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Archeologia sperimentale a Roma. Ricostruito per un film un “montabelve” del Colosseo, uguale ai 28 montacarichi originali che portavano le bestie feroci nell’arena. Sarà la nuova attrazione dell’anfiteatro flavio, e valorizzerà l’arena coperta

L'imponente montacarichi per le belve realizzato come l'originale nelle viscere del Colosseo

L’imponente montacarichi per le belve realizzato come l’originale nelle viscere del Colosseo

Per l'inaugurazione del Colosseo l'imperatore Tito diede cento giorni di giochi

Per l’inaugurazione del Colosseo l’imperatore Tito diede cento giorni di giochi

Le belve, per fortuna, non ci sono più. Ma il montacarichi è proprio uguale a quello che quasi duemila anni fa, da Domiziano in poi, dai sotterranei del Colosseo portava le bestie feroci nell’arena per gli spettacoli di caccia (le venationes). Una grande gabbia di 1 metro e 80 per 1.40, alta un metro, che un sofisticato meccanismo di carrucole e tornio, azionato dalla forza di 8 uomini, riesce a far salire per 7 metri, dai bui sotterranei alla luce abbacinante dell’arena. Ricostruito con esattezza filologica dagli ingegneri Umberto Baruffaldi e Heinz Beste, che hanno lavorato al prototipo per 15 mesi con la supervisione della soprintendenza, torna a vivere nel Colosseo uno dei 28 montacarichi, di fatto stupefacenti macchine sceniche, che dall’epoca dell’imperatore Domiziano a Macrino assicuravano il sollevamento delle belve dai sotterranei per offrire uno spettacolo unico e sorprendente come in nessun altro anfiteatro dell’impero romano, funzionando anche come una straordinaria macchina del consenso.

Mosaico romano con raffigurati i giochi gladiatori nell'anfiteatro

Mosaico romano con raffigurati i giochi gladiatori nell’anfiteatro

La "damnatio ad bestias"

La “damnatio ad bestias”

All’inizio le venationes (combattimenti tra e con animali) si tenevano al mattino, come introduzione e complemento ai giochi gladiatori, che iniziavano nel pomeriggio: all’ora di pranzo invece andavano in scena le condanne a morte, cioè l’uccisione di condannati da parte di animali feroci (damnatio ad bestias). C’erano elefanti, orsi, tori, leoni, tigri: bestie feroci catturate in tutto l’impero, trasportate a destinazione e custodite in appositi luoghi chiamati vivaria sino al giorno dello spettacolo. Il numero di animali uccisi era stupefacente: per l’inaugurazione del Colosseo, ad esempio, l’imperatore Tito diede giochi per cento giorni, durante i quali morirono circa 2mila gladiatori e 9mila animali. Nel Colosseo gli animali feroci non potevano però accedere nell’arena dalle normali entrate, pertanto venivano portati nell’anfiteatro poco prima dello spettacolo e tenuti nei locali sotterranei dentro gabbie che poi erano sollevate da argani sino ai cubicoli posti tutt’intorno al podium, corrispondenti a botole che si aprivano sul piano dell’arena. Possiamo immaginare queste decine di belve sollevate simultaneamente sull’arena, una vera macchina dello spettacolo che proiettava in scena non solo bestie feroci, ma anche lupi, struzzi, cervi e felini animando spettacoli di caccia, e utilizzando la sua struttura anche per le condanne a morte. E se le bestie si rifiutavano di entrare nell’arena, alcuni inservienti (magistri) usavano delle torce per farle uscire. In caso di attacco da parte degli animali, questi inservienti potevano ritirarsi dentro alcune gabbie poste contro il muro del podio.

Per alzare la gabbia con le belve serviva la forza coordinata di otto uomini

Per alzare la gabbia con le belve serviva la forza coordinata di otto uomini

Il ministro Dario Franceschini  al Colosseo

Il ministro Dario Franceschini al Colosseo

Ora il “montabelve” – come già qualcuno chiama questo esempio di archeologia sperimentale – torna nei sotterranei del Colosseo, ricostruzione di una delle 28 strutture utilizzate dagli imperatori dell’Antica Roma per gli spettacoli nell’arena. C’è da scommettere che la struttura, ricostruita con materiali e meccanismi uguali a quelli usati dai romani, sarà la nuova attrazione dei visitatori. Il montacarichi è stato presentato nei giorni scorsi dal ministro dei Beni Culturali e del Turismo, Dario Franceschini, dalla direttrice del Colosseo, Rossella Rea, dal soprintendente speciale per il Colosseo e l’area archeologica di Roma, Francesco Prosperetti, e dal regista Gary Glassman, presente in veste di promotore della Providence Pictures che ha finanziato il progetto. “Sono molto contento di questa giornata”, afferma Franceschini. “Il Colosseo in tutta la sua grandiosità e maestosità non è solo simbolo di Roma, ma dell’Italia nel mondo. L’inaugurazione di questo bellissimo montacarichi aiuterà a capire la bellezza straordinaria di questo luogo. Oggi le nuove tecnologie consentiranno, senza interventi invasivi, di valorizzarlo fino in fondo. La positiva collaborazione tra il pubblico e il privato nella ricostruzione di uno dei più complessi apparati scenografici dell’antichità, dimostra quanto ancora si possa fare per la valorizzazione del Colosseo. La suggestione di questa macchina scenica potrà essere colta appieno quando sarà restituita l’arena all’anfiteatro Flavio, tra cinque anni” (per il progetto di copertura dell’arena, vedi il post https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/05/19/roma-il-colosseo-avra-di-nuovo-larena-come-era-fino-allottocento-franceschini-coi-diritti-tv-degli-eventi-si-pagheranno-i-restauri-dellarea-archeologica/).

La ricostruzione dell'arena coperta con la botola da cui uscivano le bestie feroci

La ricostruzione dell’arena coperta del Colosseo con la botola da cui uscivano le bestie feroci

Una scena del film "Colosseum. Roman Death trap"

Una scena del film “Colosseum. Roman Death trap”

Circa 200mila euro, spiega il direttore del monumento Rossella Rea, il costo dell’operazione del montacarichi delle belve nata dalla collaborazione tra la soprintendenza speciale per il Colosseo, il museo nazionale Romano, e l’Area archeologica di Roma e la Providence Pictures, che nel 2013 propose la ricostruzione di un montacarichi per la realizzazione del documentario “Colosseum – Roman death trap”, del regista Gary Glassman, assumendosi i costi dell’intera operazione. La proposta venne colta dalla soprintendenza. Misurarsi con un manufatto che corrisponda ai segni sopravvissuti sulle murature del sotterraneo, avrebbe potuto contribuire a far luce su aspetti ancora non completamente indagati dagli studiosi e sconosciuti al pubblico. Rossella Rea rilanciò con due proposte, chiedendo che il dispositivo scenico doveva essere fedele all’originale, e funzionare e durare oltre la realizzazione del film a beneficio di studiosi e visitatori. “Si tratta di un intervento di archeologia sperimentale unico al mondo – afferma Rea – un manufatto posizionato con estrema precisione nella collocazione originale, senza neanche sfiorare le strutture antiche. Per il Colosseo un’ulteriore attrazione che andrà ad arricchire l’esperienza offerta ai visitatori del monumento simbolo di Roma”.

La complessa struttura lignea che sorreggeva il montacarichi

La complessa struttura lignea che sorreggeva il montacarichi

Sotto la direzione di Rea, il progetto è stato realizzato dall’ingegnere Umberto Baruffaldi con la consulenza scientifica dell’ingegnere Heinz Beste, dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma, e dall’architetto Barbara Nazzaro. Il documentario “Colosseum – Roman death trap”, già divulgato in America e ora in distribuzione nel resto del mondo, segue passo dopo passo la progettazione del macchinario. “È un importante intervento di archeologia sperimentale che porta un valore aggiunto all’anfiteatro – sottolinea Prosperetti – svelandoci in concreto cosa potessero essere gli spettacoli al Colosseo. In questi anni ci stiamo sforzando di cambiare la percezione che i visitatori hanno di questo luogo. Vogliamo far parlare questo monumento, e parte della sua storia. La ricostruzione dell’intera arena, su cui stiamo lavorando, dovrà restituire in chiave contemporanea questa grandiosa macchina scenica, che dal III secolo è arrivata ad avere ben 60 ascensori, oltre 20 piani inclinati utilizzati per sollevare le scenografie”.

La gabbia sollevata dal montacarichi misura 180 cm per 140, con un metro di altezza interna

La gabbia sollevata dal montacarichi misura 180 cm per 140, con un metro di altezza interna

La gabbia misura 180 cm per 140, con un metro di altezza interna. L’ascensione, di circa 7 metri, è ottenuta, invece, con 15 giri di argano. Per far funzionare il montacarichi delle belve, dal peso complessivo di 3300 kg, sono necessari 8 uomini schierati nella parte inferiore del montacarichi, più tre manovratori posizionati sul piano superiore della struttura. Dopo la messa in onda del documentario di Glassman, la macchina scenica sarà resa visibile a tutti i visitatori, entrando a far parte dei percorsi didattici e delle visite guidate al Colosseo, mostrando tutti i meccanismi anche se per il momento senza “movimentazione”. “Una cosa davvero straordinaria e unica”, commenta Franceschini. Realizzato in legno (il prototipo fu mostrato anche al presidente Usa Obama, durante la sua visita all’anfiteatro Flavio) il “montabelve” poteva sollevare fino a 300 chili di carico “cervi, antilopi, cinghiali”, dice Rea, ma anche leopardi, struzzi, lupi, persino orsi, le cui ossa sono state trovate nelle fogne del Colosseo.

Roma. Il mito dei Dioscuri rinasce con il restauro delle statue della salutifica Fonte Giuturna al Foro Romano. Mostra nel tempio di Romolo

La fonte Giuturna (Lacus Iuturnae) emersa al Foro Romano con gli scavi di Giacomo Boni

La fonte Giuturna (Lacus Iuturnae) emersa al Foro Romano con gli scavi di Giacomo Boni

Le sue acque per secoli furono considerate salutifiche: la fonte Giuturna (lacus Iuturnae), una delle più antiche e importanti di Roma antica, divinizzazione di Giuturna sorella di re Turno, sorgeva nel Foro Romano tra il tempio dei Càstori (come i romani chiamavano i Dioscuri privilegiando il nome di uno dei due gemelli divini, Càstore e Polluce) e la casa delle Vestali o tempio di Vesta, e le sue acque sgorgavano ai piedi del Palatino. Fu realizzata tra la fine del II e l’inizio del I secolo a.C., probabilmente nel 117 a.C. Lucio Cecilio Metello Dalmatico restaurò il vicino tempio dei Càstori. In epoca repubblicana fu monumentalizzata, e sotto Augusto il bacino fu rivestito di marmo con un piedistallo rettangolare al centro. La fonte Giuturna fu individuata dagli scavi di Giacomo Boni nel 1900. Più tardi, negli anni Ottanta, è stata oggetto di studio e ricerca da parte dell’Istitutum Romanum Finlandiae. Nel bacino furono rinvenute le statue dei Dioscuri fatte a pezzi, originariamente poste, quasi certamente, sul piedistallo centrale. Raffiguravano i Dioscuri nell’atto di abbeverare i loro cavalli alla fonte, come nella loro leggendaria apparizione nel Foro prima della vittoriosa battaglia del Lago Regillo.

L'allestimento all'interno del tempio di Romolo con le statue dalla fonte Giuturna

L’allestimento all’interno del tempio di Romolo con le statue dalla fonte Giuturna

Sezione del tempio di Romolo con l'allestimento sul Lacus Juturnae

Sezione del tempio di Romolo con l’allestimento sul Lacus Iuturnae

Ora il mito dei Dioscuri rinasce al museo della fonte Giuturna. Fino al 20 settembre tornano infatti visibili al pubblico sette grandi sculture legate al contesto della fonte di Giuturna (Lacus Iuturniae). La mostra, curata da Patrizia Fortini con la collaborazione dell’Istituto Nazionale di Archeologia e di Storia dell’Arte, è anche l’occasione per la riapertura al pubblico del Tempio di Romolo al Foro Romano, restaurato nel 2000 (con un intervento che ripristinò l’antica volumetria con la demolizione della volta barocca), che ha subito ulteriori recenti interventi alle pitture murarie (risalenti al medioevo). L’edificio ospita l’allestimento, promosso dalla soprintendenza speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’Area Archeologica di Roma, guidata da Francesco Prosperetti, in collaborazione con Electa.

Il soprintendente Francesco Prosperetti all'interno del tempio di Romolo

Il soprintendente Francesco Prosperetti all’interno del tempio di Romolo

“Il significato di questa mostra va oltre il suo contenuto specifico, è un evento emblematico di una stagione nuova che in realtà non ho iniziato io ma l’ex soprintendente Mariarosaria Barbera”, spiega Francesco Prosperetti, nuovo soprintendente per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’Area Archeologica di Roma. L’esposizione riunisce le opere emblematiche legate al mito dei Dioscuri. Il gruppo scultoreo dei due divini fratelli con i rispettivi cavalli e l’ara che sui quattro fronti riporta immagini legate alla loro leggenda, insieme ad una ieratica statua di Apollo e al puteale in marmo bianco del pozzo della sorgente. Il puteale riporta due iscrizioni che ricordano il magistrato Marcus Barbatius Pollio (I sec. a.C.), il quale lo dedicò a Giuturna. Iuturnai sacrum si legge, in riferimento alla ninfa con la quale i romani personificarono – come d’uso – la fonte sacra. I due miti del lacus Iuturnae sono collegati tra loro, in quanto la leggenda vuole che i Dioscuri siano apparsi ai romani per guidarli contro i Latini nella battaglia al lago Regillo (499 a.C.) per la difesa di Roma. Furono poi visti abbeverare i loro cavalli alla fonte di Giuturna e annunciare in città la vittoria.

Il mito dei Dioscuri rivive nella mostra sulla fonte Giuturna al tempio di Romolo

Il mito dei Dioscuri rivive nella mostra sulla fonte Giuturna al tempio di Romolo

Il gruppo dei Dioscuri fu trovato in pezzi nella vasca della Fonte di Giuturna e in seguito ricomposto, come risulta evidente dall’attuale stato di conservazione, al punto da far supporre che le statue fossero state intenzionalmente colpite. La mostra ha offerto l’occasione di restaurare le opere esposte e risarcire le lacune con malte che favoriscono la lettura delle parti originali. Il gruppo in stile arcaico è databile tra la fine del II sec. e l’inizio del I sec. a.C. Di età augustea il puteale, stando all’iscrizione riportata, mentre l’ara risalirebbe al II sec. d.C. Sui quattro lati vi sono raffigurati i Dioscuri, su un lato Giove e su un altro Leda, genitori dei gemelli, e sulla quarta faccia una figura femminile con una fiaccola, forse Giuturna. La statua di stile arcaizzante di Apollo, databile al I-II secolo d.C., che completa la rassegna nel tempio di Romolo è uno splendido esemplare in marmo greco che probabilmente decorava il vicino edificio dove aveva sede l’amministrazione delle acque e degli acquedotti (Statio aquarum). L’area archeologica da cui provengono le preziose sculture, è a poca distanza dal Tempio di Romolo dove sono presentate. Il punto dove sorgeva la fonte è facilmente identificabile: resta visibile il bacino con al centro il calco dell’ara, il cui originale è adesso in mostra. Un’edicola sacra, probabilmente il tempietto dedicato a Giuturna, e l’edificio in mattoni della Statio Aquarum che in origine doveva essere decorato da numerose sculture, completano il sito della fonte più importante a Roma in età arcaica.

“Vogliamo dedicar

Le statue provenienti dal Lacus Iuturnae saranno visitabili fino al 20 settembre al Tempio di Romolo

Le statue provenienti dal Lacus Iuturnae saranno visitabili fino al 20 settembre al Tempio di Romolo

ci intensamente all’area archeologica centrale – chiarisce Prosperetti – vogliamo fare vedere alla gente la ricchezza d’arte di questi luoghi che il visitatore normale non percepisce perché vede solo muri e mattoni. In realtà – sottolinea – questi luoghi erano colmi di sculture e marmi in ogni metro ed è importante riportare sui luoghi o almeno vicino ad essi le ricchezze che c’erano, per innescare un circolo virtuoso di crescita dei visitatori”. Il neo soprintendente ribadisce che questa “non è la prima iniziativa in questo senso” e ricorda che “la più recente è l’apertura del Museo Palatino, uno dei luoghi più frequentati dell’area archeologica centrale di Roma”. Quanto alle statue della fontana di Giuturna,  “resteranno visibili fino al 20 settembre. Dopo – conclude Prosperetti – c’è in programma la riapertura di una parte dell’Antiquarium forense, che dovrebbe avvenire entro la fine dell’anno”.