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Vetulonia. Ultimi giorni per visitare la mostra “A tempo di danza. In Armonia Grazia e Bellezza” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi”: con la direttrice Simona Rafanelli speciale visita guidata tra i capolavori esposti

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Veduta d’insieme della prima sala della mostra “A passo di danza” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia (foto graziano tavan)


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Locandina della mostra “A tempo di danza. In armonia grazia e bellezza” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia dal 1° luglio al 6 novembre 2022

Se non l’avete ancora fatto e ne avete la possibilità, andate a Vetulonia (Gr) al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” a visitare la mostra “A tempo di danza. In Armonia Grazia e Bellezza”, che chiude (salvo proroghe dell’ultimo momento) domenica 6 novembre 2022. Un percorso espositivo con capolavori di fama mondiale concessi in prestito dal principale museo archeologico d’Italia, il Mann di Napoli, e dalla celeberrima Accademia delle Belle Arti di Carrara. Il tema dell’esposizione è rappresentato dalla danza e in particolare dalla declinazione al femminile di questa straordinaria arte performativa. Ma se non ce la fate, ecco una speciale visita guidata che la direttrice del MuVet, Simona Rafanelli, ha concesso ad archeologiavocidalpassato.

“La mostra nasce da un desiderio in primo luogo: un desiderio, condiviso con il sindaco Elena Nappi del nostro Comune di Castiglione della Pescaia, di reagire al momento storico di grande buio, di ansia, di dolore, di malattia, di guerra, esaltando il lato positivo della vita stessa e del cosmo – potremmo dire -, un lato positivo che di comune intento abbiamo voluto porre nella parte femminile dell’umanità, una parte cui spetta da sempre, fin dall’antico, il ruolo di generare la vita e con essa la bellezza e insieme alla bellezza un aspetto peculiare dell’arte performativa che è la danza. Se pensiamo che il feto nel grembo della madre inizia la sua vita muovendosi danzando nel liquido amniotico, o – come sottolineato anche nel mito – che i cureti danzano per nascondere il pianto di Zeus bambino sul monte Ida, è un qualcosa la danza che nasce insieme alla bellezza, all’armonia, all’aspirazione alla perfezione, alla grazia, con l’uomo stesso e soprattutto proprio con la donna. Se la pace la bellezza la vita sono donna più che uomo, ebbene con questa mostra l’abbiamo voluto sottolineare ed esaltare.

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La danzatrice dalla Villa dei Papiri di Ercolano, le foto di Luigi Spina e le tempere di Antonio Canova nella prima sala della mostra “A passo di danza” al museo di Vetulonia (foto graziano tavan)

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La danzatrice dalla villa dei Papiri a Ercolano conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto graziano tavan)

“La mostra, i cui temi sono proprio la bellezza e la danza, ha preso vita grazie alla collaborazione con due enti di cultura straordinari che hanno creduto in questa idea, in questo progetto, senza guardare alle piccole dimensioni e alla dimensione semplicemente civica del museo di Vetulonia. Hanno voluto sposare il sogno che era dietro la costruzione di questa esposizione. Parlo del museo Archeologico nazionale di Napoli che, dopo averci donato con l’Efebo dalla via dell’Abbondanza cinque anni fa, nel 2017, la statua più bella di Pompei, ora per noi, per questa mostra, fa uscire dalle sale dedicate alla Villa dei Papiri di Ercolano la più bella delle cinque, cosiddette dal Winckelmann, “danzatrici”. In questa danzatrice lo schema greco della donna col peplo si spezza per prendere vita in un passo e in un gesto iconico della ballerina, col ginocchio piegato, la veste sollevata con un lembo, e soprattutto il braccio alzato a far ruotare una ghirlanda, una corona con cui danzare. Uno studio, grazie al confronto con le tempere di Antonio Canova, ha restituito l’identità di danzatrici a queste giovani fanciulle.

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Danzatrice in un affresco da villa di Ercolano conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto graziano tavan)


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In mostra a Vetulonia una riproduzione delle Danzatrici, tempere di Antonio Canova (foto graziano tavan)

“Esce la danzatrice del Mann insieme a cinque affreschi dalle ville romane di Ercolano e di Pompei: una danzatrice da una villa di Ercolano, villa d’otium dei romani del tempo, che mi ripete il gesto con la mano e le dita chiuse sollevate al di sopra della testa; e altre quattro figure danzanti, due menadi volanti straordinarie racchiuse nel giro di danza sul fondo nero che Antonio Canova sogna e ripropone nelle sue tempere di cui abbiamo tre riproduzioni fotografiche nell’allestimento di scena della mostra, e accanto due figure volanti di Eros e Psiche, corpo e anima, uniti nell’abbraccio d’amore cui lo stesso Canova dedicherà le sue opere.

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La danzatrice di Antonio Canova tra le foto di Lugi Spina nella mostra “A tempo di danza” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia (foto graziano tavan)

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La danzatrice di Antonio Canova nella mostra “A passo di danza” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia (foto graziano tavan)

“Perché Canova? Perché questo tema che attraversa il tempo e dà il titolo alla mostra, che attraversa i secoli a tempo di danza, in armonia grazia e bellezza, parte da opere dell’antichità classica di I sec. d.C. e arriva ad Antonio Canova. Si passa il testimone a quel grande maestro di opere neoclassiche che già si vestono di vene di romanticismo. Il gesso della danzatrice di Canova con le mani sui fianchi prestato da un altro ente straordinario che è l’Accademia delle Belle arti di Carrara arriva da noi. Anche questo per la prima volta esce dall’Accademia per entrare in questa mostra e raccogliere il testimone dalla danzatrice ercolanense del Mann. È una danzatrice che fu dichiarata nei primi dell’Ottocento la donna più bella del mondo col volto di Josephine de Beauharnais che Canova presentò sulle soglie del XIX secolo nel Salone delle Esposizioni di Parigi e che fece innamorare il mondo intero. Questa donna incede leggiadra, a passo di danza rivelando compiutamente nella fragilità del gesso, nelle ombre che richiamano il colore dei corpi connessi nella carne, parla e racconta la fragilità stessa e la precarietà della vita dell’individuo e del mondo del cosmo intero.

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La Tersicore di Antonio Canova riprodotta da TorArt con il robot antropomorfo della Robotor per la mostra “A tempo di danza” al museo di Vetulonia (foto graziano tavan)

“Accanto a queste due figure un’altra opera di Antonio Canova, di cui si celebra il bicentenario quest’anno dalla morte, la musa della danza e del canto corale, la divina Tersicore, dal greco τέρπω (“dar piacere, rallegrare”) e χoρός (“danza”), collegata alla stessa valenza e traduzioni dei termini della danza: χoρός vuol dire anche gioia, la stessa radice di Χαρά (“gioia”): Tersicore la ritroviamo proposta ad accogliere i visitatori nella prima delle due sale della mostra, quella incentrata sulla danza. Eccola la Tersicore, ricavata da un blocco in marmo di Carrara come l’originale di Canova conservato nella Fondazione Magnani Rocca a Mamiano di Traversetolo nel Parmense, che sta impugnando una cetra: canta, balla, si muove, suona. È stata realizzata nei tempi contemporanei ripetendo oggi quella volontà di moltiplicare la memoria, che è nello stesso pensiero, nelle corde di Antonio Canova che quando amava un soggetto lo replicava in diversi materiali, tempera, gesso, marmo, all’infinito in varie dimensioni. Così noi oggi nel contemporaneo la sua Tersicore scolpita dal robot antropomorfo della Robotor a opera della TorArt, giovane azienda carrarese. Eccola riprodotta oggi dal robot come la Canova a perpetuare la memoria del maestro.

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Alla mostra “A tempo di danza” le danzatrici, antiche e neoclassiche, dialogano con le fotografie di Luigi Spina, mostra nelal mostra (foto graziano tavan)

“E ancora. Ultime due chicche in questa sala. Da una parte la mostra nella mostra realizzata dal fotografo più grande, oggi a livelli mondiali, capace di dialogare con le opere antiche, Luigi Spina. Le cui opere fotografiche sono esposte in maniera permanente nello stesso museo Archeologico nazionale di Napoli. Luigi Spina partecipa con 11 foto-quadro a dialogare nella mostra, a narrare le opere antiche.

“Oltre alla mostra nella mostra realizzata dal fotografo Luigi Spina, capace di instaurare un silente quanto profondo dialogo interpretativo con i dettagli dell’opera antica di I sec. d.C., con quella in gesso di Antonio Canova, un’ultima osservazione va dedicata alla quinta scenografica teatrale ospitata nello spazio della mostra – anche questo evento culturale metafora del teatro per tutti gli eventi collegati alla mostra stessa – una scena con figure danzanti dell’antichità.

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Lo “spazio” teatrale alle spalle della danzatrice dalla Villa dei Papiri di Ercolano nella prima sala della mostra del museo di Vetulonia (foto graziano tavan)

“Sul fondo le cinque danzatrici dalla Villa dei Papiri di Ercolano del Mann: a sinistra, la cosiddetta fanciulla, ragazza di Loconia, dello scultore greco Callimaco, conservata in Grecia, accanto alla quale si libra nel vortice della danza una delle ballerine che adornavano le pareti della tomba dipinta del Triclinio, nella necropoli dei Monterozzi a Tarquinia. E ancora sull’altro lato della scena la splendida danzatrice affrescata sulla cosiddetta villa d’ozio di Cicerone a Pompei che ripete il gesto della danzatrice in bronzo di Ercolano: con la sinistra solleva un lembo della veste e con la destra in alto a tenere, anziché una ghirlanda, un altro lembo con cui danzare. E l’ultima figura, la cosiddetta fanciulla danzante del Palazzo Medici Riccardi a Firenze, quindi una ripetizione in età tarda post neoclassica che integra pezzi antichi e di restauro. Questa quinta scenica realizza la metafora e la realtà di un palcoscenico fulcro degli eventi culturali correlati a questa mostra, allestiti in scena tra questi capolavori per l’intera durata dell’esposizione.

“La seconda sala della mostra è un box dedicato alla bellezza. Un’esaltazione della bellezza che abbiamo voluto realizzare nel progetto dell’architetto Luigi Rafanelli ponendo sull’asse della diagonale due figure della dea della bellezza Venere, esaltate, come nella diagonale della danza della prima sala, lungo un percorso che parte dall’antichità classica, dalla Venere della collezione Farnese conservata sempre nel museo Archeologico nazionale di Napoli, accoccolata, mentre esce dal bagno: indossa soltanto un bracciale, un’armilla; un prezioso vasetto, l’alabastron, contenitore di profumi con i quali si deterge, si unge la pelle del corpo, quindi le carni e le chiome, acconciate nel consueto nodo di Afrodite.

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Veduta d’insieme della seconda sala, dedicata alla bellezza, della mostra “A tempo di danza” al museo Archeologico di Vetulonia (foto graziano tavan)

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“Venere Italica”, gesso di Antonio Canova in mostra al museo Archeologico di Vetulonia (foto graziano tavan)

“Da questa statua dalla collezione Farnese del Mann si passa sul fondo lungo la medesima diagonale alla Venere cosiddetta Italica, scolpita in gesso da Canova e realizzata anche qui su richiesta dell’esaudimento di un sogno: era stata appena – diciamo così – trafugata dagli Uffizi di Firenze la Venere de’ Medici, opera antica, d’età romana, in marmo, e il re d’Etruria chiede ad Antonio Canova di realizzare una Venere che andasse a sostituire quella antica: una copia della Venere de’ Medici. Questa copia non verrà fatta perché l’autore, il maestro Canova, risponde “Io non realizzo, non eseguo copie. Io creo. Intrigo il mio animo dell’antico, dello studio, della conoscenza dell’antico, per creare, per dar vita a forme che respirano di antico ma che riproducono al contempo la contemporaneità, l’età moderna”. Così è per questa Venere straordinaria che rappresenta l’aspetto pudico dell’eros, dell’amore, e si raccoglie nel suo fragile corpo da adolescente, nudo, e al contempo cerca di celare la sua nudità in questa figura riprodotta in piedi, nell’angolo della sala, proprio a raccogliere nella fragilità e nello splendore delle carni, del gesso etereo, che raccoglie il testimone con l’antico e dialoga con le foto-quadro di Spina, esaltando il momento più bello della creazione dell’opera e la sua vita che attraversa il tempo.

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La Venere accoccolata Farnese e, sulla diagonale, la Venere Italica di Antonio Canova nella mostra “A passo di danza” di Vetulonia (foto graziano tavan)

“Vediamo ancora una volta come riflessa in uno specchio al centro l’immagine della Venere antica che viene realizzata a Roma nello stesso I sec. d.C. da artisti, scultori del marmo romani, che si ispirano all’originale greco in bronzo dell’artista greco Doidalsas di età ellenistica. Doidalsas realizza in bronzo una Venere, che qui viene esaltata nel fulgore, nel biancore, nella rigidità del marmo chiamato la materia degli dei proprio perché ferma, immobile, eterna come eterno è il divino contro la precarietà, la fragilità tutta terrena del gesso. Questa immagine di Venere, replicata in poche copie importanti nel I sec., viene conservata, se pur mutila in molte sue parti nei maggiori musei d’Italia e d’Europa. Sto parlando di Napoli, di Roma, del Louvre di Parigi. Guardate la bellezza di queste due donne. L’una, una bellezza eterna tutta divina, quella della Venere accoccolata della collezione Farnese; l’altra, quella della fragile Venere, definita dal poeta Ugo Foscolo una bellissima donna, che Foscolo chiede di baciare perché innamorato del suo volto, delle sue membra. E gli viene concesso.

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Gli ingrandimenti delle cinque gemme della collezione Farnese esposte nella mostra “A tempo di danza” di Vetulonia (foot graziano tavan)

“Una bellezza che viene esaltata ancor più all’interno di questo spazio da cinque piccoli capolavori: le gemme cameo della medesima collezione Farnese, di cui fa parte la Venere accoccolata, concesse in prestito dallo steso museo Archeologico nazionale di Napoli. In sintesi questi cinque micro capolavori che sono le gemme farnesi, raccontano lo stesso tema della mostra: al suono del flauto dell’auletrix, la suonatrice di aulos, il doppio strumento a fiato, dove il suo ondeggiare, lento, ritmato, si vede soltanto nell’eco che questo moto trasferisce alle volute ondeggianti del mantello che ricade intorno al suo corpo nudo. Si muovono e danzano due menadi: l’una col tirso, l’altra con la testa rovesciata nello schema celeberrimo della scultura di Scopas, quindi greca. Dall’altra parte una gemma riproduce il medesimo schema della Venere Farnese accoccolata dopo il bagno, ricoperta come un cielo dal manto che deve avvolgerle il corpo. E l’ultima a celebrare quale corrispettivo ipostasi terrena o semidivina della bellezza dell’Afrodite dea per il momento dell’unione tra Leda e Zeus sotto le spoglie di un cigno dal cui miracoloso connubio nascerà Elena, la donna più bella del mondo, specchio di quella bellezza assoluta ed eterna che solo Venere dall’antichità al neoclassicismo di Canova può per noi come per tutti da sempre rappresentare”.

Archeologia sotto le stelle a Vetulonia. Marco Hagge presenta il catalogo della mostra-evento “A tempo di DANZA. In Armonia, Grazia e BELLEZZA. Dalle meraviglie del Museo archeologico Nazionale di Napoli alle opere di Antonio Canova, figlie del cuore”

vetulonia_archeologico_mostra-a-tempo-di-danza_presentazione-catalogo_locandinaSarà Marco Hagge, scrittore e giornalista, storico coordinatore di “Bellitalia”, la rubrica della Rai sui Beni Culturali del nostro paese, a presentare sotto le stelle di piazza Vatluna a Vetulonia una serata speciale promossa dal Comune di Castiglione della Pescaia e la direzione scientifica del museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia nell’ambito di “Archeologia sotto le stelle”: appuntamento mercoledì 10 agosto 2022, alle 21.30, per la presentazione del catalogo della mostra-evento “A tempo di DANZA. In Armonia, Grazia e BELLEZZA. Dalle meraviglie del Museo archeologico Nazionale di Napoli alle opere di Antonio Canova, figlie del cuore”. La serata sarà anche l’occasione per ricordare anche a tutti gli sponsor che, “protagonisti silenziosi” della mostra evento, hanno reso possibile con il loro sostegno e il loro lavoro, la realizzazione di questo straordinario quanto ambizioso progetto espositivo. Intervengono all’incontro Elena Nappi, sindaco di Castiglione della Pescaia; Simona Rafanelli, direttore scientifico del MuVet; Torart, azienda realizzatrice della riproduzione in marmo di Carrara della Tersicore di Canova. A seguire visite guidate alla mostra evento con le archeologhe dello staff del museo. Evento gratuito. Prenotazione gradita. Info e prenotazioni: 0564.927241 (da martedì a domenica, 10-14 e 15-19).

Vetulonia. Dal 1° luglio al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” la mostra-evento “A tempo di danza. In Armonia, Grazia e Bellezza” con la Danzatrice dalla Villa dei Papiri di Ercolano, gemme della Collezione Farnese, la Venere Italica di Canova e le foto di Luigi Spina

Siete pronti a farvi incantare dalle meraviglie del museo Archeologico nazionale di Napoli e dell’Accademia di Belle Arti di Carrara? A incantarvi davanti alla più bella delle cinque danzatrici restituite dalla Villa dei Papiri di Ercolano ed alla Venere accosciata della collezione Farnese conservata ed esposta al Mann? La notizia è rimasta “coperta” fino all’ultimo. Solo un paio di videoclip sul sito del museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia faceva capire che qualcosa di importante era nell’aria. E ora lo sappiamo. È la mostra-evento 2022, frutto della vulcanica direttrice del Muvet, Simona Rafanelli.

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Dal 1° luglio al 6 novembre 2022 il museo civico Archeologico di Vetulonia (Comune di Castiglione della Pescaia) aprirà le sue porte alla mostra dell’estate 2022 “A tempo di danza. In Armonia Grazia e Bellezza” (dal martedì alla domenica: 10-14 e 15-19). Un percorso espositivo con una straordinaria selezione di capolavori di fama mondiale concessi in prestito dal principale museo archeologico d’Italia, il Mann di Napoli, e dalla celeberrima Accademia delle Belle Arti di Carrara. Il tema dell’esposizione è rappresentato dalla danza e in particolare dalla declinazione al femminile di questa straordinaria arte performativa. Quindi si possono ammirare espressioni dell’arte plastica romana in bronzo e in marmo, testimoniate dalle domus vesuviane o confluite nella Collezione Farnese, fino ai capolavori cui il genio di Antonio Canova, debitore al mondo antico dell’eterno rapimento nell’estasi della Bellezza tradotta magistralmente nei fluidi movimenti del corpo delle sue eteree ballerine, ha saputo dar forma nel sommo delicato equilibrio fra Nuova Classicità e Romanticismo.

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La presentazione ufficiale della mostra “A tempo di danza” al museo civico Archeologico di Vetulonia (foto muvet)

Dalle cinque danzatrici restituite dalla Villa dei Papiri di Ercolano ed alla Venere accosciata della Collezione Farnese, due vertici assoluti della scultura in bronzo e in marmo conservata ed esposta al museo Archeologico nazionale di Napoli, cui fanno da magico contrappunto, fra antico e moderno, due capolavori canoviani in gesso, la danzatrice con il dorso delle mani poggiato sui fianchi e la Venere Italica, entrambe custodite nell’Accademia delle Belle Arti di Carrara. Un percorso intrecciato fra Danza e Bellezza, arricchito da una selezione di affreschi a tema provenienti dall’area vesuviana e da una scelta di gemme della Collezione Farnese, concessi in prestito anch’essi dal Mann.

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Il fotografo Luigi Spina nel suo atelier fotografato da luca sorbo

Una delle note di maggior fascino della mostra e poi la sorprendente presenza di una “mostra nella mostra”, quella di undici foto-quadro di Luigi Spina, il più grande fotografo di antichità del momento. Distribuite nelle due sale, esse conferiscono agli ambienti la raffinata sembianza di una pinacoteca, ad un tempo antica e contemporanea.

Napoli. Rinnovata la collaborazione tra il Mann e la Fondazione Campania dei Festival: co-marketing, scontistica reciproca, e focus per il progetto “Il Sogno Reale. I Borbone di Napoli” con visite guidate per scoprire come i Borbone influenzarono la formazione delle collezioni. Tour speciale il 2 luglio: “Dagli scavi borbonici al Mann per conoscere la vita di un Gladiatore”

Carlo di Borbone portò a Napoli la collezione archeologica ereditata dalla madre Elisabetta Farnese
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I famosi bronzi scoperti nella villa dei Papiri mentre regnava Carlo di Borbone (foto mann)

campania-teatro-festival_logo-2021Il museo Archeologico nazionale di Napoli e la Fondazione Campania dei Festival in rete anche quest’anno per promuovere la programmazione culturale in città. Senza dimenticare la scontistica congiunta: sino ad inizio ottobre, infatti, gli spettatori del Campania Teatro Festival avranno diritto ad accedere al Museo con biglietto ridotto; viceversa, visitatori ed abbonati OpenMann potranno assistere agli eventi della kermesse al prezzo agevolato di 5 euro (l’acquisto sarà effettuabile online, in uno dei punti di prevendita ed anche la sera stessa dell’iniziativa, previa disponibilità di posti). Parallelamente alle iniziative di co-marketing, il museo Archeologico nazionale di Napoli aderirà al progetto “Il Sogno Reale. I Borbone di Napoli”, promosso, a cura di Marco Perillo, nell’ambito del Campania Teatro Festival: dal 18 giugno al 9 luglio, ogni venerdì in due turni (partenza alle 17 e alle 17.30), saranno in programma visite guidate alla scoperta degli influssi che la politica culturale dei Borbone esercitò sulla formazione delle collezioni del Mann. La programmazione culturale, promossa in rete con la Fondazione Campania dei Festival, è curata, per il Mann, dall’Ufficio Comunicazione (responsabile: Antonella Carlo; staff: Caterina Serena Martucci), in collaborazione con i Servizi Educativi e l’Ufficio Museografia e Ricerca storiografica.

Pubblico sotto la statua di Ferdinando IV di Borbone del Canova: disegno a tema di Annamaria di Noia sul progetto “Il Sogno Reale” (foto mann)

Tra storia, museografia ed archeologia, l’itinerario partirà dall’Atrio, che ospita le sculture marmoree e bronzee rinvenute durante i primi scavi ufficiali nel Teatro di Ercolano: qui, saranno molteplici le incursioni storiche dedicate a Carlo III, promotore dell’iniziale campagna di ricerca nella città vesuviana e, naturalmente, a suo figlio Ferdinando, raffigurato da Antonio Canova nelle vesti di Atena sullo scalone principale del Museo; brevi focus includeranno, nel percorso, anche le sale dedicate alla Villa dei Papiri ed al Tempio di Iside. Tour speciali per venerdì 2 luglio 2021: gli incontri della giornata, infatti, saranno intitolati “Dagli scavi borbonici al MANN per conoscere la vita di un Gladiatore”. Le visite guidate, organizzate secondo le vigenti disposizioni anti-Covid, prevedranno la prenotazione obbligatoria, scrivendo a man-na.ufficiostampa@beniculturali.it: considerato il numero ridotto di posti a disposizione, si potrà riservare per il singolo incontro e non per l’intero ciclo di itinerari. Dal tour al Museo alla condivisione social: su Facebook ed Instagram, ogni settimana da metà giugno, saranno pubblicati post dedicati a storia, arte e cultura al tempo dei Borbone; in rete, disegni a tema realizzati da Annamaria Di Noia.

Topolino diventa Canova. In occasione della mostra-evento a Napoli “Canova e l’Antico”, arriva in edicola un numero speciale di Topolino con la storia “Topolinio Canova e la scintilla poetica”

La copertina del numero 3310 di Topolino con la storia “Topolinio Canova e la scintilla poetica”

Davide Catenacci, caporedattore Comics della Panini Spa (foto Graziano Tavan)

Topolino non finisce mai di stupire. Stavolta veste i panni del grande artista Antonio Canova. Così, in occasione della mostra “Canova e l’Antico” in programma al museo Archeologico nazionale di Napoli fino al 30 giugno 2019, la Panini Editore manda in edicola mercoledì 1° maggio 2019 il settimanale “Topolino” n. 3310 con una nuova storia a fumetti “Topolinio Canova e la scintilla poetica”. L’avventura, scritta e disegnata in maniera magistrale dall’autore napoletano Blasco Pisapia, è un omaggio al grande artista neoclassico e si inserisce nel filone educational che unisce l’umorismo delle storie di Paperi e Topi a eventi culturali di grande rilievo. L’iniziativa rientra nel progetto OBVIA ideato per il Mann dall’università “Federico II” di Napoli. La vicenda, ambientata nell’anno 1787, narra del viaggio che Topolinio Canova compie a Napoli insieme al suo amico e collega Pippin Hamilton, alla scoperta delle sculture antiche conservate nella città partenopea. Qui, Topolinio Canova conta di uscire dalla crisi creativa che lo attanaglia e dalla quale riemerge realizzando il suo capolavoro, Amore e Psiche. “Siamo orgogliosi di unire intrattenimento e cultura sulle pagine di Topolino”, dichiara Davide Catenacci, caporedattore Comics della Panini Spa. “È una nostra tradizione, che grandi autori e personaggi magnifici rendono possibile, ogni settimana, grazie a un medium accessibile come il fumetto” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/03/26/canova-e-lantico-mostra-evento-al-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-120-opere-del-novello-fidia-dialogano-con-i-capolavori-dellarte-antica/).

Napoli-San Pietroburgo: due mostre sulla via dell’Antico. Canova, maestro del Neoclassicismo, al Mann; Pompei, dove è nato il senso dell’Antico, all’Ermitage: ne parlano Giulierini, Piotrovskij e De Luca

Il Salone della Meridiana al Mann dove è allestita una sezione della mostra “Canova e l’Antico” (foto Graziano Tavan)

Il manifesto della mostra “Canova e l’Antico” al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 28 marzo al 30 giugno 2019

Il manifesto della mostra “Pompei. Uomini, dei ed eroi” al museo Ermitage di San Pietroburgo dal 19 aprile al 23 giugno 2019 2019)

Vincenzo De Luca, governatore della Campania

Napoli-San Pietroburgo, andata e ritorno sulla via dell’Antico. Non è un caso, quindi, che al museo Archeologico nazionale di Napoli da qualche settimana sia aperta la mostra “Canova e l’Antico” (fino al 30 giugno 2019), dove la parte del leone la fanno le preziose sculture canoviane conservate nella città degli zar, e che al 19 aprile 2019 al museo statale dell’Ermitage apra la mostra “Pompei. Uomini, dei ed eroi” (fino al 23 giugno 2019) con preziosi reperti provenienti dal Mann e dagli scavi dell’area vesuviana, cioè dove è nato, con gli scavi archeologici dei Borboni dalla metà del Settecento, il concetto di Antico: il progetto è il risultato tangibile dell’ampio e articolato protocollo di collaborazione culturale che lega i due musei (e Pompei) dal novembre 2016. “Se la scoperta di Ercolano e Pompei sono alla base della nascita del Neoclassicismo”, interviene il direttore del Mann, Paolo Giulierini, “la figura di Canova ne è, forse, la massima espressione artistica. Riflettere poi sul fatto che “il moderno Fidia” trasse ispirazione dal patrimonio antico di Napoli, anche in termini di statuaria, e ricevette numerose commesse tanto da consentirci, oggi, di poter proporre un “itinerario canoviano”, fornisce la risposta al perché di una mostra di Canova all’Archeologico di Napoli, curata magistralmente da Giuseppe Pavanello”. E il governatore della Campania, Vicenzo De Luca: “Perché Canova ha tanto senso? Perché sentiamo così profondamente la mostra dell’ultimo degli antichi e il primo dei moderni, fra gli artisti del ‘700? La risposta è nella mostra proposta dal Mann, che dimostra non solo l’eccellenza del museo che la ospita, ormai fra le più importanti istituzioni culturali europee, e lo straordinario intuito del suo direttore che riesce a tessere una fitta rete di rapporti interni e internazionali: negli ultimi mesi con la Cina, oggi con l’Ermitage di San Pietroburgo. Soprattutto, però, la mostra prova l’universalità “politica” dell’arte e la sua perenne contemporaneità. Da San Pietroburgo giungono a Napoli prestiti unici e irripetibili, come i gruppi scultorei di Canova, che, per la prima volta, vivranno un emozionante confronto con i modelli che hanno ispirato l’autore. A San Pietroburgo, reperti provenienti dal Mann e dal Parco archeologico di Pompei danno vita alla mostra “Pompei. Uomini, dei ed eroi”. E’ il significato dell’arte come patrimonio universale e collettivo. Ed è, per noi, motivo di orgoglio sentirci protagonisti di questa eccezionale interazione, condividere la capacità quasi “olfattiva” del Mann di intercettare, per questo magma in movimento che è la Campania, un “sistema” dell’arte, unico nel suo genere, che possa indicare nuovi orizzonti nella gestione della cultura della nostra nazione”.

Il gruppo “Amore e Psiche”, oggi all’Ermitage, scolpito da Canova per Josephine de Beauharnais (foto Graziano Tavan)

I direttori Paolo Giulierini (Mann) e Michail Piotrovsky (Ermitage)

“Chi conosce la terra, dove il cielo d’indicibile azzurro si colora? dove tranquillo il mar con l’onda sfiora rovine del passato?”: inizia così citando Puskin l’intervento di Michail Piotrovskij direttore generale museo statale Ermitage, una delle anime di questo progetto internazionale. “La penna di Puškin, come il pennello di un pittore”, continua, “ha creato un’immagine dell’Italia meridionale in due versi, dove la natura stessa ha nutrito l’immaginazione di artisti dei tempi antichi e ha ispirato l’incarnazione dell’ideale di bellezza: “Dove il gran Torquato cantò superbo, […], Ove dipinse Raffaello, dove nei nostri giorni lo scalpello di Canova dava vita al marmo ubbidiente”… Accanto ai nomi di famosi maestri del passato, il poeta mette il nome del suo contemporaneo”. Puškin – ricorda Piotrovskij – conosceva bene le opere di Canova: doveva averle viste all’Ermitage, per il quale Alessandro I acquistò dalla prima moglie di Napoleone, Joséphine, quattro statue nel 1814 e nelle collezioni di famosi collezionisti russi. Il principe Nikolaj Jusupov e il conte Nikolaj Rumjancev furono perenni ammiratori del talento del maestro italiano. Nel 1817, l’inviato austriaco scrisse a Antonio Canova a Roma dalla capitale russa: “Per diverse settimane tutti a San Pietroburgo dicono che tu e la tua statua, creati per il conte Rumjancev […], siete ammirati ed essa è diventata oggetto di vera adorazione del pubblico illuminato”: di questo pubblico illuminato faceva parte il diciottenne Aleksandr Puškin. “Grazie a filantropi e collezionisti russi, entusiasti estimatori del talento di Antonio Canova”, spiega Piotrovskij, “l’Ermitage possiede la più grande collezione al mondo di statue in marmo del famoso maestro italiano ed è alla luce della forte collaborazione che lega il nostro museo al museo Archeologico nazionale di Napoli e al suo direttore Paolo Giulierini che abbiamo voluto con convinzione promuovere insieme al Mann la mostra “Canova e l’Antico”, importante occasione di conoscenza e studio, partecipando all’evento con il prestito di un nucleo di opere davvero unico”.

L’affresco con “Dioniso e Arianna a Nasso” dalla Casa del Bracciale d’Oro di Pompei: sarà alla mostra all’Ermitage (foto Parco archeologico di Pompei)

Il direttore del Mann, Paolo Giulierini (foto Graziano Tavan)

“Canova e l’Antico”: come sono collegati questi due fenomeni? Quali le somiglianze e le differenze tra il lavoro dello scultore neoclassico e la plastica antica? Quali gli stimoli colti in quell’arte passata e, nel contempo, la straordinaria modernità dello scultore italiano? “Ci auguriamo che la mostra fornisca una risposta a questi interrogativi che, ripetutamente, si ponevano anche i contemporanei di Canova. E tra pochi giorni a San Pietroburgo al museo Ermitage, grazie al Protocollo di Collaborazione siglato ormai tre anni fa con il Mann e con il Parco archeologico di Pompei, si aprirà la più importante mostra mai realizzata in Russia sulla città sepolta dal Vesuvio nel 79 d.C. Un momento di conoscenza e di celebrazione di quell’arte e di quella cultura antica che i primi scavi di Pompei portavano all’attenzione internazionale proprio negli anni in cui Canova muoveva i primi passi; e che il giovane artista volle conoscere e vedere dal vivo nel suo primo viaggio a Napoli”. Un’ultima riflessione dal direttore Giulierini: “Il linguaggio del Neoclassicismo, è noto, sta alla base, come il mondo classico, di un codice interpretativo e culturale connaturato all’Europa delle Corti prima e delle Nazioni poi. Mai come ora un’operazione culturale è propizia per fornire un segnale di unità, dialogo e crescita intorno a temi che tutti noi abbiamo mutuato dal passato e che ancora oggi sono il fondamento dei nostri istituti di cultura, degli spazi urbani, del paesaggio”.

“Canova e l’Antico”, mostra-evento al museo Archeologico nazionale di Napoli: 120 opere del “novello Fidia” dialogano con i capolavori dell’arte antica, greco-romana e pompeiana, che l’hanno ispirato

Scriveva Stendhal: “Il Canova ha avuto il coraggio di non copiare i greci e di inventare una bellezza, come avevano fatto i greci: che dolore per i pedanti! Per questo continueranno ad insultarlo cinquant’anni dopo la sua morte, ed anche per questo la sua gloria crescerà sempre più in fretta. Quel grande che a vent’anni non conosceva ancora l’ortografia, ha creato cento statue, trenta delle quali sono capolavori!”. E già a vedere alcune opere del Canova che scorrono nel video di Ars Invicta, trailer di presentazione della mostra-evento “Canova e l’Antico” al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 28 marzo al 30 giugno 2019 ci dà un assaggio della grandezza di questo artista celebrato da Stendhal. E che per tutto il corso della sua attività artistica ha seguito il monito di Johann Joachim Winckelmann, padre del Neoclassicismo: “Imitare, non copiare gli antichi” per “diventare inimitabili”. Al Mann, a Napoli, per la prima volta 12 grandi marmi e oltre 110 opere del sommo scultore per mettere a fuoco, nel “tempio” dell’arte classica, il legame fecondo tra Canova e l’Antico.

Il manifesto della mostra “Canova e l’Antico” al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 28 marzo al 30 giugno 2019

Per la prima volta si mette a fuoco in una mostra quel rapporto continuo, intenso e fecondo che legò Canova al mondo classico, facendone agli occhi dei suoi contemporanei un “novello Fidia”, ma anche un artista capace di scardinare e rinnovare l’Antico guardando alla natura. “L’ultimo degli antichi e il primo dei moderni”: definizione che ben si attaglia al sommo Antonio Canova e alla sua arte sublime, celebrata per la prima volta a Napoli, al museo Archeologico nazionale nella mostra-evento co-promossa dal Mibac-Mann con il museo statale Ermitage di San Pietroburgo nell’ambito dell’importante protocollo di collaborazione che lega le due Istituzioni. La mostra “Canova e l’Antico” ha ottenuto il sostegno della Regione Campania, i patrocini del Comune di Napoli, della Gypsotheca-Museo Antonio Canova di Possagno e del museo civico di Bassano del Grappa ed è stata realizzata con la collaborazione di Ermitage Italia.

Vincenzo De Luca, governatore della Campania

“Perché Canova ha tanto senso? Perché sentiamo così profondamente la mostra “dell’ultimo degli antichi e il primo dei moderni”, fra gli artisti del ‘700?”, si chiede il governatore della Campania, Vincenzo De Luca. “La risposta è nella mostra proposta dal Mann, che dimostra non solo l’eccellenza del museo che la ospita, ormai fra le più importanti istituzioni culturali europee, e lo straordinario intuito del suo direttore che riesce a tessere una fitta rete di rapporti interni e internazionali: negli ultimi mesi con la Cina, oggi con l’Ermitage di San Pietroburgo. Soprattutto, però, la mostra prova l’universalità “politica” dell’arte e la sua perenne contemporaneità. Da San Pietroburgo, giungono a Napoli prestiti unici e irripetibili, come i gruppi scultorei di Canova che, per la prima volta, vivranno un emozionante confronto con i modelli che hanno ispirato l’autore. A San Pietroburgo, reperti provenienti dal Mann e dal Parco Archeologico di Pompei danno vita alla mostra “Pompei. Uomini, dei ed eroi”. È il significato dell’arte come patrimonio universale e collettivo. Ed è, per noi, motivo di orgoglio sentirci protagonisti di questa eccezionale interazione, condividere la capacità quasi “olfattiva” del Mann di intercettare, per questo magma in movimento che è la Campania, un “sistema” dell’arte, unico nel suo genere, che possa indicare nuovi orizzonti nella gestione della cultura della nostra nazione”.

Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

“Se la scoperta di Ercolano e Pompei sono alla base della nascita del Neoclassicismo”, interviene il direttore del Mann, Paolo Giulierini, “la figura di Canova ne è, forse, la massima espressione artistica. Riflettere poi sul fatto che “il moderno Fidia” trasse ispirazione dal patrimonio antico di Napoli, anche in termini di statuaria, e ricevette numerose commesse tanto da consentirci, oggi, di poter proporre un “itinerario canoviano”, fornisce la risposta al perché di una mostra di Canova all’Archeologico di Napoli, curata magistralmente da Giuseppe Pavanello. Cardine dell’esposizione è il nucleo di sculture proveniente dall’Ermitage, museo con il quale il Mann è legato da un protocollo quadriennale propiziato dalla lungimiranza di Maurizio Cecconi con l’ausilio di Villaggio Globale International. Per questo mi sento in dovere di ringraziare il professor Michail Piotrovskij, direttore del museo statale Ermitage, e il curatore del dipartimento canoviano dottor Sergej Androsov. Fondamentali prestiti sono stati forniti anche dalla Gipsoteca di Possagno, dal museo di Bassano del Grappa, dal museo nazionale di Kiev e dall’Accademia di Napoli che concorrono a creare uno straordinario percorso artistico incardinato sul tema che parte dalla fase creativa (dal bozzetto al disegno, dal modello alla copia in gesso) fino all’opera d’arte definitiva”.

Il famoso gruppo delle Tre Grazie di Antonio Canova, capolavoro conservato all’Ermitage di San Pietroburgo

Curata da Giuseppe Pavanello, tra i massimi studiosi di Canova e organizzata da Villaggio Globale International, la mostra, riunirà al museo Archeologico nazionale di Napoli, oltre ad alcune ulteriori opere antiche di rilievo, più di 110 lavori del grande artista, tra cui 12 straordinari marmi, grandi modelli e calchi in gesso, bassorilievi, modellini in gesso e terracotta, disegni, dipinti, monocromi e tempere, in dialogo con opere collezioni del Mann, in parte inserite nel percorso espositivo, in parte segnalate nelle sale museali. Prestiti internazionali connotano l’appuntamento: come il nucleo eccezionale di ben sei marmi provenienti dall’Ermitage di San Pietroburgo, che vanta la più ampia collezione canoviana al mondo – L’Amorino Alato, L’Ebe, La Danzatrice con le mani sui fianchi, Amore e Psiche stanti, la testa del Genio della Morte e la celeberrima e rivoluzionaria scultura delle Tre Grazie – ma anche l’imponente statua, alta quasi tre metri, raffigurante La Pace, proveniente da Kiev e l’Apollo che s’incorona del Getty Museum di Los Angeles. A questi si aggiungono, tra i capolavori in marmo che hanno entusiasmato scrittori come Stendhal e Foscolo riuniti ora nel Salone della Meridiana del museo Archeologico napoletano, la bellissima Maddalena penitente da Genova, il Paride dal museo civico di Asolo, la Stele Mellerio, vertice ineguagliabile di rarefazione formale e di pathos. Straordinaria la presenza di alcuni delicatissimi grandi gessi come l’Amorino Campbell e il Perseo Trionfante, restaurato quest’ultimo per l’occasione e già in Palazzo Papafava a Padova – entrambi da collezioni private – o il Teseo vincitore del Minotauro e l’Endimione dormiente dalla Gypsotheca di Possagno (paese natale di Canova) che ha concesso, con grande generosità, prestiti davvero significativi.

Preziosa tempera su carta di Antonio Canova con Teseo e Piritoo alla corte di Diana, conservato alla Gypsoteca di Possagno

Fondamentale in tal senso anche il supporto della soprintendenza ABAP dell’area metropolitana di Venezia e delle province di Belluno, Padova e Treviso, che in questi anni sta conducendo una delicata azione sul territorio, non solo di tutela delle opere d’arte, ma anche di salvaguardia e affermazione del loro valore testimoniale rispetto alle drammatiche vicende della prima Guerra Mondiale, che le ha viste tragicamente protagoniste, talvolta riportando ferite di cui va mantenuta viva la memoria. Sempre nell’ambito della collaborazione con l’Istituzione di Possagno, altro elemento peculiare della mostra sarà la possibilità di ammirare tutte insieme e dopo un attento restauro, le 34 tempere su carta a fondo nero conservate nella casa natale dell’artista: quei “varj pensieri di danze e scherzi di Ninfe con amori, di Muse e Filosofi ecc, disegnati per solo studio e diletto dell’Artista”, come si legge nel catalogo delle opere canoviane steso nel 1816, chiaramente ispirati alle pitture pompeiane su fondo unito e, in particolare, alle Danzatrici. Con le tempere, lo scultore del bianchissimo marmo di Carrara sperimentava, sulla scia di quegli esempi antichi, il suo contrario, i “campi neri”, intendendo porsi come redivivo pittore delle raffinatezze pompeiane ammirate in tutta Europa, alle quali, per la prima volta, quei suoi “pensieri” possono ora essere affiancati.

Al Mann di Napoli la mostra-evento “Canova e l’antico” co-promossa con l’Ermitage: per la prima volta 12 grandi marmi e oltre 110 opere del sommo scultore in dialogo con l’arte classica

La colossale statua di re Ferdinando IV di Borbone, realizzata da Antonio Canova, che troneggia al museo Archeologico nazionale di Napoli

Il manifesto della mostra “Canova e l’Antico” al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 28 marzo al 30 giugno 2019

Mancano solo tre settimane alla mostra-evento dell’anno “Canova e l’antico” al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 28 marzo al 30 giugno 2019, dove per la prima volta 12 grandi marmi e oltre 110 opere del sommo scultore (“L’ultimo degli antichi e il primo dei moderni”) metteranno a fuoco, nel “tempio” dell’arte classica, il legame fecondo tra Canova e l’antico. La mostra-evento, co-promossa dal museo Archeologico nazionale di Napoli con il museo statale Ermitage di San Pietroburgo nell’ambito dell’importante protocollo di collaborazione che lega le due Istituzioni, ha ottenuto il sostegno della Regione Campania, i patrocini del Comune di Napoli, della Gypsotheca-museo Antonio Canova di Possagno e del museo civico di Bassano del Grappa ed è stata realizzata con la collaborazione di Ermitage Italia. Catalogo della mostra edito da Electa. “Il museo Archeologico nazionale di Napoli, dove si trova la grande statua canoviana di Ferdinando IV di Borbone”, spiega il suo direttore Paolo Giulierini, “era il luogo ideale per costruire una mostra che desse conto di questo dialogo prolungato tra il grande Canova e l’arte classica”. Proprio a Napoli si conservano capolavori ammirati dal maestro veneto: pitture e sculture ‘ercolanesi’ che egli vide nel primo soggiorno in città nel 1780; quindi i marmi farnesiani, studiati già quando erano a Roma in palazzo Farnese e trasferiti a Napoli per volontà di re Ferdinando IV: marmi celeberrimi che sono stati all’origine di opere capitali di Canova come l’Amore Farnese, prototipo per l’Amorino alato Jusupov che il pubblico potrà confrontare in questa straordinaria occasione.

Il famoso gruppo delle Tre Grazie di Antonio Canova, capolavoro conservato all’Ermitage di San Pietroburgo

Le Tre Grazie in un affresco pompeiano conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli

Per la prima volta, in una mostra, si mette a fuoco quel rapporto continuo, intenso e fecondo che legò Canova al mondo classico, facendone agli occhi dei suoi contemporanei un “novello Fidia”, ma anche un artista capace di scardinare e rinnovare l’Antico guardando alla natura. “Imitare, non copiare gli antichi” per “diventare inimitabili” era il monito di Winckelmann, padre del neoclassicismo: monito seguito da Canova lungo tutto il corso della sua attività artistica. Dal giovanile Teseo vincitore del Minotauro sino all’Endimione dormiente, concluso poco prima di morire, il dialogo Antico/Moderno è una costante irrinunciabile; fino a toccare, in tale percorso, punte che hanno valore di paradigma: per tutte, la creazione del Perseo trionfante, novello “Apollo del Belvedere”.

L’Amorino Alato di Antonio Canova conservato al museo Ermitage di San Pietroburgo

La testa del Genio dela Morte di Antonio Canova conservata al museo Ermitage di San Pietroburgo

Curata da Giuseppe Pavanello, tra i massimi studiosi di Canova – con un comitato scientifico internazionale – e organizzata da Villaggio Globale International, la mostra, riunirà al museo Archeologico nazionale di Napoli, oltre ad alcune ulteriori opere antiche di rilievo, più di 110 lavori del grande artista, tra cui 12 straordinari marmi, grandi modelli e calchi in gesso, bassorilievi, modellini in gesso e terracotta, disegni, dipinti, monocromi e tempere, in dialogo con opere collezioni del Mann, in parte inserite nel percorso espositivo, in parte segnalate nelle sale museali. Prestiti internazionali connotano l’appuntamento: come il nucleo eccezionale di ben sei marmi provenienti dall’Ermitage di San Pietroburgo, che vanta la più ampia collezione canoviana al mondo – l’Amorino Alato, l’Ebe, la Danzatrice con le mani sui fianchi, Amore e Psiche stanti, la testa del Genio della Morte e la celeberrima e rivoluzionaria scultura delle Tre Grazie – ma anche l’imponente statua, alta quasi tre metri, raffigurante La Pace, proveniente da Kiev e l’Apollo che s’incorona del Getty Museum di Los Angeles. A questi si aggiungono tra i capolavori in marmo che hanno entusiasmato scrittori come Stendhal e Foscolo, riuniti ora nel Salone della Meridiana del museo Archeologico napoletano, la bellissima Maddalena penitente da Genova, il Paride dal museo civico di Asolo, la Stele Mellerio, vertice ineguagliabile di rarefazione formale e di pathos. Straordinaria la presenza di alcuni delicatissimi grandi gessi, come il Teseo vincitore del Minotauro e l’Endimione dormiente dalla Gypsotheca di Possagno (paese natale di Canova), che ha concesso con grande generosità prestiti davvero significativi; o ancora l’Amorino Campbell e il Perseo Trionfante restaurato quest’ultimo per l’occasione e già in Palazzo Papafava a Padova – entrambi da collezioni private.

Preziosa tempera su carta di Antonio Canova con Teseo e Piritoo alla corte di Diana, conservato alla Gypsoteca di Possagno

Altro elemento peculiare della mostra sarà la possibilità di ammirare tutte insieme e dopo un attento restauro, le 34 tempere su carta a fondo nero conservate nella casa natale dell’artista: quei “varj pensieri di danze e scherzi di Ninfe con amori, di Muse e Filosofi ecc, disegnati per solo studio e diletto dell’Artista” – come si legge nel catalogo delle opere canoviane steso nel 1816 – chiaramente ispirati alle pitture pompeiane su fondo unito e, in particolare, alle Danzatrici. Con le tempere, lo scultore del bianchissimo marmo di Carrara sperimentava, sulla scia di quegli esempi antichi, il suo contrario, i “campi neri”, intendendo porsi come redivivo pittore delle raffinatezze pompeiane ammirate in tutta Europa, alle quali, per la prima volta, quei suoi “pensieri” possono ora essere affiancati. Proprio il confronto, per analogia e opposizione, fra opere di Canova e opere classiche, costituisce d’altra parte l’assoluta novità di questa mostra, evidenziando un rapporto unico tra un artista moderno e l’arte antica.

Il 2019 porta a Napoli i capolavori del Canova dell’Ermitage per la grande mostra “Canova e l’antico” che propone il confronto per analogia e per opposizione tra le opere del maestro neoclassico e le sculture greco-romane della collezione Farnese

La cosiddetta “galleria canoviana” nel Palazzo d’Inverno al museo statale dell’Ermitage a San Pietroburgo (foto Graziano Tavan)

I firmatari del protocollo di San Pietroburgo: da sinistra, Massimo Osanna (Pompei), Paolo Giulierini (Mann), Michail Piotrovskij (Ermitage)

L’elenco è ufficiale. Solo a scorrerlo c’è da rimanere senza parole: sono sei capolavori del sommo Antonio Canova, tra cui Le Tre Grazie, la Danzatrice e il gruppo di Amore e Psiche stanti. Fanno bella mostra nella cosiddetta “galleria canoviana” del Palazzo d’Inverno al museo statale Ermitage di San Pietroburgo, che costituisce il più importante nucleo di marmi canoviani al mondo. Ma dalla fine di marzo traslocheranno a Napoli al museo Archeologico nazionale per la grande mostra “Canova e l’antico”, l’evento culturale che il 2019 porta alle falde del Vesuvio. La mostra “Canova e l’antico”, coprodotta dal Mann e dall’Ermitage, che nasce nell’ambito dell’ampio e articolato protocollo di collaborazione culturale che lega i due musei dal novembre 2016, si preannuncia ormai non solo come un progetto assolutamente inedito, ma anche come un evento internazionale davvero unico, grazie al corpus espositivo che si sta definendo con tanti musei e soprattutto ai fantastici e impressionanti prestiti che giungeranno al museo Archeologico nazionale di Napoli dal grande museo sulla Neva.

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“Ebe” stante di Antonio Canova esposta nel Palazzo d’Inverno dell’Ermitage (foto Graziano Tavan)

Allora vediamo meglio l’elenco definito tra il professor Michail Piotrovsky, direttore generale del museo statale Ermitage, e Paolo Giulierini, direttore del Mann: il prestito si compone di ben sei tra i grandi e notissimi capolavori del sublime scultore custoditi dall’Ermitage. L’elenco è incredibile, si diceva, perché comprende non soltanto il busto marmoreo del Genio della morte (1798-1805) ma anche la bellissima Danzatrice (1811-1812), Ebe stante (1800-1805), il famosissimo Amorino alato (1797), il gruppo marmoreo di Amore e Psiche stanti (1800-1805) e l’emozionante Le Tre Grazie (1812-1817) simbolo universale di bellezza e icona del grande Canova nel mondo. Dall’Ermitage anche la grande statua romana dell’Ermafrodito dormiente del lll-l secolo a.C. e il gruppo bronzeo di Ercole e Lica.

“Le Tre Grazie”, il famosissimo gruppo scultoreo di Antonio Canova esposto all’Ermitage di San Pietroburgo (foto Graziano Tavan)

Napoli freme in attesa di rendere onore per la prima volta al sommo scultore italiano che secondo l’assunto proclamato da Winckelmann, padre del Neoclassicismo, mirava a imitare e non a copiare gli antichi. La modernità infatti e il genio creativo di Canova, che guardò per tutta la vita all’arte classica, facendo del dialogo antico/moderno una costante irrinunciabile del suo percorso, gli permisero di rileggere la scultura greco-romana con una sensibilità e un sentire assolutamente nuovo e per certi versi irraggiungibile. Con punte di innovazione radicali, come nel caso delle Grazie. L’Antico, per Antonio Canova, bisognava averlo in mente, sperimentandolo nel sangue, sino a farlo diventare naturale come la vita stessa. Ed è anche per tale motivo che lo scultore si può considerare l’ultimo degli antichi e il primo dei moderni.

L’Ercole Farnese, statua monumentale conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

Altre anticipazioni della mostra “Canova e l’antico”. Nella mostra, il confronto per analogia e per opposizione, fra opere di Canova e opere classiche, sarà costante, reso possibile e perfetto in un autentico tempio dell’antico come il museo Archeologico nazionale di Napoli, che vanta peraltro, nello scalone monumentale, la grande statua canoviana di Ferdinando di Borbone come Minerva. I rapporti tra Canova e Napoli furono fortissimi. Qui si trovano infatti capolavori che sono stati ammirati dallo scultore sin dal suo primo viaggio in città, appena ventiduenne, a partire dai celeberrimi marmi farnesiani, da Amore Farnese prototipo per l’Amorino alato Jusupov, al gruppo di Atamante e Learco (o Ettore e Troilo), avvio per il gruppo di Ercole e Lica, marmo imponente previsto fra l’altro per Napoli, la cui grandezza venne calcolata sull’Ercole Farnese, altro capolavoro del museo napoletano. Numerose e significative furono poi le committenze dei regnanti, sia dell’antico regime sia dell’età napoleonica e dell’aristocrazia napoletana, come in nessun’altra città dopo Roma.

Verona romana. Seconda parte della visita guidata del nuovo museo Archeologico al Teatro romano alla scoperta non solo dei ritrovamenti tesori romani ma anche dei tesori dei monaci Gesuati e dei segreti del colle di san Pietro

L'affaccio del museo archeologico di Verona a strapiombo sul teatro romano

L’affaccio del museo archeologico di Verona a strapiombo sul teatro romano

Il nuovo museo Archeologico al Teatro romano di Verona è una continua scoperta non solo delle testimonianze della Verona romana ma anche dei segreti del colle dove si sistemarono i monaci Gesuati dediti alla cura degli infermi con la produzione e distribuzione gratuita di medicinali. Essi producevano infatti profumi e liquori e furono anche detti “padri dell’acquavite”. La scelta di questo luogo non fu casuale: sotto il colle di San Pietro c’era una fonte molto ricca di acqua necessaria proprio per l’attività dei monaci. Dunque dopo aver fatto la conoscenza nel precedente post del quinto livello dell’ex convento dei Gesuati, da dove inizia il percorso del nuovo allestimento, che affronta – lo ricordiamo – le caratteristiche della città romana, dai quartieri residenziali alle necropoli, fino ai grandi edifici pubblici, i monumenti che ancora oggi rendono famosa Verona: l’Arco dei Gavi, l’Arena e il teatro romano (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/07/16/verona-romana-boom-di-visitatori-al-nuovo-museo-archeologico-al-teatro-romano-un-balcone-sulla-citta-iniziamo-la-visita-guidata-del-primo-piano-dalla-citta-romana-alle-necropoli-ai-grandi-monumenti/); oggi cerchiamo di scoprire gli altri ambienti del museo continuando la nostra breve visita guidata. Dal quinto livello si scende al piano sottostante, quello del chiostro, attraverso la curva dell’elegante scalone in pietra che ricalca in parte un percorso romano.

Applicazione in bronzo raffigurante il dio Oceano o un Tritone destinata a decorare la corazza della statua dell'imperatore

Applicazione in bronzo raffigurante il dio Oceano o un Tritone destinata a decorare la corazza della statua dell’imperatore

Alla fine dello scalone il visitatore entra nel nuovo cortile coperto, dove si ammirano sculture in pietra e bronzo che ornavano i luoghi pubblici della città. Le troviamo all’interno delle grandi vetrine passanti che dividono la corte coperta dalla sala affacciata sul teatro. “Verona”, ricorda Margherita Bolla, direttore del museo, “è tra le città romane dell’Italia settentrionale con il maggior numero di resti di sculture in bronzo, rari perché normalmente il bronzo era rifuso per realizzare altri oggetti”. Invece in età imperiale le sculture in pietra erano realizzate in pregiato marmo bianco, di origine non locale. Prima, fino ai primi decenni del I sec. d.C., qualche volta era impiegata la “pietra gallina”, un tufo ricavato da cave nelle immediate vicinanze della città. Mentre il calcare, pietra tipica delle sculture in ambito funerario, proveniva dalla Valpolicella.

Il refettorio dell'ex convento dei Gesuati con le sculture dei grandi collezionisti veronesi

Il refettorio dell’ex convento dei Gesuati con le sculture dei grandi collezionisti veronesi

Si entra quindi nel refettorio, dedicato alle grandi sculture romane rinvenute a Verona, per poi accedere alla sezione riservata alla “Scultura di collezione” testimonianza del gusto, della passione per l’antico e dell’amore per la propria città di personaggi veronesi eminenti, come i Giusti, Jacopo Muselli, Gaetano Pinali. “Il collezionismo di materiale archeologico”, continua Bolla, “è stato un fenomeno particolarmente vivo a Verona dal Rinascimento all’Ottocento, con acquisizioni da Roma, dall’Italia, dalla Grecia e dalla Turchia (attraverso il commercio antiquario veneziano). Alcune delle raccolte sono confluite, per donazione o acquisto, nel patrimonio pubblico”. Nel refettorio, al cui è stato sistemato un mosaico trovato in un’antico edificio romano di Verona, con figure di pesci e grandi felini inserite in tre cerchi, è esposta una selezione di queste sculture, purtroppo quasi tutte prive del luogo di ritrovamento, tra cui una riproduzione romana della Venere di Fidia presente nel frontone del Partenone di Atene.

La prima cella monastica conserva i vetri soffiati con reperti di bottiglie, bicchieri, piatti, vasi, anfore

La prima cella monastica conserva i vetri soffiati con reperti di bottiglie, bicchieri, piatti, vasi, anfore

Sul corridoio di collegamento si aprono tre celle del convento dei Gesuati, con una meravigliosa vista sulla città, destinate in origine al riposo dei singoli monaci. Oggi vi sono esposti oggetti di piccole dimensioni, provenienti dal territorio e di collezione: bronzetti preromani e romani, di grande valore scientifico per lo studio dei culti antichi e per la conoscenza degli arredi delle domus (il Museo possiede una raccolta di bronzi fra le maggiori dell’Italia settentrionale); oggetti legati alla vita quotidiana, come vetri dai meravigliosi colori, lucerne, recipienti. Nella prima cella vi sono vetri soffiati con reperti di bottiglie, bicchieri, piatti, vasi, anfore, ecc. Nella seconda cella vi sono bronzetti di divinità greche e romane, tenute in casa per adorazione. Nella terza cella vi sono bronzetti di lari, ovvero piccole statuette in bronzo degli antenati domestici, che venivano adorate e tenute per protezione dai componenti della famiglia. Dopo le celle e lo spazio riservato alle mostre temporanee, il corridoio si allarga in una sala che espone una grande statua romana di oratore con testa di Antonio Canova, una statua di Giove, un pozzo con baccanti e una statua di Diana proveniente da Efeso (Turchia).

L'ex chiesa di San Girolamo con soffitto ligneo del Cinquecento: presenta mosaici provenienti dal Veronese

L’ex chiesa di San Girolamo con soffitto ligneo del Cinquecento: presenta mosaici policromi e in bianco e nero provenienti dal Veronese

La visita prosegue nel chiostro, quattro loggiati con serie di arcate e volte a crociera, dove sono state risistemate iscrizioni e stele, con numerosi esempi di scultura funeraria, opera di botteghe di lapicidi che in epoca romana lavoravano il calcare locale, tratto dalle cave site in Valpolicella. Dal chiostro si entra nella chiesa del convento (con affreschi e un pregevole soffitto ligneo cinquecentesco), che ospita la sezione dedicata ai mosaici, in bianco e nero e policromi, da Verona e dai dintorni. La chiesa di San Girolamo fu realizzata dai Gesuati che giunsero sotto il colle intorno al 1430. La facciata della chiesa con una bifora si trova allineata al muraglione della scarpata. Pertanto la chiesa é accessibile da due entrate laterali, una collegata al chiostro e l’altra alla grande terrazza. Sull’altare della chiesa è sistemato un trittico dipinto raffigurante la Madonna con bambino fra S. Pietro e S. Giacomo di Giovanni Francesco Caroto (1508). Dalla chiesa si passa alla Grande Terrazza, un eccezionale balcone su Verona, riaperta al pubblico nel 2002 con un allestimento che è rimasto invariato; vi sono esposte, all’aperto, lapidi funerarie (nell’area verso il colle) ed elementi architettonici (nell’area verso il teatro), a integrazione di quanto visto all’interno del museo.

Il direttore Margherita Bolla e il sindaco Flavio Tosi (al centro) sulla Grande Terrazza

Il direttore Margherita Bolla e il sindaco Flavio Tosi (al centro) sulla Grande Terrazza

Il percorso museale si conclude al piano inferiore, che accoglie are e lapidi dedicate agli dei romani venerati nel Veronese ed elementi architettonici di grande raffinatezza. È in questa sezione che si apre una specie di pozzo dove, con un po’ di difficoltà, si può intravedere una grande opera di ingegneria idraulica operata dai romani sul colle di San Pietro a tutela del sottostante teatro affacciato sul fiume Adige, opera scoperta dalle ricerche archeologiche dell’area teatrale tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Per eliminare il pericolo di infiltrazione di acqua piovana venne infatti scavata dai romani una profonda intercapedine lungo il perimetro della cavea con scarico direttamente in Adige ai lati dell’edificio scenico. Sempre in quest’ultima sezione si passa attraverso l’ex oratorio dei Gesuati. In questo piccolo luogo di preghiera è posto un pregiato Crocefisso in legno, rinascimentale; ai lati sono la Madonna e San Giovanni (tavole lignee ritagliate, del Settecento). Nel pavimento è stato inserito un mosaico tardo romano, a più colori, con riquadri decorati da cesti e vasi. Infine lungo le pareti ci leggono iscrizioni sacre latine.

Le arcatelle del loggiato superiore del teatro romano di Verona che sorprendono il visitatore all'uscita del percorso museale

Le arcatelle del loggiato superiore del teatro romano di Verona che sorprendono il visitatore all’uscita del percorso museale

La visita del museo termina qui (da dove avremmo cominciato il percorso – sconsigliato – se avessimo scelto le scale, anziché l’ascensore). Ma non sono terminate le emozioni. All’uscita dal convento ci si trova davanti un affaccio unico: sotto di noi la cavea del teatro romano, sulla nostra destra le arcate delle logge che chiudevano in alto le gradinate del teatro (recuperate dagli scavi ottocenteschi di Andrea Monga), davanti a noi l’ansa dell’Adige che chiude la Verona romana con in primo piano il ponte Pietra, uno dei due ponti realizzati dai romani per attraversare il fiume. Solo questo panorama vale un ingresso al museo archeologico del teatro romano di Verona. Buona visita.