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Al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Fuga dal museo” di Assisi e Cipolla: quaranta fotomontaggi per immaginare quale sarebbe la “vita” delle sculture fuori dal Mann. Le sculture Farnese, grazie al fotomontaggio, presentate nei luoghi simbolo di Napoli

Il Toro Farnese con tempesta: fotomontaggio di Dario Assisi e Riccardo Maria Cipolla (foto Mann)

Quaranta fotomontaggi per immaginare quale sarebbe la “vita” delle sculture dall’Archeologico (anche le opere d’arte, grazie al potere della fantasia, si muovono), “scappando” dalle sale del Museo verso le strade, le piazze e gli angoli più caratteristici di Napoli. Dopo il successo dell’esposizione “Fantasmi a Pompei”, in cui le figure dei mosaici e degli affreschi del Mann erano trasposte, sempre grazie al fotomontaggio, negli scavi dell’antica città vesuviana, il nuovo percorso creativo seguito da Assisi e Cipolla sarà un vero e proprio atto d’amore per la città di Napoli: Castel dell’Ovo, il lungomare, piazza del Plebiscito, il Petraio, i vicoli del centro storico, ma anche le pensiline dei bus ed i vagoni della metropolitana, diventeranno lo sfondo per un nuovo cortocircuito temporale e visivo. Al Mann, nella sala del Toro Farnese, dal 2 dicembre 2019 (vernissage allee 17) al 24 febbraio 2020, un percorso creativo per raccontare il Museo e la città con la mostra fotografica di Dario Assisi e Riccardo Maria Cipolla “Fuga dal museo”, con due parole chiave: sorriso e leggerezza.

Figura maschile ideale e figura femminile alla fermata del bus: fotomontaggio di Dario Assisi e Riccardo Maria Cipolla (foto Mann)

Tra ieri ed oggi, tra il candore dei marmi, la lucentezza dei bronzi e la vivacità dell’orizzonte metropolitano, potrà capitare di incontrare la scultura dell’Afrodite accovacciata in vico Lungo Gelso, ammirare la potenza dinamica del Toro Farnese in armonico dialogo con un cielo burrascoso, scontrarsi con il Doriforo nella stazione della linea 1 al Museo. Non mancheranno all’appello i capolavori di Canova, in esposizione all’Archeologico in occasione della retrospettiva sul Maestro di Possagno: la Danzatrice con le mani sui fianchi troverà, in vico san Domenico, un nuovo spazio per una simbolica esibizione, mentre Amore e Pische Stanti si abbracceranno teneramente nel Real Orto Botanico.

L’Afrodite di Capua: fotomontaggio di Dario Assisi e Riccardo Maria Cipolla (foto Mann)

Immagine guida della mostra “Fuga dal museo” sarà l’Afrodite di Capua: solo grazie alla creatività, la famosa scultura della Collezione Farnese si affaccerà per stendere i panni, trovando armonia e leggerezza del gesto nella dimensione quotidiana di un’usuale mattina del terzo millennio. “Il nostro progetto nasce dalla volontà di dare vita alle statue del Mann, rendendole vere creature che interagiscono con la realtà. Le sculture divengono persone, che si aggirano per le città, desiderose di scoprirne i misteri, le bellezze e le paure”, commentano Dario Assisi e Riccardo Maria Cipolla.

“Canova e l’Antico”: la mostra-evento al Mann è l’occasione per approfondire il rapporto tra il Canova e Napoli, meta imprescindibile per gli artisti del Settecento richiamati dalle scoperte di Ercolano e Pompei. Ci accompagna l’esperto canoviano Giuseppe Pavanello

Il manifesto della mostra “Canova e l’Antico” al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 28 marzo al 30 giugno 2019

Giuseppe Pavanello, grande esperto di Canova, e curatore della mostra “Canova e l’Antico” al Mann (foto Graziano Tavan)

La mostra “Canova e l’Antico” al museo Archeologico nazionale di Napoli sta per chiudere (ultimo giorno di visita sarà il 30 giugno 2019), ma una passeggiata nel cuore del capoluogo partenopeo sulle orme del grande artista veneziano è sempre possibile. Ad accompagnarci è Giuseppe Pavanello, curatore della mostra-evento al Mann, tra i massimi studiosi di Canova. “Sappiamo che dopo Venezia, sua patria, e Roma, dove fissò la sua residenza a partire dal 1780 e dove visse sin quasi alla morte”, scrive Pavanello, “Napoli è di certo la città con la quale Antonio Canova ebbe più relazioni. Del resto la capitale del regno borbonico era meta imprescindibile per qualsiasi artista nella seconda metà del Settecento, anche per la risonanza degli scavi di Ercolano e Pompei. È dunque il desiderio di ammirare le bellezze e le opere d’arte della città, di conoscere le antichità “ercolanesi” e di Paestum, che spinse il giovane scultore a recarsi a Napoli. Vi giunse il 27 gennaio 1780. L’artista ci consente di seguire, passo passo, i suoi itinerari grazie alle preziose note del suo secondo “Quaderno di viaggio”. La città gli apparve “veramente situata in una delle più amene situazioni del mondo”. Il giorno dopo l’arrivo scrive: “per tutto sono situazioni di Paradiso”, e rimane incantato, dopo aver visto il “nuovo giardino pubblico”, della “deliciosissima situazione di questo Paese”. Subito prende contatto con l’ambasciatore della Repubblica di Venezia, Gaspare Soderini, e s’incontra con una delle donne più belle e celebri del tempo – parola, fra gli altri, dell’imperatore Giuseppe II – la veneziana Contarina Barbarigo, esiliata dalla Serenissima per la libertà dei suoi costumi, che alloggiava all’albergo Reale in largo Castello”.

Carlo di Borbone: promosse gli scavi di Ercolano e Pompei

Autoritratto di Canova scultore conservato alla Gypsoteca di Possagno (Tv)

“Visita sistematicamente le chiese – ricorda Pavanello – e, per prima cosa, si fornisce di una guida della città, forse la Guida di Napoli di Pompeo Sarnelli (pubblicata nel 1772), e che troviamo presente nella biblioteca di Canova, come l’altra Guida, pure di Sarnelli, dedicata a Pozzuoli, Baja, Cuma. Frequenta i teatri, dà una dettagliata descrizione della “famosa mascherata del Re” che figurava quell’anno il viaggio del Sultano alla Mecca. Nella cappella Sansevero: invece che la Pudicizia del veneto Antonio Corradini, gli “parve di più merito” il Cristo morto di Giuseppe Sanmartino. L’artista visita la galleria di Capodimonte e il Museo di Portici: come a dire una delle più belle raccolte di pittura d’Europa e il museo d’avanguardia, in cui erano state riunite le antichità ritrovate negli scavi recenti, approfitta del permesso di disegnare il nudo all’Accademia, ma osserva che la scuola “è male diretta, essendo li giovani troppo pieni di libertà, che li sembrano di essere in strada”. Non poteva mancare l’escursione sul Vesuvio e il 14 febbraio si reca a Pompei “sito che si sta scavando presentemente”, a Salerno e a Paestum. È quindi la volta degli scavi di Portici e di Pozzuoli, dell’antro della Sibilla, di Baia, della solfatara. Il 28 febbraio lascia Napoli per Caserta e per Capua: ritorna a Roma”.

Il gruppo “Adone e Venere” di Antonio Canova: da questo gesso (oggi in collezione privata) Canova fece il marmo che fu posto nel tempietto di casa Berio a Napoli (foto Graziano Tavan)

Il gruppo “Ercole e Lica” di Canova, bronzo oggi all’Ermitage di San Pietroburgo (foto Graziano Tavan)

“Occorreva, tuttavia, perché si potesse instaurare un rapporto privilegiato – sottolinea Pavanello -, una grande occasione, e questa fu l’accordo stipulato con il marchese Francesco Berio patrizio genovese residente a Napoli per scolpire il gruppo in marmo di Adone e Venere: un’idea già elaborata da Canova che piacque a Berio e per 2000 zecchini la portò nel suo tempietto, a Napoli, dove una interminabile processione di intendenti e di curiosi si recò in pellegrinaggio. Carlo della Torre, uno dei più autorevoli critici dell’epoca, esaltò l’artista come Prassitele redivivo, cogliendo la componente neoellenistica dell’ “antico” canoviano. Nello stesso 1795, quando il gruppo di Adone e Venere giunge a Napoli, inizia l’avventura dell’Ercole e Lica, un altro gruppo, questa volta colossale. Canova, allora in città, propone a don Onorato Gaetani dell’Aquila d’Aragona duca di Miranda di eseguire per lui una scultura raffigurante Ercole e Lica, per confrontarsi, ed è la prima volta, nel genere “forte” o “fiero”, come lo connotavano i contemporanei. Non casualmente l’opera era prevista per Napoli, dove si conservava il colossale “Ercole Farnese”, di cui lo scultore intendeva creare un equivalente moderno, anche nelle dimensioni, mentre per la soluzione compositiva, l’artista guarda piuttosto a un altro importante marmo delle raccolte farnesiane, che erano state trasferite da Roma a Napoli nel 1792, il cosiddetto “Atamante e Learco” o “Ettore e Troilo”, o “Commodo”, ancor oggi conservato nel museo Archeologico. Il modello fu realizzato prontamente ma la vicende della scultura furono travagliate e la scultura finita non arrivò mai nella città campana. Il gruppo alla fine andò a Roma, richiesto nel 1801 dal banchiere Giovanni Torlonia, nel cui palazzo fu collocato nel 1815”.

La colossale statua di re Ferdinando IV di Borbone, realizzata da Antonio Canova, che troneggia al museo Archeologico nazionale di Napoli

“All’inizio del 1800 – riprende Pavanello – si riannodano i rapporti con Napoli. Il re in persona, Ferdinando IV di Borbone, volle esser effigiato da Canova. Il sovrano intendeva lanciare l’immagine di Napoli, città di fondazione greca, quale nuova Atene e nuova Roma, in cui convivevano l’antico – dagli scavi ercolanesi alla raccolta di marmi farnesiani – e il moderno: e pure qui le collezioni Farnese giocavano un ruolo essenziale. La statua di Ferdinando IV ebbe una storia complessa, e, sebbene Canova si fosse alacremente messo al lavoro – tanto che già nell’ottobre 1800, dopo il modellino in gesso di Possagno, era compiuto il modello colossale e nel 1803 anche la sbozzatura del marmo – l’avvento sul trono napoletano della dinastia Bonaparte nel 1806 determinò un brusco arresto dell’impresa. Si dovette arrivare al 1815, al ritorno quindi del legittimo sovrano a Napoli con il nome di Ferdinando I re delle due Sicilie, perché si parlasse di riprendere l’opera, terminata quattro anni dopo, e spedita via mare a Napoli alla fine del 1819. Nel 1821, finalmente, la gigantesca statua veniva collocata nel museo Borbonico (ex Palazzo degli Studi; l’attuale museo Archeologico nazionale), a cura dell’architetto Pietro Bianchi, nel luogo indicato da Canova stesso: una nicchia dello scalone monumentale, dove da poco è finalmente tornata”.

L’Ercole Farnese, statua monumentale conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

“Canova, rispetto all’ “Adone e Venere” e all’ “Ercole e Lica”, cambia ancora”, fa notare Pavanello: “qui vuol imporre, secondo il modello antico prescelto, un’immagine di severa grandiosità. Proprio per questo piacque a Carl Ludwig Fernow, che rimproverava di solito ai marmi canoviani una certa gracilità: “l’atteggiamento è nobile e fermo, e questa statua, alta all’incirca 15 palmi, è fra le opere migliori di Canova”. Per l’altezza, lo scultore prende ancora a modello l’Ercole Farnese, che superava i tre metri come farà di lì a poco anche per la statua di “Napoleone I come Marte pacificatore”. L’attenzione dell’artista si focalizza sul panneggio che ammanta la figura del sovrano, con il braccio sinistro puntato sul fianco, interamente nascosto nella stoffa. Ma si tratta pur sempre di un ritratto: ecco allora emergere il volto icasticamente caratterizzato. Siamo a un vertice nella statuaria proprio a cavallo dei due secoli: l’Ottocento veniva ad aprirsi con un capolavoro che andava a integrarsi con altri marmi di prim’ordine, sempre differenti tra loro, dai Pugilatori al Perseo trionfante”.

Bozzetto del Canova per il monumento equestre di Carlo III Borbone (foto Graziano Tavan)

Seguiranno per Napoli: la statua equestre bronzea di Carlo III di Borbone (1815), che doveva essere in realtà di Napoleone – ma, realizzati i gessi del cavallo e del condottiero, il nuovo vento politico impose un cambio di personaggio per l’opera finita – e l’avvio di quella per Ferdinando I, per la quale Canova riuscì a realizzare solo il Cavallo; quindi i busti di Carolina e Gioacchino Murat (1813) e la raffinatissima Erma di Vestale (ora al Getty Museum di Los Angeles) commissionata dal conte Paolo Marulli d’Ascoli. Il monumento funerario al marchese Berio non fu mai completato a causa della sopraggiunta scomparsa dello scultore nel 1822 e venne utilizzato da monsignor Giambattista Sartori Canova, fratellastro dello scultore, come tomba per Canova e per se stesso nel Tempio di Possagno.

Il 2019 porta a Napoli i capolavori del Canova dell’Ermitage per la grande mostra “Canova e l’antico” che propone il confronto per analogia e per opposizione tra le opere del maestro neoclassico e le sculture greco-romane della collezione Farnese

La cosiddetta “galleria canoviana” nel Palazzo d’Inverno al museo statale dell’Ermitage a San Pietroburgo (foto Graziano Tavan)

I firmatari del protocollo di San Pietroburgo: da sinistra, Massimo Osanna (Pompei), Paolo Giulierini (Mann), Michail Piotrovskij (Ermitage)

L’elenco è ufficiale. Solo a scorrerlo c’è da rimanere senza parole: sono sei capolavori del sommo Antonio Canova, tra cui Le Tre Grazie, la Danzatrice e il gruppo di Amore e Psiche stanti. Fanno bella mostra nella cosiddetta “galleria canoviana” del Palazzo d’Inverno al museo statale Ermitage di San Pietroburgo, che costituisce il più importante nucleo di marmi canoviani al mondo. Ma dalla fine di marzo traslocheranno a Napoli al museo Archeologico nazionale per la grande mostra “Canova e l’antico”, l’evento culturale che il 2019 porta alle falde del Vesuvio. La mostra “Canova e l’antico”, coprodotta dal Mann e dall’Ermitage, che nasce nell’ambito dell’ampio e articolato protocollo di collaborazione culturale che lega i due musei dal novembre 2016, si preannuncia ormai non solo come un progetto assolutamente inedito, ma anche come un evento internazionale davvero unico, grazie al corpus espositivo che si sta definendo con tanti musei e soprattutto ai fantastici e impressionanti prestiti che giungeranno al museo Archeologico nazionale di Napoli dal grande museo sulla Neva.

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“Ebe” stante di Antonio Canova esposta nel Palazzo d’Inverno dell’Ermitage (foto Graziano Tavan)

Allora vediamo meglio l’elenco definito tra il professor Michail Piotrovsky, direttore generale del museo statale Ermitage, e Paolo Giulierini, direttore del Mann: il prestito si compone di ben sei tra i grandi e notissimi capolavori del sublime scultore custoditi dall’Ermitage. L’elenco è incredibile, si diceva, perché comprende non soltanto il busto marmoreo del Genio della morte (1798-1805) ma anche la bellissima Danzatrice (1811-1812), Ebe stante (1800-1805), il famosissimo Amorino alato (1797), il gruppo marmoreo di Amore e Psiche stanti (1800-1805) e l’emozionante Le Tre Grazie (1812-1817) simbolo universale di bellezza e icona del grande Canova nel mondo. Dall’Ermitage anche la grande statua romana dell’Ermafrodito dormiente del lll-l secolo a.C. e il gruppo bronzeo di Ercole e Lica.

“Le Tre Grazie”, il famosissimo gruppo scultoreo di Antonio Canova esposto all’Ermitage di San Pietroburgo (foto Graziano Tavan)

Napoli freme in attesa di rendere onore per la prima volta al sommo scultore italiano che secondo l’assunto proclamato da Winckelmann, padre del Neoclassicismo, mirava a imitare e non a copiare gli antichi. La modernità infatti e il genio creativo di Canova, che guardò per tutta la vita all’arte classica, facendo del dialogo antico/moderno una costante irrinunciabile del suo percorso, gli permisero di rileggere la scultura greco-romana con una sensibilità e un sentire assolutamente nuovo e per certi versi irraggiungibile. Con punte di innovazione radicali, come nel caso delle Grazie. L’Antico, per Antonio Canova, bisognava averlo in mente, sperimentandolo nel sangue, sino a farlo diventare naturale come la vita stessa. Ed è anche per tale motivo che lo scultore si può considerare l’ultimo degli antichi e il primo dei moderni.

L’Ercole Farnese, statua monumentale conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

Altre anticipazioni della mostra “Canova e l’antico”. Nella mostra, il confronto per analogia e per opposizione, fra opere di Canova e opere classiche, sarà costante, reso possibile e perfetto in un autentico tempio dell’antico come il museo Archeologico nazionale di Napoli, che vanta peraltro, nello scalone monumentale, la grande statua canoviana di Ferdinando di Borbone come Minerva. I rapporti tra Canova e Napoli furono fortissimi. Qui si trovano infatti capolavori che sono stati ammirati dallo scultore sin dal suo primo viaggio in città, appena ventiduenne, a partire dai celeberrimi marmi farnesiani, da Amore Farnese prototipo per l’Amorino alato Jusupov, al gruppo di Atamante e Learco (o Ettore e Troilo), avvio per il gruppo di Ercole e Lica, marmo imponente previsto fra l’altro per Napoli, la cui grandezza venne calcolata sull’Ercole Farnese, altro capolavoro del museo napoletano. Numerose e significative furono poi le committenze dei regnanti, sia dell’antico regime sia dell’età napoleonica e dell’aristocrazia napoletana, come in nessun’altra città dopo Roma.

A Napoli gli originali, a Madrid i gessi, a Città del Messico i disegni: tre mostre in contemporanea per raccontare Carlo III di Borbone, sovrano illuminato, che promosse i primi scavi di Pompei e Ercolano, e diffuse le antichità, simbolo della bellezza del regno, grazie alle riproduzioni della Stamperia reale

Ritratto di Carlo III di Borbone, sovrano illuminato, che promosse i primi scavi archeologici a Ercolano e Pompei

Alcuni gessi fatti realizzare da Carlo di Borbone

Paolo Giulierini, direttore del Mann

Tre grandi città che un filo rosso lega e segna profondamente: Carlo di Borbone, sovrano illuminato delle Due Sicilie e re di Spagna, ma anche “comunicatore globale”. Proprio a Carlo III di Borbone, cui si devono i primi scavi settecenteschi a Ercolano e Pompei, nel trecentenario della nascita, il museo Archeologico di Napoli dedica la mostra “Carlo di Borbone e la diffusione delle Antichità”, che chiuderà il 16 marzo 2017, collegata ad esposizioni “gemelle” alla Real Academia de Bellas Artes di San Fernando di Madrid e all’Academia de San Carlos di Città del Messico dove sono custoditi gessi e disegni di quelle meraviglie che il Re volle disseminare per trasmettere al mondo la classicità senza privare la città degli originali: tre sedi accomunate da uno stesso patrimonio, esposto in contemporanea e connesso a distanza da tecnologie multimediali, ricostruzioni 3d, restituzioni ad alta definizione  e realtà virtuale.  A Napoli complessivamente circa 60 opere, tra dipinti, disegni, incisioni, sculture, affreschi, documenti storici e rami, riconducibili all’attività illuminata del sovrano. “La mostra”, come spiega la curatrice Valeria Sampaolo, “è incentrata sulla figura di Carlo di Borbone come divulgatore delle scoperte della nascente archeologia soprattutto attraverso i volumi prodotti dalla Stamperia Reale da lui stesso fondata. Il restauro di 200 delle oltre 5mila matrici custodite dal museo, completato nel 2015 dall’Istituto Centrale per la Grafica è occasione per approfondire anche gli aspetti tecnici delle attività di incisione e di stampa, illustrati anche attraverso prestiti della biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli, che conserva le tirature originali”. E Paolo Giulierini, direttore del Mann: “Con Carlo e i suoi uomini l’annoso e spesso sterile dibattito, purtroppo attuale, che pone come antagoniste conservazione e valorizzazione, era stato ampiamente superato dall’idea geniale di inserire in un unico cortometraggio  l’esperienza dello scavo, del restauro, dell’esposizione e della veicolazione dei contenuti tramite una stampa integrata da immagini. A volte, per dare semplici risposte al presente, basta dare una rapida occhiata all’operato di chi ci ha preceduto, avendo il coraggio di ammettere che talvolta le epopee culturali passate ancora fanno scuola”.

I famosi bronzi scoperti nella villa dei Papiri mentre regnava Carlo di Borbone

Il manifesto della mostra “Carlo di Borbone e la diffusione delle Antichità”

La mostra “Carlo di Borbone e la diffusione delle antichità” a Napoli è articolata in tre sezioni. La prima restituisce l’immagine di Carlo III attraverso la sua iconografia, dall’infanzia fino agli anni napoletani. La seconda è dedicata alle attività di scavo nelle città vesuviane, con l’esposizione o il rimando ad alcuni originali, i più famosi scoperti fino al 1759: le “Ercolanesi” dello scavo del principe d’Elboeuf, le grandi statue bronzee dell’Augusteum, il Teatro di Ercolano, le sculture in bronzo e marmo della Villa dei Papiri. La terza sezione interamente dedicata all’attività della Stamperia Reale, con esposte le matrici in rame dell’Antichità e di quelle della Dichiarazione di Luigi Vanvitelli, l’artista e architetto assunto al servizio del sovrano, per il quale realizzò la splendida Reggia di Caserta, e i capilettera da egli stesso disegnati per le Antichità. La mostra che chiude con la partenza per la Spagna, nel 1759, di Carlo III che, salutando Napoli, si toglie l’antico anello che sempre aveva portato al dito dopo la scoperta di Pompei. “Il re”, ricordano le cronache e sottolineano gli organizzatori, “era molto legato a quella pietra antica, che rappresentava una maschera teatrale. Ma il sovrano scelse di lasciarla qui, nella sua Napoli. Perché, come dispose, nessuna proprietà e nessun tesoro delle Due Sicilie lo avrebbe accompagnato in Spagna. Dietro il semplice gesto del liberarsi di un anellino, c’è la grandezza di un re, lungimirante e illuminato. Ma anche una precisa strategia di propaganda, che mostrasse al popolo le virtù di Carlo, statista e mecenate. Con la diffusione internazionale di disegni e riproduzioni, le antichità pompeiane ed ercolanesi erano simbolo di bellezza e cultura di un regno”.

Carlo di Borbone portò a Napoli la collezione archeologica ereditata dalla madre Elisabetta Farnese

L’origine e la formazione delle collezioni che oggi ammiriamo al Mann di Napoli sono legate proprio alla figura di Carlo III di Borbone, sul trono del Regno di Napoli dal 1734, e alla sua politica culturale: il re promosse – come detto – l’esplorazione delle città vesuviane sepolte dall’eruzione del 79 d.C. (iniziata nel 1738 a Ercolano, nel 1748 a Pompei) e curò la realizzazione in città di un Museo Farnesiano, trasferendo dalle residenze di Roma e Parma parte della ricca collezione ereditata dalla madre Elisabetta Farnese. Si deve invece al figlio Ferdinando IV il progetto di riunire nell’attuale edificio, sorto alla fine del 1500 con la destinazione di cavallerizza e dal 1616 fino al 1777 sede dell’università, i due nuclei della Collezione Farnese e della raccolta di reperti vesuviani già esposta nel museo Ercolanese all’interno della Reggia di Portici. L’idea che muove Carlo III è quella di promuovere la conoscenza delle arti al pubblico. E per farlo si affidò a mezzi di comunicazione allora all’avanguardia: a iniziare dai volumi a stampa realizzati a Napoli dalla Stamperia Reale istituita proprio dalla necessità di attivare un polo tipografico capace di dare una degna veste “grafica” ai reperti archeologici provenienti da Ercolano, di produrre documenti di natura burocratica, e per la realizzazione di edizioni di lusso per la corte borbonica. Il sovrano borbonico chiamò alla corte di Napoli alcuni tra i migliori disegnatori e incisori attivi in Italia, che avrebbero dato vita alla celebre scuola di Portici annessa alla Stamperia Reale. E sotto la supervisione di Bernardo Tanucci, la Stamperia realizza gli splendidi volumi delle “Antichità di Ercolano esposte”, con il primo volume uscito nel 1757, con riproduzioni fedeli degli oggetti e le relative spiegazioni sulle loro funzioni da parte dell’Accademia Ercolanese. A Madrid porta anche calchi in gesso delle sculture bronzee rinvenute nella Villa dei Papiri a Ercolano, mentre per l’Academia de San Carlos di Città del Messico fa realizzare copie delle sculture in bronzo, perché anche nel Nuovo Mondo gli allievi delle accademie potessero conoscere le antichità.