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“SPINA. La scrittura nel porto adriatico”: è il tema sviluppato dal progetto “Zich. Scrivere etrusco all’università di Bologna” con le iscrizioni etrusche su reperti del museo Archeologico nazionale di Ferrara

“SPINA. La scrittura nel porto adriatico” è il tema sviluppato dagli studenti del laboratorio di Epigrafia etrusca dell’università Alma Mater di Bologna studiando i reperti conservati al museo Archeologico nazionale di Ferrara con iscrizioni etrusche nel percorso multimediale “Scrittura e società nelle città dell’Etruria padana” nell’ambito del progetto “Zich. Scrivere etrusco all’università di Bologna” con la direzione del professor Andrea Gaucci. I cinque approfondimenti proposti sono articolati con grafiche e scritti disponibili anche in podcast audio. Autori: Jacopo Bellezza, Francesca Bonsanto, Jessica Ghini, Michela Martino, Lucia Scandellari (podcast https://anchor.fm/andrea-gaucci/episodes/Spina-sullAdriatico–Un-porto–molte-genti-egv51p).

Sulla copertina dello studio “Spina sull’Adriatico. Un porto, molte genti” nell’ambito del progetto Zich, il ciotolo con l’inscrizione “mi tular” (foto unibo)

Spina sull’Adriatico. Un porto, molte genti. Spina, città di fondazione etrusca degli ultimi decenni del VI secolo a.C., sviluppò sin dalla nascita una fisionomia che la distingue da tutte le altre città etrusche. La sua collocazione presso la foce del Po, a pochi chilometri dal mar Adriatico, ne favorì la funzione di scalo marittimo e lo sviluppo di una intensa attività commerciale tra il mondo greco, in particolare Atene, e quello etrusco dell’entroterra padano che aveva come fulcro Felsina. Dopo la metà del IV sec. a.C., la città diventò un polo di attrazione per gli etruschi in fuga dagli altri centri padani a seguito dell’occupazione gallica. Per far fronte alla crisi economica diventò protagonista di una nuova rete commerciale tra i porti dell’Adriatico, intraprendendo anche azioni di pirateria. Il corpus epigrafico di Spina, conosciuto come il più ampio dell’Etruria Padana, registra molte centinaia d’iscrizioni, di cui la maggior parte databile all’ultima fase di vita della città. La scrittura segue le tendenze evolutive comuni a tutta l’Etruria. Le iscrizioni sono tutte graffite su vasi e riportano perlopiù nomi di persona, ad eccezione di una realizzata su un ciottolo di pietra, recante il testo “mi tular” (cioè “io sono il confine”). Questo documento viene considerato di notevole importanza poiché documenta il rituale di fondazione etrusco della città e l’organizzazione dello spazio urbano. Nella fase antica, un significativo numero di iscrizioni attesta la presenza di Greci, attirati a Spina dalle prospettive di commercio con gli Etruschi della pianura padana. La definizione di polis hellenis data dagli scrittori antichi a questa città e anche altre evidenze archeologiche sono riprova di questa radicata presenza. Se nella fase più antica la maggior parte delle iscrizioni etrusche provengono dall’abitato, dopo il IV sec. a.C. aumentano considerevolmente le iscrizioni da necropoli, segno di pratiche rituali che coinvolgevano maggiormente la scrittura. I testi mostrano la diffusa etruschizzazione di nomi italici e greci, a dimostrazione della natura di porto della città ancora nei decenni anteriori alla sua fine, databile prima del 200 a.C.

Ciotola a vernice nera con iscrizione dalla Tomba 1057 della necropoli di Valle Trebba di Spina conservata nel museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto archeofe)
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Grafica dell’iscrizione sulla ciotola dalla Tomba 1057 della necropoli Valle Trebba di Spina (foto unibo)

Una famiglia molto antica. Il testo esprime solo un nome maschile, nel quale il suffisso –nalo denota chiaramente come un gentilizio. Questo appartiene all’importante famiglia dei Per(e)kena/Perkna, nota dal VII sec a. C. fino all’età romana. Originaria della zona della Valdelsa (la più antica attestazione risale al VII sec a.C.), e da lì diffusasi verso Chiusi e Cortona, arrivò ad insediarsi a Marzabotto, nella prima metà del V sec a.C., e poi a Spina, dove è documentata nel IV e III sec. a.C. A dimostrazione del profondo radicamento della famiglia nel territorio, abbiamo numerose attestazioni del termine Perkna dalle iscrizioni rinvenute nelle aree funerarie di Valle Trebba e di Valle Pega a Spina, in gruppi di tombe che dimostrano la scelta di un medesimo spazio sepolcrale da parte degli stessi membri, cioè veri e propri recinti. I ricchi corredi sembrano appartenere ad individui di una élite sociale coesa, che si autorappresenta attraverso rituali comunitari di consumo del vino, testimoniati dal numeroso vasellame deposto assieme al defunto. È assai probabile quindi che si trattasse di un’influente famiglia all’interno del panorama socio-politico della città, in quanto la frequenza di rinvenimento di iscrizioni che fanno riferimento a questo gentilizio rimarca l’appartenenza a questa gens del defunto o di chi offriva il dono funebre.

Piattello a vernice nera con iscrizione dalla Tomba 623 della necropoli di Valle Trebba di Spina, conservato nel museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto archeofe)
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Grafica dell’iscrizione sul piattello dalla Tomba 623 della necropoli Valle Trebba di Spina (foto unibo)

Un etrusco dalle radici greche. L’iscrizione è stata rinvenuta nel corredo della Tomba 623 nella Necropoli di Valle Trebba sul piede di un piatto in argilla databile attorno al 300 a.C. Si tratta di una formula di possesso, che permetteva al proprietario di rimarcare la proprietà dell’oggetto. È possibile tradurre come “io (sono) di Venu Platunalu”, dove al pronome personale mi, tradotto “io”, segue il prenome maschile Venu e infine il gentilizio Platunalu. Venu, il nome proprio dell’uomo, è attestato in Etruria settentrionale, a Bologna già dal periodo orientalizzante, e poi ad Adria e nella stessa Spina diffuso in periodo ellenistico. Il gentilizio Platunalu non ha altre attestazioni ed è formato con il suffisso di ambito padano –alu. In esso si riconosce una formazione dal nome greco Πλάτων, che registra la storia di un Greco, immigrato in Etruria padana e integrato in una delle comunità etrusche con un atto formale che prevedeva l’assegnazione di un gentilizio. Il nome di famiglia è estraneo al sistema onomastico greco, che perciò in questi casi veniva costruito ex novo. È incerto se la cittadinanza fosse stata acquisita proprio da Venu Platunaluo da un suo antenato, ma si può dire che il personaggio fosse pienamente integrato nella compagine civica di Spina. Questa iscrizione è un’ulteriore prova del traffico di genti e di prodotti caratteristico della città, tanto che, a volte, c’era chi, per ragioni commerciali, politiche o sociali, rimaneva a vivere fino ad essere pienamente integrato.

Piatto in argilla grigia con iscrizione da contesto domestico di Spina distrutto da un incendio conservato nel museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto archeofe)
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Grafica dell’iscrizione sul piatto da contesto domestico di Spina (foto unibo)

Una donna etrusca dalle radici greche. Un caso unico nel contesto dell’abitato di Spina è quello di un gruppo di iscrizioni apposte su un intero servizio di vasi di tipo diverso (sei piatti e dodici ciotole), rinvenute all’interno di una casa distrutta da un incendio avvenuto nel IV sec a.C. Le iscrizioni contengono la medesima formula onomastica, formata da un prenome e un gentilizio con desinenza –i  che identifica Tata Kephlei come una donna. La struttura onomastica è chiaramente etrusca, anche se il nome di famiglia, a tutt’oggi privo di riscontri, tradisce un’origine greca. Anche il nome proprio Tata è attestato fino ad ora solo a Spina. Nei corredi rinvenuti all’interno delle tombe delle aree funerarie della città questo si caratterizza per identificarsi in alcuni casi come femminile in altri come maschile. Questa eccezionale condizione e la distribuzione dei gentilizi derivati da esso, come l’orvietano Tatana, ha portato ad ipotizzare che Tata sia stato acquisito da un ambiente linguistico non etrusco. Non a caso, le attestazioni dei gentilizi si contano fin dal periodo arcaico ad Orvieto, a Perugia e in Campania, città e luoghi con fortissime interazioni tra popolazioni e lingue diverse. Le iscrizioni di Tata Kephlei dunque, ci ricordano una cittadina di Spina di origine greca, che marcò con il suo nome un intero set da mensa.

Askòs con duplice iscrizione dalla Tomba 1026 della necropoli di Valle Trebba di Spina, conservato al museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto archeofe)
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Grafica delle due iscrizioni sull’askos dalla Tomba 1026 della necropoli Valle Trebba di Spina (foto unibo)

Scrivere in etrusco o scrivere in greco? Il nome Herine è usato come gentilizio a Chiusi e in altre città dell’Etruria settentrionale. È probabile che questo trovi la sua origine nel mondo italico, diffondendosi poi in Etruria. Riguardo a Spina, si hanno due testimonianze di questo nome, entrambe su un askos all’interno della Tomba 1026 della Necropoli di Valle Trebba di IV sec a.C. La prima iscrizione, “mi herineś”, è stata rinvenuta sul corpo del vaso, al di sotto dell’ansa, mentre la seconda, “herines”, sul piede. Nel primo caso il possesso è indicato attraverso l’espediente dell’oggetto parlante: il pronome “mi” ha funzione di soggetto (“io”), ed è proprio il vaso stesso che si definisce come proprietà di “Herine”, il cui nome è declinato al genitivo. Nella seconda iscrizione invece abbiamo il solo genitivo che può essere tradotto come “di Herine”. È interessante notare che, sebbene le due iscrizioni riportino lo stesso nome, la prima è scritta le caratteristiche scrittorie tipiche di Spina, mentre la seconda sembra presentare alcune lettere di aspetto greco come in particolare il sigma finale a quattro tratti , suggerendo la competenza di più scritture e forse lingue di chi l’ha realizzato. Sempre nella seconda iscrizione, l’ acca a cerchiello tagliato esplicita la ricezione di una riforma grafica elaborata a Spina e influenzata dalla città greca di Taranto, a dimostrazione dello stretto legame culturale tra questi mondi nella fase tarda della città.

Toscana. Il 27 agosto dichiarato Giornata degli Etruschi che apre le “Celebrazioni etrusche”. Eventi in 20 Comuni. A Firenze mostra dei tesori inediti dell’antico santuario etrusco di Poggio Colla in Mugello. Convegno a Chiusi sulla collezione Paolozzi, nucleo del museo nazionale Etrusco di Chiusi

La bolla papale del 27 agosto 1569 con la quale Papa Pio V assegnava a Cosimo de Medici il titolo di Granduca di Toscana

La bolla papale del 27 agosto 1569 con la quale Papa Pio V assegnava a Cosimo de Medici il titolo di Granduca di Toscana

Eugenio Giani, presidente del Consiglio regionale della Toscana

Eugenio Giani, presidente del Consiglio regionale della Toscana

Il 27 agosto 1569 Pio V concesse con bolla papale il titolo di Granduca di Toscana, “Magnus Dux Etruriae”, per Cosimo dei Medici, ossia “la legittimazione storica di quella che era stata la terra degli Etruschi e che possiamo considerare la Toscana moderna”, come ha proclamato il presidente del Consiglio regionale della Toscana, Eugenio Ciani, nell’annunciare che quest’anno, 2016, il 27 agosto viene istituita la Giornata degli Etruschi che apre le Celebrazioni Etrusche, iniziativa dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale, per celebrare l’origine etrusca del territorio toscano, anche attraverso il sostegno a iniziative tematiche promosse dagli enti locali e da musei civici della Toscana, con un ricco programma che coinvolge venti Comuni (vedi http://www.consiglio.regione.toscana.it/upload/COCCOINA/documenti/ETRUSCHI%20Le%20Celebrazioni%20nei%20Comuni(1).pdf). “Il giorno della bolla papale sarà il riconoscimento che ogni anno riserveremo ai nostri progenitori, gli Etruschi, un popolo che ha vissuto un vasto territorio italiano passando dal Lazio all’Umbria, traversando gli Appennini, nella Pianura Padana fino al Golfo di Napoli”, sottolinea Giani. “Un popolo che ha avuto un’influenza determinante e che per mille anni ha in qualche modo dominato prima di essere progressivamente assorbito dai romani. Finora abbiamo fatto meno di quanto dovremmo per valorizzare i nostri progenitori, coloro che mille anni prima di Cristo già indicavano la strada per estrarre i metalli e arrivare all’età del Ferro. Erano il popolo più evoluto in Italia e in generale in questa parte di Europa mediterranea. Cercheremo di fare molto di più con iniziative, manifestazioni, illustrazioni di scoperte che sono sempre più frequenti”.

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Sabato 27 agosto 2016 è dunque dichiarata ufficialmente Giornata degli Etruschi. Articolato il programma. Alle 12, consegna della pergamena di riconoscimento alle città che, in periodi diversi ma in Toscana, hanno fatto parte della dodecapoli, ovvero della lega delle principali città Etrusche: tra queste, Arezzo, Volterra, Cortona, Chiusi, Fiesole, Vetulonia (Castiglione della Pescaia), Populonia (Piombino), Grosseto. Poi consegna di uno speciale riconoscimento ad Andrea Pessina della soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato (“Ha fatto tanto per la Toscana”, assicura Giani). Nel pomeriggio, alle 17, a palazzo Panciatichi, in via Cavour 2 a Firenze, sede del Consiglio regionale della Toscana, si inaugura la mostra “Scrittura e culto a Poggio Colla: un santuario etrusco nel Mugello” (27 agosto – 31 dicembre 2016) che per la prima volta mostra reperti inediti rinvenuti nel sito di Poggio Colla, presso Vicchio del Mugello in provincia di Firenze, dove ancora sono in corso gli scavi, reperti archeologici di inestimabile importanza non solo per la conoscenza del territorio, ma anche per lo studio della lingua etrusca. La mostra sul sito etrusco di Poggio Colla è promossa in collaborazione tra Consiglio regionale, soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato e il concessionario di ricerca e scavo, Mugello Valley Archeological Project (Mvap). Il progetto scientifico, elaborato da soprintendenza e MVAP, è seguito dal professor Gregory Warden della Franklin University Switzerland e dall’archeologo Susanna Sarti della soprintendenza. “Siamo consapevoli”, continua Giani, “che degli Etruschi conosciamo ancora molto poco. Ogni giorno arriva notizia di un nuovo rinvenimento, emerge una loro tavola che ci porta a conoscerne meglio la scrittura. È il caso del complesso di Vicchio, dove è stata recentemente scoperta una stele che qualcuno ha paragonato a quella di Rosetta. Non sappiamo se questo sia vero o meno ma sappiamo che i reperti di Poggio Colla sono importanti e per la prima volta pezzi inediti saranno in Consiglio regionale”.

La stele rinvenuta nel sito etrusco del VII-VI sec. a.C. con un'iscrizione in etrusco

La stele rinvenuta nel sito etrusco del VII-VI sec. a.C. con un’iscrizione in etrusco

La mostra mira a fare luce sul periodo più antico del santuario etrusco di Poggio Colla, dove – come ricorda Giani – di recente è stata scoperta una stele arcaica in arenaria con caratteri etruschi iscritti. Il ritrovamento è di grande rilevanza perché non solo permette “di comprendere la natura del sito etrusco nel VII-VI secolo a.C.”, come si legge nel progetto scientifico della mostra, “ma accresce la conoscenza della lingua e la scrittura etrusca. Il fatto che la stele fosse collocata nelle fondazioni del podio del monumentale tempio tuscanico costruito intorno al 490, 480 a.C. suggerisce che il santuario di Poggio Colla fosse importante già nella fase più antica, ipotesi confermata da altri preziosi ritrovamenti che vengono qui per la prima volta esposti al pubblico”. Della stele, ancora in fase di studio e restauro, è esposto un ologramma. Il manufatto, che contiene la più lunga iscrizione lapidea conosciuta sino a oggi, è eccezionale per la lunghezza dell’iscrizione, la sua antichità e il suo contesto, ma anche perché non è un oggetto di carattere funerario. Il testo fa infatti riferimento a divinità etrusche e in particolare ricorda il “luogo di Uni”, la più importante divinità femminile degli etruschi, paragonabile alla Giunone dei Romani o alla greca Era. La possibilità che il culto di Uni esistesse a Poggio Colla è testimoniata dal ritrovamento di un frammento di bucchero che, assicurano gli etruscologi, “ha restituito la più antica rappresentazione di parto conosciuta nell’arte europea”, verosimilmente un parto sacro. Altro materiale ritrovato testimonia la ricchezza di attività culturali e rituali tra il VII e il V sec. a.C. Così una raffinata produzione di bucchero decorato, vasi che possono essere associati al banchetto e che testimoniano la presenza di ricche élite già prima della costruzione del tempio monumentale. Sono esposte anche quattro figure in bronzo che sono parte di contesti rituali connessi sia con la fondazione che con la distruzione del tempio. Una figura arcaica mostra tracce di fuoco e abrasioni, probabilmente dovute ad azioni rituali: era parte, spiega il comitato scientifico, di una stipe che doveva contenere più di 400 oggetti e frammenti di bronzo. Una eccezionale testa arcaica in bronzo, probabilmente raffigurante una divinità, ha caratteri grecizzanti e indica la qualità delle importazioni nel santuario. Infine, una base di arenaria di forma piramidale, iscritta con il nome di chi, appartenente alla élite etrusca di Poggio Colla, l’aveva dedicata. Essa attesta, come la stele, l’importanza della parola scritta in una fase molto antica del santuario di Poggio Colla.

Il canopo di Dolciano uno dei tesori conservati al museo nazionale Etrusco di Chiusi

Il canopo di Dolciano uno dei tesori conservati al museo nazionale Etrusco di Chiusi

Da Firenze a Chiusi per un altro importante appuntamento nell’ambito del ricco programma delle Celebrazioni etrusche. Domenica 28 agosto 2016 al teatro Mascagni di Chiusi è in programma il convegno “Il patrimonio archeologico etrusco a Chiusi”, dedicato principalmente alla collezione Paolozzi, che costituisce un nucleo importante delle collezioni del museo nazionale Etrusco di Chiusi, e vuole essere propedeutico alla pubblicazione integrale della raccolta. Infatti, anche se la figura di Giovanni Paolozzi è stata già oggetto di diversi contributi e alcuni dei materiali della collezione sono stati ben studiati, manca ancora una ricerca di insieme che renda conto del valore quantitativo e qualitativo della raccolta e presenti al contempo, oltre alla famiglia Paolozzi, documenti e donazioni che l’hanno accompagnata, quali ad esempio il busto in marmo che raffigura il collezionista, opera, nel 1873, di Vincenzo Consani, ceduto nel 1907 al museo chiusino. Intenso il programma della Giornata che prevede anche laboratori didattici per i più piccoli al museo nazionale Etrusco di Chiusi e la visita guidata ai musei cittadini e alla necropoli di Poggio Renzo. La mattinata alle 10.30 apre con i saluti del presidente del Consiglio regionale della Toscana, Eugenio Giani, e del sindaco di Chiusi, Juri Bettolini. Seguono gli interventi di Giulio Paolucci (Giovanni Paolozzi e il patrimonio Archeologico di Chiusi”), Maria Angela Turchetti (“I materiali della Collezione Paolozzi nel museo nazionale Etrusco di Chiusi), Mattia Bischeri (“I materiali della collezione Paolozzi di provenienza visentina”), Alessandra Minetti (“La Tomba della Pania”), Giuseppe Venturini (“Il Cinerario Paolozzi: note tecniche di restauro”). Nel pomeriggio dalle 15, visite guidate al museo civico “La Città Sotterranea”, al museo della Cattedrale – Labirinto di Porsenna, al museo nazionale Etrusco di Chiusi, alla Necropoli di Poggio Renzo. Grazie a questo convegno si pone all’attenzione del pubblico una delle collezioni archeologiche più importanti del territorio chiusino formatasi grazie alla famiglia Paolozzi e soprattutto grazie alle ricerche e acquisizioni di Giovanni Paolozzi che per lascito testamentario ha donato, nel 1907, la parte più cospicua della sua ingente raccolta all’allora museo civico, dal 1962 museo nazionale Etrusco di Chiusi. La collezione – ricorda la soprintendenza Archeologia della Toscana – annovera al suo interno reperti di eccezione quali il Cinerario Paolozzi, il Canopo di Dolciano, le sculture del monumento fatto costruire dalla gens Allia e il mosaico tardo-repubblicano di Monte Venere. L’acquisizione, nel 1876, della Collezione Terrosi permise a Giovanni Paolozzi di entrare in possesso, fra l’altro, del corredo della Tomba della Pania che rappresenta ad oggi il più completo esempio della sepoltura di un princeps chiusino della seconda metà del VII sec. a.C., nota per la pregevole pisside in avorio, (parzialmente riprodotta in locandina) appartenuta ad uno degli individui sepolti nell’ipogeo ed oggi conservata al museo Archeologico nazionale di Firenze.

“Seduzione etrusca”: a Cortona i tesori del British Museum. In mostra 40 capolavori in prestito da Londra per la prima volta

A Palazzo Casali di Cortona è aperta la mostra "Seduzione etrusca" fino al 31 luglio

A Palazzo Casali di Cortona è aperta la mostra “Seduzione etrusca” fino al 31 luglio

La passione per l’antico e per gli Etruschi nel mondo anglosassone e la moda del Grand Tour; un giovane rampollo dell’aristocrazia inglese Lord Thomas Coke, appassionato di Tito Livio, costruttore di Holkham Hall e dal 1744 primo conte di Leicester; il manoscritto Dempster scritto in latino quasi un secolo prima e rinvenuto fortuitamente presso un antiquario fiorentino nel 1719; la corte dei Medici impegnata a rinnovare il mito delle sue origini; le prime campagne di scavo e l’eco delle grandi scoperte etrusche; un’impresa editoriale durata sette anni e la figura di Filippo Buonarroti, erudito, archeologo dilettante, collezionista e ministro ducale: nasce in questo clima effervescente l’etruscologia, lo studio e la moda per gli Etruschi che infiamma l’Europa a partire dal XVIII secolo; con i loro misteri, la loro arte, i tesori ancora nascosti nelle viscere della terra, nel cuore dell’Italia. A Cortona, fino al 31 luglio, a Palazzo Casali, sede del Maec, la mostra-evento “Seduzione etrusca. Dai segreti di Holkham Hall alle meraviglie del British Museum” ricostruisce proprio la nascita dell’etruscologia moderna nel XVIII secolo e la passione degli anglosassoni e dell’Europa per gli Etruschi attraverso dipinti, disegni, reperti archeologici, documenti e oggetti: prestiti eccezionali per la prima volta in Italia dal British Museum e dalla residenza di Holkham Hall e i più noti capolavori etruschi accostati ai disegni originali del “De Etruria Regali”.

Uno dei disegni originali del "De Etruria Regali" ritrovato in un corridoio d'attico di Holkham Hall

Uno dei disegni originali del “De Etruria Regali” ritrovato in un corridoio d’attico di Holkham Hall

La miccia che farà esplodere la “passione per gli Etruschi” – come racconta la mostra cortonese nel suo percorso espositivo – è la pubblicazione a Firenze, finanziata proprio da Lord Coke, del “De Etruria Regali libri VII” di Thomas Dempster. Siamo nel 1726 e sarà il primo libro a stampa completato da un corredo iconografico delle principali opere etrusche in Italia. A Cortona, l’anno successivo la pubblicazione del “De Etruria Regali” nasce, sull’onda dell’interesse esploso, la prima Accademia di studi etruschi in Europa – l’Accademia Etrusca di Cortona – alla quale si iscriveranno i maggiori intellettuali del tempo, da Montesquieu a Voltaire, e moltissimi inglesi. Quasi 300 anni più tardi, il ritrovamento dei disegni originali e delle lastre di rame incise per il volume – in un corridoio d’attico di Holkham Hall, straordinaria residenza fatta erigere in Norfolk dal conte di Leicester – e la recentissima scoperta di nuovi documenti sulla pubblicazione del “De Etruria”, hanno fornito l’occasione di questa mostra storica e forse irripetibile. Un’esposizione che a Cortona – e la scelta, si capisce, non è stata casuale – rievoca quel clima, ripercorre e svela l’avventura di un uomo e la sua passione, descrive i legami tra il mondo anglosassone e l’Italia tra Sette e Ottocento, indaga la seduzione degli Etruschi in Gran Bretagna e il gusto all’etrusca, mostra per la prima volta al pubblico alcuni “capolavori simbolo” di quell’antico popolo. E a Cortona, una politica attenta di scavi, ricerche, restauri e musealizzazione, perseguita con tenacia negli ultimi vent’anni, ha portato oggi ad avere un sistema archeologico a ciclo completo – Parco, gabinetto di restauro, Museo – assolutamente all’avanguardia.

Il suggestivo allestimento della mostra "Seduzione etrusca" a Cortona

Il suggestivo allestimento della mostra “Seduzione etrusca” a Cortona

E veniamo alla mostra. “Seduzione etrusca”, curata da Paolo Bruschetti, Bruno Gialluca, Paolo Giulierini, Suzanne Reynolds e Judith Swaddling, è promossa dal museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona (Maec), dal British Museum e da Holkham Hall, con il sostegno della Regione Toscana e la collaborazione di tanti musei italiani che hanno prestato opere uniche e, in particolare, della soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. La mostra è accompagnata da un catalogo di grande respiro (edito da Skira), che costituirà una pietra miliare negli studi in questo campo per i tanti documenti inediti proposti. A Palazzo Casali di Cortona sono esposte 150 opere che rievocano la passione per gli Etruschi, descrivono i legami tra il mondo anglosassone e l’Italia tra Sette e Ottocento, indagano la seduzione degli Etruschi in Gran Bretagna e il gusto all’etrusca, presentando per la prima volta al pubblico alcuni capolavori simbolo di quell’antico popolo: come l’Arringatore e il Putto Graziani e le meraviglie etrusche confluite nelle raccolte del British Museum di Londra in tre secoli di collezionismo, contese e acquisizioni. È un nucleo di oltre 40 opere prestate dal grande museo londinese per la prima volta al mondo, in questa eccezionale occasione.

Gorgone da Chiusi (VI secolo a.C.) oggi al British Museum: in prestito a Cortona

Gorgone da Chiusi (VI secolo a.C.) oggi al British Museum: in prestito a Cortona

“La mostra Seduzioni etrusche. Dai segreti di Holkham Hall alle meraviglie del British Museum”, spiegano Paolo Bruschetti, Paolo Giulierini, Andrea Mandara e Francesca Pavese, che hanno curato l’allestimento, “lega in modo ancora più stretto rispetto alle grandi esposizioni degli anni passati la manifestazione espositiva al MAEC-Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona. Infatti, per una precisa scelta culturale degli organizzatori, si è voluto allestire la mostra non solo nelle sale normalmente destinate ad accogliere mostre temporanee, ma nelle stesse sale del Museo, in molti casi proprio nelle vetrine che normalmente ospitano la raccolta permanente. Tale scelta è stata dettata in particolare dalla natura stessa dell’esposizione: un viaggio nel tempo alla scoperta di influenze italiche sulla cultura britannica percorrendo le strade del collezionismo settecentesco”. E così nella prima sezione della mostra sono presentati gli esiti del grand tour condotto da Thomas Coke, giovane rappresentante dell’aristocrazia britannica verso la terra d’Italia, come era d’uso nel Settecento per completare l’educazione umanistica giovanile. “Fu lui poi a dare inizio alla costruzione della propria residenza inglese Holkham Hall e a porre le basi delle ricche collezioni d’arte ancora oggi in quelle sale conservate e alcune delle quali in quest’occasione concesse in mostra a Cortona. Durante quel soggiorno il giovane Coke acquistò a Firenze il manoscritto del De Etruria Regali, che dopo alterne vicende fu dato alle stampe grazie alla collaborazione con Filippo Buonarroti. Costui, grande collezionista e impegnato uomo politico, fu Lucumone perpetuo dell’Accademia Etrusca appena formata. L’edizione del volume fu quindi la premessa per una stagione di grandi studi e ricerche che portarono alla nascita della moderna disciplina etruscologica, in una fase di assoluto predominio della visione classica dell’archeologia”.

Askos a forma di Anatra da Vulci (350-325 a.C.) prestato dal British Museum a Cortona

Askos a forma di Anatra da Vulci (350-325 a.C.) prestato dal British Museum a Cortona

Nella seconda sezione della mostra sono esposti materiali di assoluto prestigio, concessi in prestito dal British Museum. A partire dall’uscita del primo libro sugli Etruschi esplode la seduzione di questo popolo antico per il mondo anglosassone, in molti campi dell’arte, dell’arredo, del collezionismo, fino alla formazione di un formidabile nucleo di materiali etruschi nel British Museum. Testimoniano tale periodo oltre 50 spettacolari reperti provenienti dal grande museo di Londra, ordinati secondo la provenienza: Prato, il lago degli idoli del Falterona, Arezzo, Lucignano, Cortona, Sarteano, Chiusi, Perugia, Orvieto, Bolsena e Vulci. Si tratta di una completa campionatura dell’arte etrusca nel campo della ceramica, oreficeria, scultura a tutto tondo, bassorilievo, bronzistica, accompagnata anche da una serie di disegni ottocenteschi relativi agli stessi materiali. “Parte della collezione etrusca del British Museum – continuano – dialoga in mostra con le collezioni etrusche raccolte a Cortona, non a caso nelle stesse sale del Museo dell’Accademia Etrusca, anche questa, istituzione culturale, che fino dall’inizio della sua attività raccolse una serie assolutamente eterogenea di oggetti, rappresentativi della cultura artistica di ogni epoca storica, bloccando così la dispersione verso musei e collezioni straniere di tutto ciò che esisteva o veniva scoperto nel territorio cortonese. Forse proprio per questo motivo sia oggi, che nelle mostre precedentemente organizzate con i maggiori musei europei al MAEC, sono pochi i materiali provenienti da Cortona, ciò non è quindi motivo di rammarico ma di orgoglio per la funzione di tutela e di arricchimento del patrimonio locale svolte nel tempo dall’Accademia Etrusca di Cortona”.

La copia della Chimera dal museo archeologico di Firenze troneggia in mostra

La copia della Chimera dal museo archeologico di Firenze troneggia in mostra

Uscendo nel cortile interno, si sale il monumentale scalone che reca al piano nobile del Palazzo e si giunge alla sala dei Mappamondi. “La mostra si articola a partire dalla sala Medicea del MAEC, nella galleria dei mappamondi, nelle sale Tommasi fino a trovare il suo culmine nella sala del Biscione, dominata dalla presenza della statua dell’Arringatore, dalla copia della Chimera e da una grande statua chiusina in pietra fetida. I materiali del museo, per accogliere quelli temporaneamente in mostra, sono solo in parte spostati, ma nella maggior parte dei casi restano al loro posto, ad indicare la vicinanza e il dialogo concettuale fra esposizione temporanea e collezione permanente”. Concludono la rassegna due vasi a testa umana di ceramica Wedgwood, fabbrica inglese che dalla metà dell’Ottocento imita quella etrusca, e una selezione di materiali dell’Accademia Etrusca, nata nel 1727, un anno dopo l’uscita del De Etruria Regali, che hanno rapporti culturali e antiquari con il mondo britannico e, in particolare, con la Società degli Antiquari di Londra: medaglie e quadri d’epoca che raffigurano accademici o lucumoni inglesi, doni librari di personaggi inglesi all’Accademia.