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Napoli. Per l’International Museum Day al Mann la statuaria Farnese, i Mosaici e il Gabinetto Segreto, gli Affreschi, la Villa dei Papiri diventano pagine di uno straordinario viaggio digitale: un kit per studiare il patrimonio museale

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Dettaglio dell’imponente Atlante Farnese, tra le opere presenti nei sussidi digitali del Mann (foto luigi spina)

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La raffigurazione stilizzata del globo dell’Atlante farnese (foto mann)

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Dettaglio della firma dell’autore sull’Ercole farnese (foto mann)

Educazione, mondo digitale, ambiente: sono i tre temi attorno a cui ruoterà l’International Museum Day, in programma mercoledì 18 maggio 2022. La ricorrenza, celebrata dall’International Council of Museums come occasione per valorizzare “il potere dei musei/ the power of museums”, sarà “anteprima” della 26esima conferenza generale dell’ICOM (Praga, 20-28 agosto 2022). L’iniziativa, promossa in rete con il ministero della Cultura, avrà al Mann due declinazioni: gli approfondimenti on line e gli eventi in loco. Mercoledì 18, infatti, saranno disponibili, sul sito mann-napoli.it, i sussidi didattici realizzati dai Servizi Educativi del museo Archeologico nazionale di Napoli: il team, guidato dalla responsabile di settore Lucia Emilio, ha predisposto un vero e proprio kit, scaricabile con un clic per attraversare virtualmente le principali collezioni dell’Istituto. La statuaria Farnese, i Mosaici e il Gabinetto Segreto, gli Affreschi, la Villa dei Papiri diverranno pagine di uno straordinario viaggio digitale: a portata di tastiera, ecco immagini ad alta risoluzione e in 3D, schede descrittive con quadro museografico, bibliografia aggiornata. Tutte le informazioni avranno un taglio divulgativo e saranno destinate non soltanto a esperti e studenti di archeologia, ma anche a visitatori che intenderanno approfondire le suggestioni legate alla loro presenza al Museo. Un file pensato per gli appunti renderà gli strumenti didattici come un laboratorio in fieri, aperto ai contributi dei singoli cultori della materia.

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Lightbox Venus Madonna di Franz Cerami alla mostra “Red Venus” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Un corollario ideale delle iniziative pensate per l’International Museum Day sarà in programma anche giovedì 19 maggio 2022: dalle 20 alle 22, il soffitto del salone della Meridiana sarà colorato con le videoinstallazioni, concepite come affreschi in movimento, del progetto artistico “Red Venus” di Franz Cerami.

“Lapilli sotto la cenere”: terza puntata sulla Villa dei Papiri. Con la 12.ma clip del parco archeologico di Ercolano il direttore ci porta nella biblioteca per saperne di più sui preziosi papiri e le numerose statue ritrovati, e sul proprietario della villa

Francescop Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, mostra la pianta della Villa dei Papiri realizzata da Karl Weber nel 1758 (foto paerco)

Terza puntata alla scoperta della Villa dei Papiri, uno dei luoghi simbolo dell’antica città di Ercolano. Dopo gli scavi moderni (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/10/20/lapilli-sotto-la-cenere-con-lottava-clip-del-parco-archeologico-di-ercolano-il-direttore-ci-porta-alla-scoperta-degli-scavi-moderni-della-villa-dei-papiri/) e quelli settecenteschi (https://archeologiavocidalpassato.com/2020/11/11/lapilli-sotto-la-cenere-con-lundicesima-clip-del-parco-archeologico-di-ercolano-il-direttore-ci-porta-alla-scoperta-degli-scavi-borbonici-della-villa-dei-papiri/), con la 12.ma clip dei “Lapilli sotto la cenere del Parco archeologico di Ercolano” col direttore Francesco Sirano torniamo tra i tunnel borbonici che hanno permesso la scoperta della fornitissima biblioteca di papiri che dà il nome alla Villa, occasione quindi per saperne di più sui papiri e le statue qui rinvenuti, e sul proprietario dell’edificio.

Attraverso un tunnel si arriva all’ambiente V che gli scavatori del 1700 identificano con la biblioteca perché qui vedono proprio degli scaffali. “L’altezza e l’ampiezza di questa galleria”, spiega Sirano, “denunciano che qui sono avvenuti dei ritrovamenti molto importanti. Addirittura viene creato un pilastro per poter sostenere la volta. Dietro si vedono ancora gli spazi dove venivano appoggiate le lanterne per poter illuminare gli operai durante il lavoro. Questo è l’ambiente dove sulle pareti si ritiene siano stati trovati, ancora negli scaffali e per terra, i famosi papiri della biblioteca della villa dei Papiri. E forse i frammenti di legno che si vedono nelle sezioni esposte sono quello che resta degli scaffali che gli scavatori dl 1700 hanno riconosciuto con all’interno i papiri. I ritrovamenti avvengono sia nell’ambiente V sia nel tablino che si trova subito a Nord del peristilio quadrato. Durante gli scavi furono recuperati circa 1800 frammenti di papiro che formano al massimo circa 1200 volumi. Si tratta di un ritrovamento unico ed eccezionale e sin dal 1700 si era trovato il modo per poter svolgere questi papiri. Ma ad oggi solo una parte è stata letta perché si tratta di studi molto complicati. In base a quanto sinora scoperto si è visto che il grosso dei volumi recuperati sono riferibili alla filosofia epicurea, una filosofia che ha grande successo a Roma tra II e I sec. a.C. e che nasce nel IV sec. a.C. ad Atene. Questa biblioteca sembra sia stata raccolta da Filodemo di Gadara, filosofo della Scuola epicurea che vive nella zona di Roma e del golfo di Napoli, conosce Cicerone, ed era un personaggio molto noto. È lui che avrebbe riportato una parte della biblioteca di Epicuro da Atene alla Villa dei Papiri. Successivi approfondimenti da parte degli studiosi di papirologia hanno anche mostrato che alcuni papiri presentano dei commenti. Alcune opere sono riprodotte più di una volta. Ecco perché si pensa che qui si trovasse uno scriptorium, cioè una vera e propria scuola di filosofia dove venivano riprodotte e commentate le opere della scuola di Epicuro. Non vi erano solo opere in greco ma anche in latino perché c’è una serie di papiri che ci hanno restituito degli interessantissimi documenti in lingua latina”.

Una delle statue in marmo trovate nella Villa dei Papiri di Ercolano (foto Graziano Tavan)
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Le note di Karl Weber che registrano l’esatta posizione delle statue ritrovate a Villa dei Papiri a Ercolano (foto Paerco)

Nella Villa dei Papiri furono trovate anche moltissime statue: 65 di bronzo e 27 di marmo. “La cosa eccezionale – sottolinea Sirano – è che Karl Weber nella sua pianta ha annotato precisamente dove si trovava ciascuna statua. Nello spazio in basso e in alto della pianta ci sono le “explicaciones”, cioè le spiegazioni, le legende che registrano precisamente dove si trovavano queste statue. È una circostanza straordinaria perché ha permesso degli studi molto approfonditi sul programma decorativo che poteva essere dietro la scelta di quale statua esporre e in quale luogo all’interno della villa. In generale queste statue ci descrivono davvero la classe dirigente romana, una classe senatoria che dominava l’intero Mediterraneo. E abbiamo infatti statue che hanno riferimenti all’intero mondo mediterraneo, ma anche alla grande tradizione greca dei dinasti che succedono ad Alessandro Magno, oppure ai filosofi, cioè a Roma che oramai è diventata l’erede della grande tradizione di tutta la civiltà occidentale”.

Ricostruzione della Villa dei Papiri di Ercolano appartenuta alla famiglia dei Pisoni

Ma chi era il proprietario della Villa dei Papiri? “Gli studiosi si sono a lungo interrogati su questo tema anche perché dalla villa non è arrivata mai nessuna iscrizione, neppure un sigillo, un indizio che ci facesse riconoscere il proprietario. L’unico indizio importante è quello della presenza di Filodemo di Gadara. Attraverso le fonti letterarie, soprattutto Cicerone, sappiamo che Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, membro di una famiglia importantissima, era il suocero di Giulio Cesare, e anche il patrono di Filodemo di Gadara. E Filodemo era ospitato e protetto da questo personaggio. Le altre ipotesi di attribuire alla famiglia degli Appi Claudi, o di attribuire a altre famiglie importanti della stessa Ercolano, sono oggi passate in secondo piano, e le uniche ipotesi in campo sono quelle che si possa trattare del padre Lucio Calpurnio Pisone Cesonino oppure del figlio Lucio Calpurnio Pisone Pontefice a seconda della datazione della villa: se va datata ancora nel II sec. a.C. (fine II – inizio I sec. a.C.) come si pensava un tempo, o se invece non debba essere datata la sua costruzione un pochino più tardi e quindi più probabilmente costruita all’epoca del Pisone Pontefice.

Vetulonia. Dal 1° luglio al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” la mostra-evento “A tempo di danza. In Armonia, Grazia e Bellezza” con la Danzatrice dalla Villa dei Papiri di Ercolano, gemme della Collezione Farnese, la Venere Italica di Canova e le foto di Luigi Spina

Siete pronti a farvi incantare dalle meraviglie del museo Archeologico nazionale di Napoli e dell’Accademia di Belle Arti di Carrara? A incantarvi davanti alla più bella delle cinque danzatrici restituite dalla Villa dei Papiri di Ercolano ed alla Venere accosciata della collezione Farnese conservata ed esposta al Mann? La notizia è rimasta “coperta” fino all’ultimo. Solo un paio di videoclip sul sito del museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia faceva capire che qualcosa di importante era nell’aria. E ora lo sappiamo. È la mostra-evento 2022, frutto della vulcanica direttrice del Muvet, Simona Rafanelli.

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Dal 1° luglio al 6 novembre 2022 il museo civico Archeologico di Vetulonia (Comune di Castiglione della Pescaia) aprirà le sue porte alla mostra dell’estate 2022 “A tempo di danza. In Armonia Grazia e Bellezza” (dal martedì alla domenica: 10-14 e 15-19). Un percorso espositivo con una straordinaria selezione di capolavori di fama mondiale concessi in prestito dal principale museo archeologico d’Italia, il Mann di Napoli, e dalla celeberrima Accademia delle Belle Arti di Carrara. Il tema dell’esposizione è rappresentato dalla danza e in particolare dalla declinazione al femminile di questa straordinaria arte performativa. Quindi si possono ammirare espressioni dell’arte plastica romana in bronzo e in marmo, testimoniate dalle domus vesuviane o confluite nella Collezione Farnese, fino ai capolavori cui il genio di Antonio Canova, debitore al mondo antico dell’eterno rapimento nell’estasi della Bellezza tradotta magistralmente nei fluidi movimenti del corpo delle sue eteree ballerine, ha saputo dar forma nel sommo delicato equilibrio fra Nuova Classicità e Romanticismo.

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La presentazione ufficiale della mostra “A tempo di danza” al museo civico Archeologico di Vetulonia (foto muvet)

Dalle cinque danzatrici restituite dalla Villa dei Papiri di Ercolano ed alla Venere accosciata della Collezione Farnese, due vertici assoluti della scultura in bronzo e in marmo conservata ed esposta al museo Archeologico nazionale di Napoli, cui fanno da magico contrappunto, fra antico e moderno, due capolavori canoviani in gesso, la danzatrice con il dorso delle mani poggiato sui fianchi e la Venere Italica, entrambe custodite nell’Accademia delle Belle Arti di Carrara. Un percorso intrecciato fra Danza e Bellezza, arricchito da una selezione di affreschi a tema provenienti dall’area vesuviana e da una scelta di gemme della Collezione Farnese, concessi in prestito anch’essi dal Mann.

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Il fotografo Luigi Spina nel suo atelier fotografato da luca sorbo

Una delle note di maggior fascino della mostra e poi la sorprendente presenza di una “mostra nella mostra”, quella di undici foto-quadro di Luigi Spina, il più grande fotografo di antichità del momento. Distribuite nelle due sale, esse conferiscono agli ambienti la raffinata sembianza di una pinacoteca, ad un tempo antica e contemporanea.

“Lapilli sotto la cenere”: con l’undicesima clip del parco archeologico di Ercolano il direttore ci porta alla scoperta degli scavi borbonici della villa dei Papiri

Ricostruzione della Villa dei Papiri di Ercolano appartenuta alla famiglia dei Pisoni

Villa dei Papiri è uno dei luoghi simbolo dell’antica città di Ercolano, ne abbiamo già parlato. Fu oggetto di scavo in epoca borbonica e moderna. Con l’ottava clip dei “Lapilli sotto la cenere del Parco archeologico di Ercolano”, serie di video che permette la visita digitale integrando quella reale ed ampliando ulteriormente la fruizione dei visitatori portandoli anche ad esplorare realtà che per necessità conservative, di restauro o contingenze non sono accessibili, il direttore Francesco Sirano ci ha accompagnato alla scoperta degli scavi moderni della villa dei Papiri (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/10/20/lapilli-sotto-la-cenere-con-lottava-clip-del-parco-archeologico-di-ercolano-il-direttore-ci-porta-alla-scoperta-degli-scavi-moderni-della-villa-dei-papiri/). Con questa undicesima clip il direttore Francesco Sirano torna a esplorare la Villa dei Papiri attraverso i tunnel borbonici e la pianta settecentesca redatta dall’ingegnere Karl Weber per conoscere la storia eccezionale della scoperta dell’edificio.

La gran parte della Villa dei Papiri fu esplorata nel periodo borbonico tra il 1750 e il 1765. “Questi scavi avvenivano in galleria – ricorda Sirano – con una tecnica molto simile a quella utilizzata nelle miniere. Infatti a dirigerli erano ingegneri dell’esercito che si occupavano proprio delle mine che servivano sia per ricerca di materiale sia per minare – per esempio – le fortificazioni dei nemici durante gli assedi. Si facevano dei pozzi verticali e dai pozzi verticali poi si realizzavano dei cunicoli orizzontali che in mancanza di punti di riferimento seguivano le strutture, i muri e, come si può vedere, tunnel che sono stati utilizzati per esplorare sia il limite degli ambienti che si affacciano sul porticato, gli  ambienti legati all’atrio, sia il porticato stesso che si affacciava con la vista sul mare. Questi tunnel – continua Sirano – ponevano tantissimi problemi non solo perché durante gli scavi si incontravano ancora spesso delle esalazioni venefiche con perdite di operai, di solito galeotti ai lavori forzati e utilizzati per questi scavi. Ma anche molti degli ingegneri che dirigevano gli scavi si ammalarono, come Roque Joaquín de Alcubierre che ebbe un problema agli occhi, Karl Weber che addirittura morì a seguito di una malattia contratta proprio durante questo lavoro. Vi erano anche molti problemi statici. Infatti questi tunnel tendevano a crollare. Quindi molto spesso bisognava costruire dei pilastri per sostenerli oppure si riempivano di nuovo di terra. Un modo per evitare di trasportarla in superficie con un grande dispendio di energie. Su questo problema mano a mano che gli scavi avanzavano si generò una disputa tra alcuni ingegneri, come Alcubierre che voleva appunto richiudere i tunnel per ragioni di sicurezza ma anche per impedire a chiunque di andare poi a esplorare per sottrarre altri materiali alla proprietà reale, mentre Weber cominciava ad avere – lo vediamo nei suoi scritti – una sensibilità per rendere questi tunnel visitabili per far sì che i turisti che cominciavano già ad arrivare potessero godere di questi tunnel. La cosa interessante è che nonostante questi fossero scavi in galleria, attraverso la tecnica trigonometrica delle strumentazioni molto rudimentali si riusciva a creare delle piante estremamente precise. Quando all’inizio degli anni 2000 furono realizzati i primi rilievi digitali si vide che gli scarti corrispondevano a pochi decine di centimetri che, in considerazione degli ampi spazi, è davvero un dato eccezionale”.

Francescop Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, mostra la pianta della Villa dei Papiri realizzata da Karl Weber nel 1758 (foto paerco)

La pianta della Villa dei Papiri fu redatta da Karl Weber nel 1758. E oggi l’originale è conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli, mentre una copia è al parco archeologico di Ercolano. “Si tratta di un documento eccezionale perché testimonia di un vero e proprio cambio di passo nel modo in cui si facevano gli scavi borbonici”, spiega Sirano. “Infatti Weber progetta secondo una precisa strategia sia lo scavo che la sua documentazione. Al numero 9 e al numero 10 sono segnati i famosi pozzi dei Ciceri che erano i pozzi da cui è cominciata l’esplorazione della Villa dei Papiri. Tra le prime scoperte il mosaico circolare che si trovava a decorare il Belvedere della villa, che dava verso il mare. Weber stabilisce una grotta principale – la gruta derecha – un tunnel principale,  che è più largo e più alto di tutti gli altri, che va in senso più o meno Nord-Sud e attraversa per l’intera lunghezza la Villa dei Papiri. Tutti i cunicoli successivi di verifica e di controllo delle dimensioni dei vari spazi oppure l’esplorazione dei singoli ambienti della villa sono fatti a partire e attestandosi su questa gruta derecha”.

Pavimento a meandro nella zona del peristilio quadrato della Villa dei Papiri a Ercolano (foto paerco

Appena entrati si incontra un bellissimo pavimento con un disegno a meandro. Si attraversa la cornice. “Siamo nella zona del peristilio quadrato”, descrive Sirano, “il peristilio minore della Villa dei Papiri. Siamo ora all’altezza del lato Nord del peristilio quadrato. C’è la cunetta dove scorreva l’acqua quando pioveva e veniva raccolta: qui si deve immaginare alla sinistra il giardino, l’area aperta che veniva circondata dal peristilio di cui si vedono ancora le basi delle colonne. Andando avanti si arriva fino al punto in cui parte un cunicolo che è stato chiuso in un secondo momento: dall’altro lato si trova il tablinum, cioè l’ufficio del padrone di casa dove furono recuperate statue molto importanti e anche una cassa con all’interno una parte dei papiri che danno il nome alla villa. Sul lato occidentale del peristilio quadrato, ci troviamo all’interno di uno dei cosiddetti orniglios che Weber faceva per allargare i tunnel e capire meglio alcune situazioni architettoniche o controllare delle ipotesi circa l’articolazione degli ambienti. Si vedono altre basi di colonne del peristilio e soprattutto un bellissimo pavimento che delimita tutto intorno il giro delle colonne a cornice del piccolo giardino quadrato. All’angolo dove gira il peristilio verso Sud si incontra un tunnel secondario che è stato chiuso dopo l’esplorazione e i rilievi con particolare cura. Sono stati utilizzati pietre e frammenti di laterizio, crollati da qualche muro, per chiudere e rendere stabili le pareti di questi tunnel”.

“Lapilli sotto la cenere”: con l’ottava clip del parco archeologico di Ercolano il direttore ci porta alla scoperta degli scavi moderni della villa dei Papiri

È uno dei luoghi simbolo dell’antica città di Ercolano. Stiamo parlando della villa dei Papiri, oggetto di scavo in epoca borbonica e moderna. Con l’ottava clip dei “Lapilli sotto la cenere del Parco archeologico di Ercolano”, serie di video che permette la visita digitale integrando quella reale ed ampliando ulteriormente la fruizione dei visitatori portandoli anche ad esplorare realtà che per necessità conservative, di restauro o contingenze non sono accessibili, il direttore Francesco Sirano ci accompagna alla scoperta degli scavi moderni della villa dei Papiri.

Ricostruzione della Villa dei Papiri di Ercolano appartenuta alla famiglia dei Pisoni

“Oggi visitiamo poco più di un terzo della città antica”, ricorda Sirano. “Il resto si trova al di sotto della città moderna. Sul lato Nord tuttavia esiste una zona al confine tra la città moderna e la città antica dove, a partire dagli anni ’90, sono stati realizzati degli scavi che hanno ripreso in parte le ricerche borboniche della famosa villa dei Papiri e in parte hanno effettuato nuove scoperte che ci hanno posto di fronte ai quartieri più settentrionali dell’antica Herculaneum. Tra i principali impegni del Parco c’è quello di creare le condizioni per l’apertura al pubblico di questa parte della città antica”. Secondo lo storico romano Sisenna Ercolano antica sorgeva su una piccola altura delimitata a Nord e a Sud da due fiumi. Prendiamo in considerazione la piccola valle dove scorreva il fiume, che delimitava da Nord, la città antica, all’esterno della quale sorgeva la villa dei Papiri. “Si tratta di un edificio di grandissima importanza anche dal punto di vista architettonico, un vero e proprio palazzo. Se immaginiamo di sovrapporre la sola lunghezza della villa dei Papiri alla città antica scopriremmo subito la sproporzione e quanto essa giganteggia. Infatti la villa dei Papiri occupa più di quattro isolati e mezzo della città antica. Questo nel senso della lunghezza. Ma la villa dei Papiri sorgeva su almeno quattro piani. Quindi parliamo davvero di un edificio straordinario, i cui resti oggi sono a circa tre metri al di sotto dell’attuale quota del mare e più o meno all’altezza della quota del mare nell’età romana”.

L’ingresso della Villa dei Papiri a Ercolano

La villa dei Papiri si affacciava direttamente sul mare. Aveva una splendida vista verso il mare e aveva una base, la cosiddetta basis villae, che si sviluppava su almeno due piani, al di sopra dei quali c’era l’atrio. Un corpo probabilmente staccato della villa era costituito da un padiglione che si affacciava direttamente sulla scogliera, antistante la villa. L’ingresso alla villa poteva avvenire sia via terra sia via mare. Dal mare una scaletta conduceva dalla scogliera al padiglione che aveva una facciata monumentale e si elevava per almeno due piani. Oggi si vedono le tracce del crollo di questo edificio avvenuto durante l’eruzione vesuviana.

La planimetria della villa dei Papiri di Ercolano con l’indicazione dell’ingresso della “basis villae” (foto paerco)

In uno degli ambienti ricavati nella base della villa oggi si entra attraverso una finestra perché questo spazio non è stato completamente scavato. Appena entrati si nota la presenza della cornice della porta da cui probabilmente si accedeva a questo sito. “L’ambiente è articolato in due zone”, spiega Sirano: “Una sorta di anticamera e l’ambiente vero e proprio, come si ricava dalla diversa lavorazione della volta, una a crociera e una a botte. Se cominciamo a osservare meglio il luogo, che doveva essere affacciato sul mare e garantire freschezza nei periodi di maggiore calura, ci accorgiamo che ci troviamo in un vero e proprio cantiere. Non solo un cantiere archeologico, ma anche un cantiere antico perché poco prima dell’eruzione del 79 d.C. qui si stavano svolgendo lavori di restauro come si comprende dai tanti indizi ritrovati durante gli scavi archeologici. Abbiamo infatti i resti dell’impalcatura che serviva agli operai per poter dipingere: siamo a poco più di un metro dall’altezza del pavimento antico. Sulla parete ci sono dei quadretti solo preparati, non ancora completati. Se alziamo lo sguardo vedremo che la decorazione in stucco non è completa: mancano ancora molti dettagli e una parte presenta l’intonaco solo preparato. È rimasta la sinopia, cioè il disegno preparatorio che serviva da guida agli artigiani dell’officina per poter completare un disegno che doveva essere come quello sull’altro lato dello stesso ambiente che è stato già completato: pitture di quarto stile che ci rimandano al mondo di Dioniso. E lo vediamo dalle maschere, i tirsi, la vite con l’uva e vediamo anche i flauti e tutta una serie di cose che ci riportano ai piaceri della permanenza in quest’ambiente”.

Le armi barbariche decorate a stucco sulla volta degli ambienti della “basis villae” della villa dei Papiri a Ercolano (foto paerco)

“Ma secondo gli studiosi se nell’ultima fa la decorazione si rifaceva ai temi dionisiaci, ci deve essere stato un momento precedente durante il quale si poneva l’accento anche su un altro aspetto: quello militare. Il pannello principale della volta di stucco completa ci rappresenta infatti una serie di armi. Si tratta di armi barbariche, una vera e propria catasta di armi. Sono le spoglie che i generali vittoriosi prendevano al nemico e che venivano portate in processione a Roma durante il trionfo. Ora sappiano dalle fonti letterarie che solamente alcuni alti livelli dell’esercito, generalmente i generali vittoriosi, potevano fare riferimenti, anche all’interno della propria abitazione, a questo passato glorioso che aveva caratterizzato i padroni di casa o qualcuno dei suoi antenati”.

La planimetria della villa dei Papiri di Ercolano con l’indicazione dell’ingresso dell’atrio (foto paerco)

Siamo arrivati all’atrio della  villa dei Papiri. Il nome, come è noto, deriva dal ritrovamento durante gli scavi del 1700 di più di mille rotoli di papiro che facevano parte dell’unica biblioteca antica sinora recuperata. “Questi testi, interessantissimi”, continua Sirano, “ci hanno dato informazioni preziose sulla vita culturale di Roma di quel periodo e anche sul padrone di casa. Alla villa si accedeva sia dal mare sia dalla terra, e l’ingresso via terra si trovava alle spalle dell’atrio. Lì infatti gli scavi borbonici hanno evidenziato la presenza di un piccolo porticato quadrato, e al di là di questo porticato ci doveva essere l’ingresso alla villa. Questa struttura segue le indicazioni tipiche nel modo romano per la costruzione di una villa suburbana, cioè una villa al di fuori della città o anche in campagna una villa rustica. Questo prevedeva infatti l’inversione tra il porticato e l’atrio. Laddove in una casa romana la prima cosa che si trovava in città era l’atrio, invece fuori dalla città la prima cosa che si trovava era un porticato e poi veniva l’atrio vero e proprio che era il punto dove il padrone di casa riceveva i suoi ospiti. E gli ospiti di questa casa dovevano essere rapiti da una vista incredibile che si parava ai loro occhi una volta attraversato l’atrio, perché questi ambienti affacciano su un portico di cui si sono conservate solo le basi delle colonne in mattoni che sono state spazzate via dalla furia dell’eruzione del 79 d.C. Ma dobbiamo immaginare davanti a noi una vista mozzafiato sull’intero golfo di Napoli”.

I sontuosi pavimenti a mosaico (strappati durante gli scavi borbonici) degli ambienti pertinenti all’atrio della villa dei Papiri (foto paerco)

Su questa zona signorile della villa si aprivano gli ambienti più suntuosi. “Questo lo comprendiamo dalle soglie di marmo che dovevano supportare delle porte monumentali per entrare in ognuno di questi ambienti dalla splendida decorazione a mosaico che è stata strappata dagli scavi borbonici. Le bellissime pitture che decoravano i muri erano in secondo stile scenografico che sono state in parte recuperate già durante gli scavi borbonici, oggi al museo Archeologico nazionale di Napoli, e in parte invece recuperate e oggi nei depositi dell’antiquarium di Ercolano. Questi ambienti avevano anche una serie di ingressi secondari che venivano utilizzati dalla servitù che passava senza disturbare chi era presente, gli ospiti e il padrone di casa. C’è un’immensa sala utilizzata come sala da pranzo. Questo lo vediamo dalla presenza al centro dello splendido tappeto a mosaico geometrico di più colori intorno al quale c’è un’ampia fascia risparmiata per poter collocare i letti triclinari che secondo la tradizione romana venivano utilizzati per i banchetti in grandi occasioni, particolarmente importanti”.

La megalografia con figura femminile di soggetto dionisiaco rimasta nelal sala triclinare della villa dei Papiri (foto paerco)

Le pareti della villa dei Papiri avevano delle decorazioni particolarmente curate ed eleganti anche negli ambienti secondari. Ma queste decorazioni diventavano ancora più impressionanti quando si passava nella stanze di rappresentanza. “Nella  grande sala triclinare abbiamo i resti di una megalografia, cioè una pittura figurata dove i personaggi sono rappresentati in proporzioni più o meno simili al vero. Si vede una figura femminile che ha in mano un tirso, strumento che ci riporta al mondo di Dioniso. Al centro di questa scena dobbiamo immaginare il dio dei piaceri della tavola, del vino, il dio Dioniso, in una rappresentazione più o meno simile a quella che si trovava nella villa dei Misteri a Pompei”.

Ercolano. Dopo 40 anni il parco archeologico riprende lo scavo dell’antica spiaggia: l’obiettivo è aprire ai visitatori la passeggiata sul litorale di Herculaneum dai fornici dei pescatori alla villa dei Papiri. I lavori dureranno due anni e mezzo

Veduta di Ercolano con, in primo piano, l’antica spiaggia con i fornici dei pescatori (foto Graziano Tavan)
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Il muro di materiale lavico che dall’antica spiaggia di Ercolano impedisce di vedere il mare (foto Graziano Tavan

Il mare non la lambisce più. E neppure si vede più, dall’antica spiaggia di Ercolano, “nascosto” da un muro di lava. Ma l’obiettivo della dirigenza del parco archeologico di Ercolano è quello di aprire ai visitatori l’antica spiaggia di Herculaneum in tutta la sua lunghezza, dai fornici dei pescatori alla villa dei Papiri. Un obiettivo ambizioso e spettacolare che sarà possibile raggiungere con la nuova campagna di scavo che partirà a breve e durerà due anni e mezzo. A quarant’anni dagli ultimi scavi (erano gli anni ’80 del secolo scorso), quando è stato portato alla luce il fronte della città verso il mare, si riprende infatti la ricerca archeologica al parco archeologico di Ercolano. I lavori interesseranno proprio l’Antica Spiaggia, il lido della Ercolano romana, per consentirne la valorizzazione e il ricongiungimento alla visita della Villa dei Papiri. I lavori saranno seguiti da una équipe multidisciplinare formata da tecnici del parco archeologico di Ercolano, del ministero dei Beni culturali e dell’Herculaneum Conservation Project, che si avvarranno delle più aggiornate tecniche di indagine e documentazione che la scienza mette a disposizione. L’intervento prevede di valorizzare l’antico litorale, riportando materiale sabbioso appositamente studiato per drenare l’acqua piovana, ripristinando le quote antiche, e consentendo finalmente al pubblico di accedervi, di passeggiare quindi sul litorale antico con un percorso finora inedito. Questa passeggiata potrà anche prolungarsi fino a raggiungere l’area dei cosiddetti “Nuovi Scavi” con la Villa dei Papiri, mettendo in connessione finalmente le due aree dell’antica Herculaneum da sempre separate dalla soprastante via Mare.

L’andamento dell’antica spiaggia di Ercolano che oggi sembra un vallo (foto Graziano Tavan)

A causa dei fenomeni dei movimenti del terreno legati all’eruzione del 79 d.C. la spiaggia si trova oggi a circa 4 metri al di sotto dell’attuale livello del mare, una condizione che fin da subito ha posto rilevanti problemi di regimentazione delle acque. Al fine di risolvere tali problematiche, gli specialisti dell’Herculaneum Conservation Project, tra il 2007 e il 2010, hanno messo in luce ulteriormente la parte orientale della spiaggia evidenziando la presenza di numerose testimonianze archeologiche riferibili sia alle fasi più antiche di vita della città che alla situazione al momento dell’eruzione. In seguito, e anche grazie alla quasi ventennale esperienza di conoscenza e conservazione acquisita a Ercolano, hanno predisposto per il Parco di Ercolano il progetto che entro poche settimane vedrà l’avvio. Le attività di scavo previste consentiranno di raggiungere il livello della spiaggia come si presentava al momento dell’eruzione anche nel lato Ovest. L’intervento, dunque, costituirà una straordinaria occasione per acquisire preziose informazioni, sulle fasi di vita più antiche della città, sulla situazione al momento dell’eruzione e sulle dinamiche della distruzione nel 79 d.C.  aggiungendo un ulteriore tassello alla conoscenza delle città romane affacciate sul golfo di Napoli.

Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, vicino ai fornici dell’antica spiaggia di Ercolano dove sono stati trovati i resti dei fuggiaschi (foto Paerco)

“Le straordinarie scoperte qui avvenute a partire dal 1980 suscitarono clamore internazionale e diedero il via ad una serie di studi settoriali di grande interesse”, interviene Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano. “Riprendiamo la ricerca sul terreno con rinnovata consapevolezza della complessità del sito e, grazie a un approccio multidisciplinare, ci aspettiamo ulteriori e solidi approfondimenti. Si tratta di un progetto che realizzerà interventi sistematici, coordinati e caratterizzati da un rigoroso approccio scientifico, di documentazione e di studio. Un progetto messo in campo in sinergia con HCP, ulteriore tassello che dimostra come sia possibile una collaborazione pubblico-privato a tutto vantaggio del bene pubblico e degli attori che vi partecipano. Lo studio andrà nella direzione di coniugare le indagini archeologiche, in stretta relazione con gli aspetti antropologici, geologici, paleobotanici, conservativi creando una stabile connessione con il pubblico presente e da remoto. Crediamo che questo sia il più genuino coronamento di un’attività iniziata oramai 40 anni fa e avanzata con discontinuità e tra mille difficoltà che il nuovo parco archeologico è ora in grado di affrontare e risolvere con efficacia”.

Bologna. Manca giusto un mese alla grande mostra “I pittori di Pompei” al museo civico Archeologico di Bologna con oltre 100 capolavori provenienti da quella che è considerata la più grande pinacoteca dell’antichità al mondo, il museo Archeologico nazionale di Napoli. Ecco le prime anticipazioni

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Locandina della mostra “I pittori di Pompei” al museo Archeologico nazionale di Bologna dal 23 settembre 2022 al 19 marzo 2023

Un mese. Ancora un mese di attesa per la grande mostra “I pittori di Pompei” al museo civico Archeologico di Bologna dal 23 settembre 2022 al 19 marzo 2023 che si annuncia tra le più importanti nell’offerta culturale dell’autunno in Italia: oltre 100 capolavori provenienti da quella che è considerata la più grande pinacoteca dell’antichità al mondo, il museo Archeologico nazionale di Napoli. La mostra, curata da Mario Grimaldi e prodotta da MondoMostre, è stata resa possibile grazie a un accordo di collaborazione culturale e scientifica tra Comune di Bologna | museo civico Archeologico e museo Archeologico nazionale di Napoli. Alcuni degli splendidi affreschi che arricchivano le antiche domus romane di Pompei e delle altre città dell’area vesuviana saranno esposti a Bologna permettendo un excursus sulla società del I secolo d.C. a partire dalla figura dei pictores, sul cui ruolo aleggia una nuvola di mistero ancora oggi non del tutto svelato.

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Filosofo con Macedonia e Persia, affresco dalla parete Ovest dell’oecus della villa di Fannio Sinistore a Boscoreale (I sec. a.C., II stile), conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Se nel mondo della Grecia classica i pittori erano considerati “proprietà dell’universo” – come ricorda Plinio il Vecchio a sottolinearne l’importanza ed il ruolo – al tempo dei romani, i pictores erano visti come abili artigiani, e solo alcuni di loro conquistarono, per la qualità e la raffinatezza delle loro creazioni, il ruolo di artisti. E la loro arte, da mestiere riservato alle classi sociali marginali – schiavi, liberti – diventa arte che qualifica chi la pratica. Scrive infatti Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia (XXXV, 118): “In verità però non c’è gloria se non per coloro che dipinsero quadri; e a questo proposito tanto più ammirevole appare la saggezza degli antichi. Essi infatti non abbellivano le pareti soltanto per i signori e i padroni, né decoravano case che sarebbero rimaste sempre in quel luogo e sottoposte quindi alla distruzione per gli incendi … Non ancora era di moda dipinger tutta la superficie delle pareti; l’attività artistica di quei pittori era rivolta verso gli edifici cittadini e il pittore era considerato proprietà dell’universo”. Quindi, sottolinea il curatore Mario Grimaldi: “Per Plinio la differenza non risiede tanto nel concetto che è alla base dell’arte di dipingere, la ricerca di quell’inganno splendido che crea un rapporto tra l’opera e l’osservatore, ma nel diverso concetto di artista, tra quello che dipinge quadri e decora lo spazio pubblico (uomo o donna che fosse) considerato e da considerare proprietà dell’Universo, e quello ad egli contemporaneo, che semplicemente abbelliva le pareti delle case creando un’arte senza maestri conosciuti”.

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Ercole e Onfale, affresco dalla parete Est del triclinio della casa di Marco Lucrezio a Pompei (I sec. d.C., IV stile), conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Il progetto espositivo pone al centro le figure dei pictores, ovvero gli artisti e gli artigiani che realizzarono gli apparati decorativi nelle case di Pompei, Ercolano e dell’area vesuviana, per contestualizzarne il ruolo e la condizione economica nella società del tempo, oltre a mettere in luce le tecniche, gli strumenti, i colori e i modelli. L’importantissimo patrimonio di immagini che questi autori ci hanno lasciato – splendidi affreschi dai colori ancora vivaci, spesso di grandi dimensioni – restituisce infatti il riflesso dei gusti e i valori di una committenza variegata e ci consente di comprendere meglio i meccanismi sottesi al sistema di produzione delle botteghe. Sono pochissime le informazioni giunte a noi sugli autori di queste straordinarie opere e quasi nessun nome ci è noto. Grazie alle numerose testimonianze pittoriche conservate dopo l’eruzione avvenuta nel 79 d.C. e portate alla luce dalle grandi campagne di scavi borbonici nel Settecento, le cittadine vesuviane costituiscono un osservatorio privilegiato per comprendere meglio l’organizzazione interna e l’operato delle officine pittoriche.

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Parete in IV stile con Nature Morte (xenia) dalla parete Sud del tablino dei Praedia di Iulia Felix a Pompei (I sec. d.C.), conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

“Il caso delle città seppellite dall’eruzione vesuviana del 79 d.C. – Ercolano, Pompei e Stabia –“, scrive ancora Grimaldi nell’introduzione alla mostra, “appare uno dei più completi per l’eccezionale contestualizzazione degli apparati decorativi che, conservati perfettamente in situ, permettono così di ricomporre quei rapporti spazio-funzionali del contesto decorativo dandoci la possibilità di tener fede metodologicamente al concetto di rapporto tra spazio e decorazione e soprattutto di contesto. Infatti sempre più si è integrato all’analisi tipologica degli “stili” l’interesse verso i rapporti esistenti tra la decorazione degli ambienti e la loro funzione. In questo contesto la figura del pictor appare essere fondamentale per tradurre in immagini il rapporto esistente e necessario per il committente tra spazio, la sua casa, e decorazione. L’esperienza che si propone con questa mostra è dunque quella di rileggere, all’interno di questa prospettiva metodologica, alcuni grandi esempi decorativi facenti parte della Collezione degli Affreschi del museo Archeologico nazionale di Napoli provenienti da quelle città che, seppellite dalla grande eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., ci offrono ancora oggi la possibilità di indagare e far parte di quell’inganno splendido attraverso la personalità dei pictores che operarono in modo anonimo in quelle case”.

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Figura femminile, affresco dalla parete Est del tablino della Casa del Meleagro a Pompei (I sec. d.C., IV stile), conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

A Bologna, per la prima volta, verrà dunque esposto un corpus di straordinari esempi di pittura romana provenienti da quelle domus celebri proprio per la bellezza delle loro decorazioni parietali, dalle quali spesso assumono anche il nome con cui sono conosciute. Capolavori – solo per citarne alcuni – dalle domus del Poeta Tragico, dell’Amore punito, e dalle Ville di Fannio Sinistore a Boscoreale, e dei Papiri a Ercolano. Il visitatore potrà ammirare un’ampia selezione degli schemi compositivi più in voga nei diversi periodi dell’arte romana, osservando come alcuni artisti sapessero conferire una visione originale di modelli decorativi continuamente variati e aggiornati sulla base di mode e stili locali. Rivivere scene di accoglienza dell’ospite, raffinate immagini di paesaggi e giardini, architetture, ma anche ammirare gli strumenti tecnici di progettazione ed esecuzione del lavoro: colori, squadre, compassi, fili a piombo, disegni preparatori, reperti originali ritrovati nel corso degli scavi pompeiani, comprese coppe ancora ripiene di colori risalenti a duemila anni fa. E, ancora, triclini, lucerne, brocche, vasi, riaffiorati negli scavi e raffigurati proprio negli affreschi in mostra, con i quali dialogavano nello spazio. La mostra proporrà infine la ricostruzione di interi ambienti pompeiani come quelli della Casa di Giasone e, ancora di più della straordinaria domus di Meleagro con i suoi grandi affreschi con rilievi a stucco, per raccontare il rapporto tra spazio e decorazione, frutto della condivisione di scelte, e di messaggi da trasmettere, tra i pictores e i loro committenti.

 

Ercolano. Ritrovati sull’antica spiaggia i resti di un fuggiasco, sotto un muro pietrificato alto 26 metri: morto travolto da una tempesta di fuoco e cenere ardente. “Eccezionale scoperta. Porterà nuova luce sugli ultimi momenti di vita della cittadina sepolta dall’eruzione del Vesuvio”

I resti dello scheletro di un fuggiasco scoperto nello scavo dell’antica spiaggia di Ercolano (foto sirano / paerco)

Come gran parte degli ercolanesi aveva raggiunto la spiaggia, confidando che la salvezza arrivasse dal mare: dalla flotta romana di Plinio il Vecchio salpata in loro aiuto dalla base di Capo Miseno. Il Vesuvio rumoreggiava ma, rispetto alla vicina Pompei, Ercolano non aveva subito danni particolari. Così in centinaia si erano rifugiati nei piccoli magazzini dei pescatori che davano direttamente sulla spiaggia. Lì si sentivano più al sicuro: si facevano coraggio l’un l’altro, si erano portati con sé delle lanterne, qualche brocca con acqua e aceto per riuscire a respirare nonostante la caligine che impregnava l’aria. Poi succede qualcosa. L’uomo si volta a guardare la città e, lontano, il vulcano minaccioso. La tragedia piomba improvvisa e si consuma nel giro di pochi istanti. Non c’è il tempo per capire, né per mettersi in salvo. Nel buio pesto di una notte che durava dal mattino, la morte nell’antica Ercolano arriva infatti all’improvviso, con una tempesta di fuoco e cenere ardente: un vento fatto di fuoco e di gas, di travi e di marmi che volano, semina la morte istantanea di uomini e animali, le carni evaporate in un soffio. Il nostro uomo, prima di essere travolto da quella furia bollente di gas mefitici e detriti, viene colpito alla testa da una trave, scaraventato in aria. Cade di spalle, circondato da pesanti legni carbonizzati, anche la trave di un tetto che potrebbe averlo schiacciato. La testa è rivolta alla città: ha visto la morte in faccia. “Il flusso piroclastico si abbatté su Ercolano inaspettato e velocissimo”, spiega Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, “un inferno che correva a 100 chilometri all’ora e una temperatura che nelle zone più alte della città arrivò anche a 700 gradi, ridotti a 3-400 sulla spiaggia”. 

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La posizione dello scheletro del fuggiasco ritrovato sotto la parete lavica sull’antica spiaggia a Ercolano (foto sirano / paerco)

Sono passati duemila anni. Il mare si è ritirato di mezzo chilometro e la spiaggia è sepolta da un muro pietrificato di 26 metri di altezza. È lì che il fuggiasco è stato ritrovato nei giorni scorsi: sono i resti dello scheletro parzialmente mutilato di uomo che potrebbe avere tra i 40 e i 45 anni. Le ossa appaiono di un rosso acceso, effetto di una reazione dei globuli rossi, ricchi di ossigeno, nel particolarissimo processo di combustione provocato a Ercolano dalla corrente di magma, cenere e gas arrivata dal Vesuvio. “Una scoperta sensazionale”, l’ha definita il ministro Dario Franceschini. “Un ritrovamento da cui ci aspettiamo moltissimo”, sottolinea Sirano. “Un ritrovamento che porterà ancora grandi novità e scoperte”, conferma Massimo Osanna, direttore generale dei musei di Stato, per anni direttore a Pompei. A 25 anni dagli ultimi scavi, arriva dunque da Ercolano, documentata in esclusiva dall’ANSA, una scoperta che potrà portare nuova luce sugli ultimi momenti di vita della cittadina seppellita come la vicina Pompei dall’eruzione del 79 d.C.

Una fase dello scavo della parete lavica sopra l’antica spiaggia di Ercolano (foto sirano / paerco)
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Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, vicino ai fornici dell’antica spiaggia di Ercolano dove sono stati trovati i resti dei fuggiaschi (foto Paerco)

Il cantiere di scavo è quello dell’antica spiaggia di Ercolano, dove nell’ultima sistematica campagna di scavi, condotta negli anni ’80 e ’90 del Novecento, vennero riportati alla luce, ammassati nei piccoli magazzini affacciati sull’antico arenile, i resti di più di 300 fuggiaschi che avevano cercato riparo nell’attesa di essere portati in salvo dalla flotta di Plinio il Vecchio. Poco più di due anni fa la direzione del parco archeologico di Ercolano ha deciso di riprendere la ricerca archeologica proprio nell’antica spiaggia, il lido della Ercolano romana, per consentirne la valorizzazione e il ricongiungimento alla visita della Villa dei Papiri, allestendo un percorso che consentirà ai visitatori di raggiungere la monumentale Villa dei Papiri ripercorrendo quella che nella città antica era la passeggiata sul lungomare e che ancora oggi rimane l’unico fronte a mare completamente conservato di una città romana. I lavori sono stati affidati a una équipe multidisciplinare formata da tecnici del parco archeologico di Ercolano, del ministero dei Beni culturali e dell’Herculaneum Conservation Project, che si sono avvalsi delle più aggiornate tecniche di indagine e documentazione che la scienza mette a disposizione (vedi Ercolano. Dopo 40 anni il parco archeologico riprende lo scavo dell’antica spiaggia: l’obiettivo è aprire ai visitatori la passeggiata sul litorale di Herculaneum dai fornici dei pescatori alla villa dei Papiri. I lavori dureranno due anni e mezzo | archeologiavocidalpassato).

I resti dello scheletro del fuggiasco scoperti nello scavo dell’antica spiaggia di Ercolano (foto sirano / paerco)
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Travi e legni carbonizzati circondano i resti dello scheletro del fuggiasco all’antica spiaggia di Ercolano (foto sirano / paerco)

Chi era il fuggiasco dell’ultimo eccezionale ritrovamento? Per ora solo ipotesi: forse un soccorritore, o un compagno dell’ufficiale di Plinio ritrovato negli anni ’80 lì vicino, sempre sulla spiaggia. Un militare quindi che stava allestendo i soccorsi, o un cittadino che aveva lasciato i magazzini sperando di imbarcarsi su una delle lance di salvataggio. Per saperne di più dovremo attendere prima il completamento dello scavo (“La parete sarà sfogliata come un shangai”, spiega Sirano). E quando non ci saranno più “corpi estranei” attorno ai resti dello scheletro, sarò rimossa tutta la roccia che lo contiene e portato in laboratorio per il suo studio.

Bologna. Curatore e protagonisti della mostra “I pittori di Pompei” al museo civico Archeologico introducono alla visita degli oltre cento affreschi dall’area vesuviana conservati al Mann: una pinacoteca unica al mondo sulla pittura degli antichi romani

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Locandina della mostra “I pittori di Pompei” al museo Archeologico nazionale di Bologna dal 23 settembre 2022 al 19 marzo 2023

Una pinacoteca unica al mondo che apre lo sguardo sulla pittura degli antichi romani da una prospettiva diversa, quella dei suoi autori, i pictores, che nella stragrande maggioranza dei casi sono rimasti anonimi e di loro comunque sappiamo pochissimo. Ma grazie alle numerose testimonianze pittoriche conservate dopo l’eruzione avvenuta nel 79 d.C. e portate alla luce dalle grandi campagne di scavi borbonici nel Settecento, le cittadine vesuviane costituiscono un osservatorio privilegiato per comprendere meglio l’organizzazione interna e l’operato delle officine pittoriche. Nasce da questi presupposti la mostra “I Pittori di Pompei” al museo civico Archeologico di Bologna fino al 19 marzo 2023.

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Parete in IV stile con Nature Morte (xenia) dal tablino dei Praedia di Iulia Felix a Pompei conservata al museo Archeologico di Napoli (foto mann)

Il progetto espositivo pone al centro le figure dei pictores, ovvero gli artisti e gli artigiani che realizzarono gli apparati decorativi nelle case di Pompei, Ercolano e dell’area vesuviana, per contestualizzarne il ruolo e la condizione economica nella società del tempo, oltre a mettere in luce le tecniche, gli strumenti, i colori e i modelli. L’importantissimo patrimonio di immagini che questi autori ci hanno lasciato – splendidi affreschi dai colori ancora vivaci, spesso di grandi dimensioni – restituisce infatti il riflesso dei gusti e i valori di una committenza variegata e ci consente di comprendere meglio i meccanismi sottesi al sistema di produzione delle botteghe. Curata da Mario Grimaldi e prodotta da MondoMostre, l’esposizione è resa possibile da un accordo di collaborazione culturale e scientifica tra Comune di Bologna | museo civico Archeologico e museo Archeologico nazionale di Napoli che prevede il prestito eccezionale di oltre 100 opere di epoca romana appartenenti alla collezione del museo partenopeo, in cui è conservata la più grande pinacoteca dell’antichità al mondo.

“La mostra nasce dalla volontà di creare un focus, un punto di osservazione privilegiato, su questi pittori anonimi”, spiega il curatore Mario Grimaldi ad archeologiavocidalpassato.com, “ma che ci hanno lasciato il loro repertorio iconografico e anche la loro vita all’interno delle abitazioni sepolte dal Vesuvio in primis, e ovviamente anche in tutte le realtà di età romana. Così abbiamo la possibilità di educare l’occhio a riconoscerne la presenza nelle grandi figure, nelle immagini, nel loro rapporto con il contesto e con lo spazio. E poi anche a entrare all’interno del discorso più importante del loro potere economico, della loro valenza sociale, e anche del rapporto che essi avevano nell’operare all’interno dello spazio ciò che avevano contrattualizzato e magari pensato con il proprietario della casa. Quindi un dialogo tra spazio e decorazione che non smette mai”.

“Il museo Archeologico nazionale di Napoli è lieto di vedere finalmente completato un lungo lavoro iniziato con il museo civico Archeologico di Bologna e l’organizzazione di Mondomostre”, sottolinea Paolo Giulierini, direttore del Mann, ad archeologiavocidalpassato.com, “che ha portato alla realizzazione di questa grande mostra dedicata ai pittori pompeiani qui in terra felsinea. D’altra parte l’idea di dare conto della grandezza della pittura pompeiana è un’idea che ha sempre in qualche modo caratterizzato le attività dell’Archeologico, che è impegnato in tante mostre anche all’estero, su temi analoghi. Oggi però si approfondisce un aspetto meno noto, cioè si vuole attraverso le pitture recuperare le personalità di pittori che in qualche modo erano dietro alle opere, restituendo una sorta di identikit di personalità a uomini di cui non ci è giunta la firma. Le opere sono oltre un centinaio. Affrontano temi che vanno dall’aspetto mitologico a quello storico, alla parte naturalistica, e danno uno spaccato completo di quella che era la vita di Pompei ma in generale anche di quella che era stata la grandezza della pittura del mondo greco che non si è conservata ma che in qualche modo è stata mutuata traghettata copiata anche da questi artisti attraverso cartoni. E quindi grazie a queste opere ricostruiamo anche la grandezza della Grecia che sostanzialmente è quella grandezza che può essere paragonata al Rinascimento pittorico italiano”.

“Questa mostra è molto attesa”, spiega Paola Giovetti, direttore del museo civico Archeologico di Bologna, “perché era stata pensata due anni fa e poi era stata bloccata dalla pandemia. Finalmente la mostra è realtà. Per Bologna è una grande occasione. La mostra raccoglie oltre cento affreschi provenienti da Pompei e dalle città vesuviane ora conservate nella più grande pinacoteca della pittura antica qual è il museo Archeologico nazionale di Napoli. E grande è stata la generosità del suo direttore Paolo Giulierini di accordare il prestito di queste opere per realizzare questa mostra che grazie al curatore Mario Grimaldi pone l’attenzione sulla figura del pittore. Per noi quindi si tratta di una grande occasione perché i bolognesi avranno la possibilità di vedere materiali straordinari accompagnati da una lettura particolare anche molto intima e con un grande valore emotivo. Stiamo parlando in fondo di persone, i pittori del mondo antico, anonimi ma di persone che sono esistite e che ci hanno lasciato la loro arte. La mostra sarà importante anche per i visitatori stranieri della nostra città che sicuramente conoscono Pompei e che avranno l’occasione di vederne un piccolo pezzo anche a Bologna”.

“I Pittori di Pompei è una grande mostra di qualità e rigore scientifico, un grande viaggio dello stupore, che fino a marzo 2023 accompagnerà i visitatori nella città di Bologna”, interviene per archeologiavocidalpassato.com Elena Di Gioia, delegata alla cultura di Bologna e città metropolitana di Bologna. “Un’occasione di entrare all’interno del museo civico Archeologico dentro un centinaio di affreschi: un grande libro aperto sulla bellezza, sull’importanza degli affreschi da Pompei e sull’importanza anche dei cicli narrativi che questo affreschi raccontano, dalle scene mitologiche a tutto quello che in mostra si potrà vedere. Una mostra con una parte didattica per l’infanzia molto importante. È dunque una grandissima occasione per la città di Bologna grazie alla collaborazione del museo Archeologico di Napoli da cui provengono le opere. Ed è anche una grande possibilità essere a distanza ravvicinata con questi affreschi, ad altezza occhio per osservare anche i particolari, i colori di questa meravigliosa e straordinaria collezione in mostra”.

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Afrodite e Marte: particolare delal prete sud del tablico della Casa dell’Amore punito a Pompei, affresco conservato al museo Archeologico di Napoli (foto mann)

A Bologna, per la prima volta, verrà esposto un corpus di straordinari esempi di pittura romana provenienti da quelle domus celebri proprio per la bellezza delle loro decorazioni parietali, dalle quali spesso assumono anche il nome con cui sono conosciute. Capolavori – solo per citarne alcuni – dalle domus del Poeta Tragico, dell’Amore punito, e dalle Ville di Fannio Sinistore a Boscoreale, e dei Papiri a Ercolano. Il visitatore potrà ammirare un’ampia selezione degli schemi compositivi più in voga nei diversi periodi dell’arte romana, osservando come alcuni artisti sapessero conferire una visione originale di modelli decorativi continuamente variati e aggiornati sulla base di mode e stili locali. Rivivere scene di accoglienza dell’ospite, raffinate immagini di paesaggi e giardini, architetture, ma anche ammirare gli strumenti tecnici di progettazione ed esecuzione del lavoro: colori, squadre, compassi, fili a piombo, disegni preparatori, reperti originali ritrovati nel corso degli scavi pompeiani, comprese coppe ancora ripiene di colori risalenti a duemila anni fa. E, ancora, triclini, lucerne, brocche, vasi, riaffiorati negli scavi e raffigurati proprio negli affreschi in mostra, con i quali dialogavano nello spazio.

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Dettaglio con figura femminile del registro superiore in affresco e stucco dal tablino della Casa del Meleagro a Pompei, conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

La mostra proporrà infine la ricostruzione di interi ambienti pompeiani come quelli della Casa di Giasone e, ancora di più della straordinaria domus di Meleagro con i suoi grandi affreschi con rilievi a stucco, per raccontare il rapporto tra spazio e decorazione, frutto della condivisione di scelte, e di messaggi da trasmettere, tra i pictores e i loro committenti.

Vetulonia. Ultimi giorni per visitare la mostra “A tempo di danza. In Armonia Grazia e Bellezza” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi”: con la direttrice Simona Rafanelli speciale visita guidata tra i capolavori esposti

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Veduta d’insieme della prima sala della mostra “A passo di danza” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia (foto graziano tavan)


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Locandina della mostra “A tempo di danza. In armonia grazia e bellezza” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia dal 1° luglio al 6 novembre 2022

Se non l’avete ancora fatto e ne avete la possibilità, andate a Vetulonia (Gr) al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” a visitare la mostra “A tempo di danza. In Armonia Grazia e Bellezza”, che chiude (salvo proroghe dell’ultimo momento) domenica 6 novembre 2022. Un percorso espositivo con capolavori di fama mondiale concessi in prestito dal principale museo archeologico d’Italia, il Mann di Napoli, e dalla celeberrima Accademia delle Belle Arti di Carrara. Il tema dell’esposizione è rappresentato dalla danza e in particolare dalla declinazione al femminile di questa straordinaria arte performativa. Ma se non ce la fate, ecco una speciale visita guidata che la direttrice del MuVet, Simona Rafanelli, ha concesso ad archeologiavocidalpassato.

“La mostra nasce da un desiderio in primo luogo: un desiderio, condiviso con il sindaco Elena Nappi del nostro Comune di Castiglione della Pescaia, di reagire al momento storico di grande buio, di ansia, di dolore, di malattia, di guerra, esaltando il lato positivo della vita stessa e del cosmo – potremmo dire -, un lato positivo che di comune intento abbiamo voluto porre nella parte femminile dell’umanità, una parte cui spetta da sempre, fin dall’antico, il ruolo di generare la vita e con essa la bellezza e insieme alla bellezza un aspetto peculiare dell’arte performativa che è la danza. Se pensiamo che il feto nel grembo della madre inizia la sua vita muovendosi danzando nel liquido amniotico, o – come sottolineato anche nel mito – che i cureti danzano per nascondere il pianto di Zeus bambino sul monte Ida, è un qualcosa la danza che nasce insieme alla bellezza, all’armonia, all’aspirazione alla perfezione, alla grazia, con l’uomo stesso e soprattutto proprio con la donna. Se la pace la bellezza la vita sono donna più che uomo, ebbene con questa mostra l’abbiamo voluto sottolineare ed esaltare.

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La danzatrice dalla Villa dei Papiri di Ercolano, le foto di Luigi Spina e le tempere di Antonio Canova nella prima sala della mostra “A passo di danza” al museo di Vetulonia (foto graziano tavan)

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La danzatrice dalla villa dei Papiri a Ercolano conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto graziano tavan)

“La mostra, i cui temi sono proprio la bellezza e la danza, ha preso vita grazie alla collaborazione con due enti di cultura straordinari che hanno creduto in questa idea, in questo progetto, senza guardare alle piccole dimensioni e alla dimensione semplicemente civica del museo di Vetulonia. Hanno voluto sposare il sogno che era dietro la costruzione di questa esposizione. Parlo del museo Archeologico nazionale di Napoli che, dopo averci donato con l’Efebo dalla via dell’Abbondanza cinque anni fa, nel 2017, la statua più bella di Pompei, ora per noi, per questa mostra, fa uscire dalle sale dedicate alla Villa dei Papiri di Ercolano la più bella delle cinque, cosiddette dal Winckelmann, “danzatrici”. In questa danzatrice lo schema greco della donna col peplo si spezza per prendere vita in un passo e in un gesto iconico della ballerina, col ginocchio piegato, la veste sollevata con un lembo, e soprattutto il braccio alzato a far ruotare una ghirlanda, una corona con cui danzare. Uno studio, grazie al confronto con le tempere di Antonio Canova, ha restituito l’identità di danzatrici a queste giovani fanciulle.

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Danzatrice in un affresco da villa di Ercolano conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto graziano tavan)


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In mostra a Vetulonia una riproduzione delle Danzatrici, tempere di Antonio Canova (foto graziano tavan)

“Esce la danzatrice del Mann insieme a cinque affreschi dalle ville romane di Ercolano e di Pompei: una danzatrice da una villa di Ercolano, villa d’otium dei romani del tempo, che mi ripete il gesto con la mano e le dita chiuse sollevate al di sopra della testa; e altre quattro figure danzanti, due menadi volanti straordinarie racchiuse nel giro di danza sul fondo nero che Antonio Canova sogna e ripropone nelle sue tempere di cui abbiamo tre riproduzioni fotografiche nell’allestimento di scena della mostra, e accanto due figure volanti di Eros e Psiche, corpo e anima, uniti nell’abbraccio d’amore cui lo stesso Canova dedicherà le sue opere.

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La danzatrice di Antonio Canova tra le foto di Lugi Spina nella mostra “A tempo di danza” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia (foto graziano tavan)

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La danzatrice di Antonio Canova nella mostra “A passo di danza” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia (foto graziano tavan)

“Perché Canova? Perché questo tema che attraversa il tempo e dà il titolo alla mostra, che attraversa i secoli a tempo di danza, in armonia grazia e bellezza, parte da opere dell’antichità classica di I sec. d.C. e arriva ad Antonio Canova. Si passa il testimone a quel grande maestro di opere neoclassiche che già si vestono di vene di romanticismo. Il gesso della danzatrice di Canova con le mani sui fianchi prestato da un altro ente straordinario che è l’Accademia delle Belle arti di Carrara arriva da noi. Anche questo per la prima volta esce dall’Accademia per entrare in questa mostra e raccogliere il testimone dalla danzatrice ercolanense del Mann. È una danzatrice che fu dichiarata nei primi dell’Ottocento la donna più bella del mondo col volto di Josephine de Beauharnais che Canova presentò sulle soglie del XIX secolo nel Salone delle Esposizioni di Parigi e che fece innamorare il mondo intero. Questa donna incede leggiadra, a passo di danza rivelando compiutamente nella fragilità del gesso, nelle ombre che richiamano il colore dei corpi connessi nella carne, parla e racconta la fragilità stessa e la precarietà della vita dell’individuo e del mondo del cosmo intero.

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La Tersicore di Antonio Canova riprodotta da TorArt con il robot antropomorfo della Robotor per la mostra “A tempo di danza” al museo di Vetulonia (foto graziano tavan)

“Accanto a queste due figure un’altra opera di Antonio Canova, di cui si celebra il bicentenario quest’anno dalla morte, la musa della danza e del canto corale, la divina Tersicore, dal greco τέρπω (“dar piacere, rallegrare”) e χoρός (“danza”), collegata alla stessa valenza e traduzioni dei termini della danza: χoρός vuol dire anche gioia, la stessa radice di Χαρά (“gioia”): Tersicore la ritroviamo proposta ad accogliere i visitatori nella prima delle due sale della mostra, quella incentrata sulla danza. Eccola la Tersicore, ricavata da un blocco in marmo di Carrara come l’originale di Canova conservato nella Fondazione Magnani Rocca a Mamiano di Traversetolo nel Parmense, che sta impugnando una cetra: canta, balla, si muove, suona. È stata realizzata nei tempi contemporanei ripetendo oggi quella volontà di moltiplicare la memoria, che è nello stesso pensiero, nelle corde di Antonio Canova che quando amava un soggetto lo replicava in diversi materiali, tempera, gesso, marmo, all’infinito in varie dimensioni. Così noi oggi nel contemporaneo la sua Tersicore scolpita dal robot antropomorfo della Robotor a opera della TorArt, giovane azienda carrarese. Eccola riprodotta oggi dal robot come la Canova a perpetuare la memoria del maestro.

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Alla mostra “A tempo di danza” le danzatrici, antiche e neoclassiche, dialogano con le fotografie di Luigi Spina, mostra nelal mostra (foto graziano tavan)

“E ancora. Ultime due chicche in questa sala. Da una parte la mostra nella mostra realizzata dal fotografo più grande, oggi a livelli mondiali, capace di dialogare con le opere antiche, Luigi Spina. Le cui opere fotografiche sono esposte in maniera permanente nello stesso museo Archeologico nazionale di Napoli. Luigi Spina partecipa con 11 foto-quadro a dialogare nella mostra, a narrare le opere antiche.

“Oltre alla mostra nella mostra realizzata dal fotografo Luigi Spina, capace di instaurare un silente quanto profondo dialogo interpretativo con i dettagli dell’opera antica di I sec. d.C., con quella in gesso di Antonio Canova, un’ultima osservazione va dedicata alla quinta scenografica teatrale ospitata nello spazio della mostra – anche questo evento culturale metafora del teatro per tutti gli eventi collegati alla mostra stessa – una scena con figure danzanti dell’antichità.

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Lo “spazio” teatrale alle spalle della danzatrice dalla Villa dei Papiri di Ercolano nella prima sala della mostra del museo di Vetulonia (foto graziano tavan)

“Sul fondo le cinque danzatrici dalla Villa dei Papiri di Ercolano del Mann: a sinistra, la cosiddetta fanciulla, ragazza di Loconia, dello scultore greco Callimaco, conservata in Grecia, accanto alla quale si libra nel vortice della danza una delle ballerine che adornavano le pareti della tomba dipinta del Triclinio, nella necropoli dei Monterozzi a Tarquinia. E ancora sull’altro lato della scena la splendida danzatrice affrescata sulla cosiddetta villa d’ozio di Cicerone a Pompei che ripete il gesto della danzatrice in bronzo di Ercolano: con la sinistra solleva un lembo della veste e con la destra in alto a tenere, anziché una ghirlanda, un altro lembo con cui danzare. E l’ultima figura, la cosiddetta fanciulla danzante del Palazzo Medici Riccardi a Firenze, quindi una ripetizione in età tarda post neoclassica che integra pezzi antichi e di restauro. Questa quinta scenica realizza la metafora e la realtà di un palcoscenico fulcro degli eventi culturali correlati a questa mostra, allestiti in scena tra questi capolavori per l’intera durata dell’esposizione.

“La seconda sala della mostra è un box dedicato alla bellezza. Un’esaltazione della bellezza che abbiamo voluto realizzare nel progetto dell’architetto Luigi Rafanelli ponendo sull’asse della diagonale due figure della dea della bellezza Venere, esaltate, come nella diagonale della danza della prima sala, lungo un percorso che parte dall’antichità classica, dalla Venere della collezione Farnese conservata sempre nel museo Archeologico nazionale di Napoli, accoccolata, mentre esce dal bagno: indossa soltanto un bracciale, un’armilla; un prezioso vasetto, l’alabastron, contenitore di profumi con i quali si deterge, si unge la pelle del corpo, quindi le carni e le chiome, acconciate nel consueto nodo di Afrodite.

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Veduta d’insieme della seconda sala, dedicata alla bellezza, della mostra “A tempo di danza” al museo Archeologico di Vetulonia (foto graziano tavan)

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“Venere Italica”, gesso di Antonio Canova in mostra al museo Archeologico di Vetulonia (foto graziano tavan)

“Da questa statua dalla collezione Farnese del Mann si passa sul fondo lungo la medesima diagonale alla Venere cosiddetta Italica, scolpita in gesso da Canova e realizzata anche qui su richiesta dell’esaudimento di un sogno: era stata appena – diciamo così – trafugata dagli Uffizi di Firenze la Venere de’ Medici, opera antica, d’età romana, in marmo, e il re d’Etruria chiede ad Antonio Canova di realizzare una Venere che andasse a sostituire quella antica: una copia della Venere de’ Medici. Questa copia non verrà fatta perché l’autore, il maestro Canova, risponde “Io non realizzo, non eseguo copie. Io creo. Intrigo il mio animo dell’antico, dello studio, della conoscenza dell’antico, per creare, per dar vita a forme che respirano di antico ma che riproducono al contempo la contemporaneità, l’età moderna”. Così è per questa Venere straordinaria che rappresenta l’aspetto pudico dell’eros, dell’amore, e si raccoglie nel suo fragile corpo da adolescente, nudo, e al contempo cerca di celare la sua nudità in questa figura riprodotta in piedi, nell’angolo della sala, proprio a raccogliere nella fragilità e nello splendore delle carni, del gesso etereo, che raccoglie il testimone con l’antico e dialoga con le foto-quadro di Spina, esaltando il momento più bello della creazione dell’opera e la sua vita che attraversa il tempo.

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La Venere accoccolata Farnese e, sulla diagonale, la Venere Italica di Antonio Canova nella mostra “A passo di danza” di Vetulonia (foto graziano tavan)

“Vediamo ancora una volta come riflessa in uno specchio al centro l’immagine della Venere antica che viene realizzata a Roma nello stesso I sec. d.C. da artisti, scultori del marmo romani, che si ispirano all’originale greco in bronzo dell’artista greco Doidalsas di età ellenistica. Doidalsas realizza in bronzo una Venere, che qui viene esaltata nel fulgore, nel biancore, nella rigidità del marmo chiamato la materia degli dei proprio perché ferma, immobile, eterna come eterno è il divino contro la precarietà, la fragilità tutta terrena del gesso. Questa immagine di Venere, replicata in poche copie importanti nel I sec., viene conservata, se pur mutila in molte sue parti nei maggiori musei d’Italia e d’Europa. Sto parlando di Napoli, di Roma, del Louvre di Parigi. Guardate la bellezza di queste due donne. L’una, una bellezza eterna tutta divina, quella della Venere accoccolata della collezione Farnese; l’altra, quella della fragile Venere, definita dal poeta Ugo Foscolo una bellissima donna, che Foscolo chiede di baciare perché innamorato del suo volto, delle sue membra. E gli viene concesso.

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Gli ingrandimenti delle cinque gemme della collezione Farnese esposte nella mostra “A tempo di danza” di Vetulonia (foot graziano tavan)

“Una bellezza che viene esaltata ancor più all’interno di questo spazio da cinque piccoli capolavori: le gemme cameo della medesima collezione Farnese, di cui fa parte la Venere accoccolata, concesse in prestito dallo steso museo Archeologico nazionale di Napoli. In sintesi questi cinque micro capolavori che sono le gemme farnesi, raccontano lo stesso tema della mostra: al suono del flauto dell’auletrix, la suonatrice di aulos, il doppio strumento a fiato, dove il suo ondeggiare, lento, ritmato, si vede soltanto nell’eco che questo moto trasferisce alle volute ondeggianti del mantello che ricade intorno al suo corpo nudo. Si muovono e danzano due menadi: l’una col tirso, l’altra con la testa rovesciata nello schema celeberrimo della scultura di Scopas, quindi greca. Dall’altra parte una gemma riproduce il medesimo schema della Venere Farnese accoccolata dopo il bagno, ricoperta come un cielo dal manto che deve avvolgerle il corpo. E l’ultima a celebrare quale corrispettivo ipostasi terrena o semidivina della bellezza dell’Afrodite dea per il momento dell’unione tra Leda e Zeus sotto le spoglie di un cigno dal cui miracoloso connubio nascerà Elena, la donna più bella del mondo, specchio di quella bellezza assoluta ed eterna che solo Venere dall’antichità al neoclassicismo di Canova può per noi come per tutti da sempre rappresentare”.