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Nel Foro Romano sorge il tempio di Saturno, uno dei culti più antichi. I romani dal 17 al 23 dicembre celebravano i Saturnali. Il Parco archeologico del Colosseo li ricorda con “Saturn” del poeta Gabriele Tinti

Il tempio di Saturno svetta nel Foro Romano (foto PArCo)

Il Tempio di Saturno, il cui giorno di dedica è il 17 dicembre, rappresenta uno tra i più antichi luoghi di culto nel Foro Romano: si erge con le maestose colonne sul lato del Foro alle pendici del Campidoglio ed era sede dell’Aerarium del popolo romano, il tesoro dello Stato. L’iscrizione conservata ricorda un restauro del tempio eseguito già in età imperiale, in seguito a un incendio. Dal 17 al 23 dicembre si celebravano i Saturnali che iniziavano con grandi banchetti e sacrifici. I partecipanti usavano scambiarsi l’augurio io Saturnalia, accompagnato da piccoli doni simbolici, detti strenne. Durante questi festeggiamenti era sovvertito l’ordine sociale: in un mondo alla rovescia, gli schiavi potevano considerarsi temporaneamente degli uomini liberi. Tuttavia la connotazione religiosa della festa prevaleva su quella sociale e di “classe”. Il “princeps” personificava una divinità infera, da identificare di volta in volta con Saturno o Plutone, preposto alla custodia delle anime dei defunti, ma anche protettore delle campagne e dei raccolti. In epoca romana si credeva che tali divinità, uscite dalle profondità del suolo, vagassero in corteo per tutto il periodo invernale, quando cioè la terra riposava ed era incolta a causa delle condizioni atmosferiche. Dovevano quindi essere placate con l’offerta di doni e di feste in loro onore e indotte a ritornare nell’aldilà, dove avrebbero favorito i raccolti della stagione estiva.

Alcuni aspetti, dunque, come l’uso di scambiarsi dei piccoli doni, nella ricorrenza dei Saturnali richiama quella delle attuali festività natalizie: il Parco archeologico del Colosseo coglie l’occasione di celebrare il dio Saturno con l’attore britannico Stephen Fry che, per il ciclo #CantidiPietra, legge “Saturn” dello scrittore e poeta Gabriele Tinti. Il montaggio video è di Mario Cristofaro; le riprese da drone di ASSO Archeologia Subacquea Speleologia Organizzazione; le musiche di Massimo Pupillo

Roma. Ai musei Capitolini, il museo pubblico più antico del mondo, con capolavori antichi unici, ora anche la mostra “Il tempo di Caravaggio. Capolavori della collezione di Roberto Longhi” nel cinquantenario della scomparsa del grande storico dell’arte

Il colosso di Costantino ai musei Capitolini di Roma

Papa Sisto IV donando solennemente al Popolo Romano nel 1471 alcune antiche statue in bronzo già conservate al Laterano (la Lupa, lo Spinario, il Camillo e la testa colossale di Costantino, con il globo e la mano) costituì il primo nucleo dei musei Capitolini, che sono quindi il museo pubblico più antico del mondo. Le raccolte dei musei Capitolini di Roma sono esposte nei due edifici che insieme al Palazzo Senatorio delimitano la piazza del Campidoglio, il Palazzo dei Conservatori e il Palazzo Nuovo, collegati tra loro da una galleria sotterranea che ospita la Galleria Lapidaria e conduce all’antico Tabularium, le cui arcate monumentali si affacciano sul Foro Romano.

In questi spazi museali unici, per ricchezza dei pezzi esposti e delle architetture, che dialogano con uno dei colli più importanti di Roma, il Campidoglio, centro della vita religiosa della Roma antica e sede delle magistrature civili cittadine a partire dal Medioevo, fino al 13 settembre 2020, nelle sale di Palazzo Caffarelli è possibile visitare la mostra curata da Maria Cristina Bandera “Il tempo di Caravaggio. Capolavori della collezione di Roberto Longhi”. La pittura di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, e della sua cerchia rappresenta infatti la centralità delle ricerche di Roberto Longhi, una delle personalità più affascinanti della storia dell’arte del XX secolo, di cui ricorre nel 2020 il cinquantenario della scomparsa. Inizialmente programmata a partire dal 12 marzo 2020 e sospesa per le misure di contenimento del Covid-19, la mostra è stata aperta il 16 giugno 2020 nel rispetto delle linee guida formulate dal Comitato Tecnico Scientifico per contenere la diffusione del Covid-19 consentendo, al contempo, lo svolgimento di una normale visita museale. L’ingresso prevede la prenotazione obbligatoria con il preacquisto del biglietto sul sito www.museiincomuneroma.it

Il “Ragazzo morso da un ramarro” di Caravaggio, capolavoro della collezione di Roberto Longhi (foto musei Capitolini)

In mostra sarà esposto uno dei capolavori di Caravaggio, acquistato da Roberto Longhi alla fine degli anni Venti: il Ragazzo morso da un ramarro. L’opera, che risale all’inizio del soggiorno romano di Caravaggio e databile intorno al 1596-1597, colpisce innanzitutto per la resa del brusco scatto dovuto al dolore fisico e alla sorpresa, che si esprimono nella contrazione dei muscoli facciali del ragazzo e nella contorsione della sua spalla. Ma anche per la “diligenza” con cui il pittore ha reso il brano della natura morta con la caraffa trasparente e i fiori, come sottolineò Giovanni Baglione già nel 1642. Nella sala introduttiva, dedicata alla figura di Roberto Longhi e alla Fondazione da lui istituita, è esposto un disegno a carboncino della sola figura del ragazzo, tratto dallo stesso Roberto Longhi, che vi appose la propria firma e la data 1930. Si tratta di un d’après, dal foglio a grandezza quasi naturale, che non solo dimostra l’abilità di disegnatore dello storico dell’arte, ma che soprattutto ne attesta la perfetta comprensione dell’organizzazione luminosa del dipinto che aveva davanti agli occhi. In seguito, al Caravaggio e ai cosiddetti “caravaggeschi” lo storico dell’arte dedicò un’intera vita di studi, dal primo saggio del 1913 alla monografia Caravaggio del 1952, anticipata l’anno precedente dalla Mostra del Caravaggio e dei Caravaggeschi, allestita a Milano in Palazzo Reale, che riscosse un immediato successo di pubblico, contribuendo alla successiva e immensa fortuna dell’artista.

La “Deposizione di Cristo” di Battistello Caracciolo, opera nella collezione di Bruno Longhi (foto musei Capitolini)

La mostra si apre con queste suggestive parole, scritte da Roberto Longhi nel 1951: “Dopo il Caravaggio, i caravaggeschi. Quasi tutti a Roma, anch’essi, e da Roma presto diramatisi in tutta Europa. La “cerchia” si potrà dire, meglio che la scuola; dato che il Caravaggio suggerì un atteggiamento, provocò un consenso in altri spiriti liberi, non definì una poetica di regola fissa; e insomma, come non aveva avuto maestri, non ebbe scolari”. Quattro tavolette di Lorenzo Lotto e due dipinti di Battista del Moro e Bartolomeo Passarotti aprono il percorso espositivo con l’intento di rappresentare il clima artistico del manierismo lombardo e veneto in cui si è formato Caravaggio. Oltre al Ragazzo morso da un ramarro è in mostra Il Ragazzo che monda un frutto, una copia antica da Caravaggio, che Longhi riteneva una “reliquia”, tanto da esporla all’epocale rassegna di Palazzo Reale a Milano nel 1951. A seguire sono esposti oltre quaranta dipinti degli artisti che per tutto il secolo XVII sono stati influenzati dalla sua rivoluzione figurativa. Tra questi è possibile ammirare tre tele di Carlo Saraceni; l’Allegoria della Vanità, una delle opere più significative di Angelo Caroselli; l’Angelo annunciante di Guglielmo Caccia detto Il Moncalvo; la Maria Maddalena penitente di Domenico Fetti; la splendida Incoronazione di spine di Pier Francesco Mazzucchelli, detto il Morazzone. Tra i grandi capolavori del primo caravaggismo spiccano inoltre cinque tele raffiguranti Apostoli del giovane Jusepe de Ribera e la Deposizione di Cristo di Battistello Caracciolo, tra i primi seguaci napoletani del Caravaggio. La Negazione di Pietro è poi il grande capolavoro di Valentin de Boulogne, recentemente esposto al Metropolitan Museum of Art di New York e al Museo del Louvre di Parigi, la cui ambientazione è un preciso riferimento alla famosa Vocazione di San Matteo di Caravaggio, nella chiesa romana di San Luigi dei Francesi. Con opere di rilievo sono presenti anche artisti fiamminghi e olandesi come Gerrit van Honthorst, Dirck van Baburen e soprattutto Matthias Stom. Notevoli anche le opere di due pittori di incerta identità, noti come Maestro dell’Emmaus di Pau e Maestro dell’Annuncio ai pastori, oltre a due piccoli ma significativi paesaggi di Viviano Codazzi e Filippo Napoletano. Tra gli altri grandi artisti si segnalano i genovesi Bernardo Strozzi, Giovanni Andrea De Ferrari e Gioacchino Assereto. E ancora: Andrea Vaccaro, Giovanni Antonio Molineri, Giuseppe Caletti, Carlo Ceresa, Pietro Vecchia, Francesco Cairo e Monsù Bernardo. A una stagione più avanzata sono riferibili due capolavori di Mattia Preti – l’artista che più di ogni altro contribuì a mantenere fino alla fine del Seicento la vitalità della tradizione caravaggesca – e due bellissime tele di Giacinto Brandi con le quali si conclude il percorso espositivo. La mostra è accompagnata da un catalogo realizzato da Marsilio Editori che presenta le opere del Caravaggio e dei suoi seguaci nella Collezione Longhi, corredate da una scheda e da una breve biografia degli artisti.

Torniamo ai Musei Capitolini. Nel Palazzo Nuovo, in un ordinamento museale di grande fascino rimasto sostanzialmente invariato dal Settecento, sono conservate le raccolte di sculture antiche frutto del collezionismo delle grandi famiglie nobiliari dei secoli passati: famosissime le raccolte dei busti di filosofi e di imperatori romani, la statua del Galata morente, la Venere Capitolina e l’imponente statua di Marforio che domina il cortile. Il Palazzo dei Conservatori mostra nelle sale dell’Appartamento l’originale nucleo architettonico dell’edificio, decorato da splendidi affreschi con le storie di Roma e nobilitato dalla presenza degli antichi bronzi capitolini: la Lupa, lo Spinario, il Bruto Capitolino. La grande aula vetrata realizzata al primo piano del palazzo custodisce la statua equestre in bronzo di Marco Aurelio, già sulla piazza capitolina, e gli imponenti resti del tempio di Giove Capitolino, affiancati da una sezione dedicata alla più antica storia del Campidoglio, dalle prime frequentazioni alla costruzione dell’edificio sacro, con i risultati dei recenti scavi. Le sale che si affacciano sull’aula ospitano le opere provenienti dagli Horti dell’Esquilino, quelle di raccordo con l’Appartamento dei Conservatori la Collezione Castellani, testimonianza del collezionismo ottocentesco. Al secondo piano la Pinacoteca Capitolina presenta, in un percorso ordinato cronologicamente dal tardo Medioevo al Settecento, opere di grande rilevanza, come i quadri del Caravaggio (la Buona Ventura e il San Giovanni Battista), la grande tela del Guercino (il seppellimento di Santa Petronilla) e un consistente nucleo di dipinti di Guido Reni e Pietro da Cortona. Nel Palazzo Caffarelli-Clementino sono situati il Medagliere Capitolino, con le preziose raccolte di raccolte di monete, medaglie, gemme e gioielli, e uno spazio dedicato alle mostre temporanee.

Grazie al milione di euro donato dall’Azerbaijan parte l’operazione Parco dei Fori imperiali riuniti a Roma: scavi in via Alessandrina che in parte “sparirà”

Il tracciato di via Alessandrina e di via dei Fori imperiali che insiste suI foro di Nerva, di Augusto e di Traiano a Roma

Il tracciato di via Alessandrina e di via dei Fori imperiali che insiste suI foro di Nerva, di Augusto e di Traiano a Roma

Via Alessandrina a Roma corre alta sopra i Fori Imperiali, che in parte divide: presto una parte "sparirà"

Via Alessandrina a Roma corre alta sopra i Fori Imperiali, che in parte divide: presto una parte “sparirà”

Grazie a fondi privati questa sembra la volta buona per dare sostanza al grande progetto del parco archeologico dei Fori imperiali, nel cuore di Roma: una delle più grandi aree archeologiche del mondo. C’è infatti il via libera agli scavi archeologici e alla valorizzazione dell’area dei Fori imperiali, in particolare sotto la via Alessandrina (destinata in parte a “sparire”), che permetteranno la riunificazione di uno dei complessi archeologici più importanti al mondo costituito dai fori di Traiano, Augusto e Nerva. E tutto grazie a un mecenate: la Repubblica dell’Azerbaijan, che ha donato a Roma un milione di euro. L’annuncio è stato dato durante l’incontro tra il sindaco di Roma Ignazio Marino e il presidente della Repubblica dell’Azerbaijan Ilham Aliyev, sulla terrazza sui Mercati di Traiano, che affaccia proprio sulla via Alessandrina, strada parallela ai Fori imperiali, chiusa nel 2007 per essere riaperta completamente ristrutturata il 28 ottobre 2013, nella zona più bassa del Rione Monti, dalla quale la zona circostante prendeva il nome di Quartiere Alessandrino. L’intervento (che sarà curato dalla soprintendenza Capitolina, guidata da Claudio Parisi Presicce, e da quella statale, la soprintendenza ai Beni archeologici di Roma) partirà tra circa 6 mesi e sarà affidato con gara pubblica, coinvolgendo le università con i dipartimenti di Archeologia e le accademie straniere presenti a Roma, per una durata di 24 mesi dall’affidamento. Il finanziamento sarà suddiviso in due rate da 500mila euro: la prima entro 3 mesi dal completamento delle procedure della legislazione azera, la seconda a un anno di distanza. Anche i lavori saranno divisi in due fasi: una per le verifiche e i sondaggi archeologici e la seconda per l’eliminazione del terreno attraverso l’uso di speciali macchinari. Questa comunque è solo l’ultima delle iniziative che la Repubblica dell’Azerbaijan ha messo in piedi con Roma Capitale: la collaborazione, infatti, ha già visto la mostra al museo della Civiltà Romana “Azerbaijan, la terra dei fuochi sulla via della seta” e il restauro degli elementi architettonici delle opere della Sala dei Filosofi nei Musei Capitolini.

Una veduta aerea di via Alessandrina nel cuore dei Fori imperiali a Roma

Una veduta aerea di via Alessandrina nel cuore dei Fori imperiali a Roma

Il nome Via Alexandrina era stato attribuito alla via nata dall’allargamento dell’antica Via Recta voluto da Alessandro VI per il giubileo del 1500. Il toponimo “Alessandrino” oggi in uso deriva dall’acquedotto Alessandrino che insiste nella zona. La zona dei Fori – ricordano gli archeologi – non fu mai completamente abbandonata, anche nei secoli della decadenza, in parte demolendo ma anche ricostruendo e riutilizzando strutture dei fabbricati antichi, e in parte trasformando in terreno agricolo quello che era un tempo il centro della Roma imperiale. Gli scavi nell’area dei Fori in corso dal 1998 hanno infatti evidenziato gli strati di crollo o di abbandono databili tra il VI e il VII secolo e resti di case aristocratiche databili al IX e X secolo nel Foro di Nerva, tra le pochissime tracce di edilizia di età carolingia note in Roma. La zona comunque, pianeggiante e posta ai piedi dei colli Quirinale, Viminale e Oppio, con la messa fuori uso del sistema fognante romano era tornata paludosa, tanto da essere denominata popolarmente i Pantani. La prima sistemazione urbanistica moderna della zona tra il Foro di Nerva e la Colonna Traiana avvenne attorno al 1570 per opera del cardinale Michele Bonelli, nipote di Pio V Ghislieri, detto l’Alessandrino dalla sua zona di origine. Questi provvide a bonificare l’area e a renderla edificabile, tracciandovi la via detta, dal suo appellativo, Alessandrina. La strada tagliava l’antico Argiletum raggiungendo il Tempio della Pace (al di là dell’odierna via Cavour).

Il quartiere Alessandrino nel cuore di Roma prima degli sventramenti del Ventennio fascista

Il quartiere Alessandrino nel cuore di Roma prima degli sventramenti del Ventennio fascista

Il quartiere, con una sua vita, una sua storia, e memorie anche di rilievo, insisteva però su un’area che, per la sua ricchezza dovuta alla presenza di straordinari giacimenti archeologici, fin dall’Unità d’Italia era stata al centro di quella che Antonio Cederna chiamò “l’eterna fissazione sventratoria che si afferma subito dopo l’Unità”. Già il primo piano regolatore di Roma capitale, del 1873, prevedeva l’allargamento di via Cremona (la parallela di via Alessandrina sotto il Campidoglio, che insisteva sul Foro di Cesare) in direzione di via Cavour e la costruzione di un viadotto che, prolungando la stessa via Cavour (costruita appunto in quegli anni), attraversasse il Foro romano in sopraelevata, verso la Bocca della Verità e Trastevere. Tuttavia la costruzione dell’enorme massa del Vittoriano – avvenuta tra il 1900 e il 1911 al di fuori di ogni piano, come accadde per decenni a Roma – spostò il fuoco dell’attenzione urbanistica dai Fori a piazza Venezia.

Una veduta del quartiere Alessandrino a Roma durante gli sventramenti del 1932

Una veduta del quartiere Alessandrino a Roma durante gli sventramenti del 1932

Cominciò allora ad apparire indispensabile realizzare un tracciato viario rettilineo che mettesse in comunicazione il nuovo nucleo monumentale moderno con quello antico individuato nel Colosseo. Le prime demolizioni – finalizzate appunto alla costruzione del Vittoriano – erano avvenute nel primo decennio del Novecento tra piazza Venezia e il fianco nord del Campidoglio, polverizzando fra l’altro il chiostro del convento dell’Ara Coeli e la Torre di Paolo III sul Campidoglio. Nel 1926 venne deliberata una variante al piano regolatore che prevedeva la completa demolizione di quanto era stato costruito nei secoli sopra i Fori tra piazza Venezia e via Cavour. Lo sventramento fu così approvato nel 1931, e realizzato in un solo anno, interessando tutto lo spazio tra piazza Venezia e il Colosseo, dove per costruire i 900 metri di quella che sarà poi chiamata la Via dell’Impero vengono rimossi 300mila metri cubi di terra e calcestruzzi romani (sversati qualche chilometro più in là a colmare “le bassure già malariche della via Ostiense”), praticamente senza fare rilievi di ciò che si distruggeva. Alla fine dell’operazione saranno stati demoliti circa 5mila vani di abitazione in cui abitavano circa 4mila persone, trasferite dalle loro case sotto al Campidoglio in borgate cosiddette “provvisorie” che erano allora sperdute in mezzo alla campagna – Val Melaina, Tormarancia, Primavalle, Gordiani, Pietralata, San Basilio, Prenestino, Tiburtino. L’ultimo blocco di case demolito nel 1933 – la via dell’Impero è aperta al pubblico il 21 aprile 1933 – è quello di via Alessandrina.

 

Il Vaticano apre al pubblico la grande necropoli pagana e cristiana di via Triumphalis: tombe di gente comune e multietnica

Il nuovo allestimento della necropoli della via Triumphalis in Vaticano

Il nuovo allestimento della necropoli della via Triumphalis in Vaticano

Entro gennaio sarà possibile passeggiare tra i sepolcreti di una delle più importanti necropoli dell’antica Roma, a ridosso delle pendici nord-orientali del colle Vaticano lungo l’antica via consolare Triumphalis: una vasta area di circa mille metri quadrati in cui sono state rinvenute sepolture, mosaici, stucchi ed affreschi, usata dalla fine del primo secolo a. C. al IV secolo dopo Cristo. I Musei Vaticani nei giorni scorsi hanno presentato l’apertura al pubblico dell’ampliamento dell’area archeologica della necropoli lungo la via Triumphalis, con un nuovo percorso di visita arricchito da un rinnovato allestimento.

Così doveva apparire al viandante la necropoli lungo via Triumphalis alle pendici del colle Vaticano

Così doveva apparire al viandante la necropoli lungo via Triumphalis alle pendici del colle Vaticano

L’ampliamento è il frutto degli scavi, curati dal Reparto Antichità Greche e Romane dei Musei Vaticani, realizzati tra il 2009 e il 2011. Un’attività che ha permesso di collegare tutte le zone interessate, nei decenni passati, da ricerche archeologiche che, appunto, hanno svelato la necropoli. Il nuovo allestimento collega infatti l’area dell’Autoparco, venuta alla luce con gli scavi effettuati tra il 1956 e il 1958, e quella emersa con gli scavi della zona di Santa Rosa, messi in atto nel 2003, fino ad ora disgiunte. Contemporaneamente, gli archeologi vaticani hanno proceduto alla schedatura e alla catalogazione dei materiali rinvenuti durante le varie campagne di scavo, sia quelle eseguite in passato, sia quelle dei tempi più recenti. Comunque, durante i lavori di allestimento per l’apertura al pubblico, l’intera area archeologica è stata sempre mantenuta aperta alle visite di studio.

L'interno del Colombario III, dopo restauro, nel settore della necropoli di S. Rosa

L’interno del Colombario III, dopo restauro, nella necropoli di S. Rosa

Il nuovo allestimento è stato finanziato con i contributi del Canada Chapter dei Patrons of the Arts in The Vatican Museum.”Questo scavo – spiega il direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci – è stato finanziato dai Patrons. I musei Vaticani, a differenza di quelli italiani, possono contare ogni anno su 1,5-2 milioni di euro da spendere per restauri ed interventi di valorizzazione. Uno degli interventi che abbiamo attivato è proprio questo”. Nel dettaglio, l’ultima fase di lavori è stata “quasi del tutto finanziata dai Patrons che hanno offerto 650mila euro. Soldi serviti per gli scavi, gli apparati didattici, le passerelle e l’illuminazione -sottolinea Giandomenico Spinola, l’archeologo a capo dell’equipe che ha condotto i lavori -. L’obiettivo è quello di creare un laboratorio di scavo aperto al pubblico. Un luogo dove la gente potrà vedere l’area e i lavori che vengono mano a mano realizzati”. Tornano così visibili al pubblico – ampliati, riallestiti e musealizzati con passerelle e apparati didattici multimediali – gli scavi archeologici di epoca romana che si estendevano sotto l’intero colle Vaticano. Entro il mese a gruppi di 25 persone, accompagnate da una guida esperta plurilingue, sarà finalmente possibile passeggiare nel sepolcreto, tra piccoli mausolei, sarcofagi finemente scolpiti, statue, stucchi, mosaici, affreschi e bassorilievi con epigrafi che raccontano le vite di coloro che riposano sulle pendici dell’antica collina. Il visitatore – in un percorso hi-tech – potrà anche consultare i monitor touch-screen dislocati in undici postazioni, ciascuna delle quali illustra l’intera area archeologica e più approfonditamente la specifica porzione del sito antistante, con ricostruzioni virtuali e schede informative sulle sepolture. L’apparato didattico si avvale anche di una serie di pannelli esplicativi e di due filmati, uno storico-documentario e l’altro con ricostruzioni tridimensionali. “Stiamo attrezzando un sistema di visita – spiega Paolucci -, vogliamo che tutta la parte scavata del Vaticano, ovvero gli scavi di Santa Rosa, quelli dell’Autoparco e la nuova parte, siano resi visitabili. Stiamo studiando dei sistemi particolari, come ad esempio un biglietto unificato per gli scavi, per il museo e per i giardini”.

Nel nuovo allestimento previsto un percorso hi-tech con postazioni multimediali

Nel nuovo allestimento previsto un percorso hi-tech con postazioni multimediali

Il nuovo percorso di visita si snoda attraverso i resti della Necropoli, offrendo al visitatore la possibilità di ammirare il sepolcreto nel suo insieme, ma anche di apprezzare con una visione ravvicinata i numerosi apparati decorativi: marmi, mosaici, stucchi, affreschi tornati a nuovo splendore dopo i recenti restauri. Fra le considerevoli novità dello scavo si segnala il rinvenimento di un’area destinata alle cremazioni (ustrino), che raramente si conserva in complessi di questo tipo. Due nuove vetrine sono state allestite con un criterio tematico: la suppellettile usata per i rituali funerari, gli oggetti personali del defunto, i diversi apprestamenti per le sepolture a incinerazione o a inumazione. Una terza nuova vetrina illustra lo scavo 2009-2011 secondo il metodo stratigrafico degli archeologi, in modo da mostrare un vero e proprio ‘spaccato’ sintetico della sezione di scavo. Lungo il percorso di visita sono stati esposti anche altri reperti provenienti da vicine aree della stessa Necropoli non più visibili (Settore dell’Annona) o non abitualmente aperte al pubblico (Settore della Galea), in modo da integrare e ulteriormente valorizzare la musealizzazione del sito.

La mappa con la posizione delle necropoli di via Triumphalis e via Cornelia in Vaticano

Le necropoli di via Triumphalis e via Cornelia in Vaticano

Le due aree cimiteriali dell’Autoparco e di S. Rosa – insieme ai vicini Settori detti “della Galea” e “dell’Annona” – costituiscono parte di un grande sepolcreto disposto lungo l’antica via Triumphalis, che da Roma, conduceva a Veio (Isola Farnese), attraverso Monte Mario. Grazie a quest’ultimo ritrovamento, ora in Vaticano sono accessibili due delle più complete e documentate necropoli della Roma d’età imperiale: quella lungo la Via Cornelia (visitabile negli scavi sotto la Basilica di San Pietro), dove si trova la tomba del Principe degli Apostoli, e questa della via Triumphalis, il cui nome molto probabilmente risale alla vittoria di Furio Camillo nel 396 a.C. sulla città di Veio, al quale fu concesso il trionfo proprio sulla strada che da Veio portava al Colle del Campidoglio.

La necropoli di via Triumphalis ha restituito una quarantina di edifici sepolcrali

La necropoli di via Triumphalis ha restituito una quarantina di edifici sepolcrali

Lo scavo ha portato alla scoperta di circa quaranta edifici sepolcrali – di piccola e media grandezza – e più di duecento sepolture singole disposte su diversi livelli e segnalate da cippi, stele, altari e lastre, spesso dotate di iscrizioni: tale apparato epigrafico risulta di eccezionale interesse storico-sociale. La maggior parte delle tombe si trova in ottimo stato di conservazione ed è databile tra la fine del I sec. a.C. e gli inizi del IV sec. d.C.: all’incirca, dall’epoca di Augusto a quella di Costantino. Alcuni edifici presentano interessanti decorazioni parietali ad affresco e a stucco e pavimenti a mosaico. Inoltre, sono tornati alla luce altari funerari, urne, sarcofagi con soggetti figurati a bassorilievo. Di particolare interesse è il sarcofago del giovane equites (cavaliere) Publius Caesilius Victorinus (270-290 d.C.), che presenta la figura di un’orante accanto ad un albero con sopra un uccello: tale iconografia sembra riportare il defunto in ambito cristiano, in un periodo precedente alla pace costantiniana (Editto di Milano, 313 d. C.). Talvolta, nei testi vengono specificati il mestiere e/o il luogo d’origine di questi personaggi, offrendo un interessantissimo spaccato di vita quotidiana. Il corredo tombale è costituito soprattutto da lucerne e recipienti ancora al loro posto, pronti ad essere utilizzati per le offerte ai defunti; sopra alcuni altari si riconoscono i fori per appendere le ghirlande di fiori.

Alcune sepolture rinvenute nella zona dell'autoparco in Vaticano

Alcune sepolture rinvenute nella zona dell’autoparco

Lo scavo, che secondo Spinola rappresenta una “vera rarità”, ha portato alla luce un’area nella quale è stata sepolta «gente di classe medio bassa: schiavi, liberti e artigiani. Solo in un’ultima fase del suo impiego, la necropoli ha ospitato persone più ricche. È successo che le famiglie di cavalieri comprassero le tombe più povere, ormai in abbandono, riconvertendole in tombe più ricche. Per questo -aggiunge l’archeologo- ci sono sarcofagi e mosaici di un certo pregio”. Le tombe sono state rinvenute in un ottimo stato di conservazione: “L’area è stata oggetto di frane: la ghiaia e l’argilla hanno sigillato le tombe permettendo che arrivassero a noi intatte come sono state lasciate. Ciò consente -dice Spinola- di disporre di una messe infinita di informazioni su quello che le fonti latine non dicono. Le fonti parlano di grandi tombe e di grandi uomini. Qui, invece, la storia è fatta dalla gente più semplice”. Persone comuni come ad esempio Alcimo, schiavo di Nerone addetto alle scenografie del teatro di Pompeo. I resti vanno dunque inquadrati nell’ambito “familiare e di quartiere”.

La sepoltura di un bambino dalla necropoli di S.Rosa

La sepoltura di un bambino dalla necropoli di S.Rosa

Un’altra particolarità è che la necropoli era di fatto “multietnica”. “Furono sepolte -racconta Spinola- persone di origine asiatica o palestinese. Un dato emerso grazie ai nomi riportati sulle iscrizioni, dai quali si deduce la provenienza dei defunti”. A conferma della volontà di considerare quest’area archeologica un vero e proprio laboratorio di ricerca, conclude Paolucci -, bisogna ricordare anche le indagini e gli approfondimenti scientifici in corso, quali le prospezioni con il georadar e le analisi antropologiche. Riguardo queste ultime, per le incinerazioni le ricerche sono state eseguite dal prof. Henri Duday dell’Università di Bordeaux, in collaborazione con l’Ecole Française de Rome; per le inumazioni, dal Servizio di Antropologia della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, coordinato dalla dott.ssa Paola Catalano.