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“Le Passeggiate del Direttore”: col 27.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco ci porta nella famosa Galleria dei Re del museo Egizio di Torino alla scoperta di alcune delle meravigliose statue della collezione

Col 27.mo appuntamento con le “Passeggiate del direttore” dedicato a “Faraoni: dei e re”, Christian Greco ci porta nella cosiddetta Galleria dei Re, uno degli ambienti più famosi del museo Egizio di Torino, alla scoperta di alcune delle meravigliose statue lì esposte. Una delle statue più importanti conservate al museo Egizio di Torino, e davvero una delle più conosciute al mondo, mostra un giovane Ramses II: indossa la corona di combattimento khepresh, una tunica plissettata che gli avvolge il corpo, e tiene in mano lo scettro. “È interessante notare”, spiega Greco, “come i suoi piedi con i sandali schiaccino i nemici dell’Egitto. Ci sono i nove archi che rappresentano i nemici dell’Egitto, schiacciati dal sovrano che siede in trono. Ai lati del trono riconosciamo il sema tawi, l’unione del Basso e dell’Alto Egitto, quindi il sovrano dell’Alto e Basso Egitto sconfigge e domina i nemici. Del resto si vede nella parte frontale del piedistallo che questi nemici sono legati e dominati assolutamente dal potere regale del faraone”.

La magica atmosfera dello statuario nella Galleria dei Re del museo Egizio di Torino

Vicino alla statua di Ramses II c’è una statua molto importante, ma che spesso viene ignorata dai visitatori del museo Egizio di Torino, forse perché ritenuta una statua minore. Si tratta di una diade ovvero di una statua di due persone: c’è Horemheb, giuntoci acefalo, con la moglie Mutnedjemed. “Perché è importante questa statua?”, si chiede il direttore. “È importante per quello che sfugge perché non si vede, ovvero per il testo che è conservato in 26 righe nella parte posteriore della statua. Questo testo ci narra di un momento importantissimo nella storia dell’antico Egitto. Il momento in cui viene a finire quella che si definisce l’eresia di Amarna”. Durante il periodo di Amarna, Amenofi IV, che cambia il nome in Akhenaten, trasferisce la sua capitale da Tebe ad Akhetaten (l’odierno tell el-Amarna), e avvia una profonda rivoluzione religiosa. Dice che il pantheon degli antichi dei non deve più essere adorato ma che vi è una divinità che adesso deve essere adorata e questa divinità è l’aton, il disco solare. “Sappiamo che dopo la morte di Akhenaten”, continua Greco, “c’è il regno di Smenkhara, quindi il regno del sovrano bambino Tutankhamon che muore a 18 anni, al quale succederà Ay un generale che regnerà solo per cinque anni, e poi Horemheb. “Horemheb porta avanti l’opera di restaurazione, va in tutte le città e riapre i templi e cerca di ristabilire l’antico culto perché l’Egitto torni a essere prospero. E proprio questo testo ci parla della situazione in cui si trova l’Egitto, l’Egitto che non è più florido perché gli dei non gli sono più benevolenti. Ed ecco quindi come sia necessario ristabilire il culto di tutti gli dei, ritornare all’ortodossia perché il nome dell’Egitto sia di nuovo grande e l’Egitto venga adorato in tutto il mondo”.

La colossale statua di Seti II domina la Galleria dei Re del museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Sempre nella Galleria dei Re colpisce la statua di Seti II, la statua più grande presente al museo Egizio: è lunga 5,16 metri. Ha una statua assolutamente gemella che si trova al Louvre. Questa statua, assieme alla sua gemella, sono state trovate nella parte Nord della prima corte del tempio di Karnak. Quando oggi si va a visitare il tempio di Karnak si passa attraverso la porta monumentale, il cosiddetto primo pilone, costruito da Nectanebo I, e sulla nostra sinistra vi è una cappella fatta costruire da Seti II, e nella parte anteriore vi erano appunto due statue entrambe alte 5,16 metri. “Il nome di Seti II era scritto dove ora c’è un buco. Si legge ancora “ptah”, parte del nome Merenptah, ma il nome Seth è stato scavato, tolto quasi in un segno di damnatio memoriae. Seth era legato con tutto ciò che veniva definito come male, come non ordine, colui che dominava il deserto. Cosa dice il testo? Dice che il sovrano delle due terre è amato da Amon Ra, signore dei troni delle due terre. La stessa formula viene ripetuta su ambo i lati”. Ma come è arrivata a Torino questa statua? “È arrivata a Genova e poi è stata trasportata su fusti di cannoni fino a Torino”, racconta Greco. “Una volta arrivata qui non c’era una sala che la potesse ospitare e fu lasciata fuori, coperta con della paglia per preservarla dalle intemperie dell’inverno. E quando Jean François Champollion, il padre dell’egittologia, che arriva qui per studiare la collezione, vide questa statua fuori, scrisse un pamphlet in cui lui stesso si impersonifica in Seti II. E Seti II scrive al Re di Sardegna e gli dice “io re dei re mi trovo ora prigioniero in una stalla piemontese, cerca di trovare un luogo adeguato alla mia statura di gran re”.

La statua di Thutmosi III nella Galleria dei Re del museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

C’è un’altra statua meravigliosa che è conservata all’interno del museo Egizio: è la statua di Thutmosi III, un altro grande sovrano guerriero. Ramses II – sappiano – resta sul trono 67 anni, espande i confini dell’Egitto, impone il suo nome su tantissimi monumenti dell’antico Egitto: forse quello più famoso è il tempio di Abu Simbel dove ci sono quattro statue colossali che rappresentano Ramses II. “Ma prima di lui vi era stato un altro sovrano guerriero molto importante, Thutmosi III, che espande i confini dell’impero egizio, arrivando nel Levante, fino al confine con la Turchia. A Torino lo vediamo rappresentato con le tipiche fattezze faraoniche: busto slanciato, idealizzato, tipico dei faraoni; in testa la corona nemes, con al centro l’ureo, o il cobra, simbolo di regalità. Tra le gambe ha una coda, la coda di toro, perché uno dei suoi epiteti è “ka nekhet”, ovvero “toro potente”, toro forte, colui che con la sua potenza riesce a dominare l’Egitto, riesce a garantire maat e a rendere sicuro l’Egitto. Ai lati i suoi nomi, il sovrano dell’alto e basso Egitto con il nome del sovrano. E poi di nuovo, come nella statua di Seti II, “amato da Amon Ra, signore dei troni delle due terre e signore del cielo”. E poi “dotato di vita per sempre”. E qui la stessa cosa, ma prima del cartiglio c’è l’epiteto “sa Ra”, “figlio del dio sole”. Epiteto che si trova nelle statue e negli epiteti regali a partire dalla IV dinastia. E come nella statua di Ramses II, di nuovo i piedi del sovrano che schiacciano i nemici dell’Egitto e di nuovo la rappresentazione dei nove archi dei nemici dell’Egitto. Per quanto concerne poi la storia della collezione vi è un altro aspetto interessante ovvero il nome di Rifaud, che è definito scultore al servizio di monsieur Drovetti. Jean Jacques Rifaud era uno degli agenti di cui Drovetti si serviva per andare in giro per Tebe a trovare statue che poi entrarono a far parte della collezione arrivata nel 1824 qui a Torino”.

L’Antico Egitto a Conegliano. Da Osiride a Tutankhamon: così l’incontro con Donatella Avanzo anticipa la mostra che apre a Oderzo sul famoso faraone

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone

Da Conegliano a Oderzo. Da Osiride a Tutankhamon. L’Antico Egitto rimane in terra trevigiana. E stasera, 29 novembre, alle 18.30, in sala consiliare di Conegliano con l’incontro con l’egittologa Donatella Avanzo ci sarà un virtuale “passaggio di consegne” con Paolo Renier. Avanzo parlerà di “Arte e letteratura sulle sponde del Nilo”. Ma sarà anche l’occasione per presentare la mostra, da lei curata, “Omaggio a Tutankhamon: l’arte egizia incontra l’arte contemporanea” che aprirà a Palazzo Foscolo di Oderzo il 20 dicembre. Nella nuova esposizione, che rimarrà aperta fino al 3 maggio 2015, l’egittologa propone la ricostruzione a grandezza naturale della camera funeraria del giovane Re Tutankhamon.

Un dettaglio della stanza affrescata con il sarcofago all'interno della camera funeraria della tomba d Tut

Un dettaglio della stanza affrescata con il sarcofago all’interno della camera funeraria della tomba d Tut

Quando Howard Carter e lord Carnavon, nel 1922, scoprirono la tomba di Tutankhamon, videro che la camera funeraria di Tut era quasi totalmente occupata da una “cappella” (tra il soffitto della cappella e quello della camera funeraria c’erano meno di 90 cm, mentre tra le pareti di quest’ultima e quella della cappella c’erano meno di 30 cm). L’apertura della “prima cappella” ne rivelò una seconda, quindi una terza e una quarta prima di giungere al sarcofago vero e proprio, in granito, del peso di oltre 430 kg. Questo sarcofago si trova ancora oggi nella camera funeraria di KV62 (la tomba di Tutankhamon). Solo il coperchio in granito (peraltro spezzato) è stato sostituito con una lastra di vetro per permettere di vedere il sarcofago in legno e oro con la mummia di Tutankhamon. È questa l’unica camera dipinta della tomba; su una delle pareti è rappresentata una forma abbreviata della prima ora del Libro dell’Amduat (il libro di ciò che è nell’Aldilà): i dodici babbuini, che per gli antichi egizi erano gli animali che annunciavano il sorgere del sole, qui festeggiano l’arrivo del dio Sole che – “morto” col tramonto – “risorge” nell’Oltretomba. Su un’altra parete è visibile Ay, successore di Tutankhamon, che officia, sul corpo del suo giovane predecessore, la cerimonia dell’apertura della bocca, degli occhi e delle orecchie, il caratteristico e tipico rito dell’Antico Egitto che permetteva di rivitalizzare il defunto o la sua statua.

Un raffinato rilievo da Abido, in Egitto, in una fotografia di Paolo Renier

Un raffinato rilievo da Abido, in Egitto, in una fotografia di Paolo Renier

L'egittologa Donatella Avanzo, curatrice della mostra di Oderzo su Tut

L’egittologa Donatella Avanzo, curatrice della mostra di Oderzo su Tut

“Non è facile rievocare il fascino dell’Antico Egitto”, spiega l’egittologa, anticipando le linee dell’incontro dii Conegliano. “Infatti, la terra di Khemet è un paese di contrasti e forti accostamenti difficili da dimenticare. Le linee geometriche della natura sono così evidenti da risultare presenti anche all’occhio dell’osservatore più distratto e questo disegno rigoroso ha influenzato in passato la società, il pensiero filosofico, la percezione dello spazio, la religione e l’arte. La rappresentazione artistica, secondo il pensiero egizio, aveva valore di manifestazione reale: il rappresentare le offerte permetteva al defunto di avere cibo e sostentamento per l’eternità. Allo stesso modo la scrittura geroglifica rendeva reale quanto scritto”. “L’uomo moderno – conclude Avanzo -, così pragmatico, comprende questa mentalità con estrema difficoltà, legato com’è alla società d’oggi, al “qui, adesso e subito”. Tuttavia, a ben vedere, avevano ragione loro. La civiltà egizia ha dato vita ad oggetti, monumenti ed opere letterarie che per fascino e raffinatezza suscitano ancora oggi la nostra ammirazione”.