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“Lapilli sotto la cenere”. Con la 22.ma clip del parco archeologico di Ercolano il direttore Francesco Sirano esplora ancora il tema “Ercole a Herculaneum”: in questa terza parte scopriamo tra gli ambienti dell’Antiquarium oggetti e ornamenti che richiamano le gesta e il culto di Ercole

L’ingresso dell’Antiquarium di Ercolano dove è allestita la mostra permanente “SplendOri” (foto Graziano Tavan)

Con la 22.ma clip della serie “Lapilli sotto la cenere” il direttore del parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano esplora ancora il tema “Ercole a Herculaneum”, cioè il Mito, la leggenda e la città. In questa terza parte scopriamo tra gli ambienti dell’Antiquarium oggetti e ornamenti che richiamano le gesta e il culto di Ercole.

Sono mille i modi attraverso i quali l’eroe, che ha dato il nome alla città di Ercolano, era vicino ai suoi cittadini. “Nessuno – ricorda Sirano – si faceva mancare anche negli arredi più lussuosi un’immagine che riguardasse Ercole. Per esempio dall’area del decumano viene il piede di un tavolo in marmo africano che raffigura proprio l’eroe fondatore. Si tratta di quella che si definisce una forma ermaica, cioè una forma dove la parte inferiore in realtà è un pilastro e la parte superiore ci raffigura il busto dell’eroe in età avanzata, completamente avvolto in una tunica. Attorno alle spalle ha avvolta la pelle del leone Nemeo di cui si vede molto bene la testa. Si può notare come si sfruttano bene i colori del marmo africano, per cercare di dare anche una colorazione, animare questa visione. Molto interessante è anche la presenza, sotto la mano destra dell’eroe, di un motivo che pende, interpretato da alcuni come la rappresentazione del pomo delle Esperidi. In realtà si tratta semplicemente della pelle della zampa del leone che è appesa perché il tutto è girato intorno alle spalle. Ancora una volta – continua Sirano – una figura ermaica cioè una figura di Ercole, inserita questa volta in un pilastro di marmo e la testa invece è di bronzo, ci porta a conoscere un altro aspetto: Ercole che diventa protettore della casa, oggetto di culto. Dalla Casa di Nettuno e Anfitrite viene una piccola erma in miniatura con un Ercole barbuto, quindi sempre in età avanzata, e che presenta la stephane, cioè la corona, che ci fa capire che è già diventato una figura divina oggetto di culto, e in questo caso un culto domestico”.

Statuetta in bronzo di Ercole già divinizzato, proveniente dalla Casa del Rilievo di Telefo a Ercolano (foto paerco)

La figura di Ercole accompagnava gli ercolanesi in tanti aspetti della loro vita. “Tra gli oggetti che conserviamo nell’Antiquarium – spiega Sirano – abbiamo anche delle statuine, che probabilmente facevano parte di piccoli santuarietti domestici, come quella che viene dalla Casa del Rilievo di Telefo. Raffigura l’eroe barbato, quindi greco in età matura, ancora in posizione atletica: con la mano sinistra tiene la leontea, cioè la pelle del leone Nemeo, una delle caratteristiche del dio: rappresenta infatti una delle fatiche che lo rese famoso. Qui Ercole è già diventato probabilmente un dio perché si trova su un piedistallo a forma di sgabello. Ed è questa l’idea che ci dà l’indizio che ci fa pensare si tratti di una statuina in qualche maniera legata a un culto domestico, cosa che sta molto bene a Ercolano. Perché il modo di realizzare questa statuina che ha un suo peso, quindi è a bronzo pieno, è estremamente attento soprattutto con la muscolatura. Si vedono i muscoli della schiena, le masse muscolari ben caratterizzate, addirittura le pieghe del collo potente, taurino, che caratterizzavano Ercole anche sulle spalle. È una statua ispirata alla scultura greca del IV sec. a.C. secondo la moda che possiamo trovare in tantissimi luoghi dell’Italia dal periodo ellenistico fino a quello romano”.

Anello in oro e corniola dalla Casa del Mobilio carbonizzato di Ercolano con raffigurato il nodo di Ercole (foto paerco)

Ma Ercole non era solo oggetto di culto domestico, era anche un eroe che gli antichi ercolanesi volevano tenere proprio vicino a sé, addirittura addosso a sé. “Alcuni gioielli o accessori dell’abbigliamento si ispiravano proprio a Ercole – assicura Sirano -.  Per esempio, da una cassettina che conteneva degli averi, qualcosa di prezioso per uno dei fuggiaschi dell’antica spiaggia, proviene un pendaglio di collana, probabilmente, che rappresenta proprio la clava di Ercole, cioè uno degli attributi che lo rendeva universalmente riconoscibile. In vetrina c’è un anello d’oro e corniola che proviene dalla Casa del Mobilio carbonizzato. L’anello raffigura il nodo di Ercole. Si tratta di un particolare modo con cui si allacciava la pelle del leone Nemeo. Questo nodo veniva riprodotto in molte occasioni nel mondo romano. Una di queste era il giorno delle nozze. La sposa aveva una cintura con un nodo simile a quello che viene qui riprodotto. Nel momento in cui andava per la prima volta a letto con lo sposo, il marito scioglieva questo nodo: segno anche della garanzia della verginità, ma soprattutto si riteneva che questo portasse bene perché l’eroe Ercole, cui erano attribuiti circa 70 figli, poteva essere un segno di abbondanza. Un anello molto prezioso che forse i padroni di casa non fecero in tempo a recuperare. E sempre restando nell’ambito degli ornamenti personali, c’è un bracciale d’argento dall’antica spiaggia. Ancora una volta ci porta nel mondo di Ercole. Qui abbiamo una serie di nodi che vengono riprodotti nella decorazione al centro del bracciale. Ancora una volta ispirato al potere magico che questo nodo poteva avere nell’ambito dell’abbondanza e della vita di tutti i giorni”.

Il nodo di Ercole, nuovo logo del parco archeologico di Ercolano

“Secondo alcuni studiosi Amedeo Maiuri nel far realizzare l’ingresso, oggi storico, al parco archeologico si ispirò alla porta di Adriano ad Atene che separava la città di Teseo, la città antica, dalla città moderna, dove l’imperatore Adriano promosse una serie di lavori di rinnovamento. Quale che sia la giusta spiegazione, per noi questa non è una porta ma è un passaggio, un collegamento tra la città antica e la città moderna che devono far parte di uno stesso futuro. Per creare il nostro nuovo segno identitario – conclude Sirano – ci siamo ispirati come gli antichi ercolanesi al nodo di Ercole, perché questo nodo valorizza soprattutto le connessioni. Sono proprio le connessioni che ora il parco vuole approfondire con l’esterno, con il territorio che lo circonda”.

“Lapilli di Ercolano”: con la 17.ma clip il direttore Sirano ci mostra i dettagli nascosti di una delle domus più conosciute di Herculaneum: la Casa di Nettuno e Anfitrite

Nella nuova clip, la 17.ma, dei Lapilli del Parco Archeologico di Ercolano, il direttore Francesco Sirano mostra i dettagli nascosti di una delle domus più conosciute di Herculaneum: la Casa di Nettuno e Anfitrite, uno dei più interessanti esempi di architettura domestica e anche di restauro architettonico di Ercolano. “Sin dalla facciata – spiega Sirano – si annuncia la volontà di Amedeo Maiuri di comunicare al pubblico il senso della sua scoperta e dei suoi restauri. Il prospetto della casa si presenta come una sorta di spaccato assonometrico che ci lascia vedere gli appartamenti al piano superiore. Questi appartamenti, come la casa, erano abitati ed erano stati squassati dalle scosse di terremoto. Il cataclisma deve essere sempre presente a chi visita gli scavi di Ercolano. La casa di Nettuno e Anfitrite aveva una bottega direttamente aperta sulla strada. Siamo in una delle strade più frequentate di Ercolano, vicino alle terme, e quindi questa è una posizione commercialmente importante. Abbiamo il bancone dove venivano serviti bevande e cibi, probabilmente anche cibi caldi perché c’è un piccolo piano di cottura. Molto interessante è la presenza di un ambiente soppalcato che permetteva di occupare al meglio gli spazi e che serviva per raggiungere il piano superiore dove è stato ricavato un piccolo deposito di anfore così come gli scaffali, qui con oggetti esemplificativi. Anche le anfore deposte all’interno della bottega provengono da vari luoghi di Ercolano non solo da questa bottega ma ci aiutano a capire quale era il raggio di azione commerciale per reperire vini e altri tipi di salse che servivano per preparare tutte le pietanze e che venivano servite ai cittadini di Ercolano”.

L’ingresso della Casa di Nettuno e Anfitrite a Ercolano (foto Graziano Tavan)

Immediatamente varcata la soglia della Casa di Nettuno e Anfitrite abbiamo le fauces, caratteristiche di ogni casa, l’ingresso e una piccola stanza che veniva utilizzata come latrina, e c’è il caratteristico bancone da cucina di cui manca solamente il piano. Sul pavimento dell’ingresso si distinguono molto bene alcuni tubi di piombo, le cosiddette fistulae, che rappresentano una derivazione dell’acquedotto per portare acqua corrente in tutte le case. L’acquedotto fu realizzato nell’epoca dell’imperatore Augusto e fece innalzare i livelli di qualità della vita di tutte le città vesuviane in maniera eccezionale.

L’impluvium al centro dell’atrio della Casa di Nettuno e Anfitrite a Ercolano (foto Graziano Tavan)

Attraversato quest’ambiente ci troviamo nell’atrio che è il cuore di ogni casa romana. Riconosciamo l’impluvio, la vasca dove si raccoglieva l’acqua piovana con la cisterna dove l’acqua veniva conservata. “Le pareti si presentano tutto intorno completamente disadorne, perché questa casa fu oggetto di scavi durante il periodo settecentesco. Molto interessante su un lato è la presenza della base di un piccolo larario, un altare di culto domestico, e dall’altro lato la base marmorea per metterci la cassaforte. Questo ci fa capire il livello alto e il potere economico degli abitanti di questa casa. Da qui provengono infatti alcuni dei quadri policromi su marmo tra i più belli dell’area vesuviana. Molto importanti – continua Sirano – sono anche le ricerche, che stiamo conducendo insieme all’università di Toulouse nell’ambito del progetto Vesuvia, le quali hanno messo in evidenza una serie di affreschi conservati al museo Archeologico di Napoli e attribuiti ora con certezza precisamente alle stanze dalle quali furono prelevati durante gli scavi borbonici. Sul lato si aprono i caratteristici cubicula, piccoli ambienti che venivano spesso utilizzati come vere e proprie camere da letto, e sul fondo dell’atrio l’ufficio del padrone di casa, e soprattutto un ambiente, il cosiddetto oecus, utilizzato come triclinio invernale.

Il triclinio estivo della Casa di Nettuno e Anfitrite a Ercolano (foto Graziano Tavan)

Il poco spazio a disposizione non scoraggiò i proprietari di questa casa dal dotarsi di alcuni ambienti di lusso. Tra questi certamente il triclinio estivo che fu impiantato all’interno di un pozzo di luce. “Qui si poteva godere del fresco della sera, ma anche della freschezza che una fontana con lo zampillo dava a chi partecipava al banchetto. I caratteristici letti triclinari col piano inclinato (tre, uno per lato) circondano infatti questa fontana la cui acqua in abbondanza veniva smaltita attraverso un piccolo condotto.

Il famoso mosaico di Nettuno e Anfitrite che dà il nome alla domus di Ercolano (foto Graziano Tavan)

Al centro della parete abbiamo il famoso mosaico che dà il nome alla casa. È realizzato con paste vitree e ha tutta una cornice con delle conchiglie marine. Nettuno e Anfitrite si trovano al di sotto di un’edicola che evoca un vero e proprio culto di queste divinità. Ai lati di questa scena abbiamo una rappresentazione di giardino che aiuta ancora di più chi si trova all’interno della casa a immaginarsi in uno spazio altro, uno spazio dove ci si trova alla presenza di dei del mare, ma soprattutto ci si trova davanti ad ambienti liberi grandi. Ecco degli steccati che delimitano il giardino e con delle fontane a zampillo, e dietro gli steccati un giardino molto rigoglioso con piante e uccelli esotici.

Il raffinato e articolato “edificio” che ricopre il serbatoio della fontana della Casa di Nettuno e Anfitrite a Ercolano (foto Graziano Tavan)

Il lato nord del triclinio era occupato dal serbatoio che riforniva la fontanella. “Questo serbatoio è camuffato all’interno di una sorta di edificio a due livelli con il coronamento al piano di sopra e il fronte caratterizzato da tre nicchie: due laterali rettangolari e una absidata all’interno della quale si trovava una statuetta. Il fronte di questo piccolo edificio è completamente rivestito da paste vitree, da tessere di mosaico e da una serie di conchiglie marine che vengono qui applicate. Le immagini alludono a scene legate al mondo del convivio, come i  due grandi kantaroi che si trovano alla base con una serie di tralci di vite e degli uccellini veramente molto raffinati all’interno di questa vegetazione, e al piano di sopra scene di caccia con delle ghirlande sopra le quali sono appollaiati dei pavoni che ci ricordano i paradeisa, cioè i grandi giardini delle corti ellenistiche che erano il punto di riferimento di tutte le élite locali di questo periodo. A coronamento dell’edificio quattro maschere che ricordano la commedia e la tragedia antiche”.