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Roma. Al dipartimento di Scienze dell’Antichità di Sapienza università presentazione del libro “Museo dell’Arte Classica: Gipsoteca. Volume II” di Raffaella Bucolo (casa editrice Aguaplano)

roma_sapienza_libro-museo-d-arte-classica_gipsoteca_raffaella-bucolo_locandinaMercoledì 30 ottobre 2024, alle 17.30, nell’aula di Archeologia del museo dell’Arte classica del dipartimento di Scienze dell’Antichità – Polo Museale – Sapienza Università di Roma, presentazione del libro “Museo dell’Arte Classica: Gipsoteca. Volume II” di Raffaella Bucolo (Casa Editrice Aguaplano). Dopo i saluti di Giorgio Piras, direttore del dipartimento di Scienze delle Antichità di Sapienza università Roma; e Claudia Carlucci, direttrice del polo museale Sapienza, presentano Anna Anguissola, università di Pisa; Claudia Cecamore, museo della Civiltà Romana; Simone Rambaldi, università di Palermo.

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Copertina del primo volume sul “Museo dell’Arte classica. Gipsoteca” curato da Marcello Barbanera

Il catalogo “Museo dell’Arte classica. Gipsoteca II” di Raffaella Bucolo segue dopo quasi trent’anni il primo volume del Catalogo delle sculture a firma di Marcello Barbanera, allora conservatore del museo, che concepì la sua opera presentando i calchi non solo allo scopo di valorizzare il senso della loro storicizzazione e la funzione quali strumenti della ricerca sulla ricostruzione della scultura antica, ma anche impiegando le fonti dell’archivio storico del Museo per ripercorrerne la storia insieme a quella della sua importante collezione. Il primo catalogo comprende i calchi esposti dalla sala I alla sala XIX del museo, mentre il secondo volume prosegue con le schede dei singoli calchi fino alla sala XLI. L’impostazione del Catalogo segue quella del precedente, nel presentare i calchi secondo il percorso allestitivo tradizionale del Museo – dal 1935 trasferito nell’edificio di Lettere e Filosofia della nuova Città universitaria -, basato sullo sviluppo cronologico degli originali greci e della loro distribuzione nelle sale, mantenuto anche dopo il rinnovato allestimento curato da Andrea Carandini e Marcello Barbanera del 1997. Il percorso cronologico, impostato ab origine da E. Löwy, continua ad essere il filo rosso che connota l’esposizione dei calchi per dare una continuità nel tempo al Museo anche nei futuri assetti museografici.

 

Roma. Nel giardino di Villa Caffarelli realizzata la replica del Colosso di Costantino, in scala 1:1, uno degli esempi più significativi della scultura romana tardo-antica, partendo dai frammenti conservati nel cortile di Palazzo dei Conservatori ai Musei Capitolini. Il sindaco Gualtieri: “A Roma stiamo cercando di recuperare le dimensioni dell’antichità e la nostra conoscenza e percezione dei capolavori del passato”

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La riproduzione del Colosso di Costantino domina il giardino di Villa Caffarelli ai Musei Capitolini (foto musei in comune)

Tra le opere più importanti dell’antichità, con i suoi 13 metri circa di altezza, la statua colossale di Costantino (IV secolo d.C.) è uno degli esempi più significativi della scultura romana tardo-antica. Dell’intera statua, riscoperta nel XV secolo presso la Basilica di Massenzio, oggi rimangono solo pochi monumentali frammenti marmorei, ospitati nel cortile di Palazzo dei Conservatori ai Musei Capitolini: testa, braccio destro, polso, mano destra, ginocchio destro, stinco destro, piede destro, piede sinistro. Da martedì 6 febbraio 2024 nel giardino di Villa Caffarelli è possibile ammirare, in tutta la sua imponenza, la straordinaria ricostruzione del Colosso in scala 1:1, risultato della collaborazione tra la sovrintendenza Capitolina, Fondazione Prada e Factum Foundation for Digital Technology in Preservation con la supervisione scientifica di Claudio Parisi Presicce, sovrintendente capitolino ai Beni Culturali.

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I frammenti del Colosso di Costantino posizionati sulla ricostruzione digitale della statua ad opera di Factum Foundation (foto Irene Gaumé / Factum Foundation)

La replica del monumento è stata presentata al pubblico martedì 6 febbraio 2024 dal sindaco di Roma Capitale Roberto Gualtieri, dall’assessore alla Cultura di Roma Capitale Miguel Gotor, dal sovrintendente Claudio Parisi Presicce, dal componente del Comitato di indirizzo di Fondazione Prada Salvatore Settis, e da Adam Lowe, della Factum Foundation for Digital Technology in Preservation. Il progetto è promosso da Roma Capitale, assessorato alla Cultura, sovrintendenza Capitolina ai Beni culturali e realizzato in collaborazione con Fondazione Prada che ha presentato per la prima volta l’opera a Milano dal 17 novembre 2022 al 27 febbraio 2023, in occasione della mostra “Recycling Beauty” a cura di Salvatore Settis e Anna Anguissola con Denise La Monica. “A Roma stiamo cercando di recuperare le dimensioni dell’antichità e la nostra conoscenza e percezione dei capolavori del passato, di cui conserviamo tracce e frammenti”, spiega il sindaco Roberto Gualtieri. “Lo abbiamo fatto poco tempo fa con il Museo della Forma Urbis, lo facciamo andando in profondità con gli scavi della Metropolitana, lo facciamo attraverso l’anastilosi della Basilica Ulpia e adesso rendendo fruibile da tutti questa statua colossale, sia per essere ammirata in sé, sia per essere una porta di accesso a quello scrigno di tesori che è il Colle Capitolino e che sono i Musei Capitolini. Voglio davvero ringraziare tutti quelli che hanno reso possibile questa creazione e questa ricostruzione che contribuisce a farci comprendere meglio il passato e quindi a capire meglio chi siamo”.

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La riproduzione del Colosso di Costantino domina il giardino di Villa Caffarelli ai Musei Capitolini (foto musei in comune)

L’allestimento del Colosso a Villa Caffarelli. Il Giardino di Villa Caffarelli, dove orai la riproduzione integrata in scala 1:1 del Colosso di Costantino è allestita, insiste in parte sull’area occupata dal Tempio di Giove Ottimo Massimo, che un tempo ospitava la statua di Giove, la stessa forse da cui il Colosso fu ricavato o che comunque ne costituisce il modello di derivazione. I resti del tempio sono oggi visibili all’interno dell’Esedra di Marco Aurelio.

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Terrecotte architettoniche dalla via Latina: la Triade Capitolina – Giove, Giunone, Minerva (inizi I secolo a.C.) conservata ai Musei Capitolini (foto zetema)

Il tempio fu dedicato nel 509 a.C. dal primo console della Repubblica, M. Horatius Pulvillus, alla triade capitolina: Giove, Giunone, Minerva. La prima statua di culto di Giove era in terracotta ed era opera dello scultore Vulca di Veio. Quest’ultima venne sostituita, nel 69 a.C., in occasione della ricostruzione promossa da Silla, con una nuova statua ispirata al celebre Zeus di Olimpia di Fidia: seduto in trono, il torso scoperto, un mantello a coprire le gambe. Dopo l’incendio dell’80 d.C., durante il regno dell’imperatore Tito, si intraprende un ulteriore rifacimento, concluso da Domiziano, suo fratello e successore. Anche in questo caso, le statue di culto di Giove, Giunone e Minerva furono sostituite. Per il Giove Capitolino il modello è sempre la statua di Fidia, riprodotta come acrolito in marmo. Del tempio di Domiziano si conserva ormai ben poco, ma la fastosa decorazione del frontone è documentata da un celebre rilievo storico oggi ai Musei Capitolini, proveniente da un monumento onorario di Marco Aurelio e raffigurante il sacrificio al tempio di Giove Capitolino. Tra il 217 e il 222 d.C., un fulmine danneggiò gravemente la statua di Giove. Tale evento potrebbe avere creato il presupposto per il suo riutilizzo per celebrare il nuovo imperatore Costantino agli inizi del IV secolo d.C. Quale che sia la statua rilavorata per la realizzazione del Colosso, Costantino si appropria comunque di uno dei simboli della religione romana per legittimare la sua ascesa al potere, collocandolo in una sede di grande significato: la basilica di Massenzio lungo la Via Sacra, l’ultimo monumento architettonico pubblico di carattere civile realizzato a Roma antica.

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Il colosso di Costantino nel cortile dei musei Capitolini a Roma (foto graziano tavan)

Il Colosso di Costantino. Dalla fine del Quattrocento il cortile del Palazzo dei Conservatori ospita nove frammenti in marmo pario di una delle statue più imponenti di Roma antica, il Colosso di Costantino (306-337 d.C.), imperatore a cui si devono iniziative che avrebbero profondamente modificato l’Impero Romano: il riconoscimento ufficiale della religione cristiana (313 d.C.) e il trasferimento della capitale da Roma a Costantinopoli (326 d.C.). Il ritratto è rimasto senza una identità certa fino alla fine dell’Ottocento, quando fu correttamente identificato con l’imperatore Costantino. Successivi studi hanno permesso di riconoscere sicuri segni di rilavorazione, soprattutto in corrispondenza del mento e del sottogola, a indicare che il personaggio originariamente raffigurato avesse la barba. Il Colosso è dunque il risultato del riadattamento di una statua più antica. Secondo una recente ipotesi di lavoro si potrebbe trattare della statua di culto di Giove Ottimo Massimo, collocata all’interno del tempio a lui dedicato sul Campidoglio, il più importante della romanità. In ogni caso, essa, nota da diverse repliche o imitazioni, dovette costituire il modello per la realizzazione del Colosso di Costantino. Una delle sue riproduzioni più fedeli in formato ridotto, databile in età flavia (69-96 d.C.), è quella conservata oggi all’Ermitage di San Pietroburgo. La statua è un acrolito, con le parti nude realizzate in marmo, montate su una struttura portante rivestita da panneggi in bronzo dorato o in preziosi marmi colorati. Il dio, seduto in trono, è avvolto in un mantello che lascia scoperti il torso, le braccia e il ginocchio. Quest’ultimo è un motivo iconografico di tradizione omerica associato quasi esclusivamente all’immagine di Giove e successivamente degli imperatori, che ad essa si ispira come segno della devozione rivolta a loro dai sudditi. Con il ginocchio nudo, Giove si mostra su monete e medaglioni di epoca immediatamente pre-costantiniana, con dedica a Iuppiter Conservator. Nel 312 d.C., dopo la vittoria su Massenzio al Ponte Milvio, Costantino diventa il padrone assoluto della parte occidentale dell’impero e di Roma. A questi anni iniziali del suo regno risalirebbe la realizzazione del Colosso, che, nella sua fissità ieratica, costituisce una delle manifestazioni più impressionanti dell’arte costantiniana. La celebrazione dell’imperatore avviene dunque attraverso il reimpiego di una statua colossale già esistente, raffigurante un imperatore o una divinità, quale Giove Ottimo Massimo. Attraverso di essa Costantino si mostra come comes (compagno) degli dèi e la natura stessa del suo potere si manifesta come divina.

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Basilica di Massenzio, navata settentrionale: il nicchione centrale, opposto al nuovo ingresso, fu dotato di un’ abside sul fondo, coperta da una semi-cupola e con le pareti arricchite da nicchie destinate ad ospitare statue su due ordini. Sul fondo dell’abside era realizzato un podio in muratura destinato ad ospitare il tribunal dei giudici (foto PArCo)

Le vicende dei frammenti. Il trasferimento della maggior parte dei frammenti del cortile del Palazzo dei Conservatori in Campidoglio risale al 1486. L’eccezionale scoperta avvenne in un edificio al tempo identificato con il Templum Pacis, correttamente riconosciuto, agli inizi dell’Ottocento, come la basilica eretta nel 308 d.C. da Massenzio lungo la Via Sacra, poi dedicata da Costantino dopo la vittoria del Ponte Milvio del 312 d.C. Un ulteriore frammento, rinvenuto nel 1951, è in procinto di essere trasferito dai depositi del parco archeologico del Colosseo al Campidoglio.

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I bronzi del Laterano nell’esedra di Marco Aurelio ai musei Capitolini: la testa, la mano e il globo del colosso di Costantino (foto Zeno Colantoni)

Il carattere eccezionale del ritrovamento indusse ad acquisire i frammenti nel cortile del Palazzo, al tempo sede dei Conservatori, la più importante magistratura capitolina, che già ospitava il prezioso nucleo dei bronzi antichi, tra cui la celebre Lupa e i frammenti del colosso di Costantino in bronzo, donati al Popolo romano da papa Sisto IV nel 1471. L’evento è ricordato da un’importante iscrizione murata nel cortile del Palazzo dei Conservatori sormontata dagli stemmi del senato romano, di papa Innocenzo VIII (reg. 1484 – 1492) e del cardinale Raffaele Riario. Disegni e stampe realizzati sin dalla prima metà del Cinquecento costituiscono preziose testimonianze del modo in cui, nel corso dei secoli, sia mutato l’allestimento dei frammenti, ben presto divenuti simbolo stesso della maestà perduta e recuperata di Roma.

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Ricostruzione del Colosso di Costantino: i rappresentanti di Factum Foundation, Sovrintendenza Capitolina e Fondazione Prada nel workshop di Factum Foundation (foto factum foundation)

Il progetto di ricostruzione della statua colossale di Costantino è partito da un importante lavoro di analisi archeologica, storica e funzionale dei frammenti, supportata dalla lettura delle fonti letterarie ed epigrafiche. I nove frammenti in marmo pario, attualmente conservati presso i Musei Capitolini, si pensava che appartenessero a una statua dell’imperatore Commodo e, data la loro eccezionale importanza, furono allestiti nel Palazzo dei Conservatori durante i lavori di ristrutturazione dello stesso eseguiti su progetto di Michelangelo tra il 1567 e il 1569. I frammenti sono stati identificati come ritratto colossale dell’imperatore Costantino solo alla fine dell’Ottocento. Lo studio archeologico dei frammenti ha permesso di ipotizzare che il Colosso fosse seduto e che fosse realizzato come acrolito, ovvero con le parti nude in marmo bianco e il panneggio in metallo o in stucco dorato. Secondo uno schema iconografico tipico del tempo, che assimilava l’imperatore alla divinità, Costantino è rappresentato come Giove con la parte superiore del corpo scoperta e il mantello adagiato sulla spalla; il braccio destro che impugna lo scettro ad asta lunga e la mano sinistra che sorregge il globo.

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La ricostruzione del Colosso di Costantino a cura di Factum Foundation (foto factum foundation)

A fine marzo 2022 un team della Factum Foundation ha trascorso tre giorni nel cortile dei Musei Capitolini per scansionare i frammenti presenti con la tecnica della fotogrammetria. Ogni frammento è stato modellato in 3D e posizionato sul corpo digitale della statua creata utilizzando come esempio iconografico altre statue di culto di età imperiale in pose simili, tra cui la colossale statua di Giove (I secolo d.C.) conservata al Museo statale Ermitage di San Pietroburgo, probabilmente ispirata allo Zeus di Olimpia ad opera di Fidia e la grande copia in gesso della statua dell’imperatore Claudio, ritratto come Giove, allestita al Museo dell’Ara Pacis. I dati digitali sono stati stampati in 3D a grandezza naturale e usati per realizzare un calco in resina rinforzata. Per le copie facsimile dei frammenti, sul calco è stato adoperato uno stucco apposito, dipinto per suggerire l’effetto del marmo pario invecchiato dall’esposizione agli elementi; le parti ricostruite sono state realizzate in poliuretano, rinforzato da diversi strati di resina mista a polvere di marmo e mica per ottenere un effetto marmoreo bianco neutro. I panneggi e le parti in bronzo dorato sono stati realizzati in polistirene patinato in resina e polvere di bronzo, su cui è stata applicata foglia d’oro.

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Un momento della ricostruzione del Colosso di Costantino nei giardini di Villa Caffarelli ai Musei Capitolini a Roma (foto musei in comune)

La complessa operazione di ricostruzione realizzata da Factum ha tenuto conto di molteplici fattori: il tipo di marmo delle parti originali, i restauri e le aggiunte; i dettagli del panneggio mancante e l’aspetto del bronzo dorato di cui era composto; il rapporto tra la ricostruzione e i frammenti superstiti, le condizioni di questi e la loro esatta posizione. Dopo aver ultimato il modello 3D ad altissima risoluzione, si è poi proceduto con la ricostruzione materiale del Colosso. Il Colosso originale, alto circa 13 metri, aveva una struttura interna ipoteticamente fatta di mattoni, legno, elementi in metallo. Per la ricostruzione, Factum Foundation ha fatto ricorso a una struttura portante in alluminio, che ne permette il montaggio e lo smontaggio.

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Suggestiva immagine della riproduzione del Colosso di Costantino nei giardini di Villa Caffarelli ai Musei Capitolini a Roma (foto musei in comune)

Il risultato finale permette di ammirare, in una magnifica illusione, il Colosso nel suo complesso, in cui si distinguono visivamente le “ricuciture” tra le parti ri-materializzate e le copie dei frammenti originali presenti nel cortile di Palazzo dei Conservatori.

 

Sei eccezionali pezzi dal Louvre e dall’Ermitage giunti ad arricchire e completare al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Amori divini”, percorso nel mito greco e nella sua fortuna con due ingredienti narrativi comuni: seduzione e trasformazione. L’allestimento nell’ala del Mann pavimentata nell’800 con opus sectile da ville dell’area vesuviana

Specchio in argento con il mito con Leda e il cigno, parte del “Tesoro di Boscoreale” scoperto nel 1895, oggi conservato a Parigi (foto Musee du Louvre)

Anna Anguissola, una delle curatrici della mostra “Amori divini”

Lo specchio con Leda e il cigno (fine I a.C. – inizio I d.C.) viene direttamente dal Louvre. Fa parte dei 111 pezzi del “Tesoro di Boscoreale” confluito al museo parigino subito dopo la sua scoperta, nel 1895, nella villa romana della Pisanella. Arriva invece dal museo dell’Ermitage di San Pietroburgo il cratere a calice attico a figure rosse, attribuito al Pittore di Triptolemos (490-480 a.C. circa), scoperto a Cerveteri, con il mito di Zeus che, attratto dalla bellezza di Danae rinchiusa dal padre in una camera sotterranea, si unisce a lei trasformandosi in una pioggia d’oro filtrata dal tetto. È una delle più antiche rappresentazioni dell’unione divina giunte fino a noi. E ancora da San Pietroburgo giunge l’anfora nolana attica a figure rosse, attribuita al Pittore della Phiale (440 a.C.) con Europa seduta in groppa a un toro: il Pittore della Phiale riesce a dare una visione concisa e rinnovata della figura di Europa, ponendola in parallelo con quella di un uomo anziano, identificabile con il padre Agenore, re di Tiro, che ordinò ai suoi figli maschi di partire alla ricerca della principessa rapita. Sono questi tre dei sei pezzi eccezionali che, a un mese dalla sua inaugurazione, sono andati ad arricchire la mostra “Amori divini”, aperta fino al 16 ottobre 2017, al museo Archeologico nazionale di Napoli (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/06/04/apre-al-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-la-mostra-amori-divini-focus-sul-mito-greco-secondo-capitolo-della-collaborazione-tra-il-mann-e-gli-scavi-di-pompei-dove-e-in-corso-l/). La mostra, a cura di Anna Anguissola e Carmela Capaldi, con Luigi Gallo e Valeria Sampaolo, promossa dal ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo e dal Mann con l’organizzazione di Electa, propone un percorso nel mito greco e nella sua fortuna attraverso storie che hanno due ingredienti narrativi comuni: seduzione e trasformazione.

“Il bagno di Diana” di Francesco De Rosa conservato al Museo e Real Bosco di Capodimonte di Napoli

Accanto ai vari manufatti antichi di soggetto mitologico – pitture parietali e vascolari, sculture in marmo e in bronzo, gemme e preziose suppellettili: circa 80 opere, provenienti dai siti vesuviani e, più in generale, dalla Magna Grecia, e da alcuni tra i più prestigiosi musei italiani e stranieri  – per ciascun mito viene proposto un confronto con una selezione di opere di periodi più recenti. Infatti oltre 20 opere tra dipinti e sculture, con particolare attenzione all’arte del XVI e XVII secolo, illustrano i momenti fondamentali della ricezione moderna del mito e ne mettono in luce evoluzioni, modifiche e ampliamenti. Artisti quali Baccio Bandinelli, Bartolomeo Ammannati, Nicolas Poussin, Giambattista Tiepolo e molti altri ancora permettono non solo di seguire la fortuna del mito greco fino ad epoche a noi più vicine, ma anche di comprendere il ruolo che, in questa tradizione, giocano le fonti letterarie e iconografiche antiche.

L’originale allestimento della mostra “Amori divini” al Mann di Napoli (foto Gabriele Lungarella)

Pelike attica conservata al Mann con il mito di Zeus e Io

L’arricchimento del percorso espositivo con l’arrivo dei preziosi pezzi dal Louvre e dall’Ermitage ha permesso alle due curatrici, Anguissola e Capaldi, di offrire una visita guidata più completa alla mostra “Amori divini”. La prima sezione della mostra presenta i casi più noti di “amori rubati”, quello di Danae, Leda, Io, Ganimede, in cui la metamorfosi è l’espediente per la conquista della persona amata. Sono i miti greci illustrati da straordinari esempi di pittura vascolare greca e da piccola coroplastica. Si introducono così le storie narrate nelle sale successive ed i loro protagonisti. Quali aspetti di questi racconti verranno recepiti nel mondo romano – e in particolare a Pompei? Quali elementi della tradizione greca adotteranno nuove forme e assumeranno nuovi significati e quali, invece, saranno dimenticati? In che misura sarà possibile ampliare il repertorio, costruendo nuove storie basate su elementi comuni e introducendo nuovi personaggi nel già popolatissimo mondo del mito greco? A queste domande tentano di dar risposta le tappe successive del percorso. E quando sono gli esseri umani a mutare forma – a esempio le giovani Io e Callisto – la loro è una trasformazione subìta, imposta da divinità vendicative e capricciose. Vi sono poi i casi di “amori negati”. Sono i miti di Dafne ed Apollo, Narciso ed Eco, Ermafrodito e Salmacide, pressoché sconosciuti nel mondo greco arcaico e classico ma cari ad Ovidio e, soprattutto grazie ai versi di questo immaginifico poeta, straordinariamente amati dai romani. La fortuna di questi racconti, in letteratura e in arte, è legata alla materia che offrono per l’esplorazione dell’animo adolescente e del passaggio verso la maturità. La metamorfosi non è che l’esito di un contrasto altrimenti insolubile tra il corpo in fiore, desiderabile e desiderato, e l’animo fanciullesco, riluttante alle lusinghe dell’amore.

Il pavimento staccato dal belvedere della Villa dei Papiri di Ercolano e posato in un’ala del Mann di Napoli (foto Graziano Tavan)

Il percorso espositivo occupa le sale del museo attigue al salone della Meridiana, caratterizzate da pregiati “sectilia” (intarsi marmorei) a motivi geometrici messi in opera nella prima metà dell’800, adattando alla dimensione degli spazi pavimenti rinvenuti in scavi eseguiti nel XVIII secolo sia nell’area vesuviana, sia a Capri sia in altri territori del regno. È certa la provenienza dal “belvedere” della Villa dei Papiri di Ercolano, di quello della sala circolare costituito da lastrine triangolari di dimensione crescente, dal centro alla periferia. In vista del futuro allestimento stabile di questo settore del museo, è stato eseguito un intervento di manutenzione e di pulizia che ha restituito alle superfici la vivacità dei colori delle diverse qualità di marmo nascoste, negli ultimi venti anni, da tavolati e moquette collocativi per proteggerli e ora rimossi. Poiché si intende valorizzare questo patrimonio quasi sconosciuto, mostrandolo al pubblico ma, allo stesso tempo è necessario assicurarne la conservazione, si è stabilito che è possibile accedere alle sale solo calzando appositi copriscarpe messi a disposizione dei visitatori.

Apre al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Amori divini”, focus sul mito greco, secondo capitolo della collaborazione tra il Mann e gli Scavi di Pompei dove è in corso la mostra “Pompei e i Greci”. I vasi del Mann in mostra dal 2018 protagonisti della nuova sezione sulla Magna Grecia

Il manifesto della mostra “Amori divini” con il “Ratto di Ganimede” di Anton Domenico Gabbiani conservato agli Uffizi

La collaborazione tra il museo Archeologico nazionale di Napoli e la soprintendenza di Pompei sui rapporti tra l’area vesuviana e il Mediterraneo si arricchisce di un nuovo capitolo. A poco più di un mese di distanza dall’apertura della mostra “Pompei e i Greci” nella palestra grande dell’area archeologica di Pompei (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/03/27/pompei-e-i-greci-ceramiche-ornamenti-armi-elementi-architettonici-sculture-e-poi-scritte-graffite-sui-muri-la-nuova-mostra-a-pompei-racconta-la-storia-di-un-incontro-tra-due-m/), che racconta l’incontro della città italica di Pompei con il mondo greco, il 7 giugno 2017 si inaugura  al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Divini amori”, voluta da Paolo Giulierini, a cura di Anna Anguissola e Carmela Capaldi, con Luigi Gallo e Valeria Sampaolo, e promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e dal Mann con l’organizzazione di Electa.La mostra, che rimarrà aperta fino al 16 ottobre 2017, indaga i meccanismi di trasmissione e ricezione del mito greco attraverso i secoli presentando circa 80 opere, provenienti dai siti vesuviani e, più in generale, dalla Magna Grecia, e da alcuni tra i più prestigiosi musei italiani e stranieri (tra gli altri, l’Ermitage di San Pietroburgo, il musée du Louvre di Parigi, il J. Paul Getty Museum di Los Angeles e il Kunsthistorisches Museum di Vienna).

“Ganimede e l’aquila”, gesso dall’Accademia di San Luca di Roma, tra l opere che saranno esposte nella mostra “Amori divini” al Mann

L’esposizione propone un percorso nel mito greco e nella sua fortuna attraverso storie che hanno due ingredienti narrativi comuni: seduzione e trasformazione. Traendo ispirazione dal vastissimo repertorio pompeiano, la mostra racconta i miti amorosi accomunati da un episodio fondamentale: almeno uno dei protagonisti, uomo o dio, muta forma trasformandosi in animale, in pianta, in un oggetto o in fenomeno atmosferico. A partire dalla letteratura e dall’arte greca, attraverso il poema delle “forme in mutamento” di Ovidio, fino alle più contemporanee interpretazioni della psicologia, i miti di Danae, Leda, Dafne, Narciso, fino al racconto straordinariamente complesso di Ermafrodito, sono parte dell’immaginario collettivo. Accanto ai vari manufatti antichi di soggetto mitologico – pitture parietali e vascolari, sculture in marmo e in bronzo, gemme e preziose suppellettili – per ciascun mito viene proposto un confronto con una selezione di opere di periodi più recenti. Infatti oltre 20 opere tra dipinti e sculture, con particolare attenzione all’arte del XVI e XVII secolo, illustrano i momenti fondamentali della ricezione moderna del mito e ne mettono in luce evoluzioni, modifiche e ampliamenti. Artisti quali Baccio Bandinelli, Bartolomeo Ammannati, Nicolas Poussin, Giambattista Tiepolo e molti altri ancora permettono non solo di seguire la fortuna del mito greco fino ad epoche a noi più vicine, ma anche di comprendere il ruolo che, in questa tradizione, giocano le fonti letterarie ed iconografiche antiche.

“Io e Argo”, dipinto proveniente da Pompei e conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli

Il percorso della mostra, che occupa le sale del museo attigue al salone della Meridiana, caratterizzate da splendidi sectilia e mosaici antichi inseriti nei pavimenti, presenta inoltre una importante campionatura della collezione vascolare del Mann, che sarà nuovamente visibile per quanto riguarda le opere provenienti dalla Magna Grecia con il prossimo riallestimento (2018) di quella collezione del Museo, il cui progetto scientifico è curato da Enzo Lippolis e che comprenderà accanto ai vasi, bronzi, terrecotte, ori e lastre tombali dipinte.