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#iorestoacasa. “Passeggiate del Direttore”: con il settimo appuntamento su “Rituali e sepolture nel Predinastico” il direttore Greco inizia il viaggio nell’Antico Egitto: dalla mummia di Gebelein al sarcofago di Duaenra alle mastabe

“Rituali e sepolture nel Predinastico” sono il tema del settimo appuntamento con le “Passeggiate del Direttore” con cui il direttore del museo Egizio di Torino, Christian Greco, inizia il viaggio nell’Antico Egitto, dai primi esempi di mummificazione alle grandi sepolture dell’Antico Regno. “Uno dei fenomeni che più ci affascinano dell’Antico Egitto”, esordisce Greco, “è quello della preservazione del corpo. Preservare il defunto, si legge nel capitolo 151 del libro dei Morti, fare in modo che il corpo sia “intatto” di modo che la morte non costituisca un punto finale ma un punto di partenza. La morte infatti viene definita nuova nascita”. La prima mummia che si incontra nel rinnovato percorso del museo Egizio di Torino è la mummia di Gebelein, del periodo Predinastico: si tratta della mummia di un uomo vissuto circa 5600 anni fa che ben introduce il tema della mummificazione. “Il corpo è posto in posizione fetale”, spiega Greco. “Il defunto quindi nella sua nuova dimora, in questa cavità sotto la sabbia, riprende la stessa posizione che aveva nel grembo della madre. La morte quindi in toto viene messa in relazione con la nuova nascita. Questo è un esempio di mummificazione naturale: il corpo è stato avvolto in stuoie, posizionato in una buca sotto la sabbia che, ricca di natrum (un sale naturale), ha portato alla disidratazione del corpo”. Il defunto era accompagnato da alcuni oggetti, il suo corredo, che lui avrebbe potuto utilizzare nell’Aldilà. Ma alcuni, come gli intrecci di vimini accanto alla testa, non possono essere coevi alla sepoltura perché la modalità di intreccio è di epoca romana. Come si può spiegare questo fatto? “Probabilmente perché questa mummia non è stata scavata da Schiaparelli, ma è stata comprata al mercato antiquario e qualcuno ha aggiunto degli oggetti per alzarne il valore”. Dalla mummificazione naturale si arriverà a quella artificiale. “Gli egizi, osservando il corpo che veniva disidratato in modo naturale, hanno sviluppato delle procedure che permettevano la disidratazione artificiale del corpo, e la sua conservazione. Poi il corpo fu messo a dimora in un contenitore che ne potesse garantire la preservazione nel lungo periodo. Ecco quindi che da questa prima fase iniziale arriviamo alle grandi sepolture che riusciamo già a vedere nell’Antico Regno”.

Il direttore Christian Greco mostra il sarcofago di Duaenra, figlio di Chefren (foto museo Egizio)

I sarcofagi. Il raggiungimento della mummificazione artificiale comporta una serie di conseguenze. Tutto l’apparato teologico, religioso, mitologico viene arricchito. “Per preservare il corpo del defunto non servono solo queste operazioni che vengono applicate sul corpo stesso, ma servono anche delle divinità che si possono fare garanti di tutto ciò”. Innanzitutto Osiride, che è il sovrano dell’Oltretomba, il primo re dell’Egitto, che una volta ucciso dal fratello Seth è risuscitato, diviene colui che si fa garante dell’ordine costituito nell’Oltretomba. Ma poi ci sarà anche Anubi “colui che apre le porte dell’Aldlà”, che è la divinità sciacallo che riesce ad accompagnare il defunto nell’Aldilà. “Teniamo presente però che il corpo deve sì essere preservato, ma si deve garantirne anche la preservazione per un lungo periodo. Ecco quindi che c’è bisogno di contenitori – i sarcofagi – che possano preservare i resti umani”. Un bellissimo esempio di sarcofago monumentale dell’Antico Regno conservato all’Egizio di Torino è il sarcofago di Duaenra, figlio del faraone Chefren (IV dinastia), in granito rosa di Assuan, massiccio. “In questo periodo si sviluppano anche molti sarcofagi in legno a parallelepipedo con un coperchio bombato e sul lato la cosiddetta rappresentazione di facciata di palazzo. Il sarcofago quindi ricorda una dimora perché è esso stesso la nuova dimora del defunto, la “casa per l’eternità”. Questa, che è la prima forma di sarcofago dell’Antico Egitto, è anche la rappresentazione del geroglifico per “sepoltura”. Questa tipologia tornerà nell’VIII sec. a.C. I sarcofagi antropomorfi vengono introdotti in Egitto molto più tardi, con la XVII dinastia”.

Lo schema grafico di una mastaba dell’Antico Egitto

Le mastabe. Con i sarcofagi si sviluppano anche le tombe che dovevano ospitare non solo i faraoni ma anche l’élite. In queste tombe dovevano esserci un collegamento tra la società dei viventi e i defunti. Sono le mastabe, così chiamate per la prima volta dall’archeologo inglese Walter Bryan Emery che prese a prestito il termine dal termine arabo mastaba, che significa panchina, quella di mattoni di fango che si trovava al di fuori delle case rurali in Egitto dove le persone si sedevano soprattutto la sera. “Le tombe a mastaba hanno un aspetto dicotomico”, spiega Greco. “C’è una parte sopraelevata che può essere visitata dai viventi e che funziona nella società dei viventi, e una parte ipogea che può essere raggiunta da un pozzo che porta a delle camere sepolcrali dove viene posizionato il sarcofago con la mummia del defunto. Elemento fondamentale all’interno della tomba è una stele, la cosiddetta falsa porta. Ha tutte le fattezze di una porta, ma in realtà è una porta in pietra che non permette un passaggio fisico. Permette invece il passaggio dei cosiddetti “ba”, delle anime del defunto, che vengono rappresentati come un uccello con testa antropomorfa: questi possono viaggiare da una parte all’altra della falsa porta, possono depositarsi sul tavolo d’offerta, possono mangiare le offerte e ritornare nel regno dei morti. Ecco quindi la cerniera che permette ai morti e ai viventi di entrare in contatto”.

Antico Egitto. In un bimbo di un anno di 5500 anni fa scoperto il primo caso di scorbuto: lo scheletro da una necropoli del predi nastico vicino a Assuan

La regione di Assuan interessata dall'Aswan-Kom Ombo Archaeological Project (Akap) condotto dalle università di Bologna e Yale

La regione di Assuan interessata dall’Aswan-Kom Ombo Archaeological Project (Akap) condotto dalle università di Bologna e Yale

La mappa dell'Aswan-Kom Ombo Archaeological Project (Akap)

La mappa dell’Aswan-Kom Ombo Archaeological Project (Akap)

Le evidenze sulle ossa non hanno lasciato dubbi agli specialisti: carenza di vitamina C. Tipico di chi è malato di scorbuto. Ma quello scheletro che stavano esaminando apparteneva a un bimbo di un anno di età vissuto più di 5500 anni fa, nell’antico Egitto predinastico (3800-3600 a.C.). È il primo caso di morte da scorbuto scoperto lungo le rive del Nilo. Le cattive abitudini alimentari quindi erano un problema anche nell’antico Egitto come ha dimostrato la missione archeologica delle università di Bologna e Yale, Aswan-Kom Ombo Archaeological Project (Akap), attiva dal 2005 nella regione di Assuan e diretta dalla professoressa Maria Carmela Gatto e dal professor Antonio Curci. La missione congiunta ha infatti rinvenuto quello che probabilmente è il primo caso di scorbuto sulle rive del Nilo risalente al Neolitico. Nel villaggio di Nag el-Qarmila, a 17 km a nord di Aswan, sulla riva occidentale del Nilo, nei pressi di Wadi Kubbaniya , i ricercatori hanno rinvenuto lo scheletro di un bambino di circa un anno di età, risalente all’antico Egitto predinastico (3800-3600 avanti Cristo), morto appunto di scorbuto. “A Nag el-Qarmila”, ricordano gli archeologi bolognesi, “sono state individuate un’area insediativa e una necropoli del periodo predinastico. Le datazioni radiometriche e le analisi sulla ceramica suggeriscono una frequentazione dell’abitato durante Naqada IC-IIAB, corrispondente alla prima metà del IV millennio (3800-3600 a.C.), mentre il cimitero è in uso per un periodo più lungo, che include la fase Naqada IID-IIIA. L’unicità del sito è costituita dalla forte influenza nubiana visibile attraverso differenti aspetti della cultura materiale. Esso rappresenta un sito chiave per la comprensione dell’interazione tra nubiani ed egiziani, poiché unico caso in cui area domestica e funeraria sono state individuate ed investigate”.

Lo scheletro del bimbo di un anno di età risalente al Protodinastico, morto per scorbuto

Lo scheletro del bimbo di un anno di età risalente al Protodinastico, morto per scorbuto

Cosa hanno riscontrato gli specialisti sullo scheletro del bimbo di 5500 anni fa? Sul cranio, mascella e mandibola, nonché su altri elementi dello scheletro (omeri, radio e femori) i bioarcheologi che lavorano al progetto – Mindy Pitre della S. Lawrence University e Robert Stark della McMaster University – hanno evidenziato porosità riconducibili allo scorbuto, malattia dovuta alla carenza di vitamina C nell’organismo. La scoperta – documentata in un articolo pubblicato sull’International Journal of Paleopathology – testimonia il primo probabile caso di scorbuto osservato nell’antico Egitto: un dato che mostra l’antichità della malattia e pone interrogativi sul tipo di alimentazione in uso all’epoca nella regione. È probabile infatti che il bambino fosse ancora allattato dalla madre e che quindi la carenza di vitamina C, responsabile della malattia, derivasse dalla dieta materna. Allo stato attuale è difficile dire se tale carenza dipendesse da una effettiva indisponibilità di certi alimenti o fosse il risultato di scelte culturali, come ad esempio il divieto di mangiare certi cibi. In entrambi i casi, però, questo comportamento alimentare avrebbe provocato la comparsa della malattia che si sarebbe poi rivelata fatale per il bambino.

Ricognizione degli archeologi nell'ambito del progetto Akap nella regione di Assuan

Ricognizione degli archeologi nell’ambito del progetto Akap nella regione di Assuan

L’Aswan – Kom Ombo Archaeological Project nasce nel 2005 con l’obiettivo di studiare, dal punto di vista storico-archeologico, l’interazione tra egiziani e nubiani nella loro terra di “confine”. Nel corso degli anni, diverse istituzioni hanno sostenuto il progetto (British Museum, università di Milano, La Sapienza, università di Roma) e dal 2010 è missione congiunta tra l’istituto di Egittologia della Yale University e il dipartimento di Archeologia dell’università di Bologna. Le attività di ricerca principali prevedono: ricognizione geoarcheologica, archeologica ed epigrafica, scavo e documentazione dell’arte rupestre. Tutti gli interventi realizzati, in particolar modo le ricognizioni e gli scavi, sono da considerarsi di salvataggio poiché la costruzione di numerosi nuovi villaggi lungo la riva occidentale del Nilo, inclusa la città di New Aswan, e l’utilizzo delle aree circostanti, soprattutto come cave di arenaria e caolino, mettono in serio pericolo le evidenze archeologiche.