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Parco archeologico del Colosseo presenta tre “Lezioni di archeologia” tenute dal prof. Andrea Carandini, che fa parte del comitato scientifico del PArCo. Nella prima “lezione” il grande archeologo spiega lo scavo stratigrafico

L’archeologo Andrea Carandini, tra i massimi esperti di Roma antica, oggi presidente del Fai

Tre “Lezioni di Archeologia” con il prof. Andrea Carandini promosse dal Parco archeologico del Colosseo, di cui l’eminente professore e famoso archeologo è membro del comitato scientifico. Le lezioni spazieranno dalla storia delle origini dello scavo stratigrafico, la cui definizione lo ha visto direttamente protagonista, alle indagini da lui stesso condotte sul Palatino, che hanno ampliato le conoscenze sulla storia della città di Roma e della sua fondazione, fino ad un approfondimento sul tema del “Natale di Roma“. Con la prima lezione, dunque, il prof. Carandini spiega lo scavo stratigrafico.

“Quando ero giovane”, spiega Carandini, “lo scavo archeologico era semplicemente una praticaccia dilettantistica. Ognuno se la cavava come poteva, e di fatto non faceva altro che sterrare con una certa attenzione magari per astratti livelli orizzontali, ma era sempre uno sterro. Grandi scavatori italiani nell’amministrazione e nell’accademia non sono mai esistiti. Giacomo Boni era un uomo molto semplice, Nino Lamboglia anche, erano persone semplici e abili in un qualcosa che va al di fuori delle pratiche normali. E io ho imparato da Lamboglia i primi rudimenti dello scavo. Che cos’è uno scavo stratigrafico? L’esempio più semplice è quello fornito dal gioco di Shanghai. Vince chi sposta un’asta senza smuoverne altre. Così è lo scavo archeologico. Bisogna togliere tutti gli strati che coprono altri strati, ma che non sono coperti e quindi sono gli ultimi, i più tardi. E così smontando il terreno esattamente nell’ordine inverso in cui si è formato, quindi andando indietro come i gamberi nel tempo, si riesce a dipanare questo che appare un caos complicato e che invece ha un ordine assolutamente certo purché lo si sappia riconoscere. Come si può distinguere uno scavo dall’altro? è come distinguere un volto da un altro, anche se gli scavi sono più difficili da distinguere. Gli scavi hanno la loro compattezza, il loro colore, le loro caratteristiche e quindi vanno ben puliti per poterli ben definire, delimitare, distinguere, documentare e poi togliere. Perché la terra fa parte di un monumento, fa parte di un’architettura. Gli strati non sono che pavimenti o strati di abbandono o strati di preparazione alla vita, e anche i muri verticali sono strati compatti. Gli strati – continua Carandini – sono di due tipi: positivi e negativi. Se si apporta del materiale è uno strato positivo che si può delimitare, prendere e togliere. Ma se è uno strato negativo come una buca non si può assolutamente toccare perché è un’assenza di strato, ma che ha una forma particolare molto significativa. Per esempio, le capanne sono fatte da pali e di essi rimangono soltanto i buchi nel terreno che formano una chiazza un po’ più scura di quella del terreno normale, per cui questi buchi sono appunto assenze di materiali e non presenze. Ma sono molto importanti per indicare la presenza un tempo, un dì, di pali che formavano una struttura capannicola. Quindi lo scavare non è semplicemente una pratica, è esattamente una filologia: la filologia è l’arte di ricostruire i testi antichi confrontando i vari codici che ci sono rimasti per avere un testo più fedele possibile di Omero, di Stesicoro, di Livio o di Cassiodoro. La filologia applicata alle cose è appunto la stratigrafia. Gli strati contengono dentro di loro della ceramica. La ceramica più tarda è quella che data lo strato, che dà un termine post quem allo strato. Quindi lo strato si data attraverso i suoi reperti se sono in una quantità sufficiente da non essere residui, cioè oggetti casualmente presenti e che non indicano chiaramente l’epoca. Per cui bisogna stare attenti a non farsi ingannare. Per imparare a scavare bisogna avere bene in testa il metodo dello scavo. Io, per esempio, ho scritto un manuale di scavo che si chiama “Storia dalla terra” pubblicato da Einaudi, e soprattutto bisogna avere avuto un bravissimo maestro che ti ha insegnato a farlo. Io, per esempio, ho un allievo, che si chiama Mattia Ippoliti, che è un virtuoso dello scavo. Naturalmente è più facile scavare un edificio costruito con dei grandi muri che non un edificio costruito con pali, con argilla: l’argilla si scioglie, i pali sono di legno e si corrompono- E quindi restano delle ombre, ma ombre sufficienti per chi le sa leggere, indizi sufficienti per ricostruire la capanna dell’VIII secolo. Sono come quegli indizi minimi, come una cicca di sigaretta, che possono aiutare un investigatore a individuare un criminale”.