Antico Egitto a Vittorio Veneto. Naldoni slitta di una settimana, al suo posto il Dvd di Benassai su “Origine e significato delle costellazioni” a margine della mostra “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto”

Molto partecipati a Vittorio Veneto gli incontri di approfondimento a margine della mostra “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto”

Alessandro Benassai, presidente Archeosofica (foto Paolo Renier)
Franco Naldoni lascia e raddoppia. Al di là del gioco di parole, il ricercatore dell’associazione Archeosofica di Firenze, esperto di Egittologia, che avrebbe dovuto tenere a Vittorio Veneto la conferenza “Egitto immagine del cielo, il linguaggio degli astri. Astronomia egiziana”, sabato 9 giugno 2018 alle 18 non potrà essere presente per intervenuti motivi personali, ma non lascerà a bocca asciutta l’attento pubblico che segue gli incontri molto partecipati promossi da Paolo Renier nell’aula magna della Rotonda di villa Papadopoli a Vittorio Veneto (Tv), messa a disposizione dall’associazione storico culturale Zheneda, a margine della mostra “Rispetto, Conoscenza e valore. 1989-2018, Paolo Renier per Abydos-Egitto”. Naldoni proporrà la sua conferenza il sabato successivo, 16 giugno 2018, facendo slittare quella in programma di Paolo Renier a sabato 23 giugno 2018. E per sabato 9 giugno 2018 ha fatto pervenire agli organizzatori il DVD “Origine e significato delle costellazioni” curato da Alessandro Benassai, presidente dell’associazione Archeosofica. Quindi un incontro per immagini che si annuncia particolarmente coinvolgente.
“Le Costellazioni sono creazioni mentali dei Filosofi ispirati dalla Sapienza Eterna”, anticipa Benassai, “idee proiettate e fissate nel cielo della Mente Universale, simboli alchemici della Grande Opera. I nomi delle Costellazioni e il loro significato simbolico possono variare secondo i tempi e le Nazioni, mantenendo però il contenuto esoterico in ragione dell’unicità della Rivelazione. Esse rivelano e testimoniano il grado di conoscenza arcaica posseduta dai Centri Iniziatici di civiltà ormai scomparse. Testimonianze archeologiche, scritti e tradizioni, dimostrano una conoscenza dell’astrologia-astronomia, medicina, arte, e di altre scienze, da parte dei Caldei, Egiziani, Greci, Cinesi, Aztechi, Incas e altri popoli antichi. Queste conoscenze non avevano un carattere generalizzato ma si riferivano ai Centri di cultura esoterica, dove si fondevano scienza e religione”. E continua: “La Sapienza arcaica, ignorata dalla massa, era segretamente custodita nei Templi d’Iniziazione ed era patrimonio degli Iniziati. L’applicazione dei principi fondamentali consentiva agli Iniziati di realizzare un’ascesi psico-somatica, una evoluzione spirituale fatta di Gradi o fasi alchemiche, definita la “Grande Opera’’. A ogni Grado dell’Iniziazione corrispondeva una fase evolutiva della creazione del Mondo e tutto un insegnamento sinteticamente espresso dal simbolismo dei Misteri che venivano celebrati a beneficio dell’Iniziato o dell’Iniziando”.
“L’Iniziato rinunciava alla sua natura terrena e mortale per aderire a quella dell’Ordine (Corpo Iniziatico), che rispecchiava quella del Fondatore, per arrivare, con l’avanzare nei Gradi, a congiungersi al suo Archetipo o Idea, risolvendosi nella natura solare e immortale del Nume. Nella prassi misterica antica l’aspirante alla deificazione, all’unione totale con il Nume, doveva passare per numerose prove ed esperienze per vincere se stesso onde ricevere alla fine il battesimo, provare la morte e la risurrezione, discendere all’Inferno e trasfigurarsi nel Sole. L’Iniziato capiva che l’evoluzione cosmica e l’evoluzione umana sono parallele, comprendeva che lo sviluppo dell’uomo ripete le differenti fasi dell’evoluzione di tutto l’universo. L’Iniziato sapeva che il Microcosmo è simile al Macrocosmo, e il ciclo dell’Iniziazione riproduceva nelle dimensioni umane la grande serie di cambiamenti cosmici ai quali l’Astrologia iniziatica fa riferimento. Così alla fine del ciclo dell’Iniziazione chi è decaduto e redento dalla Provvidenza e dal suo sforzo personale, riguadagna lo stato primordiale di purezza e conoscenza divine”. I riti teurgici (il termine teurgia significa “agire come un Dio”, nel senso di aiutare gli uomini a trasformare il loro status in senso divino con l’aiuto dell’unione mistica) venivano celebrati alle feste tradizionali, che commemoravano le gesta del Nume solare, Patrono dei Misteri. Le feste corrispondevano al transito apparente del Sole e degli altri Interpreti (la Luna e i Pianeti) in quei gradi, Segni e Costellazioni dello Zodiaco e della sua proiezione, la sfera celeste, che segnavano l’inizio e le fasi di sviluppo dell’anno, il ciclo della manifestazione della luce e della vita del Sole.
Il calendario e l’orologio teurgico segnavano così le ore, i giorni e gli anni durante i quali entravano in azione le Influenze evolutive per la vita dell’uomo e della Natura. “I pianeti, che sembrano orbitare a velocità diverse intorno alla Terra, centro o punto di osservazione e di ricezione delle influenze, formano tra loro, rispetto ad essa, degli angoli d’incidenza, che secondo la loro ampiezza possono far entrare in risonanza o in dissonanza, in fase o in controfase, la loro emissione energetica o vibrazione musicale, dando così origine a delle configurazioni armoniche o dissonanti, che nel loro insieme, formano nel tempo la successione dei vari aspetti o volti del Cielo, favorevoli o sfavorevoli alla nascita e sviluppo della vita sulla terra. Calcolando le posizioni degli astri, gli Iniziati potevano stabilire con largo anticipo quando le configurazioni armoniche delle sfere planetarie avrebbero permesso alle influenze benefiche di operare favorevolmente per lo sviluppo della vita del corpo e dell’anima”.
Le due mummie di Rovigo, Meryt e Baby, sveleranno tutti i loro segreti sotto gli occhi dei visitatori della mostra “Egitto ritrovato. La collezione Valsè Pantellini” aperta a Palazzo Roncale di Rovigo. Restauro affidato a Cinzia Oliva, mentre le indagini diagnostiche, mediche (Tac), antropologiche, chimiche e l’accertamento con il C14, agli esperti delle università di Padova e Venezia, ospedale di Rovigo e museo Egizio di Torino

La mummia di Meryt viene sollevata dal sarcofago moderno in cui era stata posta per il trasporto (foto Graziano Tavan)
Silenzio. In un’affollata presentazione della mostra “Egitto ritrovato. La collezione Valsè Pantellini”, curata dall’egittologo Emanuele Ciampini dell’università Ca’ Foscari di Venezia e dall’archeologa Paola Zanovello dell’università di Padova, aperta fino al 1° luglio 2018 a Palazzo Roncale di Rovigo, è calato improvvisamente uno spontaneo, rispettoso, quasi sacrale silenzio. Nessuno lo aveva richiesto. Ma in quel momento tutta l’attenzione dei presenti era concentrata sui movimenti attenti e precisi dei tecnici che, guidati dalla professoressa Cinzia Oliva, restauratrice di tessuti antichi, specializzata sulle mummie, stavano sollevando da un moderno sarcofago la mummia di Meryt, nomignolo con cui è conosciuta la mummia di donna adulta giunta a Rovigo 140 anni fa con le quattro casse di reperti dell’antico Egitto inviate dal rodigino Giuseppe Valsé Pantellini alla sua città. La mummia di Meryt è stata adagiata su un tavolo anatomico e liberata dai sostegni e dai fermi che la assicuravano nel trasporto. E sono “esplosi” i flash. Una raffica di flash degni di una star sul red carpet di un grande festival. Anche se di Meryt al momento si sa ben poco. Non certo il nome, né l’età, né quando e dove visse. L’unica certezza è che si tratta di una mummia di donna adulta, che oggi si presenta quasi completamente sbendata, con le braccia portate al petto e incrociate, e gli arti e le dita di mani e piedi singolarmente bendati. E che i tessuti di Meryt sono di epoca faraonica. Un dato comunque molto generico. Ma ora è in buone mani, quelle della prof. Oliva. Sarà lei che, durante l’apertura della mostra (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/04/08/a-rovigo-apre-la-mostra-egitto-ritrovato-la-collezione-valse-pantellini-protagoniste-due-mummie-di-donna-e-infante-note-come-meryt-e-baby-diventate-star-nelle-tavole-a-fumetti-d/), in una stanza parte integrante del percorso espositivo, sotto gli occhi dei visitatori, procederà a una articolata campagna diagnostica già predisposta: “Adotteremo un approccio interdisciplinare per ottenere il massimo dei dati ricavabili”, assicura l’esperta.
La mummia di Meryt era stata sottoposta a indagini radiografiche negli anni Novanta del secolo scorso, indagini che hanno evidenziato la presenza di materiale radiopaco all’interno del cranio e di un ammasso oblungo all’interno della cassa toracica, sul lato destro. “Gli interventi di restauro sulle mummie sono occasioni speciali – spesso uniche – per studiarle”, esordisce Oliva. “Possiamo capire meglio le tecniche di imbalsamazione (la teoria in materia era molto rigida e codificata, ma nella realtà ogni imbalsamatore faceva come poteva, spesso con quello che aveva a disposizione), la tipologia e l’utilizzo dei tessuti. Il caso della mummia di Rovigo, nota come Meryt, è molto interessante per la varietà del corredo tessile, o di quello che rimane. La mummia, infatti, è stata sbendata in passato, situazione comune a molte mummie, perché interessavano di più gli eventuali amuleti nascosti tra le pieghe delle bende. Una volta sbendate, però, le mummie diventano molto più fragili. I tessuti di bendaggio hanno una funzione di protezione e contenimento delle parti molli dei corpi”.

L’ala del museo Egizio di Torino dove è esposto il ricco materiale della tomba di Kha (foto Graziano Tavan)
Per la prof.ssa Oliva l’intervento sulla mummia di Rovigo non è il primo. La sue esperienza è pluridecennale, iniziata a Torino, sua città natale, con il restauro delle mummie di Kha, capo architetto dei lavori della necropoli tebana sotto il faraone Amenhotep III, e della moglie Merit, cioè dei titolari di quella tomba ritrovata intatta – fatto eccezionale, come è successo con la sepoltura di Tutankhamon – a nord di Deir el-Medina dall’egittologo Ernesto Schiaparelli nel 1906, e oggi conservata con tutto il ricco corredo nel museo Egizio di Torino. A lei dunque sono state affidate le mummie di Meryt e Baby. E se della mummia di donna si sa pochissimo, della mummia di bambino, ancora bendata, sulla quale sono state aggiunte – forse in epoca moderna – strisce di tessuto rosso all’altezza delle spalle e della caviglie, si sa ancora meno, neppure il sesso dell’infante lì conservato. Questa poi non è mai stata sottoposta ad alcuna indagine o esame radiologico. Complessivamente lo stato di conservazione delle due mummie di Rovigo è piuttosto precario. Di qui la necessità e l’urgenza di un restauro volto a permettere il loro recupero e il loro futuro allestimento.

La prof.ssa Cinzia Oliva davanti alla mummia di Meryt, che sarà restaurata davanti ai visitatori della mostra di Rovigo (foto Graziano Tavan)
Come procederanno e quali saranno gli interventi sulle due mummie fino al 1° luglio, cioè nel periodo di apertura della mostra “Egitto ritrovato. La collezione Valsè Pantellini”? “Si inizia con il togliere la polvere presente sui tessuti e sul corpo con microaspiratore”, spiega Cinzia Oliva. “quindi si procede con analisi specifiche per capire se i depositi sulla mummia sono estranei o pertinenti al processo di mummificazione. Purtroppo questi depositi non possono essere rimossi del tutto per l’impossibilità di usare solventi che danneggerebbero irrimediabilmente la mummia. Perciò le muffe vanno campionate, per capire se queste sono ancora attive così da evitare danni in futuro”. E continua: “Dopo la pulitura si studieranno tutti i tessuti presenti sulla mummia. Ce ne sono di diversi tipi, applicati a seconda delle aree di utilizzo. Quelli più grossolani sono posti a contatto con il corpo, perché questo tipo di tessuto anche se più scadente in realtà è migliore e più adatto a trattenere i materiali di imbalsamazione. All’esterno, invece, vengono posizionati i lini più pregiati. Infine si vedrà se potremo girare la mummia al rovescio, sempre se lo stato di conservazione lo permetterà”.
Accanto agli interventi di restauro si prevedono una serie di analisi diagnostiche, mediche (Tac), antropologiche, chimiche e l’accertamento con il C14 dell’epoca dei reperti con il coinvolgimento delle università di Padova e Venezia, dell’ospedale di Rovigo, e del laboratorio del museo Egizio di Torino. “Il metodo del C14 è applicato alle mummie solo di recente”, precisa Oliva. “Purtroppo il materiale di Meryt è molto contaminato, perciò dovremo fare molta attenzione quando preleveremo i campioni dalla mummia. Il C14 svolto su questi campioni potrebbe far emergere, oltre alla datazione, delle correlazioni tra essi e alcuni reperti della collezione: una ipotesi al vaglio è che la mummia di adulta sia arrivata dall’Egitto bendata e successivamente spogliata del suo corredo di bende ed eventuali amuleti. Studieremo poi i materiali di imbalsamazione. Ci sono infine delle resine di cui non sappiamo ancora se si tratti di residui di restauri di epoche recenti”. L’obiettivo delle Tac, che sarà effettuata a maggio 2018 all’ospedale di Rovigo, è di acquisire ulteriori e nuove informazioni sull’età dei soggetti, la loro costituzione, lo stato di salute, le eventuali patologie o anomalie, l’etnia e le tecniche di mummificazione usate. Con la scansione 3D e la fotogrammetria si potranno realizzare loro copie digitali tridimensionali e restituirne l’aspetto originario.

Alessia Vedova, responsabile della collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo (foto Graziano Tavan)
A luglio, se tutto va bene, sapremo molto su Meryt e Baby. Se siamo fortunati, oltre a epoca e luogo in cui sono vissuti questi due individui dell’antico Egitto, potremo conoscere anche il loro volto, grazie alla collaborazione con gli esperti della Polizia di Stato. Ma con la chiusura della mostra che fine faranno le due mummie, nel frattempo divenute star dell’esposizione rodigina? Torneranno di nuovo sotto chiave negli spazi dell’Accademia dei Concordi dove sono rimaste pressoché dimenticate? “L’obiettivo finale”, assicura la restauratrice torinese, “è la messa in sicurezza e la conservazione delle due mummie, per garantire loro un futuro di fruizione del pubblico”. Un impegno dichiarato ufficialmente da Alessia Vedova, responsabile della valorizzazione della collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo: “Questa mostra è solo la premessa per una esposizione permanente della collezione egizia Valsè Pantellini. Posso assicurare che questi reperti, comprese le due mummie, non torneranno nei depositi. Stiamo valutando alcune ipotesi per permettere a Rovigo di riappropriarsi di un patrimonio unico”. Questo progetto ha infine portato a un’ulteriore entusiasmante scoperta poiché è emerso un insieme ancora non ordinato di resti mummificati e stoffe in un vano finora non indagato dalle precedenti campagne di studio della collezione rodigina. Un eccezionale ritrovamento che riconferma come il patrimonio egittologico rodigino sia tra i più pregevoli e vasti della Regione Veneto e oggi più che mai sia al centro di un importante progetto multidisciplinare volto al suo completo recupero.
Jesolo (Ve). Alla mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” viaggio nello spazio e nel tempo dalla laguna veneta alla scoperta della grande civiltà del Nilo. Attraversando il Mediterraneo si incrociano le rotte dei popoli che per millenni tennero rapporti non solo commerciali con l’Egitto

Il profilo di una piramide accoglie i visitatori all’ingresso della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” a Jesolo
C’è una nave pronta a salpare alla scoperta dell’antico Egitto. È ormeggiata allo Spazio Aquileia di Jesolo, alla mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini”: un viaggio nello spazio e nel tempo che ti porta a tu per tu con la grande civiltà del Nilo. Aperta fino al 15 settembre 2018, la mostra è curata da Emanuele Ciampini e Alessandro Roccati, con Donatella Avanzo curatrice esecutiva, prodotta da Cultour Active e Venice Exhibition e promossa dalla Città di Jesolo con Culture Active e Venice Exhibition. La prua è sempre pronta a sollevare i primi flutti sotto i colpi cadenzati dei remi: partendo dal mare Adriatico il visitatore-navigante arriva nel Mediterraneo, entrando in contatto con le civiltà che fiorirono sulle sue sponde, per risalire infine il fiume Nilo, e arriva a far conoscenza con le dinastie dei faraoni, le divinità egizie, le pratiche legate al mondo dell’oltretomba, ma anche l’arte, la scrittura, i riti e le usanze. Faremo questo viaggio spazio-temporale accompagnati dagli egittologi curatori della mostra jesolana alla scoperta dell’antico Egitto, “un dono del Nilo”, come scrisse Erodoto nel V sec. a.C. Per tutto l’anno – lo sappiamo – gli antichi egizi si abbeveravano al fiume, e vivevano nell’attesa dell’inondazione periodica: durante ogni estate la portata d’acqua del Nilo aumentava gradualmente, al punto che i villaggi emergevano appena come tanti isolotti di un immenso arcipelago non tanto diverso dalla laguna veneta. “Per gli egizi il mondo era essenzialmente avvolto nell’acqua”, esordisce Alessandro Roccati. “Sbagliato poi pensare che gli egizi fossero incapaci di uscire dal deserto e solcare i mari. In realtà i primi contatti con Biblo, sulla costa libanese, risalgono al IV millennio a.C. – assicura – , e le fonti egizie attestano contatti con molti popoli, inoltre l’Egitto non fu popolato solo dagli egizi! La sua posizione centrale tra Europa, Asia e Africa, ne fece addirittura un luogo di incontro tra popoli. È certo che lì si sviluppò uno dei momenti fondamentali della civiltà umana e che da lì tale civiltà si irradiò in buona parte del mar Mediterraneo”.
Il Delta padano e il Mediterraneo Il viaggio di avvicinamento all’Egitto, illustrato nella prima sala della mostra, ci permette di incontrare, e quindi conoscere, i molti popoli che abitavano le diverse sponde del Mediterraneo, che possiamo considerare quasi un bacino, visto la relativa facilità e frequenza con cui fu solcato fin dai tempi più antichi. Il viaggio ha inizio. I riflessi del mare in un cielo scuro accolgono i visitatori appena saliti a bordo. La nave è salpata da poco dalla laguna veneta e già incrociamo molte altre imbarcazioni. “Le relazioni tra Mediterraneo miceneo e area padana raggiungono la massima intensità tra il 1200 e il 1050 a.C., subito dopo cioè il collasso delle strutture dei palazzi della Grecia continentale”. Le sponde alto-adriatriche sono un approdo facile per quei popoli che, a ondate successive, sono migrati dall’Egeo e dal Mediterraneo orientale in cerca di terre dove vivere. Già per tutta l’età del Bronzo (XIII-X sec. a.C.) i contatti sono frequenti tra i villaggi terramaricoli padani e il mondo egeo-miceneo. E si arriva all’VIII-VI sec. a.C. con la fondazione di empori e colonie greche, la più famosa è di certo Adria. La presenza dei micenei ci è ricordata da una bella anfora a staffa micenea (1200-1180 a.C.) proveniente dal museo civico di Storia e arte di Trieste.

Nella prima sala della mostra si attraversa il Mediterraneo per raggiungere l’Egitto (foto Graziano Tavan)
Il mondo egeo e l’Egitto L’orizzonte si allarga: siamo finalmente nel Mediterraneo dove incrociamo le rotte tra l’Egeo e le terre del Nilo. Se è vero che fin dalla scoperta della civiltà minoica a Creta ad opera di sir Arthur Evans i legami del mondo egeo con l’Egitto erano apparsi subito significativi, oggi si è certi si sia trattato di un rapporto di lungo periodo. “Per le civiltà egee”, spiegano gli archeologi, “la spinta verso contatti e scambi esterni nasce dalla necessità di materie prime, in particolare i metalli di cui tutta l’area non è particolarmente ricca. Alla ricerca di mercati di materie prime si aggiunge una circolazione di beni di lusso legata alla domanda di oggetti di prestigio, spesso esotici, fatta dalle nuove élite emergenti, che iniziano a distinguersi all’interno delle comunità cercando elementi che diventassero uno status symbol”. Significativo il boccaletto egizio imitato dagli artisti ciprioti del XIII sec. a.C. in terracotta rivestita di faience turchese: produzione rara e pregiata che dimostra la fitta rete di scambi commerciali e culturali da parte dei mercanti ciprioti.

Figurine femminili in alabastro (una in piedi e l’altra distesa) provenienti dall’area mesopotamica (foto Graziano Tavan)
Ebla, il Vicino Oriente e l’Egitto I due grandi poli culturali nella storia del Vicino Oriente sono stati per lungo tempo la Mesopotamia e l’Egitto. Soprattutto in Siria, dove fino alla prima metà del Novecento, gli scavi si erano concentrati sulle città costiere (Biblo, Ugarit, Tiro e Sidone), dagli anni ’70 si sono incrementate le ricerche grazie a numerose missioni straniere, tra cui l’Italia cui è legata la scoperta di Ebla a Tell Mardikh. E proprio gli eccezionali ritrovamenti degli archivi delle città di Ebla, Tell Beydar e Mari hanno illuminato sui contatti esistenti tra la Siria e gli altri Paesi nel III millennio a.C. Soprattutto Ebla aveva molti contatti con l’Egitto cui inviava beni preziosi quali argento, lapislazzuli e stagno, in cambio di tessuti di lino, zanne di elefante, denti di coccodrillo e vasi di alabastro. E la città di Biblo, sulla costa mediterranea, fu spesso usata per il collegamento marittimo con l’Egitto. Alabastro dunque come preziosa merce di scambio. Lo confermano le due statuine in alabastro del museo di Scultura antica “Giovanni Barracco” di Roma esposte in questa prima sala: provenienti dall’area mesopotamica, raffigurano immagini femminili stanti e distese, che rappresenterebbero l’associazione cultuale tra la dea greca Afrodite e la dea persiana Anahita. Ma se le popolazioni che si affacciavano sul Mediterraneo orientale intessero intensi rapporti con quanti abitavano lungo le sponde del Nilo, quell’interesse non fu univoco. Le prime relazioni tra Egitto e Vicino Oriente è attestato in età predinastica, ma è nel Medio Regno che si intensificano e sono meglio documentate, soprattutto con Siria e Palestina, principali fornitori di legname e testa di ponte strategiche per la penetrazione nel Levante. La presenza egizia fu particolarmente forte in Palestina con il Nuovo Regno, soprattutto in età ramesside, con la costruzione di diverse fortezze, abitazioni e sepolture di chiara influenza egizia.
Il cono della collezione Sinopoli Prima di lasciare il Mediterraneo (sala I) e raggiungere finalmente il Nilo, vale la pena soffermarsi su un pezzo eccezionale della collezione privata della famiglia Sinopoli. Si tratta di un chiodo di fondazione, perfettamente conservato, databile all’epoca accadica (2350 -2200 ca a.C.), che proviene dalla città di Adab, nel sud dell’Iraq, centro molto importante – come ricordano gli archivi di Ebla – già in età presargonica, e poi, sotto l’impero di Accad, la città più importante dopo Kis e Accad. Il chiodo di fondazione, con il nome del sovrano e del dio, erano posti nelle fondazioni dei templi costruiti o restaurati. “Il chiodo di fondazione della collezione vicino-orientale della famiglia Sinopoli”, sottolineano gli assiriologi, “è un pezzo di eccezionale valore storico perché cita il nome di un sovrano di Adab che finora ci era sconosciuto”.
(1 – continua)
A Rovigo apre la mostra “Egitto ritrovato. La collezione Valsè Pantellini”. Protagoniste due mummie, di donna e infante, note come Meryt e Baby, diventate star nelle tavole a fumetti della disegnatrice friulo-rodigina Sara Michieli

Emanuele Ciampini (Università Ca’ Foscari) e Paola Zanovello (Università di Padova) davanti alla teca con le due mummie all’Accademia dei Concordi di Rovigo
Per Meryt e Baby, come ormai familiarmente sono chiamate le due mummie di Rovigo che saranno protagoniste dal 14 aprile al 1° luglio 2018 a Palazzo Roncale nella mostra “Egitto ritrovato. La collezione Valsè Pantellini”, non sono stati ancora completati gli esami sui resti mummificati in grado di consentire agli esperti la restituzione dei loro volti, che già hanno un… ritratto. È – come dicono i promotori della mostra – una sembianza di “amicizia”, realizzata da un’abile fumettista, pordenonese di origine ma rodigina di adozione, Sara Michieli. Nella sua interpretazione, Meryt è una giovane, divertita ragazza che trascina nella sua corsa, tenendolo per mano, un paffuto simpatico Baby. A dare voce alla tradizione, tutta da dimostrarsi, che le due mummie rodigine siano di una mamma con il suo bambino. Meryt e Baby, con le loro sembianze di fantasia, saranno protagoniste di una decina di tavole che descriveranno le tappe del loro fortunoso arrivo a Rovigo, all’Accademia dei Concordi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/02/27/le-mummie-a-rovigo-per-la-prima-volta-in-mostra-a-palazzo-roncale-la-collezione-egizia-di-giuseppe-valse-pantellini-che-140-anni-fa-porto-allaccademia-dei-concordi-oltre-50/). Le tavole saranno esposte in Palazzo Roncale, ad introdurre la mostra “Egitto ritrovato. La Collezione Valsè Paterlini”. Nella mostra, le due mummie saranno visibili attraverso una vetrata, dietro la quale Cinzia Oliva, provetta restauratrice di reperti egizi, sarà al lavoro per garantire la loro salvaguardia.
Con Meryt e Baby, la mostra propone una importante selezione degli oltre 600 reperti oggi patrimonio dell’Accademia della Concordi, una collezione che, per numero di testimonianze, è la più importante in terra veneta. La maggior parte di questi reperti è stata raccolta dal comm. Giuseppe Valsè Pantellini (1826-1890), rodigino che visse in Egitto nella seconda metà dell’ Ottocento. I reperti coprono un arco di tempo compreso tra il Protodinastico/Epoca Tinita e l’Età Tolemaico-Romana. Oltre alle mummie, tra i pezzi forti della collezione va segnalato il celebre cofanetto ligneo per ushabti in forma di sarcofago appartenuto al principe Iahmes Sapair, figlio del faraone della XVII dinastia Seqenera-Djehuty-Aa. Di rilievo anche il sigillo cilindrico, databile alle prime dinastie, due stipiti di falsa porta in calcare bianco con figure a bassorilievo e due frammenti di stipiti con iscrizioni in calcare bianco, provenienti da una mastaba della V dinastia, una stele familiare databile al tardo Medio Regno, due frammenti di una grande stele d’età Ramesside, una serie di bronzetti votivi di divinità e numerose statuine funerarie, tra le quali dodici esemplari databili alla XXV dinastia o all’età Napatea. Nella collezione dell’Accademia dei Concordi si ammirano inoltre numerosi amuleti risalenti principalmente all’età Tarda, una notevole maschera di sarcofago in legno dipinto, due frammenti di cartonnage di mummia, una statua lignea che raffigura Anubi in forma di sciacallo seduto, una stele policroma lignea di Epoca Tolemaica, una statuetta lignea che raffigura Ptah-Soqar-Wsir e un fragile contenitore per cosmesi a forma di donna.
A Tuna el-Gebel, vicino a Minya, nel Medio Egitto, scoperta una necropoli di tombe rupestri dei sacerdoti del dio Thot: in otto tombe di famiglia ritrovati 40 sarcofagi, molte mummie, oltre mille ushabti in faience. Il ministro: una scoperta eccezionale destinata a portare nuove conoscenze alla fine degli scavi nei prossimo cinque anni

Il ministro egiziano delle Antichità Khaled el-Enani dentro le tombe rupestri scoperte in una necropoli di Tuna el-Gebel
Mille ushabti, quaranta sarcofagi e molte mummie da otto tombe di Tuna el-Gebel, vicino alla città di Minya, nel medio Egitto: le tombe apparterrebbero ai sacerdoti di Thot, dio della sapienza, e ai loro familiari e risalirebbero a un periodo che va dall’Epoca Tarda all’inizio della dinastia tolemaica (VII-IV sec. a.C.). “L’eccezionale scoperta” (l’hanno definita le autorità egiziane) di una necropoli di tombe rupestri è stata annunciata dal ministro egiziano delle Antichità Khaled el-Enani: “E questo è solo l’inizio, frutto di due mesi di indagini. Ci vorranno almeno 5 anni per indagare in maniera esaustiva l’intera area archeologica”. Le piccole statue, il cui nome in egizio significava “quelli che rispondono”, elemento integrante ed indispensabile del corredo funebre, sono state trovate dalla missione archeologica egiziana, guidata dal Segretario Generale del Supremo consiglio delle Antichità, l’archeologo Mostafa Waziry. Il team di archeologi ha infatti portato alla luce “una incredibile necropoli di tombe rupestri della seconda metà del I millennio nei pressi di Minya, nella zona di el-Gharifa a quasi dieci chilometri a Nord di Tuna el-Gebel”, località sulla riva occidentale del Nilo a Ovest di el-Ashmunein, chiamata in greco Hermopolis, cioè la città del dio Hermes (corrispondente all’egizio Thot).

Il deserto occidentale dove sorge la località di Tuna el-Gebel, vicina al sito di el-Ashmunein chiamata in greco Hermopolis (foto Maurizio Zulian)
“Sparsi su sette chilometri di deserto vi sono numerosi monumenti”, spiega Maurizio Zulian, conservatore onorario egittologo della fondazione museo civico di Rovereto, per la quale ha curato la catalogazione dei siti archeologici del Medio Egitto in partnership con il Consiglio supremo delle antichità egiziane. “Il primo che si incontra durante la visita del sito, sulle pendici della bassa falesia è una delle stele di confine di Amenofi IV (Akhenaton), la cosiddetta stele A, tra le meglio conservate e comoda da raggiungere: delimitava la frontiera di Akhetaton (Amarna). Lì vicino un’altra stele di confine , la stele B, è ai limiti della terra coltivata. Più avanti, verso Sud, incontriamo la famosa tomba di Petosiri, un monumento funerario prestigioso, una parte del quale è dedicato al proprietario della tomba l’altra ai membri della sua famiglia”. Si tratta di un tempio tradizionale in miniatura: “L’edificio – continua Zulian – combina lo spirito della tomba con quello del tempio. Si colloca tra la fine delle dinastie egizie e l’arrivo di Alessandro in Egitto”.
“A sud di questa tomba monumentale si estende una vasta città dei morti greco-romana con proprie strade di accesso. Le tombe e le case funerarie sono decorate con pitture egittizzanti dai vivaci colori. La più famosa è quella di Isidora che conserva ancora al suo interno la mummia della giovane annegata nel Nilo. A nord-ovest della tomba di Petosiri furono scavati grandi tunnel che occupano una superficie di alcuni ettari: queste catacombe erano i sepolcri di ibis e cinocefali, animali sacri a Thot, dei quali sono state ritrovate migliaia di mummie molte delle quali sono ancora in loco”.

“L’esercito” di ushabti trovati nelle tombe rupestri di Tuna el-Gebel (foto ministero delle Antichità egiziane)
“La scoperta delle tombe con gli ushabti, oltre mille statuette in faience”, interviene il ministro, “è destinata a portare a nuove rivelazioni una volta completati gli scavi del sito, una necropoli per tombe di famiglia, che comprende un gran numero di pozzi di sepoltura. Finora ne sono state trovate otto che si possono datare tra la fine del periodo Tardo e l’inizio del periodo Tolemaico. La missione ha trovato una quarantina di sarcofagi in calcare, un gruppo di sepolture dei sacerdoti del dio Thot, la divinità principale del XV nomo la cui capitale era Ashmunein”. Secondo il ministro particolarmente interessante una tomba che dai primi rilievi sembrerebbe appartenere a un sommo sacerdote di Thot, l’antico dio egizio della sapienza, della scrittura, della magia, della misura del tempo, della matematica e della geometria, rappresentato con una testa di Ibis. Il sacerdote, identificato dai geroglifici sui vasi canopi come Djehuty-Irdy-Es, ricevette il titolo di “Uno dei Grandi Cinque”, che veniva riservato al più anziano dei sacerdoti del dio. Tra i reperti, alcuni dei quali perfettamente conservati, è stato trovato anche uno scarabeo che riporterebbe l’iscrizione propiziatoria “Buon anno”. “Il caso ha voluto”, ha fatto notare Mostafa Waziry, “che quello scarabeo sia stato ritrovato proprio alla fine di dicembre 2017”.
“Le Mummie a Rovigo”: per la prima volta in mostra a Palazzo Roncale la collezione egizia di Giuseppe Valsè Pantellini che 140 anni fa portò all’Accademia dei Concordi oltre 500 pezzi. Il restauro delle due mummie, Meryt e Baby, dopo gli esami diagnostici, sarà aperto al pubblico
In Veneto c’è una collezione con più di 500 reperti egizi comprese due mummie. È la collezione Valsè Pantellini, la più importante e consistente della regione, terra di Giovanni Battista Belzoni e di figure come il rodigino Giovanni Miani, esploratore delle sorgenti del Nilo. Ma ai più questa collezione è sconosciuta, come il luogo in cui è conservata: l’Accademia dei Concordi a Rovigo che dal 13 aprile al 1° luglio 2018 presenterà per la prima volta al grande pubblico la collezione egizia nella mostra “Mummie a Rovigo” nel prestigioso palazzo sanmicheliano Roncale, dove le star saranno ovviamente le due mummie, cui sono stati attribuiti due nomignoli, “Meryt” e “Baby”.
Centoquarant’anni fa, tra il 1878 e il 1879, arrivarono a Rovigo 5 capienti cassoni zeppi di reperti egizi, provenienti da Alessandria d’Egitto, frutto di una fortunata coincidenza, oltre che della volontà dei responsabili dell’Accademia di arricchire le collezioni della loro istituzione. Il rodigino Giuseppe Valsè Pantellini (Rovigo 1826 – Fiesole 1890), in esilio per aver partecipato ai moti d’insurrezione del Polesine nel 1848, aveva trovato rifugio al Cairo dove aveva preso in gestione, e poi in possesso, il Grand Hotel. La struttura, rinominata New Hotel, diventò presto, per la posizione strategica e per le doti organizzative di Valsè Pantellini , un punto di riferimento per i viaggiatori del tempo, nobili, agenti dei consolati e ricchi provenienti da tutto il mondo. Al Grand Hotel del Cairo si aggiunse presto l’elegante Hotel d’Europe, altra meta fondamentale per i viaggiatori in arrivo o transito e, soprattutto, per alcuni egittologi di grande fama, quali Auguste-Édouard Mariette e Gaston Camille Charles Maspero. In occasione dei festeggiamenti per l’apertura del Canale di Suez, Valsè Pantellini venne scelto dal Vicerè d’Egitto per alloggiare e assistere gli illustri ospiti internazionali. Era tale la fama dell’imprenditore, che, nel 1877, l’allora Presidente dell’Accademia dei Concordi di Rovigo, Lorenzoni, si rivolse a Valsé Pantellini per cercare di realizzare un museo egizio nella sua città natale, Rovigo. Pantellini accolse l’invito e, tra il 1878 e il 1879, inviò a Rovigo i preziosi reperti tanto ambiti. In Accademia, alla donazione Valsè Pantellini se ne sono poi aggiunte altre di minore consistenza: un numero imprecisato di reperti dal Basso Egitto da parte di Lodovico Bassani, sette frammenti di statuette donate dall’ingegner Eugenio Piva nel 1893 e sette reperti appartenuti alla famiglia Silvestri.
Le due mummie, una di giovane donna (“Meryt”) e l’altra di un ragazzo (“Baby”), reperti di punta della donazione Valsè Pantellini, vennero conservate in una teca nella posizione che avevano al loro arrivo dall’Egitto: “Baby” adagiato su “Meryt”, quasi come se la donna, anche nell’Oltretomba, volesse proteggere il cucciolo d’uomo. All’arrivo a Rovigo, i due sono stati “separati” e Baby adesso riposa ai piedi di Meryt. Entrambi pronti ad essere separatamente esaminasti e studiati. È “probabile” che, dopo il loro arrivo a Rovigo, la mummia di Meryt sia stata manomessa. Tutto fa pensare che sia stata interamente sbendata, forse per cercare gli amuleti che venivano frapposti tra i resti corporei e le bende. Queste ultime sono srotolate sul fondo della teca, in ordine che appare casule. I resti della ragazza sono ridotti a poco più che uno scheletro contornato da resti di pelle mummificata. Dalle poche tracce visibili sulle dita delle mani e dei piedi è chiaro che Meryt venne fasciata con cura e le sue braccia incrociate sul petto. A conservarsi meglio è il volto di Meryt, volto intorno al quale molto lavoreranno gli esperti. Baby conserva ancora la forma di piccola mummia. Verosimilmente non lo si è ritenuto così importante da nascondere dei tesori e non lo si è violato. Il piccolo è ancora completamente bendato e coperto da un leggero sudario che non nasconde però la posizione delle braccia e i fragili polsi; due fiocchi, forse in origine rossi, gli cingono le spalle e le gambe.

Emanuele Ciampini (Università Ca’ Foscari) e Paola Zanovello (Università di Padova) davanti alla teca con le due mummie all’Accademia dei Concordi di Rovigo
In previsione della mostra le due mummie saranno per la prima volta separate per poter essere sottoposte a una precisa campagna diagnostica che prevede la loro la datazione col metodo del carbonio C14, la tomografia computerizzata (TAC), la scansione con laser scanner 3D. Il prelievo dei campioni sarà effettuato negli ambienti dell’Accademia da personale specializzato; subito dopo le mummie saranno trasferite all’ospedale rodigino di Santa Maria della Misericordia, per la TAC. L’importanza dell’operazione è evidente ed errori non sono concessi. Perciò per gli interventi sulle due mummie sono stati mobilitati i maggiori specialisti. La curatela scientifica è stata affidata al gruppo di lavoro Egitto Veneto (Claudia Gambino, Giulia Deotto e Martino Gottardo), con il coordinamento di Emanuele Ciampini (università Ca’ Foscari) e Paola Zanovello (università di Padova), che ha studiato e catalogato, negli anni passati, il fondo archeologico dell’Accademia dei Concordi di Rovigo. Partner del progetto sono l’università di Padova e l’università Ca’ Foscari di Venezia, che assicurano il supporto scientifico nei vari settori di competenza: medicina e antropologia, in particolare, essendo due corpi umani l’oggetto di studio. L’operazione “Mummie di Rovigo” è stata integralmente finanziata, in stretto accordo con l’Accademia dei Concordi, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Alla ricostruzione tridimensionale dei corpi provvederanno gli specialisti dell’ateneo patavino. Mentre sui tessuti delle bende che avvolgono il corpo e su quelli che lo accompagnano, andrà fatta una campagna diagnostica che comprenda la datazione al carbonio e che sarà eseguita dal laboratorio di riferimento del museo Egizio di Torino. Nel frattempo l’equipe del professor Raffaele De Caro, della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’ Università di Padova, sui dati emersi dalla tac e su altri dati, ricostruirà le vere sembianze dei due.
Alla conclusione di questi esami, sarà avviato il restauro di Meryt e Baby. L’intervento è stato affidato a Cinzia Oliva, tra i massimi esperti in Italia del settore, attiva presso il Museo Egizio di Torino e con una pregressa esperienza molto importante: in particolare ad inizio del 2017 ha curato il restauro aperto della Mummia di Usai presso i Musei Civici di Bologna, riscuotendo un importante successo di pubblico e critica. Per scelta di Accademia dei Concordi e di Fondazione Cariparo, che per questo importante evento si sono avvalse della collaborazione tecnica di Arcadia Arte, il restauro sarà aperto al pubblico e avverrà in Palazzo Roncale dove diverrà il fulcro attivo di una esposizione che presenterà ai visitatori l’intera Collezione Egizia rodigina. La visita alla mostra “Le Mummie a Rovigo” diventa quindi una esperienza davvero unica alla scoperta di una città e di un territorio dalle mille sorprese culturali, paesaggistiche e gastronomiche. Rovigo Convention & Visitors Bureau, in occasione dell’evento, promuove IDEEweekend per scoprire quel patrimonio artistico culturale presente nella città di Rovigo e nel Delta del Po, dove storia e natura, tradizione e innovazione sono espressione della ricchezza delle piccole destinazioni turistiche italiane.
Egitto. Scoperta all’ombra della piramide di Chefren la tomba a mastaba di Hetpet, sacerdotessa di Hathor, la dea dell’amore. Eccezionale lo stato di conservazione degli affreschi con scene di vita quotidiana

Un funzionario del ministero egiziano delle Antichità dentro la tomba di Hetpet, sacerdotessa di Hator di 4400 anni fa (foto di Mohamed el-Shahed)
Si chiamava Hetpet. Era sacerdotessa di Hathor, la dea dell’amore e della bellezza. Ma questo era solo uno dei titoli di questa donna vissuta 4400 anni fa, il cui status sociale era di alto livello e aveva rapporti con il Palazzo Reale durante la V dinastia dell’Antico Regno (2500 – 2350 a.C.), per intenderci quella immediatamente successiva alla dinastia dei faraoni costruttori delle piramidi della piana di Giza. Una donna influente, dunque. Non stupisce quindi che la sua tomba (che sembrerebbe indipendente, cioè non collegata a uno sposo) sia stata posta proprio nella necropoli occidentale di Giza, a un passo dalla piramide di Chefren. Il ritrovamento della tomba di Hetpet è la prima grande scoperta del 2018 in Egitto, annunciata dal ministro delle Antichità, Khaled El-Enany, in una conferenza stampa mondiale tenutasi davanti alla tomba scoperta alla presenza del governatore di Giza e degli ambasciatori di molti Paesi, come riportato dal quotidiano cairota El Ahram sull’edizione di domenica 4 febbraio 2018.

Mustafa Waziri, segretario generale del Consiglio supremo delle Antichità, all’ingresso della tomba di Hetpet (foto di Amr Abdallah Dalsh)
In realtà la tomba della “sacerdotessa dell’amore” è stata scoperta qualche mese fa, nell’ottobre 2017, da una missione archeologica egiziana diretta da Mustafa Waziri, segretario generale del Consiglio supremo delle Antichità, durante i lavori di scavo vicino alla piramide di Chefren, in un’area oggetto fin dal 1843 di ricerche da parte di diverse missioni archeologiche tra cui alcune guidate del noto egittologo Zahi Hawass. Si tratta di una mastaba, cioè una tomba monumentale costituita da un “gradone” troncoconico, tipica delle fasi più antiche dell’Egitto faraonico, realizzata in blocchi di calcare e pareti in mattoni di fango. Nel sepolcro sono stati rinvenuti un santuario a forma di “L” con un lavacro di purificazione e contenitori per incenso e offerte votive.

Lo straordinario stato di conservazione degli affreschi all’interno della tomba di Hetpet (foto di Mohamed el-Shahed)
Ma sicuramente l’aspetto più importante della tomba di Hetpet, sottolineato dal ministro El-Enany, è lo straordinario stato di conservazione degli affreschi che rivestono le pareti, dai colori ancora vividi, dove possiamo ammirare scene di vita quotidiana tra danze, suoni e offerte alla sacerdotessa: scene di caccia e pesca, coltivazione dei campi, macellazione, fusione dei metalli, conciatura del cuoio o fabbricazione di imbarcazioni di papiro. Gli archeologi egiziani hanno rinvenuto “pitture murali molto raffinate e in uno stato di conservazione molto buono” che raffigurano Hetpet ma anche due scimmie, all’epoca dei faraoni considerati animali domestici: una “mentre balla davanti un’orchestra” durante il banchetto funebre, l’altra “mentre coglie frutti” da un albero e li pone in una cesta. Scene simili sono state già rinvenute in altre tombe, ad esempio in una dell’Antico Regno a Saqqara, ma in quel caso la scimmia balla davanti ad un singolo chitarrista e non a un’intera orchestra.

Il corridoio a “L” all’interno della mastaba della sacerdotessa di Hathor a Giza (foto di Mohamed el-Shahed)
Nel 1909 un esploratore britannico individuò dei sepolcri in questa zona, recuperando dei blocchi di pietra che inviò a Berlino, dove si trovano tuttora. Quei blocchi venivano da una struttura appartenuta a una donna che portava lo stesso nome, Hetpet. Il ministro El-Enany ha spiegato che ora sarà compito degli egittologi verificare se c’è una relazione tra la tomba appena scoperta e i monumentali blocchi recuperati nella necropoli occidentale di Giza 109 anni fa.
Antico Egitto: nella cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara la rappresentazione del sacrificio rituale di un toro certificato da Iri-en-Akhti, il più antico medico veterinario che si conosca. Lo ha scovato Maurizio Zulian che lo ha presentato in anteprima all’ordine dei veterinari di Trento

Particolare della scena di sacrificio rituale di un toro conservato nella cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara
È il più antico medico veterinario che si conosca della storia dell’uomo. Si chiamava Iri-en-Akhti e operava alla corte del faraone quasi 5mila anni fa. A scovarlo è stato Maurizio Zulian, conservatore onorario per l’Egitto del museo civico di Rovereto (Trento), che ha osservato con attenzione la raffigurazione della macellazione di un toro rappresentata sulla parete della cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara, una delle aree archeologiche più importanti per l’Antico Egitto. La cappella è chiusa ai turisti, ma Zulian da anni, operando in stretta sintonia con il Supremo consiglio delle Antichità della Repubblica araba di Egitto, raccoglie immagini proprio nei siti di quell’Egitto precluso per motivi diversi ai viaggiatori, quasi “segreto”, immagini in gran parte confluite nell’archivio fotografico del museo civico di Rovereto, regolamentato dal primo protocollo di intesa firmato dall’Egitto con un ente culturale al di fuori dei suoi confini. La mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara conserva uno dei gioielli dell’arte dell’Antico Regno (ca 2654-2190 a.C.): “Sono superbi bassorilievi dipinti di una rara e squisita raffinatezza”, sottolinea Zulian. La “figura del medico veterinario nell’Antico Egitto” attraverso una rara scena di macellazione e ispezione nell’Antico Regno (2700 – 2195 a.C.) è stata presentata in anteprima da Maurizio Zulian in una speciale serata con un uditorio speciale, i medici veterinari della provincia di Trento, e in un luogo speciale, il Muse, il museo delle Scienze di Trento. “Sono orgoglioso di aver potuto offrire agli iscritti, in occasione dell’assemblea annuale, l’incontro con Maurizio Zulian”, interviene Alberto Aloisi, presidente dell’ordine dei medici veterinari della provincia di Trento: “scopriamo così come la nostra professione abbia origini molto lontane”.

Il geroglifico composto da freccia. vaso globulare e uomo seduto, che si legge “swnw” e significa “medico”
L’Egitto, già in antico, era famoso per l’alta professionalità dei suoi medici. Già il poeta Omero declamava l’Egitto “terra fertile che produce droghe in abbondanza; alcune sono medicine, altre veleni”, ma soprattutto lo ricordava come “il Paese dei medici più sapienti della terra”. E Zulian ricorda che la fama dei medici egizi era così grande anche al di fuori dei confini del loro Paese, che sono molti i sovrani stranieri a richiedere le loro prestazioni, come è ben documentato negli archivi reali di Amarna, in epoca ramesside e nell’Epoca Tarda. E nell’Antico Egitto i medici sono già distinti in generici e specialisti. “In Egitto hanno diviso la medicina come segue: ciascun medico è medico di una sola malattia, non di più”, scrive Erodoto nel V sec. a.C. “Dappertutto dunque è pieno di medici: ci sono i medici degli occhi, della testa, dei denti, delle malattie del ventre, delle malattie di identificazione incerta”. Ma quello che è sorprendente, sottolinea ancora Zulian, è che “non solo era chiara la distinzione tra medico vero e proprio e chirurgo, ma anche quella tra medico dell’uomo e dell’animale: i documenti relativi ad alcuni medici appaiono infatti più esattamente riferiti a medici veterinari che a medici tradizionali, anche se il geroglifico che li rappresenta è il medesimo: swnw”. Come è rappresentato il termine swnw? “Il termine egizio per indicare il personaggio che assolveva le funzioni di medico”, spiega Zulian, “era costituito da segni grafici rappresentanti una freccia per il fonema swn e un vaso globulare per il fonema nw: a questi è aggiunto il segno di un personaggio seduto, determinativo che non si legge, ma espressione fonetica per indicare che si parla di un uomo: freccia, vaso globulare e personaggio seduto danno origine al termine: swnw, la cui etimologia non è ben chiara ma che significherebbe Colui che solleva quelli che hanno male, o ancora Colui che si interessa a chi soffre”.

Il disegno grafico della rappresentazione della macellazione di un toro con un sacrificio rituale nella cappella di Ptah-hotep e Ankh-hotep
La figura del medico veterinario in Antico Egitto compare sia in alcune rare scene di ispezione e macellazione del bestiame, sia in un contesto non specialistico. L’esempio più antico conosciuto, come dicevamo, è quello del medico veterinario Iri-en-Akhti, rappresentato nella cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Saqqara. “Nella parete di ingresso della cappella possiamo ammirare la rappresentazione del sacrificio rituale di un toro, sotto la supervisione di un swnw di nome Iri-en-Akhti, una scena unica nell’iconografia dell’Egitto Antico”, inizia la descrizione Zulian. “Gli egizi solevano rappresentarla fin dall’inizio in tutte le sue fasi: come si afferrava il toro per le corna per piegargli la testa all’indietro e farlo così cadere, come veniva legato, iugulato, sezionato con una pietra affilata da macellai esperti sino a raffigurare come venivano trasportati i pezzi da portatori nel corteo funebre per l’alimentazione del defunto”.

L’ultima scena del registro superiore con il medico veterinario Iri-en-Akhti che certifica che l’animale sacrificato era sano
Nella cappella di questa tomba la scena raffigura il toro già abbattuto e immolato a terra e i macellai al lavoro a sezionare le parti destinate al banchetto funebre. Ma l’eccezionalità della raffigurazione è nell’ultima scena del registro superiore. “Qui”, indica Zulian, “vediamo un macellaio che, senza allentare la presa dell’animale abbattuto, mette la sua mano sinistra, bagnata dal sangue dell’animale sacrificato, sotto il naso di un alto funzionario – il nostro Iri-en-Akhti – che assiste, accompagnando questo gesto con le parole: Guarda questo sangue. Il funzionario, per niente turbato, piega leggermente il capo ed annusa dicendo: è puro. Sembra di leggere un fumetto, tanto la scena è viva”.

La cappella della mastaba di Ptah-hotep e Ankh-hotep a Sakkara con la scena della macellazione rituale alla sinistra della porta
L’esame che Iri-en-Akhti fa del sangue del toro – riassume Zulian – ha lo scopo di stabilire se questo sangue è puro e non presenta tracce di malattie, che presso gli Egizi potevano essere riconosciute attraverso l’odore, il colore, l’aspetto in genere e anche il sapore. Si tratta di un esame post-mortem condotto sulle parti interne dell’animale ma molto probabilmente anche un’ispezione sulle modalità di macellazione. Gli antichi Egizi controllavano con attenzione nei minimi dettagli tutte le operazioni di macellazione e non solo consideravano alcuni indicatori esterni per riconoscere lo stato di purezza degli animali, ma essi li esaminavano nuovamente e scrupolosamente dopo la morte, per assicurarsi che non presentassero traccia di alcuna malattia organica, di alcuna lesione insospettabile in vita, di una di quelle infermità descritte nei Libri Sacri che rendevano la carne impura. Lo scopo finale era comunque stabilire se l’animale era commestibile da un punto di vista igienico. “Si può quindi concludere che nella cappella di Ptah-hotep viene descritto un comportamento puramente igienico, usanza questa che comunque non sembra essere stata molto diffusa, perché non si registra che poche volte e che Iri-en Akhti sia stato uno dei primi veterinari nella storia dell’Uomo, sicuramente il primo del quale ci sia pervenuta l’identità e la raffigurazione”.
La “Signora delle Ninfee” svela il suo volto. Ecco la storia del sarcofago e della mummia di Asti protagonisti della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” a Jesolo. Tutti i segreti dei metodi di ricostruzione facciale della Polizia scientifica

Ecco il volto della “Signora delle Ninfee” esposto alla mostra di Jesolo accanto alla mummia di Asti (foto Graziano Tavan)

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018
La “Signora delle Ninfee” si presenta ufficialmente. A Jesolo. Quando il 26 dicembre 2017 allo Spazio Aquileia aprirà la mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” curata da Alessandro Roccati ed Emanuele Ciampini, e prodotta da Cultour Active e Venice Exhibition, la “mummia di Asti” svelerà ai visitatori i suoi segreti e mostrerà il suo volto, ricostruito con gli strumenti propri della Polizia scientifica. Già abbiamo visto un po’ la storia e le vicende che hanno interessato il sarcofago e la sua mummia acquistati nell’Ottocento dal conte Leonetto Ottolenghi e come questo prezioso reperto abbia molte caratteristiche in comune con il sarcofago di Firenze (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/12/09/alla-mostra-egitto-dei-faraoni-uomini-a-jesolo-venezia-la-mummia-di-asti-prende-un-nome-e-un-volto-e-la-signora-delle-ninfee-un-giallo-svel/). E allora cominciamo proprio con il conoscere meglio i due sarcofagi esposti per la prima volta insieme alla mostra jesolana. Lo facciamo con Gloria Rosati, egittologa dell’università di Firenze.

Il sarcofagp di Forenze e il sarcofago di Asti esposti uno accanto all’altro nella mostra di Jesolo “Egitto. Dei, faraoni, uomini” (foto Graziano Tavan)
“Il sarcofago fiorentino di sicuro lascia perplessi al primo approccio”, spiega Rosati. “Che tutta la parte del viso sia stata rilavorata è chiaro, ma l’indagine diagnostica ha rivelato i tratti originari, in particolare degli occhi. Tutta la pelle esposta è ridipinta di un innaturale color nocciola, mentre il sarcofago di Asti ha il color ocra giallo tipico della pelle femminile. Sulla testa è raffigurata una specie di calottina simile a quella di Asti, ma non c’è il ciuffo di loti sulla fronte, che potrebbe anche essere stato asportato dalla rilavorazione”. I fiori di loto: ecco il dettaglio da tenere presente. “Il sarcofago di Asti”, interviene ancora l’egittologa dell’ateneo fiorentino, “ha un bel ciuffo di fiori di loto sulla fronte e un filetto rosso che sembra passarvi orizzontalmente, per poi scendere obliquo sulle bande; due fascette rosse le stringono e sopra e sotto ricadono fiori bianchi di cui sono resi tre petali, delineati in rosso e con peduncolo verde”. E continua: “L’amplissimo collare-ghirlanda sembra riprodurre l’unione di un collare-usekh, largo, con i suoi fermagli a testa di falco resi sulle spalle, a una vera ghirlanda, come talora si trovano sulle mummie, realistica nella parte terminale con i calici di loto (del tipo azzurro) pendenti. Fra le bande dell’acconciatura, le fasce, che rendono le file di perline o altri elementi, hanno un andamento orizzontale, e l’indagine ha evidenziato la presenza di un pendente quadrato sopra le mani, contenente una figura di scarabeo”. Saranno proprio queste decorazioni floreali a suggerire a Donatella Avanzo, curatore esecutivo della mostra di Jesolo e responsabile del progetto scientifico “Mummia di Asti”, una volta accertato dagli esami medici che si trattava di un corpo femminile, a dare un nome a quella donna. Anche l’interno del sarcofago è finemente istoriato. Oltre a ricchi ornamenti floreali, sul fondo spicca una figura divina femminile, personificazione dell’Occidente, il luogo dei defunti, con in mano un ramo di loto, un fiore che per la cultura del tempo andava molto al di là di una semplice funzione decorativa. È nata così la “Signora delle Ninfee”.

Il team del progetto “Mummia di Asti”: con Marinella La Porta e Valter Capussotto della Polizia scientifica di Torino, l’assessore di Asti Gianfranco Imerito e la curatrice esecutiva Donatella Avanzo. Dietro l’ospite d’onore Roberto Giacobbo (foto Graziano Tavan)
Il progetto scientifico “Mummia di Asti”: un volto per la “Signora delle Ninfee”, una donna di 37 anni vissuta tremila anni fa. Per la mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini”, il restauro del sarcofago e la ribendatura sono stati effettuati nel laboratori Nicola di Aramengo (Asti). Il corpo è stato sottoposto all’esame tomografico computerizzato all’ospedale di Asti (eseguito dallo staff del primario Federico Cesarani, non nuovo a questo tipo di “pazienti”), grazie al supporto e alla collaborazione della Polizia criminale, per conoscerne lo stato di conservazione, stabilirne l’età (dai 30 ai 40 anni) e poterne effettuare, in modo scientifico, la ricostruzione del volto. Proprio su tale aspetto è stato fondamentale il lavoro effettuato dal sovrintendente capo della Polizia scientifica di Torino, Valter Capussotto, con la supervisione di Marinella La Porta, direttore tecnico del laboratorio di Genetica forense della Polizia di Stato di Torino, e lo scultore modellatore artistico Michele Guaschino. È proprio Marinella La Porta a ripercorrere le tappe che hanno portato a dare un volto alla “Signora delle Ninfee”.

Una fase della ricostruzione facciale della mummia di Asti: posizionamento dei muscoli, degli spessori e dei bulbi oculari (foto Graziano Tavan)

La mummia di Asti come è arrivata ai laboratori della Polizia scientifica di Torino (foto Graziano Tavan)
Nel gabinetto interregionale della Polizia scientifica di Torino ha preso forma il volto della “Signora delle Ninfee”. “Innanzitutto va precisato che la ricostruzione facciale non è un metodo identificativo, come possono essere il rilevamento delle impronte digitali o lo studio del Dna”, chiarisce Marinella La Porta, vice questore biologo e direttore dell’Uacv, Unità analisi crimini violenti, dove usualmente si fanno le ricostruzioni facciali di cadaveri sconosciuti. “Ma è proprio grazie a questo identikit tridimensionale che spesso riusciamo a risalire all’identità della vittima”. La ricostruzione facciale si basa sulle informazioni che forniscono l’equipe medica e l’antropologo fondamentali per definire il profilo biologico. “La ricostruzione di un volto si basa sul cosiddetto protocollo di Manchester attivato da John Prag e Richard Neave nel 1973”, spiega La Porta. Neave, che si interessò di ricostruzione facciale attraverso il Manchester Mummy Team dell’università di Manchester, responsabile delle ricerche forensi di numerose mummie egizie del nuovo museo di Manchester, aveva sviluppato una nuova tecnica, incorporando il metodo russo (mette i muscoli) e quello americano (mette gli spessori che consentono il modellamento), per creare una procedura completa e di successo la quale è stata acquisita da molti ricostruttori facciali di tutto il mondo.

Il volto della “Signora delle Ninfee” e il calco prima della lavorazione esposti alla mostra di Jesolo (foto Graziano Tavan)

Lo scultore Michele Guaschino al lavoro sul modello in gesso della “Signora delle Ninfee” (foto Graziano Tavan)
La mummia, quando è stata rinvenuta, era particolarmente deteriorata nel bendaggio perché sottoposta, forse già all’interno della sepoltura, a una elevata umidità. Le bende di lino avevano perso ogni elasticità, presentavano un colore marrone scuro ed avevano consistenza di polvere compressa. È in questo stato che la “mummia di Asti” approda nei laboratori della Polizia scientifica. “Prima di tutto si è delineato il profilo biologico”, ricorda il vice questore. “Così abbiamo saputo che eravamo di fronte a una donna di 30-40 anni. Quindi si è proceduto alla scansione laser del cranio per poter costruire un modello 3D sul quale iniziare a lavorare per la ricostruzione del volto. Quindi si inizia ad apporre i muscoli facciali e i bulbi oculari, con il supporto degli assi verticali e orizzontali e con il controllo della profondità, mentre si procede alla modellazione del collo e del torace. A questo punto si evidenziano gli spessori sul materiale plastico”. Una volta “riempiti” i volumi in base agli spessori, si può procedere a preparare uno stampo di gomma per l’estrazione del modello in gesso. È su questo modello che da questo momento interviene lo scultore Michele Guaschino e il restauratore Gian Luigi Nicola, sotto la stretta supervisione del sovrintendente capo della Polizia scientifica di Torino, Valter Capussotto. L’artista si annulla nello scienziato in una simbiosi ch dà grandi risultati. “Nella ricostruzione del volto della mummia di Asti”, conclude Capussotto, “non ci aspettiamo che qualcuno la riconosca, come avviene nei casi di vittime sconosciute. Ma in questo connubio di arte e scienza ci promettiamo di trasmettere un’emozione”. Così è nata la “Signora delle Ninfee”.
(2 – fine. Il precedente post pubblicato il 9 dicembre 2017)




























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