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Buon compleanno Classis! Il 1° dicembre si festeggia con la presentazione della Guida di Classis, edita da Skira. Previsti biglietti ridotti e visite guidate animate

La copertina della Giuda di Classis Ravenna, museo della Città e del Territorio, edita da Skira

Buon compleanno Classis! È già passato un anno dall’apertura, il 1° dicembre 2018, del museo Classis Ravenna Il Museo della Città e del Territorio, e per celebrare questa importante ricorrenza, la Fondazione RavennAntica organizza un ricco programma di iniziative, che culmineranno domenica 1° dicembre 2019 con la presentazione della guida di Classis, che nasce come strumento necessario e complementare alla visita del museo, al suo allestimento innovativo, ai documenti e alle opere in esso esposti. Edita da Skira e a cura di Giuseppe Sassatelli e Fabrizio Corbara, la guida vede i contributi di Chiara Pizzirani, Giuseppe Lepore, Fabrizio Corbara, Isabella Baldini, Andrea Augenti, Enrico Cirelli, Rossano Novelli, Claudio Cornazzani, Andrea Mandara e Francesca Pavese. Classis Ravenna Il Museo della Città e del Territorio è un museo completamente nuovo, in cui la storia della città e del suo territorio è raccontata in modo succinto, ma con un approccio unitario e globale. “Questa guida – spiega Sassatelli – riproduce la struttura espositiva, organizzata attorno a quella che abbiamo chiamato la cronologia, ovvero la lunga storia delle principali fasi della storia della città: a partire dall’età preromana, quando Etruschi e Umbri si unirono per guadagnare il controllo del porto marittimo e del territorio interno; passando all’epoca romana, quando il porto divenne la sede della flotta imperiale; e di lì a quando Ravenna divenne la capitale dell’Impero Romano d’Occidente, sede del regno di Teodorico; e infine, in seguito alla conquista di Giustiniano, quando la città conobbe la straordinaria fase bizantina, fino alla conquista longobarda”. Accanto a questa linea del tempo, alcuni focus tematici: “Ravenna e il mare”, la basilica di San Severo, “Pregare a Ravenna” (chiese e i luoghi di culto) e “Abitare a Ravenna” (edilizia abitativa).

Una sala di Classis Ravenna museo della Città e del Territorio (foto Graziano Tavan)

La presentazione della guida di Classis domenica 1° dicembre 2019, alle 11, nella sala conferenze di Classis e sarà curata dal direttore del mensile di Archeo, Andreas Steiner, e dal presidente di RavennAntica, Giuseppe Sassatelli. Sempre domenica 1° dicembre, alle 16, la sezione didattica di RavennAntica propone la visita animata “Viaggio in un passato multietnico. Percorso alla scoperta di Ravenna, città cosmopolita, crocevia di comunità differenti”, per bambini dai 6 agli 11 anni. Inoltre fino a domenica 1° dicembre è previsto l’ingresso ridotto a 5 euro (anziché 7) per tutti. Durante questa settimana, a coloro che visiteranno il museo Classis Ravenna, unitamente al biglietto, sarà consegnato anche un ingresso valido per visitare la mostra “Picasso. La sfida della ceramica” allestita al Mic di Faenza o un ingresso valido per visitate il museo del Delta Antico di Comacchio (il numero dei biglietti è limitato). Questa iniziativa è stata resa possibile grazie a un accordo siglato da RavennAntica con le due importanti istituzioni culturali del territorio, che si aggiungono alle convenzioni stipulate con il museo Archeologico nazionale di Napoli e i Parchi Val di Cornia, con le quali RavennAntica ha organizzato la mostra temporanea “Tessere di mare”, tuttora in corso. Info e prenotazioni: 0544473717.

Ultime scoperte delle missioni archeologiche italiane all’estero. Al museo Classis Ravenna per “Classe al chiaro di luna” protagonista Maurizio Cattani con “Alla ricerca delle origini della civiltà Araba: la missione archeologica nel Sultanato d’Oman”

Il manifesto delle manifestazioni “Classis al chiaro di luna”

Il prof. Maurizio Cattani

Luglio volge al termine. Ma al museo Classis Ravenna, nell’ambito della rassegna “Classe al chiaro di luna” c’è tempo per un altro incontro per saperne di più sulle ultime scoperte delle missioni archeologiche italiane all’estero. Appuntamento mercoledì 31 luglio 2019, alle 21, con il ciclo “Museo Classis. Missioni archeologiche all’estero: le ultime scoperte”. Il prof. Maurizio Cattani, dell’università di Bologna, responsabile della missione archeologica in Oman, la cui ultima campagna si è conclusa nel gennaio di quest’anno, parlerà di “Alla ricerca delle origini della civiltà Araba: la missione archeologica nel Sultanato d’Oman”. Conferenza a partecipazione gratuita in collaborazione con L’Ordine della Casa Matha.

La missione archeologica italiana in Oman (foto Imto)

“La Missione Archeologica Italiana nel Sultanato di Oman”, scrive Maurizio Cattani, “svolge la sua attività di ricerca nell’ambito del “Joint Hadd Projecr” cui negli anni hanno partecipato l’Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente di Roma, il dipartimento di Archeologia dell’università di Bologna, l’università di Parigi e l’ERA 41 del Cnrs di Parigi”. Dal 1985 le ricerche – portate avanti da Maurizio Tosi, scoomparso nel 2017 (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2017/03/03/archeologia-in-lutto-e-morto-maurizio-tosi-uno-dei-piu-grandi-archeologi-preistorici-dal-mediterraneo-alla-mongolia-in-iran-nel-1967-scopri-lo-straordinario-sito-di-shahr-e-sokhta-la-citta-bruciat/) e Maurizio Cattani – hanno preso in esame l’area del Ja’alan, corrispondente alla parte orientale del Sultanato di Oman, tra Ra’s al Hadd e Al Ashkarah, ove l’abbondante presenza di dati paleoambientali e di elementi storico-archeologici permette di documentare e controllare l’evoluzione del popolamento dall’antico e medio Olocene fino all’epoca islamica. “La documentazione dei resti strutturali, dei manufatti archeologici, delle evidenze bioarcheologiche”, continua Cattani, “permette di tracciare il processo di adattamento delle popolazioni antiche in rapporto alle risorse naturali (principalmente ottenute dall’ambiente marino) e il modo in cui le popolazioni costiere interagivano con quelle delle regioni interne dell’Arabia”.

L’edificio 1 nello scavo HD6 a Ras al-Hadd della missione archeologica italiana in Oman (foto Unibo)

Planimetria dell’area meridionale dello scavo HD6 a Ras al-Hadd della missione archeologica italiana in Oman (foto Unibo)

“Oggi la missione archeologica italiana dell’università di Bologna nel Sultanato d’Oman”, spiegano al dipartimento dell’Alma Mater, “sta indagando la fascia costiera dalla penisola di Musandam al Dhofar. In particolare le ricerche si sono concentrate nell’area di Ra’s al-Hadd, lungo la costa orientale, con gli scavi nel sito di HD-5 (IV millennio e seconda metà del III millennio) e nel sito dell’antica Età del Bronzo di HD-6 (3000-2700 a.C.). Ad HD-5 nelle ultime campagne di scavo, dirette da Federico Borgi e Elena Maini, sono state messe in evidenza le tracce di comunità di pescatori e raccoglitori che sfruttano gli ambienti costieri, mentre nel secondo lo scavo ha rivelato un complesso abitativo particolarmente significativo per comprendere l’evoluzione tecnologica e sociale che investe la Penisola nei primi secoli del III millennio a.C. Ad HD-6, il nucleo centrale dell’abitato è rappresentato da un complesso architettonico composto da edifici modulari costituiti da ambienti di varie dimensioni, di pianta approssimativamente rettangolare, costruiti con mattoni d’argilla cruda di dimensioni standardizzate. Il periodo principale a cui si riferisce il complesso architettonico è stato suddiviso in tre fasi stratigrafico-strutturali: la Fase I è rappresentata da un nucleo di più limitate dimensioni con edifici costruiti in mattoni molto compatti a matrice sabbiosa; le Fasi II e III sono legate alla costruzione di un muro perimetrale in pietra e di diversi edifici a pianta tripartita costruiti con mattoni d’argilla cruda. Il periodo III coincide con l’abbandono degli edifici e con la formazione di strati carboniosi relativi a tipologie di occupazione più effimere Chiude la sequenza stratigrafica una rioccupazione successiva all’abbandono dell’abitato principale, che consiste in quindici capanne ovali e circolari costruite in pietra a secco. Tra i materiali rinvenuti si segnala una forte presenza di manufatti in metallo (piccoli lingotti, ami da pesca, punte, pugnaletti) ed un’abbondante produzione di elementi ornamentali in pietra e conchiglia. Pressoché assente è la ceramica testimoniata da rarissimi frammenti di vasi presumibilmente importati dall’esterno. Particolarmente significativi sono alcuni forni in argilla a pianta circolare costruiti in prossimità degli edifici e destinati ad attività di trasformazione di prodotti alimentari”.

Tomba a tumulo dell’età del Bronzo nell’area di Zukayt, presso Izki (Oman) (foto Unibo)

“La scoperta e le prime indagini compiute nel sito di HD-6 localizzato presso il villaggio di Ra’s al-Hadd”, continuano gli archeologi bolognesi, “hanno permesso di identificare uno dei punti chiave nello studio dell’evoluzione delle popolazioni arabe nella fase della cosiddetta “grande trasformazione”, in cui tra la seconda metà del IV e gli inizi del III millennio, si attivano i processi che porteranno a definire un nuovo tipo di società. Si formano in questa fase le prime oasi, caratterizzate dalla diffusione della palma da dattero e dalla costruzione di sistemi di canalizzazione, e si attiva lo sfruttamento delle miniere di rame che permette di identificare l’Oman come il paese di Magan, noto dalle fonti mesopotamiche. Gli scavi di Ra’s al-Hadd hanno messo in luce un complesso architettonico composto da una piattaforma in pietra e argilla delimitata da un muro perimetrale in pietra e in mattoni di argilla cruda. Alla struttura monumentale, che ospita all’interno numerosi edifici in mattoni di argilla, si associa la costruzione di tombe collettive a tumulo: entrambe le testimonianze archeologiche suggeriscono una struttura sociale costituita da gruppi tribali che vogliono affermare il controllo territoriale e proporsi come attori nello scambio delle risorse marine con i prodotti delle oasi all’interno (principalmente datteri e rame). Gran parte dell’Oman interno è caratterizzato da centinaia di tumuli posti sui crinali e sui bordi dei terrazzi, ben visibili a chi attraversasse il territorio, a dimostrare il prestigio e la ricchezza di queste comunità. In questo ambito un nuovo progetto di ricerca è rivolto all’individuazione e al censimento delle tombe risalenti all’età del bronzo presenti nell’area di Zukayt, presso Izki”.

Lo scavo del villaggio di Ras al-Jins della missione archeologica italiana in Oman (foto Unibo)

“La fase successiva (II metà del III millennio a.C.) è documentata dallo scavo del villaggio di Ra’s al-Jins (RJ-2), dove gli scavi hanno messo in luce diversi edifici in mattoni di argilla. In questa fase, nonostante la pesca e lo sfruttamento delle risorse marine siano ancora alla base dell’economia di questo villaggio, è evidente il ruolo che tale centro viene ad assumere nell’ambito degli scambi con le regioni interne dell’Arabia e con i paesi oltremare. Il carattere commerciale dell’abitato di RJ-2 è documentato da evidenze che attestano la navigazione attraverso l’oceano, rappresentate da blocchi di bitume che servivano a rivestire le barche, e dagli unici documenti iscritti costituiti da sigilli in pietra e in rame. La diversa struttura sociale è inoltre evidenziata nelle tombe rinvenute sul terrazzo sovrastante il villaggio: le dimensioni e le ripartizioni interne di grandi tumuli di tipo Umm an-Nar indicano segmenti sociali più estesi con un rituale funerario molto più complesso che comprende la riesumazione e la deposizione delle ossa all’interno di fosse esterne”.

Ultime scoperte delle missioni archeologiche italiane all’estero. Al museo Classis Ravenna per “Classe al chiaro di luna” protagonista Nicolò Marchetti con “Da Karkemish a Ninive. Scavi e ricerche archeologiche dell’università di Bologna in Turchia e in Iraq”

Il manifesto delle manifestazioni “Classis al chiaro di luna”

L’archeologo Nicolò Marchetti, direttore della missione a Karkemish

“Classe al chiaro di luna” questa settimana ci porta alla scoperta delle missioni archeologiche dell’università di Bologna in Turchia e Iraq con il direttore delle due aree di ricerca, il prof. Nicolò Marchetti. Mercoledì 24 luglio 2019, alle 21, al museo Classis Ravenna, per “Museo Classis. Missioni archeologiche all’estero: le ultime scoperte” la conferenza a ingresso gratuito “Da Karkemish a Ninive. Scavi e ricerche archeologiche dell’Università di Bologna in Turchia e in Iraq” con Nicolò Marchetti, professore di Archeologia e storia dell’arte del Vicino Oriente antico all’università di Bologna, dal 2011 direttore della missione archeologica turco-italiana a Karkemish e dal 2016 direttore della missione archeologica italo-irachena per la ricognizione di superficie del settore orientale della regione di Qadissiya (QADIS).

Muri scolpiti, bassorilievi, sculture, fregi risalenti al 900 a.C. a Karkemish in Turchia (foto della missione italo-turca)

Bassorilievi dallo scavo di Karkemish in Turchia (foto della missione italo-turca)

“Il sito archeologico di Karkemish in Turchia sud-orientale”, spiegano gli archeologi dell’università di Bologna, “è una delle più importanti capitali del Vicino Oriente preclassico. Attestato nella documentazione cuneiforme fin dal 2300 a.C., Karkemish è uno dei principali regni al tempo di Hammurabi di Babilonia, poi la sede del viceré ittita e infine un centro di straordinaria monumentalità artistica nell’Età del Ferro, fino alla distruzione assira del 717 a.C., che viene seguita da una nuova fioritura nel VII sec. a.C. fino a divenire più tardi una città romana provinciale. Le imponenti rovine del sito, con mura alte fino a 20 m che racchiudono un’area di 90 ettari, sono state oggetto di celebri campagne di scavo condotte tra il 1911 e il 1920 dal British Museum con C.L. Woolley e T.E. Lawrence (d’Arabia). Le ricerche si sono poi interrotte a causa della presenza di un’installazione militare. Nell’autunno del 2011 una missione congiunta turco-italiana con le università di Bologna, Istanbul e Gaziantep, ha avviato una prima, nuova campagna di scavi e restauri, nel quadro di un progetto integrato di ricerca attivo nella regione di Gaziantep dal 2003. Il nuovo progetto, di lunga durata, intende realizzare sul sito anche un parco archeologico e ambientale in vista della valorizzazione della provincia di Karkamış”. Muri scolpiti, bassorilievi, sculture, fregi risalenti al 900 a.C.: è un tesoro inestimabile quello venuto alla luce a Karkemish: “Scoperte così non se ne facevano da 50 anni”, sottolinea Nicolò Marchetti. “Una scoperta sensazionale, eravamo emozionati”. Dal punto di vista operativo è un “paradiso, anche se il nostro isolamento è presto destinato a finire”, dichiarava qualche anno fa l’archeologo, svelando gli ambiziosi piani futuri per l’area, con la creazione di un parco archeologico. Un progetto già in fase avanzata in cui Marchetti crede molto: “Vogliamo che questa regione abbia uno sviluppo economico dal turismo, ci sembra giusto ed etico”.

Planimetria del progetto Qadis della missione italo-irachena a Qadisiyah (foto Unibo)

L’archeologo Nicolò Marchetti a Karkemish (Turchia) e a Qadisiyah (Iraq)

Le campagne archeologiche nella zone di Qadisiyah e al-Kut in Iraq hanno avuto l’obiettivo di reperire dati sul popolamento, sulla cultura materiale e sul rapporto tra uomo e territorio nell’antica Mesopotamia. I dati raccolti e il lavoro archeologico saranno la base per organizzare attività di training per il personale impiegato nel settore dei beni culturali in Iraq, corsi nelle scuole superiori sull’importanza del patrimonio culturale e per lavorare in alcuni importanti musei a Baghdad e in zone provinciali come Kufa e Qadisiyah. Ma l’impegno dell’università di Bologna in Iraq non finisce qui. L’Alma Mater è attiva infatti nel paese mediorientale anche con Qadis: progetto congiunto italo-iracheno diretto da Nicolò Marchetti e pensato per la ricognizione mirata di siti archeologici. Il punto di partenza di Qadis risale al lavoro svolto tra gli anni ’60 e ’70 da una équipe americana diretta da Robert Mc. Adams (Università di Chicago). L’obiettivo è comprendere, grazie a metodologie e tecnologie innovative, l’evoluzione degli insediamenti e dell’utilizzo del territorio nell’area orientale della moderna regione di Qadisiyah, in Iraq centrale. I ricercatori di Qadis utilizzano immagini satellitari (Google Earth, ESRI, Bing Maps, Corona), foto da droni (sia quadricotteri, sia velivoli monoala), ricerche geoarcheologiche con carotaggi, ricognizioni sul campo e sondaggi stratigrafici. Tutte attività che nascono dalla collaborazione tra archeologi e topografi di università di Bologna, State Board of Antiquities and Heritage, università di Qadisiyah e università di Kufa. Metodologie d’indagine innovative, grazie alle quali è stato possibile scoprire nuovi siti archeologici e definire i percorsi degli antichi canali d’acqua, vere e proprie vie di comunicazione dell’antica Mesopotamia. Le immagini scattate con i droni hanno inoltre permesso di ricostruire gli impianti urbani di alcuni siti risalenti a più di 4000 anni fa, come Puzrish Dagan (Tell Drehem), Tummal (Tell Dlehim) e Umm al-Fugas.

Ultime scoperte delle missioni archeologiche all’estero. Al museo Classis Ravenna per “Classe al chiaro di luna” protagonista Antonio Curci con “Tra egiziani e nubiani…recenti scavi di salvataggio della missione AkAP nella regione di Aswan (Egitto)”

Il manifesto delle manifestazioni “Classis al chiaro di luna”

L’archeologo Antonio Curci

Le serate al museo Classis – Museo della Città e il territorio alla scoperta delle missioni archeologiche italiane all’estero nell’ambito della rassegna estiva “Classe al Chiaro di Luna!” questa settimana ci portano in Nubia. Appuntamento dunque mercoledì 17 luglio 2019, al museo Classis, alle 20.15, per la visita guidata, e alle 21, con la conferenza a ingresso gratuita del ciclo “Missioni archeologiche all’estero: le ultime scoperte” su “Tra egiziani e nubiani…recenti scavi di salvataggio della missione AkAP nella regione di Aswan (Egitto)”, a cura di Antonio Curci dell’università di Bologna, in collaborazione con L’Ordine della casa Matha.

Ricognizioni archeologiche nell’ambito della missione Akap in Egitto (foto Unibo)

Veduta satellitare del territorio interessato dalla missione Akap in Egitto (foto Unibo)

L’Aswan – Kom Ombo Archaeological Project (Akap) nasce nel 2005 con l’obiettivo di studiare, dal punto di vista storico-archeologico, l’interazione tra Egiziani e Nubiani nella loro terra di “confine”. Nel corso degli anni, diverse istituzioni hanno sostenuto il progetto (British Museum, università di Milano, La Sapienza università di Roma) e dal 2010 è missione congiunta tra l’istituto di Egittologia della Yale University e il dipartimento di Archeologia dell’università di Bologna. Le attività di ricerca principali prevedono: ricognizione geoarcheologica, archeologica ed epigrafica, scavo e documentazione dell’arte rupestre. Tutti gli interventi realizzati, in particolar modo le ricognizioni e gli scavi, sono da considerarsi di salvataggio poiché la costruzione di numerosi nuovi villaggi lungo la riva occidentale del Nilo, inclusa la città di New Aswan, e l’utilizzo delle aree circostanti, soprattutto come cave di arenaria e caolino, mettono in serio pericolo le evidenze archeologiche.

Le tre aree in concessione della missione Akap in Egitto (foto Unibo)

Restauro virtuale del pannello con il giubileo regale a Nag el-Hamdulab (foto Unibo)

L’attività di ricognizione archeologica ha riguardato le tre aree in concessione della missione (Wadi Abu Subeira, la riva occidentale tra Qubbet el-Hawa e Kubbaniya e il deserto a est di Kom Ombo), concentrandosi soprattutto nella zona di Gharb Aswan. Numerosi sono i siti individuati databili dal Paleolitico Medio al periodo Ottomano. Secondo la tipologia i siti sono localizzati lungo la valle del Nilo, lungo i maggiori wadi o nel plateau. La maggior parte dei siti è a rischio distruzione a causa delle numerose attività edilizie e minerarie attualmente in corso. Al fine di visualizzare in maniera integrata tutti i dati archeologici disponibili, è stato deciso innanzitutto, di non realizzare un progetto GIS dedicato esclusivamente all’arte, ma di integrare i dati dell’arte rupestre nel GIS complessivo della missione. La revisione e l’aggiornamento dei dati, inclusa la conversione delle coordinate topografiche, ove necessaria, ha permesso di ottenere una piattaforma più completa sulla quale poter avviare nuovi studi ed analisi.

Ultime scoperte delle missioni archeologiche italiane all’estero. Al museo Classis Ravenna per “Classe al chiaro di luna” protagonista Giuseppe Lepore con “Gli italiani in Albania. La missione archeologica di Phoinike da Lugi Maria Ugolini ad oggi”

La collina di Phoinike dove opera la missione archeologica italiana in Albania (foto UniBo)

La prima missione archeologica italiana in Albania apre nella città di Phoinike nel 1926 sotto la guida del bertinorese Luigi Maria Ugolini. Dopo due anni la missione Italiana si trasferisce a Butrinto, luogo simbolo della retorica del regime di quegli anni, in quanto collegato con l’epopea di Enea e dunque con la nascita di Roma. Con l’inizio del terzo millennio gli archeologi italiani sono tornati in queste antiche città, che finalmente tornano a rivivere, consentendoci di gettare nuova luce sul problema della nascita e della diffusione del fenomeno urbano nelle zone “periferiche” del mondo greco, come è appunto l’Epiro, collocabile proprio al confine tra Grecia e Albania. Dal 2000 sono infatti in corso nel Sud dell’Albania (antica Caonia, Epiro settentrionale) ricerche, scavi e programmi di tutela e valorizzazione nella città di Phoinike, le cui fasi coprono un arco temporale almeno dal IV sec. a.C. al XVI d.C. Le attività di scavo si sono concentrate nella zona dell’agorà e della basilica paleocristiana, nel teatro (precedentemente del tutto sconosciuto), in due distinte zone occupate da quartieri di case ellenistiche, nelle necropoli. La città antica si sviluppava in altura e sul pendio della collina, con costruzioni scenograficamente disposte a terrazze sovrapposte. Le necropoli hanno restituito importanti contesti funerari di età ellenistica (IV-I sec. a.C.) e romana (I-III sec. d.C.). Un vasto programma di ricognizioni e scavi è stato dedicato al territorio della città, fittamente popolato da agglomerati minori e ville fortificate di età ellenistica. La direzione delle ricerche, in collaborazione con l’Istituto Archeologico Albanese di Tirana, è fin dall’inizio affidata al prof. Sandro De Maria dell’università di Bologna.

Il manifesto delle manifestazioni “Classis al chiaro di luna”

L’archeologo Giuseppe Lepore

Mercoledì 10 luglio 2019, al museo Classis Ravenna, alle 21, per gli eventi di “Classe al Chiaro di Luna”, secondo appuntamento con il ciclo “Missioni archeologiche all’estero: le ultime scoperte”. Protagonista il professor Giuseppe Lepore, dell’università di Bologna, che racconterà “Gli italiani in Albania. La missione archeologica di Phoinike da Lugi Maria Ugolini ad oggi”. Partecipazione gratuita.

Interventi conservativi nel sito archeologico di Phoinike in Albania (foto UniBo)

Il teatro antico di Phoinike in Albania (foto UniBo)

Phoinike si trova a circa 8 km all’interno della città moderna di Saranda, posta sulla costa ionica meridionale dell’Albania, a circa 20 km dal confine con la Grecia. Il territorio, appartenente all’antica Caonia e in età ellenistica parte del regno d’Epiro, è ricco di emergenze storiche, dall’antichità classica a quella bizantina, in un paesaggio ancora intatto e caratterizzato, poco più a sud, dal lago interno di Vivari, sul quale sorgeva l’antica Butrinto. Le numerose testimonianze delle fonti antiche (Polibio, Strabone, Livio, Tolomeo, e poi Procopio e Ierocle) indicano la particolare ricchezza della città soprattutto in età ellenistica, fra III e II sec. a.C., quando è noto il suo primato nella lega epirota. Sostanzialmente in buoni rapporti con la Repubblica romana (probabilmente non partecipò all’appoggio dato da alcune città della regione a Filippo V di Macedonia al tempo dello scontro con Roma), Phoinike vide nel 205 a.C. sottoscrivere entro le sue mura il trattato che pose fine alla Prima Guerra Macedonica, noto appunto come “Pace di Fenice”. La sua prosperità dovette continuare nell’età imperiale, per la quale la documentazione archeologica in questi primi due anni di lavoro è stata notevolmente accresciuta. Con l’età bizantina la città continuò la sua vita per circa dieci secoli, con un interesse particolare, documentato da Procopio, da parte di Giustiniano, che vi promosse interventi urbanistici. La dominazione turca, per la quale Ugolini rinvenne tracce archeologiche di una conquista violenta, pose fine all’antica storia della città, relegata in seguito a un modesto villaggio alle falde della collina dell’acropoli, Finiq, tuttora esistente.

Foto di gruppo della missione acheologica italiana in Albania all’inizio del Novecento (foto UniBo)

I risultati delle ricerche di Luigi Ugolini furono prontamente affidati a una corposa monografia edita nel 1932, che ancora costituisce un’opera di grande importanza per l’archeologia della città. La poderosa cinta muraria, a cui si interessò a fondo Ugolini e la cui cronologia venne allora fissata, nelle sue varie fasi, fra V e II sec. a.C., è certamente ancora da indagare per definirne estensione e periodi, come hanno indicato anche più recenti studi di archeologi albanesi. Le mura circondano la sommità e parte delle falde di una lunga e stretta collina che si innalza di 272 m sulla pianura circostante e ha una lunghezza alla base di circa 3 km, per una larghezza, sempre alla base, di 600 m circa. La città romana e bizantina si estende anche nelle parti più basse del monte, dove poi sorse il villaggio moderno. Ugolini e poi scavi più recenti (dal 2000) hanno identificato le necropoli greche e romane, alle falde del monte; qui le ricerche sono state intensificate, anche perché purtroppo l’area è soggetta a devastanti scavi clandestini (che hanno riguardato anche qualche punto dell’acropoli).

Novità a “Classe al chiaro di luna 2019”: al mercoledì, al museo Classis, le ultime scoperte delle missioni archeologiche all’estero dell’università di Bologna. Si inizia con l’Uzbekistan: Samarcanda e la via della Seta

Il manifesto delle manifestazioni “Classis al chiaro di luna”

L’archeologo Simone Mantellini

È la novità 2019 della rassegna “Classe al chiaro di luna”: sono le conferenze a tema a cura dei professori dell’università di Bologna che, nelle sere del mercoledì, dal 3 al 31 luglio 2019, alle 21, nella sala conferenze del museo Classis, illustreranno le ultime scoperte delle missioni archeologiche all’estero. Si inizia appunto mercoledì 3 luglio con Simone Mantellini che illustra “Samarcanda e la via della Seta nelle ricerche dell’Università degli studi di Bologna”. Si proseguirà con Albania, Egitto, Turchia e Iraq. L’iniziativa, organizzata in collaborazione con l’Ordine della Casa Matha, è ad ingresso libero. Tutte le conferenze, alle 20.15, sono precedute da una visita guidata al museo Classis Ravenna. Tariffa: 5 euro per l’ingresso e la visita guidata (info 0544473717).

Una suggestiva immagine di Samarcanda con i suoi famosi monumenti di età Timuride

Il nome Samarcanda – si legge sul sito dell’università di Bologna – è forse uno dei più evocativi di tutto l’Oriente, tanto grande è stata in Occidente la fama di questa città nei secoli scorsi. Alla base di questo glorioso passato sono senza dubbio gli splendidi monumenti dell’età Timuride, che ancora oggi, pur se pesantemente restaurati, stupiscono per lo splendore dell’architettura e delle sue decorazioni, e rappresentano la principale attrazione dei turisti provenienti da tutto il mondo. Poco, o nulla, si sa invece della Maracanda di Alessandro Magno, una delle città più importanti e più affascinanti dell’intera Asia Centrale, meglio conosciuta come Afrasiab dal nome del famoso eroe dell’epos iranico, e che oggi si presenta come un’enorme distesa di argilla cruda di oltre 200 ha a Nord-Est dell’attuale centro urbano. Questo luogo è stato per secoli il cuore pulsante degli scambi commerciali tra Oriente ed Occidente, sopravvivendo alla conquista araba dell’VIII secolo ma non a quella, ben più devastante, delle truppe mongole di Gengis Khan nel 1220.

Lo scavo archeologico della missione italo-uzbeka a Samarcanda (foto Unibo)

Uzbekista, missione a Samarcanda: elaborazioni digitali della necropoli a tumuli di Boyssartepa (I sec. a.C. – I sec. d.C.) con il muro perimetrale del villaggio ellenistico (foto Unibo)

La possibilità di conoscere più a fondo il passato di Samarcanda è aumentata notevolmente nell’ultimo decennio grazie alle ricerche avviate dall’università di Bologna e dall’IsIAO di Roma in collaborazione con l’Istituto di Archeologia dell’Accademia delle Scienze dell’Uzbekistan. Partendo dal concetto che non esiste una città senza il proprio territorio, l’obiettivo principale del progetto è quello di studiare la storia di Samarcanda attraverso le molteplici relazioni che legano il grande centro economico, politico e militare con il suo entroterra. Famosa fin dall’antichità come crocevia dei commerci tra l’Asia e il Mediterraneo, la reale ricchezza di Samarcanda era, ed è tuttora, l’agricoltura: le condizioni climatiche continentali, l’abbondanza di acqua e il suolo fertile rendono infatti quest’area una delle più produttive dell’Asia Centrale e di tutto il mondo antico. Lo sviluppo dell’agricoltura nelle pianure alluvionali lungo il medio corso dello Zeravshan e l’allevamento nella steppa circostante creano una base economica e sociale che ha nei bazar della città e dei villaggi sparsi nel territorio il comune denominatore e punto d’incontro tra il mondo degli agricoltori sedentari della pianura e quello dei nomadi allevatori della steppa. Grazie all’impiego delle moderne tecnologie e all’approccio multidisciplinare che agli archeologi affianca altri specialisti quali geologi, agronomi, ingegneri e storici, è ora possibile comprendere meglio le dinamiche insediamentali e le trasformazioni avvenute nel corso dei secoli nell’oasi di Samarcanda. Le ricerche sono state condotte su due distinti livelli. Da una parte, le ricognizioni territoriali finalizzate allo studio dell’interazione storica tra uomo e ambiente; dall’altra, lo studio dettagliato di alcuni siti-chiave, peculiari per posizione geografica e/o pertinenza storico-culturale.

Uzbekistan, missione a Samarcanda: i resti dell’archivio amministrativo altomedievale (V-VIII sec. d.C.) di Kafir Kala (foto Unibo)

Nel corso delle indagini sono stati censiti oltre mille siti archeologi, la maggior parte dei quali databili ai periodi Kushana (II secolo a.C. – II secolo d.C.) e Sogdiano-Altomedievale (V-VIII secolo d.C.). L’incredibile sviluppo che caratterizza l’oasi di Samarcanda in questo periodo è spiegabile non solo con i fruttuosi commerci lungo la Via della Seta ma, soprattutto, con l’intenso sfruttamento agricolo di questo territorio, reso possibile da una fitta rete di canali per l’irrigazione e da una serie di opere idrauliche che hanno permesso di convertire la steppa in un’area dall’elevato potenziale agricolo. Nella parte meridionale dell’oasi, il sistema era basato sul Dargom, un canale di oltre 100 km che le recenti indagini geologiche, combinate allo studio dei principali insediamenti distribuiti lungo il canale stesso, attribuiscono proprio al periodo Kushana, facendo supporre che, già intorno al I secolo a.C., gran parte dell’entroterra di Samarcanda fosse coltivato in maniera estensiva e con diverse colture, da quelle cerealicole (pianura) a quelle frutticole (pedemontana) e orticole (in prossimità delle abitazioni e dei villaggi). La maggior parte delle scoperte si riferiscono alla storia del popolamento agricolo del territorio, che ha lasciato tracce sia negli insediamenti in argilla cruda (altresì noti come tepa) sopraelevati rispetto al naturale piano di campagna, sia nella rete di canali che, ancora oggi dopo oltre 2000 anni, garantiscono l’approvvigionamento idrico della città e del suo territorio. Lo stesso non si può dire per le testimonianze degli allevatori delle steppe. Caratterizzati da uno stile di vita semi-nomadico e dall’impiego di materiale altamente deperibile (come il legno e i tessuti per la costruzione delle yurte), archeologicamente le tracce degli allevatori sono riscontrabili solo nelle sepolture a tumulo (kurgan) che occupano l’intera fascia pedemontana del massiccio del Karatyube, in posizioni strategiche per controllare e marcare le zone di pascolo nella steppa sottostante.

Ipotesi di tracciato della Via della Seta (fonte Esploranda)

In base alla localizzazione dei siti e alla divisione cronologica degli stessi, è possibile ipotizzare che vi fossero due principali rotte locali della Via della Seta che collegavano il medio Zeravshan con la valle del Kashkadarya a sud. La prima, probabilmente già attiva in epoca Achemenide (VI-IV secolo a.C.), era più lunga perché aggirava il massiccio del Karatyube e percorreva quella che ora è la steppa a sud di Samarcanda, passando da centri come Jam, Sazagan e Koytepa. La seconda, di epoca Altomedievale, era più diretta ma anche più difficoltosa perché attraversava il Karatyube dal passo di Amankutan (1800 m slm) e giungeva a Samarcanda dopo aver attraversato il Dargom all’altezza di Kafir Kala.

Pronto il calendario del ciclo di incontri “…comunicare l’archeologia…” del gruppo archeologico bolognese: dalla grotta di Fumane agli scavi in Oman a un report sull’Antico Egitto, dal museo Classis alla villa dei mosaici di Spello, dal Lupus Italicus ai Pelasgi

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Nove incontri per “…comunicare l’archeologia…”: è quanto si propone il Gruppo archeologico bolognese con il tradizionale ciclo di conferenze del primo semestre 2019 che spazierà dall’arte paleolitica alla paleontologia, dai nuovi musei archeologici ai risultati delle missioni archeologiche in Oman, dai collegamenti transappenninici ai segreti dei pelasgi, prevedendo anche per questa primavera escursioni con visite guidate a grandi mostre archeologiche in collaborazione con Insolita Itinera – Viaggi nella storia e nel paesaggio. Il Gruppo archeologico bolognese, costituito nel 1991, aderisce – lo ricordiamo – ai Gruppi Archeologici d’Italia, in collaborazione con i quali sono promosse campagne di ricerca, scavi e ricognizioni d’interesse nazionale, alle quali è dedicata soprattutto la stagione estiva, in collaborazione con le competenti Soprintendenze Archeologiche. Da anni il Gabo collabora con il museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto, il museo della Preistoria “Luigi Donini” di San Lazzaro di Savena e il museo della Civiltà Villanoviana (Muv) di Castenaso (Bo). Tutti gli incontri si tengono il martedì alle 21 al centro sociale “G. Costa”, in via Azzo Gardino 48 a Bologna.

Classis Ravenna, il nuovo museo della Città e del Territorio, aperto nell’ex Zuccherificio

Lo “sciamano” dalla Grotta di Fumane

Si inizia martedì 12 febbraio 2019, con il prof. Giuseppe Sassatelli, già professore ordinario di Etruscologia e Antichità Italiche all’università di Bologna, come presidente di RavennAntica presenta il nuovo gioiello gestito dalla Fondazione: “Classis-Ravenna: Museo della città e del territorio. Un itinerario archeologico per raccontare la storia” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/11/30/lattesa-e-finita-sabato-1-dicembre-classis-ravenna-museo-della-citta-e-del-terrirorio-scrigno-della-memoria-del-territorio-apre-le-porte-nellex-zuccherificio-impo/). E pochi giorni dopo, sabato 16 febbraio 2019, il Gabo promuove una gita a Classe alla scoperta del nuovo museo, accompagnati dall’archeologa Erika Vecchietti. Il ciclo di conferenze riprende martedì 26 febbraio 2019, con “La grotta di Fumane: sulle tracce degli antenati tra la Valpolicella e i monti Lessini” presentata dall’ archeologa Maria Longhena che sabato 13 aprile 2019 accompagnerà gli appassionati del Gabo in gita a Fumane (Vr).

Lo scavo del sito di Ras al-Hadd in Oman della missione archeologica dell’università di Bologna

Il manifesto della mostra “Annibale. Un mito mediterraneo” a Palazzo Farnese di Piacenza dal 16 dicembre 2018 al 17 marzo 2019

Quattro gli incontri in marzo. Martedì 5 marzo 2019, Gabriele Nenzioni, direttore del museo della Preistoria di San Lazzaro di Savena (Bo); Elisabetta Cilli, dei Laboratori di Antropologia Fisica e Dna Antico, dipartimento Beni Culturali dell’università di Bologna (sede di Ravenna), e Davide Palumbo, di Biosfera Itinerari Porretta Terme (Bo), ci faranno scoprire “Il lupo che venne dal freddo: dai reperti dell’ex Cava Filo l’origine del lupo italiano (Canis Lupus Italicus)”. Sabato 9 marzo 2019, viaggio a Piacenza per la mostra “Annibale. Un mito mediterraneo” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/12/11/annibale-un-mito-mediterraneo-a-piu-di-duemila-anni-dalla-disfatta-alla-trebbia-alle-porte-di-piacenza-delle-legioni-romane-ad-opera-dei-cartaginesi-annibale-torna-a-piacenza-co/) con le archeologhe Erika Vecchietti e Maria Longhena. Durante la gita soste a Vigoleno e alla chiesa abbaziale e rotonda di S. Giovanni di Vigolo Marchese. Martedì 12 marzo 2019, l’archeologa Erika Vecchietti illustrerà “La Villa dei Mosaici di Spello” che a fine mese, sabato 30 e domenica 31 marzo 2019 sarà inserita nel programma delle visite della gita a Spoleto e Spello. Martedì 19 marzo 2019, Maurizio Cattani, professore associato all’università di Bologna, docente di Preistoria e Protostoria, presenta “Nuove indagini e ricerche dagli scavi archeologici di UniBo in Oman”. Chiude gli incontri del mese, martedì 26 marzo 2019, Claudio Busi, cultore di storia, documentarista e viaggiatore, con un report di viaggio in Egitto e la proiezione del documentario “I fotografi dei faraoni”.

Mura megalitiche ad Arpino, nel Lazio

In aprile, interessato dal lungo ponte di Pasqua-25 Aprile-1° Maggio, due soli incontri: martedì 9 aprile 2019, Giuseppe Rivalta, antropologo, biospeleologo e viaggiatore, percorrerà “Le vie transapenniniche nell’antichità”. E martedì 16 aprile 2019, si affronta “La questione pelasgica. Le mura ciclopiche nel Lazio meridionale”, con l’archeologa Erika Vecchietti, che poi accompagnerà il gruppo alla scoperta del Lazio meridionale nel viaggio prevista dal 18 al 23 giugno 2019. Il ciclo “…comunicare l’archeologia…” del primo semestre 2019 chiude martedì 14 maggio, con l’archeologa Daniela Ferrari che intratterrà il pubblico su “I colori del potere”.