Napoli. La Collezione Farnese del Mann è digitale: oggi in auditorium e in diretta Fb si presenta il progetto che entro metà ottobre renderà disponibili in 3D i capolavori in marmo. Il progetto ha intrecciato le più moderne tecnologie di fotogrammetria e gli studi sul colore delle statue antiche


Rielaborazione 3D di Caracalla conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)
Ci siamo! Lunedì 26 settembre 2022, alle 17, nell’auditorium del museo Archeologico nazionale di Napoli, viene presentato il progetto sulla Collezione Farnese digitale, anche in diretta Facebook. “Il Mann è in prima linea nel processo di digitalizzazione che sta impegnando i musei italiani, spiega il direttore Paolo Giulierini. “Stiamo lavorando sulle collezioni e, con un programma specifico, sul patrimonio dei depositi. Accanto a noi partner scientifici, università internazionali e società ad alta tecnologia come l’americana Flyover Zone, pioniera nella creazione di realtà virtuali. Ricostruzione e tutela procedono insieme in questo processo. E accanto all’aspetto specialistico c’è naturalmente quello legato alla promozione e quindi allo sviluppo di nuove piattaforme, basti pensare ad app e videogames, settore questo nel quale il Mann è stato antesignano. Grazie alla tecnologia oggi è possibile fruire dei capolavori a distanza, così come arricchire la propria visita ‘in presenza’ con contenuti speciali. Il progetto ‘La Collezione Farnese digitale’ è una parte importante di questo affascinante percorso verso il Mann del futuro”.

Rielaborazione 3D del Toro Farnese conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)
Migliaia di fotografie per ciascuna delle sessantadue sculture selezionate tra i capolavori della Collezione Farnese del Mann; per l’Ercole, gli scatti sono stati tremila; per il Toro, circa quindicimila, suddividendo il gruppo in ventinove milioni di punti e in una maglia di quattordici milioni e mezzo di triangoli: nei primi mesi del 2021, ha preso avvio così il lungo e paziente processo di digitalizzazione in 3D dei marmi più celebri del museo Archeologico nazionale di Napoli. Il progetto, che ha intrecciato la ricerca sull’antica cromia dei marmi promossa da MANN in Colours e le tecnologie messe a disposizione dalla società statunitense Flyover Zone, ha dato origine a un grande database digitale, disponibile entro la prima metà di ottobre sul sito https://sketchfab.com/FlyoverZone/collections/farnese-collection.

Rielaborazione 3D dell’Ercole Farnese conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)
Basteranno pochi clic, dunque, per accedere agli accurati modelli 3D delle sculture, avendo un duplice vantaggio: in primis, si potrà avere accesso anche alle zone meno fruibili delle opere, come ad esempio le estremità o i particolari dei volti. I visitatori, ad esempio, vedranno da vicino gli occhi dell’Ercole e, per la prima volta, sarà possibile “entrare” letteralmente nel Toro Farnese, apprezzando a tutto tondo ogni singola figura che compone la grande scultura. Gli stessi modelli verranno utilizzati per realizzare delle dettagliate didascalie digitali: qui si troveranno tutte le informazioni sui colori originali delle opere. E, ancora, il database sarà un ponte scientifico verso altri progetti di ricerca: da una parte, l’Ecosistema digitale della Regione Campania, per mettere in rete il patrimonio del territorio; ancora, l’ambiente virtuale di Caracalla Baths Reborn che, sempre in collaborazione con Flyover Zone, consentirà di riposizionare le sculture, anche colorate, nella sede originaria delle Terme di Caracalla a Roma.

Rielaborazione 3D della Flora Farnese conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)
“La percezione che le statue antiche un tempo fossero colorate è ancora troppo poco diffusa; attingere al mezzo digitale con il fine di illustrare non solo i risultati scientifici ma conferire al grande pubblico il messaggio che il colore aveva in origine è necessario alla corretta educazione al patrimonio”, afferma Cristiana Barandoni, l’archeologa che ha coordinato il progetto di digitalizzazione delle sculture Farnese, partendo dai risultati del progetto “MANN in colours”. In team con la ricercatrice, Bernard Frischer (Flyover Zone), uno dei primi archeologi internazionali a occuparsi di digitalizzazione delle statue, e l’architetto Davide Angheleddu, direttore dei processi di fotogrammetria per la società statunitense. Nel prossimo dicembre, la valorizzazione della collezione Farnese e dei depositi si arricchirà della presentazione dei risultati sui colori dei marmi.

Cristiana Barandoni all’opera tra le statue della Collezione Farnese del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)
“Cuore centrale del progetto di modellazione fotogrammetrica Collezione Farnese”, continua Barandoni, “la cui campagna di acquisizione ad opera dell’architetto Davide Angheleddu si è avviata ad inizio 2021 in seno al progetto MANN in Colours che come sapete è la ricerca sul colore antico di una serie di opere straordinarie custodite al Museo, tra le quali i capolavori della Farnese. Parola d’ordine di MANN In Colours è inclusione, ovvero permettere alle persone di entrare nella nostra #expertroom ad indagini in corso; creare spazi per laboratori didattici per le scuole (ne svolgeremo uno durante la manifestazione #famu); lavorare a stretto contatto con il laboratorio di restauro…e molto altro ancora. Con Farnese Digitale andiamo oltre e cerchiamo di rendere “permanente” la conoscenza della celebre collezione, con particolare attenzione al tema colore: numerosi sono gli sforzi prodotti a livello europeo dai musei che fanno ricerca in questo settore, per diffondere la consapevolezza che le sculture, così come le architetture, un tempo erano assai diverse da come le percepiamo noi oggi. Il MANN vuole dare un contributo non temporaneo – come le mostre – bensì permanente: poiché il colore era una componente sostanziale della vita quotidiana del mondo antico, di pari importanza deve essere il ruolo odierno che il Museo esercita nella sua diffusione. Farnese Digitale è una proposta concreta e fattibile, sostenibile e adatta alla complessità della Collezione; i modelli 3D realizzati dalla Società saranno impiegati all’interno di nuove didascalie narrative e in modo semplice e intuitivo racconteranno storia, eventi, restauri tutto da uno speciale punto di vista, quello del colore, includendo questo tema in modo permanente nel percorso di visita”.
Napoli. Al museo Archeologico nazionale si presenta all’auditorium il progetto quinquennale MetaMuseo, l’universo digitale del Mann, in collaborazione con l’Indiana University: digitalizzare 400 reperti da rendere fruibili al pubblico
Un universo digitale a portata di tutti: è quanto si propone il progetto “MetaMuseo”, l’universo digitale del Mann, che viene presentato lunedì 12 settembre 2022, alle 17, in una tavola rotonda all’Auditorium del museo Archeologico nazionale di Napoli, trasmessa anche in diretta Facebook sulla pagina istituzionale dell’Archeologico. È ai nastri di partenza il progetto che, nel prossimo quinquennio, unirà il museo Archeologico nazionale di Napoli alla Luddy School of Informatics dell’università dell’Indiana: proprio l’istituzione americana sosterrà la parte preponderante dell’impegno finanziario della ricerca, che avrà lo scopo non solo di digitalizzare, ma soprattutto di rendere immediatamente fruibili a studiosi e pubblico manufatti lontani dalle luci delle sale espositive. “Il Metamuseo è un nuovo livello da raggiungere nella valorizzazione dei depositi per associare di nuovo i contesti, seppur in forma digitale. Lo facciamo con una nuova prestigiosa collaborazione internazionale, nello spirito di una ricerca condivisa con il mondo”, commenta il direttore del Mann, Paolo Giulierini che interviene alla tavola rotonda con Joanna Mirecki Millunchick, preside della Luddy School of Informatics Computing and Engineering (Indiana University); Bernard Frischer, professore di Informatics Computing and Engineering, co-director Virtual World Heritage Lab. (Indiana University); Cristiana Barandoni, direttore progetto MetaMuseo e Principal Investigator Mann; Gabriele Guidi, professore di Informatics alla Luddy School of Informatics Computing and Engineering, co-director Virtual World Heritage Lab. (Indiana University) e Principal Investigator IU.

Cristiana Barandoni, Principal Investigator per il MANN e ideatrice del MetaMuseo (foto IU)
“Quando passeggiamo tra le sale espositive dei musei, quello che vediamo non è tutto quello che vorremmo osservare”, interviene Cristiana Barandoni. “Esiste un patrimonio sommerso, un luogo dove si conservano le risorse invisibili, in generale ciò che i musei non hanno mai pensato di esporre, per motivi di spazio, di studio, di conservazione etc. Spesso sono reperti meno noti, ma altrettanto importanti per la ricerca, che per sopravvivere hanno bisogno di essere protetti. E conosciuti. Sono quelle opere a cui è stato tolto il diritto di esercitare la loro funzione nel presente. Un patrimonio di storia che tenteremo di far uscire dall’oblio in maniera permanente, non più solo attraverso lo strumento delle mostre che, per sua natura, non può che essere temporaneo e effimero. Un’opportunità di collaborazione internazionale che non poteva non essere colta. Un’opportunità di rispondere compiutamente alla nuova definizione di museo. Parafrasando Muttillo, cercheremo di riconoscere al deposito — allo stesso titolo degli spazi espositivi — un ruolo dinamico e poliedrico che parte dalla conoscenza del materiale, stimola la ricerca e si trasforma in luogo della valorizzazione. Una sfida difficile e problematica soprattutto per i depositi di materiale archeologico. Il Mann intende affrontare questa sfida con un nuovo importante progetto: il MetaMuseo”.

I depositi museali del Mann delle cosiddette Cavaiole (foto mann)
La realizzazione del MetaMuseo seguirà passaggi ben definiti nel progetto di studio: Cristiana Barandoni (Principal Investigator per il MANN e ideatrice del MetaMuseo), in collaborazione con Floriana Miele (funzionaria archeologa e responsabile dell’Ufficio catalogo del Mann), selezionerà nei depositi i quattrocento reperti da digitalizzare, differenti per tipologia di materiali e contesti. A seguire, il complesso iter della riproduzione in 3D, coordinata dai professori Bernard Frischer e Gabriele Guidi, entrambi Co-direttori del Virtual World Heritage Laboratory. Si partirà dall’acquisizione immagini di ogni opera, per generare il set più completo possibile di punti di vista della loro superficie. Da qui, la generazione di nuvole di punti tridimensionali, che rappresenteranno un campionamento della superficie del reperto. Le nuvole di punti saranno la premessa per la produzione di un modello superficie (modello mesh): in sintesi, un insieme di poligoni che, nel complesso, presenteranno la forma dell’oggetto. Decisivo, per garantire la fruibilità al pubblico, il passaggio alla mesh texturizzata, che restituirà l’aspetto visuale del manufatto, custodito in un repository digitale. Il MetaMuseo avrà anche un taglio didattico, perché alle campagne di studio e acquisizione immagini parteciperanno allievi ed esperti:

Progetto MetaMuseo: studiosi impegnati nella rilevazione dei reperti dai depositi del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)
“Sono lieto che il nuovo collega, il prof. Gabriele Guidi, arrivato nella nostra università nel gennaio 2022 dal Politecnico di Milano, possa mettere a disposizione la sua vasta esperienza in questo progetto con il MANN. Il MetaMuseo è innovativo e offrirà ai nostri studenti e laureati una fonte infinita di argomenti per le loro ricerche”, aggiunge Bernard Frischer. La prospettiva di lavoro resta, in ogni caso, legata in primis alla conservazione dei manufatti: “Il MetaMuseo è un progetto che vuole tutelare e proteggere il patrimonio sommerso del Museo composto da reperti invisibili, ovvero non esposti per motivi di spazio, studio, conservazione. Sono forse opere meno note, ma altrettanto importanti per la ricerca: queste testimonianze, per sopravvivere, hanno bisogno di essere protette. E conosciute. Progettare e realizzare un’idea innovativa grazie alla collaborazione e al supporto economico dell’Università dell’Indiana è un’opportunità che non poteva non essere colta”, conclude Cristiana Barandoni.
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CHI SIAMO
Graziano Tavan, giornalista professionista, per quasi trent’anni caposervizio de Il Gazzettino di Venezia, per il quale ho curato centinaia di reportage, servizi e approfondimenti per le Pagine della Cultura su archeologia, storia e arte antica, ricerche di università e soprintendenze, mostre. Ho collaborato e/o collaboro con riviste specializzate come Archeologia Viva, Archeo, Pharaos, Veneto Archeologico. Curo l’archeoblog “archeologiavocidalpassato. News, curiosità, ricerche, luoghi, persone e personaggi” (con testi in italiano)
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