nell’aldilà. Quindi l’Amduat adesso non è più rappresentato in una parete e quindi viene traslato all’interno del coperchio di modo che il defunto abbia tutte quelle informazioni di cui ha bisogno. Per quanto concerne la storia del nostro museo – ricorda Greco -, questo testo ha anche un’importanza fondamentale. Fu oggetto della tesi dottorale di Ernesto Schiaparelli quando andò a studiare a Parigi sotto la guisa di Gaston Maspero, che era segretario generale del Service des Antiquités, ed è colui che poi diede le concessioni di scavo a Ernesto Schiaparelli. Ebbene quando Schiaparelli va a perfezionare le sue conoscenze da egittologo a Parigi nel 1880, studia il Libro dell’Apertura della Bocca e pubblica questo testo che rimane un libro fondamentale per molti anni fino alla pubblicazione di Eberhard Otto”.

#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 17.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, completa l’illustrazione della tomba di Kha e Merit soffermandosi sul corredo intatto, una straordinaria capsula del tempo che ci riporta al 1350 a.C.

Il 17.mo appuntamento con le “Passeggiate del direttore” è il terzo e ultimo dedicato alla tomba di Kha e Merit. Il direttore Christian Greco illustra “Il corredo di Kha e Merit”, corredo intatto, una straordinaria capsula del tempo che ci riporta al 1350 a.C. Ci sono i letti con poggiatesta di Kha e di Merit. E poi le giare ancora con residui di cibo all’interno, firmate con il nome del defunto. “Si legge en ka en kha cioè per lo spirito vitale di Kha e poi ankh wehem cioè possa egli vivere di nuovo”, spiega Greco. “E a volte c’è scritto en ka en imy-er kawt Kha, cioè per la forza vitale del responsabile delle opere Kha. Quindi tutto viene definito con il nome del proprietario. E queste sono le offerte funerarie che devono essere messe all’interno della tomba in modo che il defunto possa fruirne dopo la morte”.

Il beauty case di Merit, parte del corredo nella tomba di Kha e Merit al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Ma all’interno della tomba sono stati posti anche oggetti che probabilmente erano stati usati dalla coppia, da Kha e Merit, durante la vita. A cominciare dal cosiddetto beauty case di Merit: una cassetta che conteneva una serie di oggetti in alabastro che contenevano gli unguenti, per il belletto di Merit. “Invece il contenitore a forma di palma serviva invece al kohl, al trucco per gli occhi. E c’è anche un oggetto eccezionale: una parrucca in capelli veri che era contenuta all’interno di un porta-parrucca meraviglioso, anche nella sua forma, nel suo design, direi quasi minimalista e contemporaneo. E dove un’iscrizione ci dice un’offerta che il sovrano e Osiride devono dare al ka, alla forza vitale di Merit. E non solo Merit aveva i suoi oggetti personali ma anche Kha. Kha era il capomastro, quindi doveva garantire che i lavori potessero andare avanti all’interno delle tombe, all’interno della necropoli”. Ecco spiegato la serie di oggetti che servivano a misurare, la paletta dello scriba, una bilancia, dei trapani. Ma anche lui ha oggetti per la cura della persona: “Un borsellino in cuoio che conteneva dei rasoi e un vaso di alabastro, dove di nuovo leggiamo per il ka, per la forza vitale di Kha, con all’interno c’era d’api che probabilmente veniva usata come emulsionante dopo la rasatura. E poi borracce per l’acqua che venivano utilizzate probabilmente al lavoro. Ci sono anche dei filtri che servivano per filtrare le impurità della birra, e i bastoni lavorati a intrecci con particolari in cui in cuoio, che indicano il ruolo che Kha poteva avere, un ruolo di rilievo nel dirigere le squadre di lavoratori”.

Le tuniche di Kha, parte del corredo nella tomba di Kha e Merit al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Un altro oggetto di una valenza incredibile è il cubito. “Gli Egizi usavano il cubito per misurare: il cubito era la distanza tra il gomito e l’indice, calcolata in 48 centimetri. Questo cubito è un dono che il sovrano Amenofi II fa a Kha. Un cubito coperto da una foglia d’oro che indica quanto il sovrano abbia apprezzato Kha facendogli un dono così prezioso. Peraltro sappiamo, perché l’abbiamo visto nelle recenti ricerche sulla mummia, come all’interno della mummia sia contenuto anche lo “shebyu” o collare dorato. Ma la valenza del corredo è incredibile soprattutto se pensiamo che questi oggetti risalgono al 1350 a.C. e si sono conservati perfettamente come le tuniche di Kha. E deve essere stata davvero incredibile la sorpresa che Ernesto Schiaparelli e i suoi archeologi ebbero quando entrarono all’interno della camera sepolcrale e videro tutti questi tessuti, tutti firmati col nome di Kha o un suo anagramma. La tomba di Kha – conclude Greco – è quindi uno dei gioielli più importanti che abbiamo al museo Egizio: 467 reperti che ci fanno capire quale attenzione lui e la moglie abbiano messo al rituale perché il loro corpo potesse essere preservato, perché fosse seguito il rituale funerario e loro potessero vivere dopo la morte, ma che ci permettono al contempo anche di vedere quali fossero le loro abitudini di vita, di cosa si cibassero e di come si prendessero cura del corpo. È davvero quasi una capsula del tempo che ci permette di capire come avveniva la vita nel 1350 a.C.”.

#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 15.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, ci fa conoscere la tomba di Kha e Merit, il più famoso tesoro custodito nella collezione del museo Egizio di Torino

Il 15.mo appuntamento delle “Passeggiate del direttore” ci porta a conoscere la tomba di Kha e Merit, il più famoso tesoro custodito nella collezione del museo Egizio di Torino, l’unico corredo intatto del Nuovo Regno che sia preservato fuori dall’Egitto. “Forse è un tesoro che non tutti conoscono”, esordisce il direttore Christian Greco, “ma non avrò pace – l’ho detto più volte – finché tutti gli italiani, e speriamo tutto il mondo, non sapranno che al museo Egizio c’è questo corredo unico, che io ritengo valga una visita a Torino e valga una visita al museo Egizio. Vale programmare forse anche una visita in Italia per venire a vedere questo corredo funerario unico e che vi aspetta presto a Torino, quando potrete tornare, quando saremo di nuovo pronti ad accogliervi all’interno di questo museo”. La scoperta della tomba di Kha è un classico dell’archeologia. Nel 1905 gli operai, sotto la direzione di Ernesto Schiaparelli, stanno lavorando in una zona a Nord-Ovest del villaggio di Deir el Medina dove trovano una cappella, la cappella di Maya. E trovano anche la cappella di Kha. I dipinti, le pitture, della cappella di Maya vengono staccati e portati al museo Egizio mentre le pitture della cappella di Kha rimangono lì. Un anno dopo, facendo dei lavori in un terrazzamento dove c’è stato un crollo, gli operai improvvisamente trovano un pertugio. Questo pertugio che si allarga si scopre essere un pozzo, un pozzo che porta a delle stanze ipogee. Trovano una prima sala bloccata da delle pietre, una seconda anch’essa bloccata. Una volta tolte le pietre si trovano di fronte a una porta che era ancora sigillata: è il 15 febbraio 1906. Arthur Weigall, l’ispettore dell’antichità che era con Schiaparelli, annota nel suo diario “il momento della resurrezione è arrivato”. E una volta aperta questa porta gli archeologi si trovano davanti a un corredo intatto di 467 oggetti che oggi è preservato al museo Egizio di Torino.

Il sarcofago intermedio di Kha conservato al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Il titolo di Kha era “responsabile delle opere del faraone”. “Da alcuni viene definito architetto, anche se sulla terminologia potremmo soffermarci”, spiega Greco. “Cosa significa essere l’architetto? Forse la definizione più giusta potrebbe essere quella di capomastro”. Il primo reperto che si vede esposto a Torino è il sarcofago esterno di Kha. “È dotato di slitta che ne permetteva il trasporto alla necropoli. Probabilmente vi erano dei portatori d’acqua che buttavano dell’acqua sulla sabbia e la rendevano una specie di terra battuta in modo che poi il sarcofago potesse essere trasportato. Questo ovviamente era il contenitore esterno, all’interno vi era il sarcofago intermedio di Kha, che presenta una parte nera in bitume alternata a delle fasce d’oro. Se osserviamo il sarcofago interno della moglie Merit, che significa “l’amata”, e che ha come titolo “signora della casa”, vediamo che cassa, alveo e coperchio sembrano appartenere a due tipologie diverse. Infatti l’alveo ha questa alternanza tra campitura nera e parte dorata, come il sarcofago intermedio di Kha, mentre il coperchio è coperto da una foglia d’oro, come il sarcofago interno di Kha. Perché questo? È difficile rispondere. Forse Merit è deceduta improvvisamente, e per lei non c’è stato il tempo per fare un corredo intero: si è dovuto intervenire in velocità e quindi alveo e cassa sembrano non appartenere alla stessa tipologia”.

La maschera funeraria di Merit conservata al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Merit mummificata ebbe anche la possibilità di avere una maschera, coperta da foglia d’oro. “La maschera, che copriva la parte superiore della sua mummia, oggi la possiamo vedere in tutta la sua bellezza. Ma come mai questa foglia d’oro? Ricordiamoci che il Libro dei Morti ci dice che il defunto dopo la morte non è più di carne ed ossa, ma la sua carne è dorata e il suo sangue è di lapislazzuli. Il defunto adesso è trasfigurato e deve andare verso una vita diversa, una vita eterna in cui viene assimilato agli dei”. Quindi gli archeologi scoprirono sarcofago esterno per Kha, sarcofago esterno per Merit, sarcofago intermedio per Kha, sarcofago interno di Merit (nel suo corredo vi è un sarcofago in meno), e poi sarcofago interno di Kha. “E il sarcofago interno di Kha – conclude Greco – ha le stesse caratteristiche viste nel coperchio del sarcofago di Merit: legno coperto da questa foglia d’oro. Guardate ancora la bellezza del volto e della maschera. E poi incredibilmente si sono conservate le ghirlande di fiori, ne abbiamo due. Queste ghirlande di fiori erano poste sul petto del sarcofago e, al loro interno, piegato e non arrotolato, vi era il Libro dei Morti di Kha”.

#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: con il dodicesimo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, ci fa conoscere gli artisti e gli artigiani del villaggio di Deir el Medina fondato da Amenhotep I, e la ricca collezione dagli scavi di Schiaparelli e della MAI

Le “Passeggiate del Direttore”, giunte al dodicesimo appuntamento, ci portano a tu per tu con gli artigiani e gli artisti che realizzarono le tombe dei faraoni e delle regine. Questi vivevano nel villaggio di Deir el Medina. Ed è proprio dalle sale dedicate alla cultura materiale di questo villaggio che parte la “passeggiata” del direttore Christian Greco. La pianta mostra chiaramente il nucleo abitativo con le necropoli a occidente e a oriente. “Il villaggio – ricorda Greco – era già stato investigato dagli agenti di Drovetti. E a Torino ci sono molti oggetti della collezione Drovetti. Ma fu oggetto di indagini specifiche a partire dal 1903 da parte di Ernesto Schiaparelli e della Missione Archeologica Italiana in Egitto”. Ma perché questo villaggio è così importante? “Deir el Medina fu fondato all’inizio del Nuovo Regno (XVI sec. a.C.) per insediare gli artigiani, i lavoratori, gli artisti che dovevano poi costruire e portare a compimento le tombe nella Valle dei Re e nella Valle delle Regine. Si tratta di una comunità di circa 120 famiglie che ha una sua evoluzione dall’inizio del Nuovo Regno all’età ramesside: quindi una comunità che per più di 500 anni continuerà ad abitare in questo villaggio e a costruire le tombe regali”.

La statua cultuale in calcare bianco del faraone Amenhotep I proveniente da Deir el Medina e conservata al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Il museo Egizio di Torino possiede una delle collezioni più importanti che ci parlano degli abitanti di Deir el Medina. “Una statua in calcare bianco ci ricorda uno dei fondatori del villaggio, il faraone Amenhotep I, oggetto di un culto privato e personale proprio all’interno del villaggio. Sulla statua – tra l’altro – si legge “Sa Ra” cioè “figlio del dio Sole”, che mostra ancora una volta la relazione molto stretta tra il sovrano e la divinità solare. Nella IV dinastia si aggiunse questo epiteto a quello regale e la solennizzazione del culto divenne molto importante. Il sovrano – ricordiamolo – non è solo colui che regge le sorti politiche, economiche e militari del Paese, ma è davvero colui che fa in modo che Maat (“l’ordine”) in Egitto possa essere portato avanti. La sua connessione con il divino quindi è fondamentale. Ma non c’è solo il culto del faraone. Anche la madre, Amhose Nefertari, viene vista come una divinità protettrice del sito di Deir el Medina. Di lei il museo Egizio di Torino possiede una serie di statue lignee importantissime, in cui a volte viene anche rappresentata con un colore nero. Probabilmente è un aspetto simbolico-rituale. Il nero è un colore importantissimo per l’antico Egitto. Lo stesso Egitto veniva chiamato Kemet “terra nera”, che altro non è che il limo che si deposita sulle sponde del Nilo quando vi è l’inondazione del dio Hapi, che fa diventare la terra molto fertile. Ecco quindi che il nero simboleggia la fertilità e la rinascita del Paese. Faraone e regina vengono continuamente rappresentati in vari oggetti che sono stati ritrovati a Deir el Medina: in stele dove i proprietari fanno delle offerte, ma anche in intarsi lignei che facevano parte del mobilio e a volte addirittura in un piccolo ostracon. Tantissimi e svariati gli oggetti provenienti da Deir el medina. Tra questi, un piccolo modellino di cappella: proprio quello dipinto in un quadro di Lorenzo Delleani, dove si vedeva Ariodante Fabretti, l’allora direttore del museo, insieme a Lanzone in una sala mentre studiavano gli oggetti e proprio sul pavimento era posizionato questo oggetto molto importante che si vede nella sezione di Deir el Medina”.

Deir el-Medina, il villaggio degli artigiani dei faraoni cintato da mura

Il museo egizio ha avito un ruolo fondamentale nel determinare chi fossero questi lavoratori nel villaggio di Deir el Medina. Ed è stato possibile non solo grazie alla cultura materiale che era qui preservata, ma agli studi che proprio in questo museo vennero portati avanti, soprattutto da Černý, uno studioso che proveniva da quella che allora era la Cecoslovacchia e che nell’immediato dopoguerra cominciò a fare visite regolari in museo a Torino, a studiare i documenti qui preservati, scrivendo un libro fondamentale, “The Workman Village”, ancora oggi di importanza vitale per chiunque si voglia dedicare agli studi di Deir el Medina.

#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: con l’ottavo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, illustra la “Tomba di Ignoti”, scoperta intatta da Virginio Rosa nel 1911 a Gebelein

Le “Passeggiate del direttore” sono arrivate all’ottavo appuntamento, portandoci a vivere nelle nostre case, nel rispetto di #iorestoacasa, un viaggio nell’Antico Egitto. Questa volta Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino, ci porta a conoscere “La Tomba di Ignoti”, databile alla V dinastia, scoperta intatta da Virginio Rosa nel 1911 a Gebelein, costituita da un corridoio con tre camere, contenenti sarcofagi, mummie e i rispettivi corredi. Poiché non sono state trovate indicazioni sui nomi delle persone sepolte, è nota come Tomba degli Ignoti, oggi al museo Egizio, e mostra il rapporto tra l’arte egizia e l’architettura naturale.

L’allestimento al museo Egizio della Tomba di Ignoti, scoperta a Gebelein da Virginio Rosa nel 1911 (foto Graziano Tavan)

La pianta della Tomba di Ignoti disegnata da Virginio Rosa (foto Graziano Tavan)

“Siamo nel 1911”, racconta Greco. “Il direttore Ernesto Schiaparelli si trova a Torino e un suo giovane collaboratore, Virginio Rosa, è in quel momento in Egitto”. Rosa il 29 gennaio 1911 scrive da Gebelein al direttore Schiaparelli: “In quanto agli scavi ho l’onore e il piacere di annunziarle che si è trovata una tomba intatta. A mezza montagna si è entrati in un antro tagliato nella roccia con tre camere”. È la Tomba degli Ignoti di cui Rosa fa anche un disegno, seguendo le indicazioni pressanti di Schiaparelli che chiede di documentare tutto con precisione. “I disegni del Rosa – continua Greco – sono stati per noi fondamentali per l’allestimento della tomba, in cui i vari sarcofagi sono stati messi in relazione uno con l’altro e ci fanno capire il contesto archeologico del ritrovamento. Oltre ai sarcofagi a parallelepipedo con coperchio bombato, è interessante la presenza di un sarcofago in pietra che sembra quasi l’evidenza di una pagina dello storico greco Erodoto che, nel V sec. d.C., nel secondo libro delle Storie, quello dedicato all’Egitto, scrive che gli Egizi seppero tradurre in pietra l’architettura organizza che essi osservavano. Questo sarcofago ingloba nella forma della pietra quella di due tronchi d’albero: è l’esemplificazione della pagina di Erodoto”.

La mummia della Tomba di Ignoti al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Particolarmente interessante è la mummia esposta. “In questa tomba – spiega il direttore – possiamo notare l’evoluzione del processo di mummificazione. Qui c’è una mummificazione artificiale. Con una particolarità: le parti del corpo sono state avvolte in bende separatamente. Ma qui manca un lenzuolo finale che avvolga tutta la mummia. Sulle bende con l’inchiostro sono stati indicati i capezzoli, la barba, la bocca, gli occhi, le sopracciglia, i capelli. E la forma del naso e le cavità oculari sono rese quasi fossero tridimensionali, quasi avessero una valenza plastica. Ecco di nuovo la voglia che il corpo venga preservato, che esso sia intatto, e che esso abbia una valenza plastica, quasi come una maschera che ci faccia vedere come il corpo adesso sia davvero pronto per affrontare la sua nuova nascita e la vita nell’aldilà”.

#iorestoacasa. “Passeggiate del Direttore”: con il sesto appuntamento su “Ernesto Schiaparelli, la M.A.I e il Partage” il direttore Greco chiude il racconto della storia pluricentenaria del museo, descritta nella sezione ipogea

Il sesto appuntamento con le “Passeggiate del direttore” dedicata a “Ernesto Schiaparelli, la M.A.I e il Partage” completa la visita della sezione ipogea del museo Egizio di Torino e con essa la storia pluricentenaria dell’istituzione culturale piemontese. Il direttore Christian Greco inizia presentandoci la figura di Ernesto Schiaparelli che rappresenta un tassello fondamentale nella storia del museo Egizio. “Nel 1894”, ricorda Greco, “70 anni dopo la fondazione del museo, Schiaparelli, che era già stato per 14 anni direttore del museo Egizio di Firenze (1880-1894), arriva a Torino e comprende subito che il ruolo della collezione non è più quello che aveva avuto un tempo. La collezione è sì importante ma altri musei europei stanno avendo un ruolo importante anche perché loro stanno scavando in Egitto. E capisce quindi che non basta più solo acquisire nuovi reperti e andare in Egitto per acquistare nuovi reperti, ma che bisogna cominciare a scavare: dare un contesto archeologico agli oggetti, capire da dove essi vengono. Investigare dei siti e poi portare gli oggetti in museo contestualizzati, capendone al storia. Per cui l’oggetto non è più il tesoro singolo ma è il documento storico che ci permette di capire un sito, un paesaggio, una fase storica dell’Antico Egitto”.

Ernesto Schiaparelli e i suoi strumenti da lavoro (dalla mostra “M.A.I,.”, foto Graziano Tavan)

Schiaparelli ottiene da Gaston Maspero, Direttore del servizio di Antichità, la possibilità di operare degli scavi in Egitto. “A dire il vero lui può scegliere dove scavare in Egitto”, continua il direttore. “Ma per far questo servivano dei finanziamenti, finanziamenti che Schiaparelli chiede al ministero per gli Affari esteri, il quale però indica di rivolgersi al ministero per la Pubblica istruzione. Per un po’ i due ministeri si rimpallano la richiesta finché nel 1903 c’è l’ok e si può finalmente fondare la Missione Archeologica Italiana (M.A.I.) in Egitto. Dal 1903 al 1920 ci saranno 12 campagne fondamentali che da Nord a Sud permetteranno di documentare l’Antico Egitto e di scavare in vari siti, e permetteranno soprattutto di incrementare la collezione perché Schiaparelli porterà a Torino più di 35mila reperti”.

La cartina dell’Egitto con le missioni archeologiche di Ernesto Schiaparelli (dalla mostra “M.A.I.”, foto Graziano Tavan)

La macchina fotografica di Ernesto Schiaparelli (dalla mostra “M.A.I.”, foto Graziano Tavan)

Come operava Schiaparelli? “Il compagno di lavoro fedele di Schiaparelli era la macchina fotografica. In maniera quasi ossessiva faceva documentare tutte le fasi dello scavo: il momento della scoperta, il momento in cui l’oggetto veniva messo all’interno delle casse e veniva trasportato. Questa documentazione oggi ci permette di capire dove aveva scavato e a volte di ricostruire la stratigrafia. Il museo Egizio conserva 14mila lastre fotografiche inedite del periodo degli scavi. E 39 metri lineari di archivio che ci permettono di capire fase dopo fase”. Schiaparelli scava a Eliopoli, a Giza, a Ossirinco, ad Ashmunein, ad Asyut, ad Hammamiya, a Qaw el Kebir, a Deir el Medina, a Tebe Ovest, dove scopre il villaggio degli artisti del faraone. Andrà poi nella valle delle Regine, a Gebelein, fino ad arrivare ad Aswan. “È questo anche il momento in cui l’Egitto comincia a interrogarsi su quale debba essere il rapporto con i Paesi che vengono a scavare in Egitto, quale debba essere la regolamentazione. È allora che cominciano a essere inserite le leggi del Partage, che permette ai Paesi stranieri di scavare in Egitto ma con l’obbligo di lasciare in Egitto gli oggetti più belli, mentre gli altri vengono portati all’estero con permessi di esportazione. Schiaparelli accresce le collezioni e trasforma il museo Egizio da antiquario ad archeologico”.

Il tempio di Ellesija donato dall’Egitto all’Italia e conservato al museo Egizio di Torino

Il telegramma di Giulio Farina al ministro Bottai (foto museo Egizio)

La storia del museo Egizio si chiude con un momento tragico. Siamo nel 1942. È il periodo dei bombardamenti. Giulio Farina è alla guida del museo. La città di Torino viene bombardata e Giulio Farina il 2 dicembre 1942, che vorrebbe subito evacuare le collezioni, scrive un telegramma al ministro della Pubblica istruzione, Bottai, di venire lui a vedere com’è la situazione. Ma ormai è tardi. L’8 dicembre 1942 il museo viene bombardato. Colpite tra l’altro le vetrine con i reperti che vengono da Gebelein. “Questo forse è il momento più drammatico per il museo”, ricorda Greco. “Le collezioni poi verranno evacuate e portate al castello di Agliè, fuori Torino, con i mezzi della Wehrmacht, e poi riportati alla fine della guerra con i mezzi alleati. Il museo Egizio riaprirà nel 1946, uno dei primi in Italia tra i grandi musei”. C’è un ultimo grande reperto che arriva al museo Egizio, il tempio di Ellesija, che si vedrà alla fine delle passeggiate. Verrà dato al museo in base a un decreto presidenziale di Nasser nel 1970 per ringraziare l’Italia per quanto ha fatto per la salvaguardia dei monumenti durante la campagna Unesco, quando i monumenti dell’antico Egitto rischiavano di essere sommersi dalle acque del lago Nasser.

La regina Nefertari arriva a Kansas City (Missouri). Al Nelson-Atkins Museum of Art ha aperto “Queen Nefertari: eternal Egypt”, con 250 reperti del museo Egizio di Torino

La locandina della mostra “Queen Nefertari: eternal Egypt” al Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City

La regina Nefertari conquista Kansas City, nel Missouri. Prosegue con una nuova tappa il tour nordamericano dei reperti del Museo Egizio, protagonisti della mostra itinerante “Regine del Nilo” che, reduce dal successo di Washington, è approdata con un nuovo allestimento al Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City, dove potrà essere visitata dal pubblico statunitense fino al 29 marzo 2020.

Una sala espositiva della mostra “Queen Nefertari: eternal Egypt”

L’esposizione, che sta raccogliendo grande apprezzamento a livello internazionale, si presenta nella nuova sede col titolo “Queen Nefertari: eternal Egypt” proponendo un focus dedicato proprio alla regina moglie del faraone Ramesse II (1279 – 1213 a. C.). Un percorso espositivo che si snoda attraverso circa 250 reperti del Museo che comprendono, insieme a statue e oggetti di vita quotidiana, il corredo funerario e il coperchio del sarcofago di Nefertari, portati alla luce dalla Missione Archeologica Italiana guidata da Ernesto Schiaparelli e al lavoro nella Valle delle Regine tra il 1903 e il 1905.

La mummia di Nefertari è stata sottoposta a Tac all’ospedale di Kansas City

Ma prima di approdare nelle sale espositive del Nelson-Atkins, alcuni di questi reperti hanno soggiornato alcuni giorni, nelle scorse settimane, in un altro edificio della cittadina del Missouri: il Saint Luke’s Hospital, dove alcune indagini diagnostiche ne hanno certificato lo stato di conservazione ottimale.

Il Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City

L’esposizione racconterà inoltre ai visitatori la storia delle mogli dei faraoni durante il Nuovo Regno nel periodo che va dal 1500 al 1000 a.C., quando regine come Ahmose Nefertari, Hatshepsut, Tiye, Nefertiti, e in particolare Nefertari, erano donne influenti che non ricoprivano soltanto il ruolo di mogli ma gestivano anche il palazzo del faraone esercitando un potere politico significativo.