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“Notte dei Musei” virtuale. Federica Rinaldi ci racconta quasi duemila anni di storia del Colosseo, dall’inaugurazione sotto Tito alle trasformazioni medievali, dai terremoti all’abbandono alla spoliazione, tra leggende, superstizioni e riti tra sacro e profano, da luogo di culto a monumento-icona globale

Il Colosseo pronto per una suggestiva visita in notturna (foto PArCo)

È possibile raccontare i quasi duemila anni di storia del Colosseo in una notte? Una bella sfida lanciata dal Parco archeologico del Colosseo per un collegamento speciale sui canali social per una “Notte dei Musei” virtuale. Sfida raccolta e brillantemente superata da Federica Rinaldi, archeologa responsabile del Colosseo, che ci accompagna per un viaggio, nel tempo, nello spazio del monumento icona mondiale, dall’inaugurazione dell’imperatore Tito nell’80 d.C., alle trasformazioni medievali in fortezza, fino all’isolamento e all’abbandono rispetto al resto della città che hanno alimentato nei secoli bui del Medioevo storie, leggende e superstizioni, le cui tracce sono forse individuabili nei segni graffiti lasciati sui pilastri di travertino. E poi ancora, modello di “architettura” per i grandi Umanisti del Quattrocento, cava di materiali e ancora luogo di culto per volere della Chiesa.

“Viaggeremo attraverso una linea del tempo – spiega Rinaldi – che parte dalla valle, che era occupata dallo stagno di Nerone e dal Colosso dell’imperatore, poi trasformato nel dio ed entreremo dai fornici numerati da dove il popolo romano accedeva munito della propria tessera per raggiungere il posto assegnato sulla cavea rigorosamente in ordine gerarchico, dalla parte più bassa alla parte più alta destinata alle donne. Cammineremo negli ambulacri immaginando il vociare e il frastuono del pubblico assiepato. Ci infileremo negli ipogei dove la macchina dello spettacolo veniva allestita e dove schiavi, animali, condannati a morte, e soprattutto gladiatori, attendevano nel buio di apparire sull’arena. Saranno le iscrizioni, i reperti, le tracce lasciate sui muri a guidarci in questo viaggio, fino a quando crolli terremoti ed editti degli imperatori cristiani contro gli spettacoli faranno calare il silenzio sull’anfiteatro aprendo a nuovi usi e utilizzi dell’edificio da torre fortezza a spazio domestico con stalle e orti fino di nuovo al silenzio e all’abbandono che ne decretarono l’oblio e la dimenticanza sul ruolo avuto nell’antichità. Ed è in questo periodo, che segue a un altro devastante terremoto, quello del 1349, che il Colosseo, ormai noto solo con questo nome, diventa luogo in cui si gioca la mescolanza tra sacro e profano. Su questo periodo buio e così poco conosciuto ci soffermeremo in particolare perché, come vedremo dai segni lasciati sui muri uniti alle fonti scritte dell’epoca, è in questo periodo che il Colosseo diventa a sua insaputa l’icona mondiale che è oggi. Perché nel dialogo, mai monologo, tra spazio pagano spazio laico spazio cristiano si gioca la funzione simbolica e l’identità del monumento, punto di riferimento per tutti i pubblici del mondo”.

La piazza del Colosseo, un tempo occupata dallo stagnum Neronis e dal Colosso (Foto Simona Murrone)

Il “viaggio” inizia dall’attuale piazza del Colosseo che fino al 70 d.C. circa era occupata dallo stagno della Domus Aurea dell’imperatore Nerone e quindi da una proprietà a uso esclusivo di una sola persona. “Gli imperatori flavi, Vespasiano Tito Domiziano, ognuno col proprio ruolo”, spiega Rinaldi, “realizzano un’operazione demagogica molto importante: quello di restituire alla collettività lo spazio che era stato sottratto dall’imperatore Nerone. L’iscrizione del prefetto dei pretori di Roma Lampadius riporta nella sua formula originaria il riferimento all’inaugurazione dell’anfiteatro “ex manubiis”, cioè con il bottino di guerra, composto dal candelabro a sette braccia, dalle trombe e da altri oggetti sacri raffigurati nel fornice interno dell’arco di Tito. I cento giorni di giochi e 5mila fiere uccise sul piano dell’arena, i quasi 70mila spettatori segnano nell’80 d.C. segnano l’inizio della storia del monumento più celebre in Italia e forse al mondo. L’imperatore sul palco imperiale sul lato Sud dell’edificio, e i senatori e i cavalieri intorno al podio nella parte più bassa della cavea, osservano il susseguirsi dello spettacolo, le cacce esotiche al mattino, le condanne a morte esibite come se fossero il supplizio di Prometeo nel primo pomeriggio, i combattimenti dei gladiatori la sera. Mentre nei livelli più alti la plebe e soprattutto le donne filano, ravvivano l’acconciatura o passano il tempo giocando a dadi come mostrano gli oggetti smarriti sugli spalti e poi finiti nelle fogne dell’anfiteatro ed esposti nelle vetrine del museo. Nelle giornate più calde e assolate o in caso di pioggia i marinai della flotta di Miseno calano il velarium, un tendaggio sorretto dalle mensole posizionate sull’attico, il punto più alto dell’edificio a quasi 50 metri di altezza”.

La complessa struttura lignea che sorreggeva il montacarichi sotto l’arena del Colosseo

Nel 217 un terribile incendio devasta l’anfiteatro. “L’edificio rimane inagibile per almeno 5 anni durante i quali si lavora il più alacremente possibile per riaprirlo al pubblico usando materiale di risulta anche nei sotterranei dove l’abbondante presenza di legno e cordame aveva favorito l’espandersi del fuoco. Ed è qui sotto che ferve l’anima dell’anfiteatro. Le ricostruzioni esposte nelle vetrine del museo illustrano le prime tipologie di montacarichi e piattaforme della fase ancora flavia, azionate da ben 224 schiavi, poi sostituite da 60 ascensori azionati con un sistema di argani e contrappesi di piombo da funi che passavano su carrucole inserite nei pilastri verticali di travertino. Scenografie, animali, uomini apparivano così come epifanie dalle botole sistemate sul piano dell’arena. Il pubblico li acclamava, li incitava, gioiva alla vista del proprio beniamino, il gladiatore, di cui si scommetteva la vita o la morte. Questa tradizione prosegue almeno fino alla metà del V secolo d.C. Ma presto l’avversione degli imperatori cristiani verso i giochi cruenti, tra i quali lo stesso Costantino, il degrado dell’anfiteatro soggetto a smottamenti continui a causa dei terremoti contribuiscono al suo progressivo declino fino alla proibizione degli spettacoli e all’ultimo spettacolo di caccia che risale al 523 d.C.”.

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Venerabile Beda

Da allora comincia una fase di abbandono e di decadenza nel corso della quale i sotterranei vengono progressivamente ricoperti di terra, parte del settore meridionale inizia a crollare determinando l’innalzamento dell’interro circostante. “Nell’VIII sec. d.C. Beda il Venerabile afferma: “Quamdiu stat Colysaeum stat et Roma, quando cadet Colysaeum cadet et Roma, quando cadet Roma cadet et mundus”. Roma è ormai mitizzata e il Colosseo con essa perché con la sua mole colossale riesce a rappresentare la globalità del mondo. Le più importanti famiglie di Roma se lo contendono, ovviamente assieme alla Chiesa. Tra l’XI e il XIV secolo i Frangipane in continuo conflitto con la famiglia degli Annibaldi occupano 13 arcate della porzione Sud-orientale dell’edificio. La vicina chiesa di Santa Maria Nova, proprietaria di una quota parte, affitta domus e cripte ricavate riutilizzando i fornici in rovina, dove vengono alloggiati travi sui muri per creare soppalchi e ricavare stalli per gli animali come documentano i numerosi attaccagli ancora visibili sui pilastri. È a partire da questo periodo che negli atti notarili inizia a comparire l’appellativo dell’edificio come Anphitheatrum Coliseum”.

La grande scritta a caratteri capitali “Nicolo fecit” sui pilastri del primo ambulacro del primo ordine del Colosseo (foto PArCo)

Ma nel 1349 un nuovo devastante terremoto accresce il livello di rovina in cui si trova il Colosseo. Ne è testimone persino il Petrarca: “Ecce Roma ipsa insolito tremore concussa est tam graviter ut ab eadem urbe condita supra duo annorum milia tale nihil accident”. Inizia una fase che dura almeno tre secoli durante la quale il Colosseo viene ad assumere significati nettamente distinti che a volte convivono, a volte si scontrano e a volte si fondono. Cava di marmi e pietre per volere dei Papi riutilizzatori come fu Nicola V per la costruzione della nuova Roma “Gerusalemme celeste”, e in particolare per la fabbrica di San Pietro e di molti altri edifici della città: edificio dunque da restituire alla cristianità per sottrarlo al potere laico e pagano, luogo di studio e schema di riferimento per i grandi architetti umanisti, ma anche né anfiteatro né fortezza bensì tempio rotondo al cui centro campeggiano una colonna dedicata al dio sole o a Giove; tempio dei templi della Roma pagana: così descritto nelle guide e negli itinerari per i pellegrini”. Continua Rinaldi: “Durante i secoli bui del tardo Medioevo dell’originaria funzione del Colosseo si perde ogni traccia e questa situazione contribuisce ad ammantare il Colosseo di fantasie, leggende popolari e superstizione, tanto grande era questa visione che la parola stessa “colosseo” potrebbe derivare da “Colis eum” cioè “Lo adori?” con riferimento al maggiore degli dei presenti nel tempio, e la risposta non poteva che essere “colo colo” “lo adoro lo adoro”. Indizi di questa storia sono rintracciabili nei numerosi graffiti lasciati sui pilastri di travertino del primo ordine. Aguzzando la vista verso i punti più alti dei pilastri del primo ambulacro del primo ordine, subito dopo l’attuale ingresso dei visitatori dallo sperone cosiddetto Valadier, laddove si camminava quando il Colosseo appariva completamente interrato a seguito dei rovinosi crolli causati dai terremoti, spiccano i nomi di persone e lettere capitali: Nicolò fece, Ludovico, Romolo: sono forse i cavasassi che al servizio dei Papi lavorarono tra il 1400 e il 1600 all’interno del Colosseo per recuperare materiale per la costruzione della nuova Roma “Gerusalemme celeste”; o dietro questi nomi si nasconde anche un preciso riferimento al più attivo tra i riutilizzatori delle pietre del Colosseo, cioè proprio quel Papa Nicolo V già ricordato? Non lo sappiamo, ma in entrambi i casi la suggestione è molo forte”.

Il progetto del Santuario dei Martiri Cristiani redatto dall’architetto Carlo Fontana e mai realizzato (foto PArCo)

“Più precise e ben ricollegabili a fatti e avvenimenti storici sono invece le date di cui se ne conservano almeno tre: una sul fornice Nord e due sulla fronte Sud del Colosseo: 1534, 1538 e 1675. Rappresentano l’altra faccia della medaglia della voluta ambiguità, quella dei Papi interessanti ad avviare il processo di cristianizzazione del Colosseo. Quindi non abbattendolo ma convertendo a luogo di culto con l’istituzione delle sacre rappresentazioni della Passione di Cristo, l’ultima fu proprio quella del 1539, l’innalzamento di una grande croce di legno al centro dell’arena, la realizzazione dello splendido affresco con veduta di Gerusalemme tradizionalmente assegnato proprio all’anno del giubileo del 1675 sotto Papa Clemente X, fino ad arrivare alla consacrazione del sangue dei martiri versato sull’arena con il progetto di Papa Clemente XI e dell’architetto Carlo Fontana di innalzare una chiesa sul piano dell’arena, progetto mai realizzato. Alle date si aggiungono altri graffiti a supportare questa esigenza di consacrazione del Colosseo come luogo di culto. Sono le immagini di croci. Ne contiamo almeno 13 di 5 tipi diversi, che confermano la presenza anche di proprietà della Chiesa, come quella di Santa Maria Nova, già citata prima, ma anche della confraternita di San Salvatore al Sancta Sanctorum a cui fin dal XIV secolo era stata concessa una porzione del Colosseo per l’opera di bonifica condotta nella zona divenuta ormai sede di malviventi. Malviventi dunque pastori ma anche maghi e negromanti parrebbe come contemporaneamente ci informano le guide di Roma e gli itinerari per i pellegrini che insistono – lo ripetiamo – sul Colosseo-templum Solis o templum Iovis, ed ecco che un edificio di così grandi dimensioni non poteva che essere stato costruito con l’aiuto della magia, e se ne attribuisce la costruzione proprio a Virgilio Mago, architetto d’eccezione, che nel Colosseo pratica la negromanzia. Deluso dall’amore di una principessa e deciso a lasciare al buio la città, confina l’unica fonte di luce nel sesso di una donna. Il graffito inciso sul pilastro del fornice Ovest del Colosseo a forma di rombo vuole forse alludere a questa leggenda?”.

Un grande fallo graffito sui fornici del Colosseo rivolto verso l’esterno (foto PArCo)

“Intanto nel Cinquecento – prosegue nel suo racconto Federica Rinaldi – Benvenuto Cellini vi invoca i demoni che in gran numero arrivano a terrorizzare il negromante e lo stesso scultore. Da Cellini sappiamo che un prete siciliano da lui incontrato lo conduce assieme a un fanciullo vergine a propiziarsi le divinità maligne nell’anfiteatro. Disegnato il cerchio magico, il prete invita il Cellini a entrarvi e a invocarvi i diavoli con l’aiuto di spargimento di profumi e accensione di fuochi. Parve che i demoni arrivassero a legioni e il fanciullo spaventato alzando gli occhi disse: “Tutto il Colosseo arde e il fuoco viene addosso a noi”. Su questo episodio un po’ irriverente, ma che dobbiamo leggere nel contesto di una Roma in cui il Colosseo è immerso nella campagna abitata solo da pastori e malviventi, fa riferimento anche la leggenda della Regina Rosana che, sterile, entra nel Colosseo per pregare il demone del Colosseo e ne esce gravida, dimostrando il potere del paganesimo sul cristianesimo. Ma fanno riferimento anche i simboli fallici che compaiono spesso accanto alle croci – che abbiamo visto poco fa – e che rappresentano falli di tutte le forme e dimensioni, allusione all’interpretazione di un Colosseo luogo di pratiche sessuali o piuttosto simboli apotropaici? I falli si trovano nei fornici rivolti verso l’esterno, verso l’asse stradale principale che alla fine del 1500 congiunge il Colosseo con il Laterano. Ci troviamo sul fronte del Colosseo che viene maggiormente preservato dal riuso di travertini ed è proprio da qui che dal 1600 inizia la sua conversione a tempio dei Martiri, con il progetto mai realizzato di Carlo Fontana – già ricordato – e l’istituzione della Via Crucis con Papa Benedetto XIV nel 1750”.

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Lo sperone Valadier al Colosseo

Ma anche questa rinnovata dimensione del Colosseo non dura a lungo. “La trasformazione del Colosseo in deposito di letame per la fabbricazione del salnitro per volontà di Papa Clemente XI, proprio di qualche anno prima l’istituzione della Via Crucis, accelera il processo di calcinazione dei travertini già compromessi da incendi e altri malanni. Il degrado e l’ennesimo terremoto hanno ormai fortemente compromesso la stabilità del Colosseo. Di lì a breve saranno proprio i Papi ad avviare la macchina della tutela e della conservazione. Pio VII commissiona, tra gli altri, all’architetto Raffaele Stern la costruzione dello sperone che prende il suo nome, fissando anche lo stato di crollo della porzione terminale della facciata. Di lì a poco si interviene anche sul lato opposto, quello Ovest, con la costruzione di un altro sperone realizzato questa volta dal Valadier. Oggi i due principali accessi del Colosseo per il pubblico vengono proprio identificati con i nomi dei due architetti”.

Federica Rinaldi, archeologa responsabile del Colosseo (foto PArCo)

Nel frattempo la tutela si estende anche al recupero archeologico. “Per tutto l’Ottocento inizia una stagione di sterri per liberare il monumento coperto fino all’imposta delle mensole delle arcate del primo ordine. Si rimuovono le edicole della Via Crucis, e si scava per far riemergere i livelli antichi dapprima attribuiti alla fase dei Frangipane e poi definitivamente a quella romana. È l’inizio di un’altra nuova fase che si avvicina ai tempi recenti che vede il Colosseo demolito e ricostruito per assecondare la propaganda fascista o l’idea di modernità urbanistica, come per la costruzione della linea B della metropolitana che tronca le fondazioni occidentali dell’anfiteatro compromettendo definitivamente il deflusso idrico dai sotterranei che, anche per questo motivo, sono spesso allagati. Da isola spartitraffico il Colosseo venne liberato negli anni Settanta del secolo scorso in concomitanza con una rinnovata stagione di ricerche, scavi e restauri condotta finalmente con rigoroso metodo scientifico e che ancora oggi resiste. E di queste ricerche che contribuiscono ad accrescere le nostre conoscenze sul Colosseo, non solo arena per spettacoli ma luogo che nei secoli ha mutato le sue funzioni all’interno di una città altrettanto in continua evoluzione, continueremo a darvi notizia”, conclude Rinaldi. “Lo faremo sempre dalle nostre pagine social, facendovi entrare nei cantieri, facendovi vedere da vicino i segni lasciati dalla storia, perché crediamo fermamente che solo comprendendo il passato ognuno di noi possa contribuire a costruire il futuro”.

Roma. I fori imperiali “vissuti” da protagonisti con la app “Imperial Fora”: viaggio nel tempo in 3D e in realtà aumentata passando dai grandi imperatori all’unità d’Italia

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Il foro di Traiano a Roma nella ricostruzione 3D della nuova app “Imperial Fora”

Il tuo i-pad come una straordinaria macchina del tempo per “vivere” in diretta lo sviluppo e la trasformazione di Roma dall’impero al medioevo all’unità d’Italia. E con la possibilità di scegliere il viaggio: comodamente seduti sul divano di casa o immersi nel cuore dei fori imperiali a Roma. È “Imperial Fora”, la nuova “app” per comprendere la storia e le trasformazioni dei Fori Imperiali di Roma, documentando l’area archeologica di Roma non solo durante il periodo romano, ma anche nel medioevo e e nell’epoca moderna. Al momento è disponibile per iPad al costo di 4,99 euro, ma presto lo sarà anche per gli iPhone e i dispositivi con Android e Windows. Si può leggere e ascoltare, in italiano e in inglese, la storia dei Fori imperiali, navigare all’interno di un modello 3D dell’area archeologica e accedere a contenuti, immagini e ricostruzioni immersive dei vari periodi storici. Un viaggio che può avvenire sul posto in realtà aumentata, grazie all’ausilio del Gps e dell’accelerometro, oppure navigando da casa, per chi intende arrivare a Roma ben preparato. È possibile confrontare in tempo reale i resti del Tempio di Augusto con l’assetto originale o con quello risultante alla fine del Medioevo. Intorno alla Colonna Traiana o all’Arco dei Pantani, fermi nella stessa posizione da più di venti secoli, si scoprono chiese e edifici che hanno accompagnato i monumenti imperiali per qualche secolo.

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L’app “Imperial Fora” disponibile al momento per i-pad

La navigazione può essere impostata in vari periodi storici: il 125 d.C., il 1450, il 1750 e il 1815. La scelta dellʼepoca permette di accedere a contenuti specifici. Dei cartelli ci indicano i luoghi di interesse, toccandoli ci ritroviamo a osservare gli scenari ricostruiti di quel periodo storico, riceviamo in audio le informazioni essenziali e possiamo guardare gallerie di immagini. Possiamo anche cambiare epoca e vedere lʼevoluzione di quel luogo nel tempo. Lungo il cammino delle sfere rotanti ci permetto di immergerci in ricostruzioni tridimensionali esplorabili (bolle o capsule del tempo). La conoscenza e lʼesperienza della città viene direttamente vissuta entrando virtualmente nella città di Roma in età romana, nel tardo medioevo, nel 1750 e nel 1815. Possiamo dunque esplorare i luoghi come in una macchina del tempo passando da unʼepoca allʼaltra. “L’applicazione Imperial Fora”, afferma Sergio Fontana, autore del progetto 3D Rome, “consente a tutti di apprezzare le trasformazioni di Roma, dall’antichità ai giorni nostri, in un punto nevralgico della città, l’area dei Fori Imperiali. Il visitatore virtuale si trova immerso in scenari sovrapponibili che seguono le tappe principali dello sviluppo della città. Si tratta di uno strumento realizzato con linguaggio divulgativo ma sulla base degli studi scientifici che hanno interessato l’area dei Fori imperiali”.

Con la app "Imperial Data" il viaggio nel tempo inizia dal foro di Traiano

Con la app “Imperial Data” il viaggio nel tempo inizia dal foro di Traiano

Si parte dunque dal 125 d.C., in piena Roma imperiale. Una data non casuale: all’epoca, imperatore Marco Aurelio che proprio in quell’anno inaugurò il suo futuro mausoleo (oggi castel Sant’Angelo), si può ammirare in tutto il suo splendore e monumentalità il Foro di Traiano realizzato una decina di anni prima. È lì che l’imperatore Marco Aurelio negli anni Settanta del II secolo fece arricchire il già prezioso foro del conquistatore della Dacia con le statue dei generali romani che si erano imposti contro le popolazioni germano-sarmatiche del nord Europa nelle cosiddette guerre sarmatiche.

Nel tardo Medioevo sull'area del foro di Traiano insisteva un intero quartiere

Nel tardo Medioevo sull’area del foro di Traiano insisteva un intero quartiere

Il secondo step è il 1450, nel primo Rinascimento: più di un millennio di “salto” che mostra come sia cambiata la fisionomia dell’area dei fori imperiali, con le piazze in parte occupate da nuovi palazzi e da chiese. E anche in questo caso la scelta dell’anno non è casuale. Sul soglio pontificio c’era Niccolò V il quale proprio in quell’anno avviò il cantiere per il rinnovamento della basilica costantiniana di San Pietro affidando la progettazione a Bernardo Rossellino, che però dovette fermarsi per la morte del papa. A lui, nei decenni successivi si sarebbero succeduti alla guida della grande opera Bramante, Michelangelo, Maderno e Bernini.

La Via Crucis al Colosseo fu istituita da papa Benedetto XIV per il giubileo del 1750

La Via Crucis al Colosseo fu istituita da papa Benedetto XIV per il giubileo del 1750

Un salto di altri secoli e si arriva al 1750, quando la Roma moderna si era completamente sovrapposta ai Fori. Il 1750 è un anno importante per il cuore antico della città eterna e per la cristianità. Era papa Benedetto XIV, il quale con la bolla “Peregrinantes”, promulgò per il 1750 il Giubileo, improntato ad un profondo clima spirituale. Il pontefice curò ogni singolo dettaglio dell’Anno Santo, stabilendo le principali iniziative spirituali (tra cui anche l’unità dei cristiani, organizzando le strutture ricettive (l’ospitale della Trinità accolse, su disposizione del papa, per tre giorni i pellegrini poveri) e accogliendo lui stesso i pellegrini che giungevano nella città eterna. Fu allora che il Colosseo venne consacrato alla passione di Cristo e alla memoria dei martiri. Il pontefice fece erigere 14 edicole con le stazioni tradizionali e fece piantare al centro una grande croce. Nasceva così quella che ancora oggi è la tradizionale processione del Venerdì Santo, con le quattordici stazioni disposte nello stesso ordine: la condanna a morte, il carico della croce, le tre cadute lungo la via, l’incontro con un gruppo di pie donne, quello col Cireneo, con Maria e con la Veronica, la spoliazione delle vesti, la Crocifissione, la morte, la deposizione dalla croce, la sepoltura.

Roma, scavi al foro di Traiano negli anni '90 del Novecento

Roma, scavi al foro di Traiano negli anni ’90 del Novecento

L’ultima fermata di questo speciale viaggio nel tempo è il 1815, anno del Congresso di Vienna, in seguito al quale si ripristina lo Stato della Chiesa. È in quel periodo che a Roma di vedono gli effetti delle demolizioni e degli scavi promossi dai francesi col primo recupero dei resti antichi. L’area del Forum Traiani era stata scavata infatti per la prima volta in maniera sistematica nel 1811 durante il periodo dell’occupazione napoleonica. I lavori, affidati a Pietro Bianchi, avevano comportato la demolizione del monastero dello Spirito Santo e del convento di Sant’Eufemia che insistevano sulle rovine del foro, giudicati “senza interesse per le arti”. Bianchi riportò alla luce il settore centrale della Basilica Ulpia, il peristilio attorno alla Colonna di Traiano, una parte dell’area forense e numerosi elementi architettonici finemente lavorati.

Una delle mappe interattive utilizzabili con la app "Imperial Fora"

Una delle mappe interattive utilizzabili con la app “Imperial Fora”

“Imperial Fora” è frutto di cinque anni di lavoro e rappresenta una assoluta novità per la divulgazione scientifica nell’area dei Fori Imperiali. In virtù dell’elevato contenuto culturale e delle potenzialità di promozione turistica che l’app “3D Rome Imperial Fora” presenta per la città di Roma, l’amministrazione di Roma Capitale ha patrocinato il progetto, realizzato dalla società Sema snc. L’app è composta da tre sezioni principali: Live 3D, Map, History. Nella sezione Live 3D si possono esplorare le aree del Foro di Traiano e del Foro di Augusto così come sono oggi. Se si è sul luogo, il Gps del dispositivo riporta il visitatore nell’esatto punto dove si trova, facendo coincidere lo spazio virtuale e quello reale. La navigazione può essere impostata in vari periodi storici: il 125 d.C., il 1450, il 1750 e il 1815. La scelta dell’epoca permette di accedere a contenuti specifici. La sezione Map permette di accedere ai contenuti (luoghi di interesse, bolle) esplorando e manipolando modelli tridimensionali che ricostruiscono interamente l’area dei Fori imperiali nei vari periodi storici. Si possono visualizzare i contenuti su una foto aerea e localizzarli nella città attuale. La sezione History consente di rivivere, con testi dinamici e immagini, la millenaria Skyline dei Fori imperiali nel 125 d.C., nel 1450, nel 1750 e nel 1815.