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“Le Passeggiate del Direttore” sono al finale di stagione: col 28.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco ci parla delle statue della dea Sekhmet e quella di Horemheb nella famosa Galleria dei Re. E poi invita tutti al museo Egizio di Torino dal vivo

Siamo al finale di stagione. Come tutte le serie Tv, anche le “Passeggiate del direttore” con il 28.mo appuntamento, dedicato alla dea Sekhmet e a Horemheb, sono arrivate all’ultimo episodio. “Insieme abbiamo viaggiato attraverso millenni di storia”, ricorda il direttore del museo Egizio di Torino, Christian Greco, “conosciuto più da vicino gli oggetti della collezione e la cultura degli antichi Egizi. Ora tocca a voi passeggiare nelle sale… dal vivo! Vi ringraziamo per averci seguito e sostenuto in questi mesi. Continuate a seguirci perché abbiamo in serbo altre sorprese”.

La sala del museo Egizio di Torino con la teoria di statue delal dea Sekhmet, stanti e sedute (foto Graziano Tavan)

Nella sala della Galleria dei Re in cui è conservato Thutmosi III c’è una serie di Sekhmet. Chi è la dea Sekhmet? Sekhmet significa “la potente”. Sekhmet è legata a uno dei miti cosmogonici dell’inizio dell’Egitto quando il dio sole Ra, adirato con il genere umano perché non lo rispetta, manda il suo occhio che prende la forma della potente leonessa per punire gli uomini stessi. E la leonessa prende sul serio l’incarico che le viene dato e anzi diventa molto avida di sangue e quindi uccide gli uomini per berne il sangue. Il dio Ra si rende conto che se la lasciasse andare il genere umano verrebbe a finire. Ed ecco quindi che le fa bere con l’inganno della birra colorata di rosso. Alcune fonti dicono del vino. Così lei si addormenta e si ammansisce. Quindi il genere umano è salvo. Da dove provengono così tante Sekhmet? “Provengono dal tempio di Kom el-Hettan, il tempio di milioni di anni, fatto costruire da Amenofi III”, spiega Greco. “Abbiamo visto come nel Nuovo Regno vi siano dei templi che vengono costruiti dai sovrani perché il loro culto possa essere portato avanti, che vengono appunto definiti templi di milioni di anni. Il culto quindi viene trasferito dalla tomba a un tempio che si trova a valle. Perché? Perché la modalità di sepoltura si è diversificata, i sovrani non vengono più sepolti in una piramide. Abbiamo visto come la piramide fosse un complesso in cui c’è il tempio della valle, cioè la via processionale, c’è il tempio mortuario e quindi vi sono tutti i luoghi in cui il culto del sovrano può essere portato avanti. Adesso il tempio staccato è dedicato alla prosecuzione del culto”. Il tempio di Amenofi III di milioni di anni si trova a Tebe: è il tempio dei colossi di Memnone. All’interno di quel tempio vengono fatte una serie di corti e in queste corti vengono poste su tutti i lati le statue della dea Sekhmet, come si vede al museo Egizio nella bella riproduzione fatta dall’egittologo Simon Connor. “E perché tutto ciò? Miguel John Versluys dell’università di Leiden l’ha definita una splendida litania di pietra. Di fronte a ogni Sekhmet deve essere fatto un rituale, si portano delle offerte, si dice una preghiera in modo che la Sekhmet possa essere mansueta e possa rimanere docile e spargere concordia e amore nell’Egitto e non più guerra e pestilenza”. Nella Galleria dei Re le Sekhmet accompagnano la sala e sembrano quasi riprodurre nella loro cadenza, nell’alternanza tra Sekhmet stanti e Sekhmet sedute, quello che appunto si vedeva all’interno del tempio di Kom el-Hettan. “Sappiamo poi che in età ramesside il tempio stesso venne usato come una cava di pietra”.

Il grupo scultoreo con il faraone Horemheb e il dio Amon al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Le “Passeggiate del Direttore” si chiudono con un gruppo scultoreo molto importante che al contempo parla dell’attività di ricerca che il museo Egizio di Torino sta facendo in questo momento. “È una diade, quindi un gruppo composto da due elementi. La statua stante rappresenta un faraone, Horemheb: indossa il cosiddetto gonnellino shendit, il busto è nudo. E mostra una leggera pancetta. Nella letteratura specialistica è definita beer belly, pancetta dovuta alla birra bevuta. Se lo confrontiamo con Thutmosi III, visto precedentemente, vediamo infatti che la resa del corpo non è così idealizzato, non è così snello come il sovrano precedente. Ma questo è un tipico elemento dell’epoca di transizione post-amarniana, di quella parte artistica che va da Tutankhamon fino al regno di Horemheb e che ci fa vedere come da quelle forme esagerate tipiche di Akhenaten si ritorni via via alle forme snelle idealizzate con cui vengono presentati i sovrani. Questo sovrano abbraccia un dio, e il dio è il dio Amon. Il volto del dio ha dei tratti assolutamente fanciulleschi. I geroglifici ci dicono: figlio del dio sole, signore delle apparizioni, Horemheb, amato da Amom Ra dotato di vita. Dall’altra parte, in modo assolutamente speculare, leggiamo buon dio, signore delle due terre, Djeserkheperure Setepenre, ovvero il nome di Horemheb, amato da Amom Ra dotato di vita. Ai lati del trono c’è il simbolo usuale che abbiamo imparato a conoscere, il sema tawi, l’unione dell’alto e del basso Egitto. Anche qui, come nella statua di Thutmosi III, vi è l’epigrafe che ci ricorda che la statua è stata scoperta nel 1818 da Rifaud a Tebe, e che Rifaud era al servizio del signor Bernardino Drovetti. Ci sono altri elementi che abbiamo imparato a conoscere nelle altre statue, come ad esempio la coda che vediamo qui tra le gambe del sovrano Amon. La coda legata all’epiteto ka nekhet, ovvero toro potente”.

L’inizio della campagna di scavo congiunta museo Egizio di Torino – museo delle Antichità di Leiden a Saqqara (foto museo Egizio)

Perché questa statua di Horemheb è particolarmente importante per il museo Egizio di Torino? “Il museo Egizio a partire dal primo maggio 2015 ha cominciato la sua attività sul campo a Saqqara”, racconta Greco. “Lavoriamo circa 200 metri a Sud della piramide a gradoni di Djoser e lavoriamo nella necropoli dove i grandi funzionari della diciottesima dinastia si fecero seppellire. Tra loro, Horemheb. Pensate che lo scavo è iniziato 44 anni or sono, perché il museo nazionale delle Antichità di Leiden aveva una serie di rilievi che provenivano dalla tomba di Horemheb, e aveva tre statue, una diade e due statue singole che provengono dalla tomba di Maya. Maya era il responsabile del tesoro del faraone. Ebbene nel 1975 il museo di Leiden insieme all’Egypt Exploration Society decide di andare in Egitto per ritrovare i monumenti da cui provenivano le statue e i rilievi che avevano in museo. E l’idea era di riuscire a trovare la tomba di Maya perché su una carta redatta da Karl Richard Lepsius, uno dei pionieri della nostra disciplina, era indicato dove era la tomba di Maya. All’epoca, negli anni Quaranta dell’Ottocento, era ancora visibile, ma negli anni Settanta del secolo scorso non più. E allora la spedizione dell’Epypt Exploration Society e di Leiden, diretta da Geoffrey Martin, parte per l’Egitto alla ricerca della tomba di Maya, che non troveranno nel 1975 ma ben undici anni dopo, nel 1986. Perché nel 1975 si trovano a scavare leggermente più a Sud della tomba di Maya e scoprono la tomba di Horemheb. Colui che era stato il generale di dell’esercito egizio, e che poi diventerà faraone dopo il breve regno di Ay. Ebbene dopo quella tomba furono trovate un’altra serie di tombe, quella di Maya nell’86, la tomba di Tya e Tya, nel 2001 fu trovata la tomba di Meryneith (o Meryre), intendente del tempio dell’Aton ad Akhetaten (Amarna) e a Men Nefer (Menfi). E da allora in poi quindi più di 15 tombe sono venute alla luce. Nel 2015 il museo Egizio di Torino si è unito al museo nazionale delle Antichità di Leiden e assieme ogni anno torniamo in Egitto per imparare a comprendere e a capire questa necropoli, dove gli altissimi funzionari si sono fatti seppellire e dove poi in epoca Tarda c’è stato un riuso della necropoli per arrivare fino agli anacoreti del deserto, quando l’Egitto si converte alla cristianità e questi monaci trovano rifugio lontano dalla vita comunitaria nel deserto, per pregare, per conoscere dio”. “L’importanza per noi di essere tornati sul campo”, conclude Greco, “è quella di riuscire a dare un contesto ai monumenti. Molti mi chiedono se adesso quando andiamo in Egitto riportiamo i monumenti in Italia, se riportiamo oggetti. Assolutamente no. L’Egitto, come l’Italia del resto, ha sottoscritto la convenzione Unesco nel 1970, quindi tutti gli oggetti che vengono ritrovati rimangono in Egitto, come è giusto che sia. Ma andare a scavare ci permette di avere nuove informazioni e di ricostruire la storia di oggetti importanti come questa statua che è di provenienza tebana ma che ci parla di un personaggio, Horemheb, che ha avuto un cursus honorum molto importante, e che prima di diventare sovrano si era fatto costruire per lui e per la moglie Mutnedjemet una tomba monumentale, cosiddetta tomba a tempio, con una serie di porte monumentali che davano accesso a delle corti proprio a Saqqara”.

#iorestoacasa. “Passeggiate del Direttore”: nel quarto incontro il direttore del museo Egizio descrive il papiro di Iuefankh, con il Libro dei Morti, dal suo arrivo a Torino con la collezione Drovetti allo studio del Lepsius. Focus sulla scena della “pesatura del cuore”

Le “Passeggiate del direttore”, pensate nell’impegno lanciato dal Mibact #iorestoacasa, sono giunte alla quarta puntata. Il direttore del museo Egizio di Torino, dopo aver conosciuto gli esiti della missione in Egitto di Bernardino Drovetti, stavolta si sofferma su “Il Libro dei Morti di Iuefankh”, un papiro di oltre 19 metri, che fa parte della collezione Drovetti e oggi rappresenta uno dei pezzi più importanti conservati a Torino. “Quando nel 1824 il papiro giunse a Torino con la collezione Drovetti”, ricorda Greco, “Jean François Champollion, che due anniprima, nel 1822, per primo aveva decifrato i geroglifici, si precipitò subito nella capitale sabauda per vedere il papiro, dispiaciuto in cuor suo che non fosse arrivato in Francia. E litigò subito con Cordero di San Quintino, primo direttore dell’Egizio di Torino, perché avrebbe voluto che il papiro fosse tagliato in riquadri da conservare sotto vetro. Il direttore la vinse e oggi possiamo ammirare il papiro di Iuefankh disteso in tutta la sua lunghezza”. Chi studiò per primo questo papiro e capì che si trattava di una serie di formule che servivano a concedere al defunto, quasi un passaporto dell’Aldilà, di passare una serie di ostacoli per poter giungere ai Campi di Iaru e a proseguire la vita nell’Aldilà, fu Karl Richard Lepsius autore di “Das Todtenbuch der Aegypter nach dem Hieroglyphischen Papyrus in Turin” (Il Libro dei Morti degli egizi secondo il papiro di Torino). “Fu il Lepsius che chiamò per primo questo testo il Libro dei Morti, in realtà gli antichi egizi lo chiamavano Uscire il giorno. E da quel momento questo papiro legherà Torino e il museo Egizio all’egittologia internazionale”. Lepsius venne a Torino, vide il papiro di Iuefankh. Capì che si tratta di una serie di formule unitarie che costituiscono quello che oggi noi chiamiamo Libro dei Morti. Lui lo chiamò Libro dei Morti, e ne fece una suddivisione in 165 capitoli, studio fondamentale ancora oggi con l’aggiunta di alcuni capitoli identificati in seguito.

L’esposizione del Papiro di Iuefankh con il Libro dei Morti al museo Egizio di Torino (foto Egizio)

La scena della pesatura del cuore illustrata sul Papiro di Iuefankh (foto Egizio)

Sul Libro dei Morti famosa è la scena della Psicostasia “La pesatura dell’anima” (o del cuore), di fondamentale valenza per la religione antica egizia. “Tutte le formule magiche contenute nel libro sono finalizzate proprio a questo momento quando il defunto si trova al cospetto di Osiride”. Il defunto saluta la dea Maat, la dea della giustizia. “Al centro della scena c’è una bilancia: su un lato c’è il cuore del defunto, sull’altro la dea Maat sormontata da una piuma, perché lei è leggera come una piuma. Se il cuore sarà più leggero il defunto potrà continuare il suo viaggio verso i Campi di Iaru; se sarà più pesante lo attende una creatura mostruosa, la Grande Divoratrice, muso di coccodrillo, parte anteriore di leone, e posteriore di ippopotamo (cioè tre tra gli animali più pericolosi per gli egizi), che è pronta a mangiare il cuore, impedendo al defunto di proseguire verso l’aldilà. Il giudice supremo è Osiride”. Il giudizio tutto avviene sotto gli occhi scrupolosi di Toth, dio della scrittura, che annota tutto sulla sua tavola scrittoria, quasi con funzione di segretario verbalizzante, alla presenza di 42 divinità che costituiscono in qualche modo il tribunale, presieduto da Osiride, che valuta il comportamento del defunto. “Il Libro dei Morti serve proprio a questo: a dare le risposte giuste e opportune per quando il defunto si troverà davanti al giudizio di Osiride nell’Aldilà”.