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Archeologia in lutto. Il 1° gennaio si è spenta a 100 anni la prof.ssa Giovanna Sotgiu, prima cattedratica di Epigrafia Latina in Italia, figura di riferimento assoluto per la conoscenza della Sardegna romana attraverso le fonti epigrafiche

La prof.ssa Giovanna Sotgiu, epigrafista, morta a 100 anni (foto sabap-ca)

Capodanno porta un lutto nell’archeologia. Il 1° gennaio 2026 si è spenta a 100 anni la prof.ssa Giovanna Sotgiu: era nata a Bitti (Nu) nel 1925. Venerdì 2 gennaio 2026 l’ultimo saluto nella basilica di N.S di Bonaria a Cagliari. Prima cattedratica di Epigrafia Latina in Italia (1970), la professoressa Sotgiu ha rappresentato una figura di riferimento assoluto per la conoscenza della Sardegna romana attraverso lo studio sistematico delle fonti epigrafiche.

La soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna ha espresso il proprio profondo cordoglio per la scomparsa della professoressa Giovanna Sotgiu, venuta a mancare all’età di cento anni: “A lei si deve l’opera fondamentale Iscrizioni Latine della Sardegna (1961-1968), supplemento al CIL X e all’Ephemeris Epigraphica VIII, strumento ancora oggi imprescindibile per ogni studio sull’epigrafia sarda. Con rigore filologico e profonda consapevolezza storica, la professoressa Sotgiu ha restituito alla Sardegna un corpus epigrafico aggiornato e criticamente vagliato, superando la dipendenza dai volumi ottocenteschi e ponendo le basi per ogni successiva ricerca sulla storia dell’isola in età romana. Il suo magistero, durato oltre quarant’anni, ha formato generazioni di studiosi e operatori dei beni culturali, lasciando un’eredità scientifica riconosciuta dalla comunità internazionale. La Soprintendenza si stringe con commozione alla famiglia e al mondo accademico, nel ricordo riconoscente di una studiosa che ha dedicato la vita alla ricerca e alla valorizzazione del patrimonio culturale della Sardegna”.

La prof.ssa Giovanna Sotgiu (foto da FB attilio mastino)

“Con la scomparsa a cento anni d’età di Giovanna Sotgiu, l’epigrafia latina perde una delle sue figure più autorevoli nel campo degli studi sulle province romane e, in particolare, la studiosa che più di ogni altra ha contribuito, nel secondo Novecento, alla conoscenza sistematica della Sardegna romana attraverso l’analisi delle fonti epigrafiche”: comincia così il lungo ricordo che Attilio Mastino, storico, epigrafista e saggista, già rettore dell’università di Sassari dal 2009 al 2014, ha lasciato sulla prof.ssa Sotgiu. “La sua opera scientifica, sviluppatasi lungo un arco di oltre quarant’anni a Cagliari, si distingue per rigore metodologico, continuità di interessi e profonda consapevolezza del valore storico delle iscrizioni, inserendosi a pieno titolo nella migliore tradizione dell’epigrafia classica. Formatasi in un ambiente accademico nel quale l’epigrafia costituiva uno strumento essenziale per la ricostruzione storica del mondo romano, Giovanna Sotgiu orientò sin dagli esordi la propria ricerca verso lo studio della Sardegna antica, un ambito che, nonostante l’importanza strategica dell’isola nel Mediterraneo occidentale, risultava ancora fortemente dipendente, sul piano documentario, dai volumi ottocenteschi del Corpus Inscriptionum Latinarum e dall’Ephemeris Epigraphica. L’obiettivo che guidò tutta la sua attività scientifica fu quello di superare questo stato di dipendenza, restituendo alla Sardegna un corpus epigrafico aggiornato, criticamente vagliato e storicamente interpretabile.

“Giovanna Sotgiu ci lascia il ricordo di una vita di testimonianza, di impegno, di dedizione per gli altri”, continua il prof. Mastino: “le tappe della sua carriera sono segnate dalla scuola di Bachisio Raimondo Motzo e di Piero Meloni, ma anche a Roma di Attilio Degrassi, di Gaetano De Sanctis, di Margherita Guarducci e di Guido Barbieri; e poi dalla libera docenza nel 1960, dalla nomina a primo professore ordinario di Epigrafia Latina in Italia nel 1970, infine dal riconoscimento del titolo di professore emerito deliberato dalla Facoltà alla quale apparteneva nel 2002, tappe che si accompagnano alla stima ed all’affetto con i quali l’hanno seguita tanti colleghi, tanti amici come Bruno Luiselli o Pietro Meloni, tanti allievi, tanti studenti, tanti operatori dei beni culturali in Italia e nel Maghreb, come testimoniano le pagine del volume Cultus splendore. Studi in onore di G. Sotgiu curato nel 2003 dall’allievo prediletto Antonio Maria Corda,

Copertina del libro “Cultus splendore. Studi in onore di G. Sotgiu” curato nel 2003 dall’allievo prediletto Antonio Maria Corda

che hanno visto la partecipazione anche di studiosi finlandesi, francesi, algerini, tunisini: testimonianza di una vera e propria eredità scientifica, condivisa e riconosciuta dalla comunità degli studiosi, riconoscimento significativo dell’autorevolezza scientifica di Giovanna Sotgiu. L’ampiezza tematica di quella miscellanea riflette con chiarezza la varietà e la profondità dell’impatto esercitato dalla sua opera, dall’epigrafia alla storia religiosa, dalla Sardegna romana alle dinamiche più generali del mondo provinciale, in particolare africano. L’opera offre una lettura storiografica complessiva del percorso scientifico della Sotgiu, mettendo in evidenza il ruolo decisivo svolto dalla studiosa nel superamento della frammentarietà documentaria e nell’inserimento della Sardegna a pieno titolo nel panorama degli studi epigrafici dell’Impero romano. In essa viene sottolineata la coerenza di un itinerario di ricerca che, a partire dalla sistemazione del corpus epigrafico, ha saputo sviluppare interpretazioni storiche di ampio respiro, fornendo un modello metodologico ancora pienamente valido. In questo senso, Cultus splendore non rappresenta soltanto un tributo personale, ma anche la testimonianza di una vera e propria eredità scientifica, condivisa e riconosciuta dalla comunità degli studiosi. Vent’anni fa scrivevo: ‘Arrivata alla sua età, Giovanna Sotgiu continua ad esprimere una vitalità che ci lascia senza parole, come quando nelle torride giornate di agosto l’abbiamo vista lavorare coi suoi allievi nelle terme, nel campidoglio o nell’anfiteatro di Uthina in Tunisia: da lei abbiamo imparato non solo un metodo ed una disciplina, ma soprattutto una passione, il gusto rigoroso per l’esame diretto dei testi, l’attenzione per il territorio, per l’ambiente naturale, per i luoghi, che ci mettono in comunicazione con il passato, visto attraverso le scritture antiche, e dunque le istituzioni, la vita religiosa, i commerci, l’esercito. Così ad Antas presso il tempio del Sardus Pater ricostruito da Caracalla o sull’acropoli di Cornus nella città di Ampsicora o a Sulci (nella Collezione Giacomina), a Nora e nella Barbaria della Sardegna interna, alla ricerca di collezioni e di raccolte di iscrizioni che poi sono state oggetto di accuratissimi studi. E poi l’interesse per le sconfinate terre africane tra il Marocco e la Tunisia, fin dal lontano articolo sulla cohors II Sardorum, il progetto pilota di Oudna, le visite ad Uchi Maius, senza chiusure e anzi con mille curiosità e con attenzione per nuovi metodi di ricerca: un interesse che è riuscita a comunicare anche a tutti noi, coinvolgendo ricercatori, assegnisti, dottorandi, studenti, coi quali ha continuato a mantenere un rapporto come professore a contratto nell’Università di Sassari’.

“Il mio ricordo più lontano è a Londra nel 1969, studente, in occasione di una visita alle collezioni del British Museum, alla quale partecipai un po’ abusivamente, matricola assieme a tanti laureandi; un po’ come in Gallura, qualche mese dopo, introdotto con una forzatura troppo generosa della Sotgiu al fianco degli specializzandi della Scuola di Studi Sardi, un’élite un poco esclusiva e non sempre tollerante con gli studenti di primo pelo; ma da allora tante sono state le occasioni per sviluppare un rapporto di lavoro che è stato anche di devozione e di affetto, come negli anni cagliaritani e poi in Tunisia, un’impresa quella di Uthina che poi Antonio M. Corda avrebbe proseguito negli anni.

Copertina del libro “Iscrizioni latine della Sardegna” di Giovanna Sotgiu

Il contributo più duraturo e scientificamente incisivo di Giovanna Sotgiu è rappresentato dall’opera dedicata alle Iscrizioni Latine della Sardegna, concepita come supplemento al CIL X e all’Ephemeris Epigraphica VIII. I due volumi, pubblicati rispettivamente nel 1961 e nel 1968, costituiscono ancora oggi lo strumento di riferimento imprescindibile per lo studio dell’epigrafia sarda, un’opera fondativa per un’intera generazione di studiosi. In questi volumi, la Sotgiu raccolse e riesaminò criticamente un numero significativo di iscrizioni, molte delle quali inedite o note solo attraverso tradizioni antiquarie spesso imprecise. La cura filologica dell’edizione, la precisione dell’apparato critico e l’attenzione alle condizioni di rinvenimento e conservazione dei monumenti epigrafici fanno delle Iscrizioni Latine della Sardegna un modello di lavoro pienamente inserito nella tradizione del Corpus, ma al tempo stesso aperto alle esigenze della ricerca storica contemporanea. Particolarmente significativa è l’impostazione complessiva dell’opera, nella quale le iscrizioni non sono mai presentate come documenti isolati, bensì come elementi di un sistema complesso, funzionale alla ricostruzione delle strutture urbane, sociali e istituzionali della Sardegna romana. In questo senso, il lavoro della Sotgiu ha segnato un punto di svolta, ponendo le basi per ogni successiva indagine storica fondata su dati epigrafici. Particolarmente innovativo, accurato, pieno di informazioni e destinato a durare nel tempo è il secondo volume, dedicato alle lucerne romane, con la storia dei traffici soprattutto dal Nord Africa, le intersezioni, le importazioni, partendo dai Praedia Pullaienorum contigui ad Uchi Maius; ai signacula della Sardegna stava lavorando negli ultimi anni. Analogo valore ha il contributo L’epigrafia latina in Sardegna dopo il C.I.L. X e l’E.E. VIII (1988), pubblicato nell’Aufstieg und Niedergang der römischen Welt. In questo saggio, che rappresenta una vera e propria opera di riferimento, l’autrice ha offerto un bilancio critico complessivo della documentazione epigrafica sarda, discutendo in modo sistematico testi, problemi interpretativi e prospettive di ricerca. La chiarezza dell’impianto, la completezza della bibliografia e la capacità di integrare epigrafia, storia e archeologia rendono questo contributo uno strumento imprescindibile per chiunque si occupi della Sardegna romana, confermando il ruolo centrale svolto dalla Sotgiu nella costruzione di un quadro storiografico solido e duraturo.

“Le sue prime ricerche – ricorda Mastino – erano iniziate con lo studio La Sardegna e il patrimonio imperiale nell’Alto Impero (1957), nel quale l’autrice affrontava il tema della presenza imperiale nell’isola attraverso una lettura attenta delle testimonianze epigrafiche, utilizzate per ricostruire assetti amministrativi, forme di gestione patrimoniale e implicazioni politiche del controllo imperiale. Già in questo lavoro emergevano la solidità del metodo e la capacità di collocare i dati epigrafici all’interno di un quadro storico complessivo. Ma solo due anni dopo nel 1959, apriva il suo secondo orizzonte, quello africano, con l’articolo sull’Archivio Storico Sardo dedicato alla Cohors II Sardorum: si erano allora da poco conclusi gli scavi – tanto fortunati – di Marcel Le Glay nel campo militare di Rapidum, che era stato il primo accampamento africano della coorte, anticipando le osservazioni che poi sarebbero state fatte da Nacera Benseddik e da Jean-Pierre Laporte.

“Accanto all’opera di sistemazione del corpus, Giovanna Sotgiu dedicò numerosi studi a singoli documenti di particolare rilevanza storica. Tra questi si segnala il contributo Un miliario inedito sardo di L. Domitius Alexander e l’ampiezza della sua rivolta (1964), nel quale l’analisi di un’iscrizione stradale diventa occasione per una riflessione più ampia sulla portata politica della rivolta di Domizio Alessandro e sui meccanismi di controllo imperiale in Sardegna nell’età di Massenzio. Lo studio della viabilità emerge anche nel saggio Nuovo miliario della via a Karalibus Turrem (1989), che arricchisce il quadro della rete stradale dell’isola e offre nuovi elementi per la comprensione dell’organizzazione territoriale. In questi lavori, l’autrice dimostra una rara capacità di coniugare l’analisi tecnica del documento epigrafico con una lettura storica di ampio respiro, nella quale la viabilità assume un ruolo centrale come strumento di integrazione e controllo.

Copertina del libro “Per la diffusione del culto di Sabazio. Testimonianze dalla Sardegna” di Giovanna Sotgiu

“Un altro filone di ricerca di grande rilievo – continua Mastino – è quello dedicato alla storia religiosa, e in particolare alla diffusione dei culti orientali in Sardegna. Il saggio Per la diffusione del culto di Sabazio. Testimonianze dalla Sardegna (1980), pubblicato nella collana degli Études préliminaires aux religions orientales dans l’Empire romain, costituisce un contributo fondamentale alla comprensione delle dinamiche di circolazione religiosa nell’Impero, mostrando come anche una provincia considerata periferica partecipasse pienamente a tali fenomeni. A questo studio si affianca Culti egiziani nella Sardegna romana: il dio Apis (1992), nel quale Sotgiu affronta con equilibrio e rigore il problema della presenza dei culti egiziani nell’isola, evitando interpretazioni forzate e inserendo le testimonianze epigrafiche in un contesto storico e culturale più ampio. In questi lavori emerge con chiarezza l’attenzione dell’autrice per i processi di acculturazione e per le modalità di ricezione dei culti all’interno delle comunità locali.

“Tra i suoi allievi vorrei ricordare anche Marcella Bonello Lai (scomparsa nel 2015), Franco Porrà, Ignazio Didu, Raimondo Zucca, indirettamente Piergiorgio Floris, Paola Ruggeri, Antonio Ibba, Salvatore Ganga, Tiziana Carboni, Alberto Gavini, Maria Bastiana Cocco. Quando Claudio Farre e Giorgio Rusta organizzarono a Bitti il 22 dicembre 2014 un convegno in suo onore, scherzammo anche su questo suo carattere barbaricino, come a proposito della polemica con il suo maestro a proposito del procurator ripae di Turris Libisonis: ne ridevamo spesso con Marina Biddau, la sua adorata nipote. Nel ricordare Giovanna Sotgiu, la comunità scientifica rende omaggio a una studiosa che ha restituito voce, contesto e significato alle iscrizioni della Sardegna romana, trasformandole in strumenti fondamentali per la ricostruzione storica dell’isola. La solidità del suo lavoro – conclude il prof- Mastino -, la sobrietà dello stile e la costante attenzione alla dimensione storica dell’epigrafia fanno delle sue ricerche un patrimonio destinato a durare. La sua opera continua a vivere nei corpora da lei costruiti, negli studi che ha ispirato e nel metodo rigoroso che ha contribuito a consolidare, assicurandole un posto stabile nella storia dell’epigrafia latina”.

“Storie dal Colosseo. Lezioni di Epigrafia”. Quarto e ultimo appuntamento con l’epigrafista Silvia Orlandi: siamo alle soglie della fine dei giochi e della dismissione definitiva del Colosseo come arena per spettacoli. Alcune iscrizioni ci raccontano di restauri dell’anfiteatro per crolli provocati da terremoti tra V e VI secolo

Federica Rinaldi, responsabile del Colosseo, e Silvia Orlandi, epigrafista dell’università la Sapienza di Roma (foto PArCo)

Per la quarta e ultima lezione di epigrafia con la professoressa Silvia Orlandi, docente di Epigrafia latina alla Sapienza Università di Roma, accompagnata da Federica Rinaldi, responsabile del monumento, in qualche modo si chiude il cerchio del racconto iniziato con l’iscrizione di Lampadio, portandoci fino alle soglie della fine dei giochi e della dismissione definitiva del Colosseo come arena per spettacoli. Come già in epoca precedente, ancora nel corso del V secolo d.C. e probabilmente anche nel VI secolo d.C. Roma è squassata da violenti terremoti che non risparmiano neanche il Colosseo. Le gradinate, il piano dell’arena, le gallerie di servizio e persino il podio sono interessati da forti danneggiamenti che richiedono ingenti somme di denaro per il loro ripristino. Lo sappiamo ancora una volta dagli stessi fautori di queste ricostruzioni, ovvero i prefetti urbani, alti magistrati preposti proprio alla tutela della città. Del più noto, Rufius Caecina Felix Lampadius, abbiamo già sentito parlare nel corso della prima lezione, perché dopo il 443 d.C. fu lui a promuovere i restauri, durante il regno di Teodosio II e Valentiniano III, celebrandone gli interventi addirittura riutilizzando l’epigrafe inaugurale dei giochi di Tito dell’80 d.C. Altrettanto importante fu il praefectus urbi Decius Marius Venantius Basilius che scolpì tre volte sulla pietra i nuovi restauri all’arena e al podio, resisi necessari a seguito di un ennesimo terremoto (nel 484 d.C. o nel 508 d.C.) definito addirittura abominandus! Le basi si conservano all’interno del fornice Ovest, la cosiddetta Porta Triumphalis.

La quarta lezione si tiene all’interno della Porta Triumphalis, il luogo in cui durante i giorni in cui si svolgevano gli spettacoli, i principali protagonisti delle attività sull’arena entravano trionfanti. “Nel V secolo”, ricorda Rinaldi, “Roma viene squassata da una serie di terremoti che compromettono ovviamente anche la stabilità dell’anfiteatro. Sono due i prefetti urbani che interverranno lasciando un segno di questo loro intervento per ricostruire quelle porzioni crollate dell’anfiteatro che erano indispensabili per continuare a svolgere alcuni spettacoli. Uno è il praefectus urbi Cecina Felix Lampadius, l’altro è Basilius.  Di loro ci parla la professoressa Orlandi”. “Abbiamo parlato di Rufus Cecina Felix Lampadius nel corso della prima lezione”, ricorda Orlandi, “perché è lui che abbiamo menzionato nel testo inciso sui blocchi che originariamente ospitavano l’iscrizione di Tito, quella relativa appunto all’inaugurazione dell’anfiteatro. E che nel V secolo fu riutilizzata per commemorare un restauro dell’edificio verosimilmente dopo il terremoto del 442-443”.

Base di statua con l’iscrizione di Decius Marius Venantius Basilius che ricorda i restauri del Colosseo da lui pagati dopo un terribile terremoto (foto PArCo)

“Qualche anno più tardi verso la fine del V secolo o all’inizio del VI secolo”, continua Orlandi, “si data invece un’altra iscrizione rinvenuta, anzi alcune altre iscrizioni tutte con lo stesso testo. Due sono altrettante basi di statue basi rinvenute nell’Ottocento e un’altra è nota solo da tradizione manoscritta da un codice del XVI secolo che riporta lo stesso testo. Ricorda come Decius Marius Venantius Basilius, che era praefectus urbi come Lampadius e anche console ordinario, ha restaurato l’arena e il podio del Colosseo che erano in rovina, crollati in seguito a un terribile terremoto (ABOMINANDI TERRAE MOTUS RUINA), il tutto SUM(P)TU PROPRIO, cioè a sue spese. Quindi siamo di fronte a un senatore potentissimo e ricchissimo che a proprie spese restaura le parti fondamentali dell’anfiteatro e per questo viene onorato con una serie di statue che dovete immaginare sorrette dalle basi che sono tutto ciò che oggi ci rimane”. La datazione dell’iscrizione di Decius Marius Venantius Basilius, come ricorda Rinaldi, ci viene dalle indicazioni del suo consolato, della sua titolatura che vengono quindi a supportare il contesto cronologico di riferimento, il tardo impero. Ma c’è anche un’indicazione indiretta che ci permette di dare una datazione precisa: è il segno grafico dell’iscrizione, quello che gli specialisti della materia chiamano ductus epigrafico. “È vero”, conferma Orlandi. “L’iscrizione che onora Decius Marius Venantius Basilius presenta una grafia molto irregolare. L’allineamento delle lettere non è quasi mai rispettato, l’impaginazione è piuttosto approssimativa, ed è piena anche di errori e correzioni che si vedono molto bene. È un tipico prodotto dell’epigrafia tardo-imperiale che testimonia come l’evoluzione del gusto, a cui assistiamo in questo periodo, rendeva accettabile anche per un pubblico altolocato come poteva essere appunto Decius Marius Venantius Basilius un prodotto di officina che in altre epoche avremmo definito scadente”.

L’iscrizione di Basilius riutilizzando una base con iscrizione dell’imperatore Carinus di due secoli prima (foto PArCo)

“Nell’altra base che riporta la stessa iscrizione”, fa presente Orlandi, “non vediamo errori e correzioni come nella precedente, ma assistiamo a un chiaro fenomeno di reimpiego perché l’iscrizione di Decius Marius Venantius Basilius è incisa riutilizzando un’iscrizione che si trova sul retro dedicata a Carinus e oggi vediamo capovolta. Quindi il visitatore curioso non mancherà di girare intorno alla base di Decius Marius Venantius Basilius per leggere quel che resta della dedica a Carinus imperatore della fine del III sec. d.C. che, benché capovolta, è tuttora leggibile sul retro della base di Basilius”. “Siamo giunti così quasi a quella che è la storia finale del Colosseo”, chiude Rinaldi. “Del resto queste sono le ultime informazioni o quasi che abbiamo. Sappiamo che nel 523 d.C. cade l’oblio sul Colosseo. Ma da qui partirà un’altra storia”.

Accordo tra l’università Ca’ Foscari di Venezia e il Comune di Feltre (Bl) per lo studio storico-epigrafico del territorio feltrino in età romana; una mostra nel costituendo museo civico Archeologico di Feltre; un assegno di ricerca post-dottorato sul rapporto tra Feltre e Altino e Concordia

L’area archeologica sotto la piazza della cattedrale di Feltre (foto Sabap)

Feltre, in provincia di Belluno, è un territorio ricco di documentazione di epoca romana, un territorio che sta riscoprendo via via la propria storia e che vuole valorizzarla al meglio: parte da questo presupposto l’accordo siglato tra l’università Ca’ Foscari Venezia e il Comune di Feltre (che ha già promosso il percorso archeologico Feltria e prosegue nel restauro del museo civico Archeologico, adibito a lapidario romano) per l’attivazione di iniziative su studi storici, epigrafici e archeologici e per l’istituzione di un assegno di ricerca post-dottorato. L’accordo è stato presentato dall’assessore alla Cultura del Comune di Feltre, Alessandro Del Bianco, e dai referenti scientifici del progetto per l’università Ca’ Foscari Venezia Giovannella Cresci Marrone, professoressa ordinaria di Storia romana ed Epigrafia latina, già direttore del dipartimento di Studi umanistici, e Lorenzo Calvelli, professore associato di Storia romana ed Epigrafia latina dello stesso Dipartimento.

Iscrizioni su pietra di carattere politico al museo civico Archeologico di Feltre (foto Scilla Nascimbene e Matteo Marinelli R.T. Earth per la rivista Meridiani n.257)

In particolare, la convenzione prevede tre punti specifici: ideare, programmare e realizzare iniziative didattiche e attività sostitutive di stage e tirocinio nell’ambito del corso di laurea magistrale in “Scienze dell’Antichità: letterature, storia e archeologia” su temi inerenti alle specificità storico-epigrafiche del territorio feltrino in età romana, con particolare riferimento al rapporto pianura-montagna. Gli allievi cafoscarini dell’insegnamento di Epigrafia latina potranno dunque applicarsi e apprendere le basi della disciplina su iscrizioni provenienti dal territorio feltrino; realizzare in collaborazione con il Comune di Feltre un progetto scientifico, che si concretizzerà in un evento espositivo, da ospitare nel costituendo museo civico Archeologico di Feltre, al cui allestimento si intende collaborare per quanto attiene alla storia antica; attivare e cofinanziare un assegno di ricerca post-dottorato, che abbia come oggetto di indagine e ricerca Feltre e il territorio feltrino in età romana, in particolare il rapporto montagna-pianura, il rapporto con i centri costieri di Altino e Concordia, il trasporto del legname e il fenomeno della transumanza.

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La prof.ssa Giovannella Cresci Marrone dell’università Ca’ Foscari di Venezia (foto unive)

“La convenzione appena siglata”, spiega Giovannella Cresci Marrone, “che si propone obiettivi assai ambiziosi, ma concreti e realizzabili, rientra nel quadro della cosiddetta terza missione, cioè del contributo che l’università può e deve svolgere a favore del contesto territoriale in cui opera. In questo caso, il dipartimento di Studi umanistici, prestando le sue competenze nell’ambito della storia antica, intende assecondare i progetti di valorizzazione e divulgazione del proprio patrimonio culturale promossi meritoriamente dal Comune di Feltre a vantaggio di un’ampia platea di fruitori; esso si propone nel contempo di arricchire la formazione dei proprio studenti attraverso forme di didattica applicata. Le due istituzioni contraenti intendono, dunque, trarre reciproci benefici dal rapporto sinergico e iniziare una collaborazione che si auspica fruttuosa e di lungo periodo”.

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Il prof. Lorenzo Calvelli dell’università Ca’ Foscari di Venezia (foto unive)

“La città di Feltre”, aggiunge Lorenzo Calvelli, “un gioiello incastonato alle pendici delle Dolomiti, ha una storia plurimillenaria, che presenta ancora molti aspetti da chiarire mediante la ricerca scientifica e l’indagine della documentazione antica. La convenzione fra il Comune di Feltre e l’università Ca’ Foscari getta le basi per una proficua collaborazione, che intende coinvolgere tanto gli studenti di discipline umanistiche specialisti dell’antichità classica, quanto i ricercatori che dello studio del mondo romano hanno fatto la loro professione. La possibilità di approfondire la conoscenza del rapporto fra l’area montana veneta e gli insediamenti costieri ai tempi dell’antica Roma porterà sicuramente importanti scoperte: il legame di Feltre con Altino prima e con Venezia poi è oggi ulteriormente consolidato da questo importante accordo di collaborazione scientifica”.

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Alessandro del Bianco, assessore alla Cultura del Comune di Feltre (foto comune di feltre)

Anche l’assessore alla Cultura del Comune di Feltre, Alessandro Del Bianco, si è detto soddisfatto dell’avvio di questa collaborazione: “Per il Comune di Feltre quest’accordo con l’Università Ca’ Foscari rappresenta una tappa importante del progetto Feltria che, da un lato, punta a valorizzare il patrimonio archeologico cittadino, dall’altro, mira a rilanciare il ruolo della città ben oltre il territorio comunale. L’analisi del rapporto fra pianura e montagna può fare di Feltre un caso di studio significativo, in grado di esercitare particolare richiamo scientifico oltre che culturale e turistico. Ringrazio di cuore dunque il dipartimento di Studi umanistici e in particolare i referenti del progetto, la professoressa Cresci Marrone e il professor Calvelli, per questa collaborazione che auspico sia soltanto l’inizio di un rapporto che potrà consolidarsi negli anni”.

In questo video, realizzato dall’ufficio Comunicazione e Promozione di ateneo durante il XIX Stage epigrafico ad Altino, patrocinato dall’Association Internationale d’Epigraphie Greque et Latine (Aiegl) e da Terra Italia onlus (Associazione per lo sviluppo e la diffusione degli studi sull’Italia romana), gli interventi della professoressa Giovannella Cresci Marrone e di Lorenzo Calvelli ci raccontano come può svolgersi l’attività di stage e tirocinio all’interno del corso in “Scienze dell’Antichità: letterature, storia e archeologia”. Un esempio di come e cosa andranno a fare gli studenti che parteciperanno alle attività previste da questa convenzione con il Comune di Feltre che vedrà coinvolto il museo civico Archeologico della città.