Archivio tag | Tel Aviv

Cosa mangiarono Gesù e gli apostoli nell’Ultima Cena? Una missione italiana di archeologi del cibo in Israele alla ricerca del menù della Pasqua

Una missione archeologica italiana indagherà sul cibo dell'Ultima Cena

Una missione archeologica italiana indagherà sul cibo dell’Ultima Cena

Cosa mangiarono Gesù e gli apostoli nell’Ultima Cena? L’unica fonte disponibile, i Vangeli, dicono poco o nulla e sono pure in contraddizione. A cercare di scoprirlo sarà una spedizione italiana di “archeologi del cibo” con un’indagine sulle abitudini alimentari che li porterà da Tel Aviv a Gerusalemme nel mese di aprile. Gli studiosi, che lavorano in importanti musei di Torino, sono diventati divulgatori di “Archeoricette” e da due mesi stanno studiano al caso del menu del Cenacolo, incrociando le informazioni delle diverse branche dell’archeologia e tentando di approfondire le conoscenze sull’arte culinaria del tempo di Gesù. “Benché non ci siano testi che lo documentino”, spiegano gli archeologi Generoso Urcioli e Marta Berogno, “l’arte della cucina esisteva ben prima del Medioevo. Ogni civiltà ne ha avuta una”.

L'Ultima Cena in un mosaico di Sant'Apollinare Nuovo a Ravenna

L’Ultima Cena in un mosaico di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna

Secondo quanto dicono i vangeli sinottici, il giovedì mattina i discepoli si presentarono a Gesù e gli chiesero in quale luogo egli volesse celebrare la Pasqua ebraica. Gesù mandò due discepoli (Luca specifica Pietro e Giovanni) in città dicendo loro che avrebbero incontrato lungo la via un uomo con una brocca d’acqua, diretto verso la casa del suo padrone. I due avrebbero dovuto seguirlo e chiedere al padrone di casa se era possibile per Gesù celebrare la Pasqua nella sua dimora. Il Cenacolo, secondo le ultime ipotesi, andrebbe individuato nella casa del padre, o comunque di qualche parente, di Marco, il futuro evangelista (ritenuto da alcuni come il giovinetto fuggito nudo durante l’arresto di Gesù). Sulla cena, l’Ultima Cena, solo qualche cenno: l’uso di intingere il pane nelle erbe amare (gesto col quale Gesù svelò il traditore Giuda). Poi, mentre la cena andava avanti, senza che gli evangelisti diano particolari indicazioni in merito, Gesù compì un atto alquanto insolito nel rito pasquale. Prese del pane e dopo aver pronunziato la preghiera di benedizione, lo spezzò e dandolo ai discepoli disse: “Prendete e mangiate. Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me”. Poco dopo prese un calice colmo di vino e dopo averlo benedetto allo stesso modo disse: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati”. Così Gesù istituisce il sacramento dell’Eucarestia. In tutti i vangeli canonici, la passione di Gesù avviene in occasione della festa della Pasqua ebraica, la Pesach. Questa festa, che ricordava l’uscita degli Ebrei dall’Egitto narrata nel libro dell’Esodo, prevedeva un giorno di preparazione alla festa, la cena della Pasqua e il giorno di Pasqua. Nel giorno di preparazione della Pasqua, gli Ebrei portavano un agnello al Tempio (o più frequentemente lo acquistavano lì) per farlo sacrificare, poi tornavano a casa e preparavano una cena particolare carica di simboli collegati all’esodo (carne di agnello, erbe amare per ricordare la schiavitù in Egitto, pane azzimo per ricordare la fretta nell’uscita dall’Egitto, e diverse coppe di vino rituali). Giunto il tramonto, che secondo la tradizione in vigore presso gli Ebrei indicava l’inizio del giorno di Pasqua, si consumava il pasto pasquale. In Marco si dice chiaramente che le preparazioni per l’ultima cena avvennero il giorno prima di Pesach, e che si trattava della cena di Pesach, che viene consumata alla sera, quando è iniziato il giorno della Pesach. In Giovanni si dice esplicitamente che il pasto consumato è quello prima della festa di Pesach e che il pasto di Pesach deve essere ancora consumato; inoltre si narra che coloro che arrestarono Gesù non vollero entrare nel pretorio di Pilato per non diventare ritualmente impuri e poter quindi mangiare il pasto di Pesach, e poi si dice esplicitamente che il giorno della morte di Gesù “era la Preparazione della Pasqua”.

Elementi caratteristici della cena di Pesach, la Pasqua ebraica

Elementi caratteristici della cena di Pesach, la Pasqua ebraica

Come si vede, gli elementi forniti dalle fonti – i Vangeli – sono alquanto modesti e generici. Per questo l’indagine sui cibi portati in tavola all’Ultima Cena portata avanti dai nostri “archeologi del cibo” non potrà che iniziare da piatti palestinesi dei nostri giorni, come Sabich, Chamin, Shakshouka o Rugelach per cercare di scoprire gli omologhi antichi. Nello studio degli archeologi del cibo ci sono comunque alcune certezze: una – spiegano – è che “Gesù e i suoi erano Ebrei e seguivano la tradizione”, l’altra che “il Cristianesimo è l’unica religione monoteista che non ha divieti alimentari”. Ma sono tanti i misteri culinari irrisolti: “Potrebbero avere compiuto – sottolineano i ricercatori torinesi – un atto rivoluzionario abbattendo le prescrizioni che il popolo eletto di Israele aveva introdotto per distinguersi dagli altri popoli del Vicino Oriente”. Per rispondere a questi dubbi Urcioli e Berogno hanno programmato una missione in Israele e Palestina, proprio nel periodo pasquale, accompagnati da una giornalista e fotografa, Sarah Scaparone. Per sostenere la ricerca che, al momento, non ha finanziamenti di alcun tipo, hanno aperto una pagina per il crowdfunding (www.ndiegogo.com/projects/ultima-cena).

L’uomo di Neanderthal riciclava gli utensili

L'uomo di Neanderthal era cacciatore

L’uomo di Neanderthal era cacciatore

Le prove dallo studio degli utensili sul sito di Castel Guido vicino Roma

L’uomo di Neanderthal praticava il riciclaggio degli oggetti di uso comune. Lo rivela uno studio internazionale sul sito preistorico di Castel Guido , vicino Roma, frequentato dall’uomo di Neanderthal tra 320 e 270mila anni fa. Giovanni Boschian, docente di Antropologia dell’università di Pisa, che ha preso parte al progetto, lo ha presentato a Tel Aviv in un convegno di antropologi e paleontologi provenienti da tutto il mondo.

Trecentomila anni fa la zona dove oggi sorge Castel Guido era un’area ricca di pozze d’acqua usate come abbeveratoi naturali da elefanti e altre specie (tra cui l’uomo), una situazione ideale per i neanderthaliani che, comunemente dediti allo sciacallaggio, prelevavano cibo dalle carcasse degli elefanti già morti, o che forse loro stessi avevano finito. Nella caccia vera e propria e nella scarnificazione delle carcasse l’uomo si serviva di attrezzi-strumenti in selce: gli archeologi li chiamano bifacciali per la loro caratteristica forma ottenuta con la lavorazione delle schegge da arnione (blocchi) di selce.

Il Neanderthal scarnifica le carcasse

Il Neanderthal scarnifica le carcasse

Ma la materia prima  come la selce, i cui punti di rifornimento più importanti in Italia sono sul Gargano in Puglia e sui monti Lessini nel Veronese, non era abbondante e soprattutto facilmente reperibile. Così l’uomo imparò innanzitutto a diversificare la materia prima, utilizzando per la fabbricazione degli attrezzi  oltre alla pietra grosse schegge di osso di elefante, recuperate dall’estrazione del midollo, complemento alimentare fondamentale nella dieta dell’epoca. “Già questa – spiega Boschian – può essere considerata una forma iniziale di riciclaggio, ma dallo studio di questi oggetti si scopre che a Castel di Guido essi venivano spesso riutilizzati a distanza di tempo, o che una volta rotti erano  riciclati per altri scopi”.

Perché è riciclaggio e non riuso

Strumenti in selce bifacciali dei Neanderthaliani

Strumenti in selce bifacciali dei Neanderthaliani

“Abbiamo indizi che già 300mila anni fa  – continua Boschian – l’uomo di Neanderthal avesse la consuetudine di riutilizzare utensili precedentemente scartati. Gli uomini davano a questi oggetti una nuova forma e un nuovo impiego, per questo possono essere considerati gli iniziatori della pratica del riciclaggio».  L’uso di carcasse di animali uccisi da cause naturali come siccità o predazione da parte di altri animali era relativamente comune nelle società del Paleolitico, sin da almeno 2,5 milioni di anni fa, per procurarsi cibo come carne, grasso e midollo. Tuttavia quest’aspetto non viene normalmente considerato come vero e proprio riciclaggio, ma semplicemente un modo di procurarsi cibo. Anche il riuso di utensili, per mezzo di una sorta di ‘riaffilatura’, non è considerato strettamente riciclaggio. “Il riciclo vero e proprio è inteso come uso per scopi completamente nuovi di oggetti scartati dopo una precedente utilizzazione -specifica Boschian- Ciò comporta ripensare e riprogettare il nuovo uso e in certi casi modificare la forma iniziale dell’oggetto, con un’operazione che implica attitudini mentali avanzate, in particolare la capacità di previsione e la progettualità, ravvisabili in alcune tecniche di lavorazione che sembrano esser state mirate a ottenere oggetti che in futuro potessero essere riutilizzati».

L’uomo: geniale ma fondamentalmente pigro

Un altro aspetto particolarmente interessante è la lettura sociologica che si può dare questo fenomeno: «Il riciclaggio – conclude Boschian – poteva essere dovuto sia alla scarsezza di materie prime, sia alla generale ‘pigrizia’ degli umani, come dimostrato dal fatto che se ne rinvengano prove anche in altri siti del Paleolitico in cui le materie prime non scarseggiano. Tutto questo testimonia un’evoluzione delle capacità mentali dell’uomo, ma anche il permanere di certi suoi peculiari atteggiamenti nei confronti della vita».