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Il gruppo di Mitra che uccide il toro, scoperto nel mitreo di Vulci, per la prima volta è esposto in Toscana nella mostra “I misteri di Mitra” alla fortezza Orsini di Sorano

Il mitreo scoperto a Vulci nel 1975 dominato dal gruppo scultoreo di Mitra che uccide il toro

Il manifesto della mostra “I misteri di Mitra” a Sorano

Scoperto nel 1975 nel corso di scavi condotti dalla soprintendenza Archeologica dell’Etruria Meridionale, il mitreo di Vulci rappresenta uno dei più interessanti ritrovamenti relativi al culto di Mitra, forse un unicum, vista l’enorme portata di informazioni che ha messo a disposizione degli studiosi moderni. Le opere scultoree e i reperti ceramici, probabilmente appartenenti alla Domus di un facoltoso personaggio, conservate nel museo di Vulci vengono esposte per la prima volta in Toscana: fino al 5 novembre si possono ammirare al museo del Medioevo e del Rinascimento nella fortezza Orsini di Sorano (Grosseto) nella mostra “I misteri di Mitra” frutto di un’importante collaborazione fra il museo e il parco naturalistico-archeologico di Vulci, la soprintendenza Archeologia del Lazio e dell’Etruria Meridionale e il Sistema museale comunale di Sorano. Il museo è aperto tutti i giorni, lunedì esclusi, dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19.

La copia del gruppo scultoreo del mitreo realizzata da Carlo Brignola

Il borgo di Sorano dominato dalla fortezza Orsini

Il gruppo con il dio Mitra in atto di uccidere il toro, in marmo bianco, forse importato dall’Asia Minore, al momento della scoperta era spezzato in numerosi frammenti accanto all’altare. Mitra in abiti orientali trattiene per il muso il toro verso il quale convergono un cane, lo scorpione e il serpente, altri protagonisti della tauroctonia. Oltre al gruppo che anche nel mitreo nel parco di Vulci e ora in mostra è stato riprodotto in copia, nel 1975 furono recuperati nel mitreo altre importanti statue: secondo gli archeologi, il loro stile rimanda al III secolo d.C. La copia è stata realizzata dall’artista Carlo Brignola in argilla; trattandosi di un pezzo unico, per la sua cottura è stato necessario realizzare un forno adatto alle dimensioni dell’opera.

Parco archeologico di Vulci. Scoperto nella “tomba dello Scarabeo d’oro” (fine VIII sec. a.C.), inviolata, il tesoro di una principessa etrusca bambina salvato al saccheggio dei tombaroli. Ad aprile scavi sistematici nell’area vulcente con archeologi internazionali

Lo scavo d'emergenza della Tomba dello Scarabeo d'oro nella necropoli etrusca Mengarelli di Vulci

Lo scavo d’emergenza della Tomba dello Scarabeo d’oro nella necropoli etrusca Mengarelli di Vulci

La chiamano “archeologia d’emergenza”. E stavolta non solo è stata tempestiva, ma anche coronata di successo. Succede a Vulci lo scorso febbraio. Una tomba nel parco archeologico di Vulci è a rischio saccheggio da parte dei tombaroli. Il pronto intervento della soprintendenza insieme all’ente Parco di Vulci permette di salvare una tomba dagli scavatori clandestini, riportando alla luce un piccolo tesoro appartenente a una principessa bambina: il corredo di una inumazione intatta, datata all’Orientalizzante Antico, cioè tra la fine dell’VIII e l’inizio del VII secolo a.C., il periodo più antico dell’Etruria. Una scoperta importante che ha convinto un gruppo internazionale di archeologi ad avviare a Vulci una nuova campagna di scavo sistematica dal prossimo 4 aprile.

Il tesoro della principessa bambina: corredo funebre intatto della Tomba dello scarabeo d'oro nei laboratori della Fondazione Vulci

Il tesoro della principessa bambina: corredo funebre intatto della Tomba dello scarabeo d’oro nei laboratori della Fondazione Vulci

Lo scarabeo, di produzione egizia, incastonato in argento con foglia d’oro, che ha dato il nome alla tomba etrusca della fine VIII sec. a.C.

Lo scarabeo, di produzione egizia, incastonato in argento con foglia d’oro, che ha dato il nome alla tomba etrusca della fine VIII sec. a.C.

Gli oggetti rinvenuti a febbraio sono stati portati nel Laboratorio di Analisi e Diagnostica di Montalto di Castro e prontamente sottoposti a un accurato intervento di conservazione da parte dei restauratori della Fondazione Vulci che ora hanno ricomposto il risultato del microscavo di emergenza nella cosiddetta Tomba dello Scarabeo d’oro (dall’oggetto più importante rinvenuto) nella necropoli di Poggio Mengarelli all’interno del Parco Archeologico Naturalistico di Vulci: tomba a fossa con cassa (anche detta “sepoltura a cassetta”) in materiale tufaceo inviolata, con all’interno un sarcofago di una fanciulla, presumibilmente deceduta intorno ai 13-14 anni di vita, seppellita insieme al suo preziosissimo corredo funebre: una rara “torque” fenicia (sorta di girocollo in ambra), due scarabei egizi (uno dei quali splendido incastonato in argento con foglia d’oro), fibule e vasellame di rara fattura. Si tratta verosimilmente di gioielli che le sono stati regalati alla nascita e servivano a testimoniare il suo alto lignaggio nell’aldilà. Della principessa restano solo alcune ossa, avvolte in un prezioso telo. Gli approfondimenti antropologici del sarcofago hanno portato anche a formulare l’ipotesi che la defunta fosse una principessa etrusca, una dignitaria da collocare nella nascente aristocrazia etrusca.

Lo scavo di emergenza della Tomba dello Scarabeo d'oro a Vulci di Montalto di Castro (Viterbo)

Lo scavo di emergenza della Tomba dello Scarabeo d’oro a Vulci di Montalto di Castro (Viterbo)

“Con la Grande campagna di scavi vulcenti che partirà in aprile, a Vulci, si aprirà una nuova pagina dell’archeologia etrusca, considerando che i ritrovamenti vulcenti sono tra i più ricchi del patrimonio di quella civiltà”, sottolinea Alfonsina Russo, soprintendente per l’Etruria meridionale del Lazio, alla conclusione del microscavo col ritrovamento del “tesoro della principessa”. E l’archeologo Carlo Casi, direttore scientifico del Parco archeologico di Vulci: “All’epoca della tomba dello Scarabeo d’oro, cioè alla fine dell’VIII sec. a.C., Vulci era una megalopoli straordinaria, estesa su oltre 100 ettari, dall’entroterra al mare, abitata da molte migliaia di persone. La sua eccezionalità è che nulla è stato più edificato sopra quelle aree. Una vasta campagna di scavi non può quindi che portare a risultati di grande importanza internazionale”.

“Il sacro che scorre”: in mostra a Civita Castellana santuari e luoghi sacri dei Falisci collegati all’acqua

Il manifesto della mostra "Il sacro che scorre" a Civita Castelllana

Il manifesto della mostra “Il sacro che scorre” a Civita Castelllana

Il forte Sangallo a Civita Castellana

Il forte Sangallo a Civita Castellana

Il fiume Treia a Civita Castellana

Il fiume Treia a Civita Castellana

L’acqua che scorre e che purifica ha da sempre un forte legame con i più diversi aspetti del sacro: i Falisci, che abitavano nel Viterbese Civita Castellana e il territorio bagnato dal Tevere e dal suo affluente Treja, non si sono sottratti a questo richiamo: hanno spesso costruito importanti santuari sulle sponde dei fiumi, hanno lasciato singolari doni votivi sul greto dei fossi o addirittura realizzato strutture idriche legate a culti particolari dalla misteriosa natura. Non è un caso anche il santuario federale dei Falisci, sacro a Giunone Curite, frequentato ancora in età romana dal poeta Ovidio con la moglie e la suocera, lambisca quasi le acque del Rio Maggiore sotto Civita Castellana. “Il primo e il più antico impianto legato al culto religioso di Giunone Curite è quello di Celle”, spiegano gli esperti, “risalente alla prima metà del VI sec. a.C., al quale doveva essere collegato il santuario delle acque (Ninfeo Rosa) sul fosso dei Cappuccini. Più tardi intorno al V sec. a.C. si aggiunsero il santuario suburbano dedicato al culto di Mercurio nell’area dei Sassi Caduti, e quello nell’area dell’acropoli del Vignale. È nel IV sec. a.C. che Falerii raggiunge il massimo dello splendore, la città si arricchisce di un nuovo sviluppo architettonico e urbanistico, vengono edificati nuovi santuari che per la loro imponenza e monumentalità fanno concorrenza a quelli greci, come il tempio di Giunone Curite (edificato in relazione al primo impianto del VI sec. a.C.), e quello dello Scasato all’interno dell’area urbana”. Da queste considerazioni nasce la mostra “Il sacro che scorre. I riti dell’acqua”, aperta fino al 31 ottobre 2015 nel Forte Sangallo di Civita Castellana, al museo archeologico dell’Agro Falisco, allestimento che rientra nel Progetto Experience Etruria, curato dalla soprintendenza Archeologia del Lazio e dell’Etruria meridionale. La mostra offre l’occasione per vedere nella sala dell’Accoglienza dello splendido Forte borgiano anche alcuni dei materiali di un deposito votivo del tutto particolare, venuto in luce sul Fosso Ritello a Corchiano e che rimanda ad una divinità, per il momento sconosciuta, protettrice della sfera sessuale. L’esposizione si affianca alla mostra “I tempi del rito”, nella Cappella dell’Appartamento Papale, anch’essa dedicata ad un importante santuario, quello di Monte Li Santi-Le Rote, sorto sulle rive del torrente Treja a Mazzano Romano, nel territorio dell’antico centro falisco di Narce.