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Tutankhamon è morto in battaglia: tesi di ricercatore britannico

Particolare del sarcofago del faraone Tutankhamon

Particolare del sarcofago del faraone Tutankhamon

Tutankhamon sarebbe morto travolto da un carro da guerra. È l’ultima teoria sulla morte del faraone Tutankhamon proposta dal ricercatore britannico Chris Naunton in base a una autopsia virtuale sui resti del faraone.  “Poco prima della morte – ha sostenuto alla televisione britannica – potrebbe aver sostenuto una battaglia restandovi mortalmente ferito. Lo studioso ed i suoi colleghi dell’Istituto Forense di Cranfield, nella Bedfordshire County, hanno compiuto una autopsia virtuale dei resti del faraone concludendone che le lesioni sul corpo corrisponderebbero agli effetti dell’urto di un carro da battaglia subito al fianco da Tutankhamon mentre si trovava in posizione inginocchiata. Per il ricercatore molti indizi sarebbero stati fino ad oggi trascurati, fra gli altri un pezzo di tessuto di tela rinvenuto sul cadavere e il fatto, sostiene, che la mummia del faraone avrebbe preso fuoco all’interno del sarcofago a causa di un mix sbagliato di olii usato nell’imbalsamazione. Ora aspettiamoci le repliche di altri esperti.

Medinet Madi, nel cuore dell’Egitto un parco archeologico unico, tutto da visitare

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Una panoramica del parco archeologico naturalistico di Medinet Madi

C’è un parco archeologico che nel cuore della terra dei faraoni attende i turisti. Ma anche se Medinet Madi, all’oasi del Fayyum, è un unicum nell’offerta culturale dell’Egitto, gli appassionati tardano ad arrivare, direzionati su siti più famosi al grande pubblico.

La guida archeologica

La guida archeologica

Di qui l’invito accorato a visitare Medinet Madi da parte di Edda Bresciani, uno dei più grandi egittologi non solo italiani, professore emerito di Egittologia all’università di Pisa, dal 1966 impegnata ininterrottamente negli scavi archeologici nell’area del Fayyum e direttore scientifico del progetto Medinet Madi: “La Luxor del Fayyum, come viene definita, dovrebbe essere promossa maggiormente dai tour operator di qualità”, afferma decisa Edda Bresciani incontrata a Rovereto alla Rassegna internazionale del Cinema archeologico, dove ha presentato la guida archeologica “Medinet Madi”, un agile volumetto disponibile nella versione in italiano, inglese e arabo.

La valle delle Balene nello Wadi Rayan

La valle delle Balene nello Wadi Rayan

L’Egitto non è solo piramidi, valle dei Re e tesoro di Tutankhamon: ora la terra dei faraoni  offre anche il parco archeologico naturalistico di Medinet Madi, il primo in Egitto. È stato aperto nell’area dell’oasi del Fayyum, fertile regione a un centinaio di chilometri a sud-ovest del Cairo: “Un’oasi ancora autentica – spiega Bresciani – non intaccata dal turismo di massa e dalla cementificazione selvaggia. Il parco è collegato da una strada panoramica protetta che in 28 chilometri porta al Wadi Rayan, in cui si estende la famosa Valle delle Balene, uno dei più ricchi giacimenti di scheletri fossili di balene al mondo.

L'egittologa Edda Bresciani a Medinet Madi

L’egittologa Edda Bresciani a Medinet Madi

Decenni di ricerche e più di cinque anni per il progetto finanziato dalla Cooperazione Italiana sotto la direzione tecnica dell’Università di Pisa e del Supremo consiglio delle Antichità dell’Egitto hanno permesso di realizzare il primo parco archeologico lungo il Nilo con l’obiettivo dichiarato di portare nell’area del Fayyum un turismo alternativo e sostenibile. Turismo che per ora tarda ad arrivare. Solo pochi mesi dopo l’inaugurazione del parco (8 maggio 2011) è scoppiata la rivoluzione con la primavera araba che in Egitto ha portato alla deposizione del presidente Hosni Mubarak, bloccando sul nascere ogni sviluppo. Medinet Madi conserva l’unico tempio del Medio Regno con testi geroglifici e di scene scolpite presente in Egitto, e altri monumenti del periodo tolemaico, romano e copto: questa “città del passato”, come suona il nome arabo di Medinet Madi, si presenta con i suoi tre templi, la cappellina di Isis, i suoi dromoi, i leoni e le sfingi della via Processionale, la straordinaria piazza porticata, tutti consolidati dai puntuali lavori di restauro. “La visita al parco archeologico di Medinet Madi – continua l’egittologa – consente di rivivere lo sviluppo di una cittadina dell’Antico Egitto in un lungo arco di tempo che va dal II millennio a.C. all’età imperiale romana (IV sec. d.C.)”.

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Mappa dell’area sacra di Medinet Madi

Fu Ippolito Rossellini a iniziare nel lontano 1926 le ricerche nella regione del Fayyum, già esplorata dagli archeologi tedeschi nel 1910. Ma fu il papirologo Achille Vogliano dell’Università di Milano a scoprire Medinet Madi che scavò dal 1935 al 1939, quando lo scoppio della II Guerra Mondiale bloccò ogni iniziativa. Ciò che riuscì a portare alla luce, pur rappresentando circa la metà di quello che ad oggi la squadra italo-egiziana ha scoperto, fu comunque l’avvio di una nuova importante stagione di ricerca: ricordiamo  la scoperta del tempio di Isis Ermuthis (la versione greca di Renenutet) e l’individuazione del tempio del Medio Regno realizzato da Amenemhet III della XII dinastia. “Per noi ricercatori – fa presente Bresciani – è stata una fortuna che il tempio di Amenemhet III abbia subito  un importante, massiccio e significativo restauro in epoca tolemaica. Questo ha fatto sì che il tempio di Medinet Madi sia l’unico del Medio Regno giunto fino a noi in buone condizioni. I Tolomei hanno ristrutturato il tempio nel suo complesso compresa quindi l’area sacra di pertinenza con servizi e magazzini annessi”.

Medinet Madi riemerge poco a poco dalle sabbie

Medinet Madi riemerge poco a poco dalle sabbie

L’egittologa ricorda lo stupore con cui, durante la rimozione della sabbia “sono state ritrovate le cose più eclatanti, dal punto di vista archeologico”, dalle due coppie di leoni posizionate all’ingresso del dromos dedicati alla dea Ermuthis al tempietto ellenistico nel chiosco sud. E ancora: “Nel cosiddetto tempio “C” tolemaico, dedicato al culto dei due coccodrilli, in un edificio con volta a botte giustapposto al muro settentrionale, è stata trovata la cosiddetta “nursery” dei coccodrilli”. La scoperta risale al 1999: una buca profonda circa 60 centimetri conteneva più di 30 uova di coccodrillo ricoperte da uno strato di sabbia. Molte delle uova presentavano feti di coccodrillo a vari stati di evoluzione. L’ipotesi è che l’edificio avesse funzione di luogo di incubazione per coccodrilli “sacri”, prima di essere sacrificati, mummificati e venduti come ex-voto a devoti e pellegrini.  Missione dopo missione, grazie alla rilevazione satellitare è stato possibile capire l’organizzazione urbana dell’area sacra così da poterne integrare la pianta con elementi importantissimi come il castrum Narmoutheos (rinvenuto nel 2007), un campo fortificato dell’epoca di Diocleziano (IV sec. d.C.) di cui si sapeva l’esistenza grazie a fonti scritte, ma di cui si ignorava la posizione fino alla sua riscoperta con il foto rilevamento. Grazie a queste informazioni il sito è oggi importante non solo per le conoscenze delle singole strutture architettoniche, ma perché ci permette di ricostruire e quindi di apprezzare l’impianto urbanistico di una cittadina del Medio Regno.

La scultura della dea-leonessa a guardia dell'ingresso

La scultura della dea-leonessa a guardia dell’ingresso

Nel 2006 sono stati scoperti 5 nuovi leoni con zoccolo. “E stavolta siamo stati fortunati perché, diversamente dagli altri trovati nel corso degli anni, questi non erano “muti”: portavano cioè un’iscrizione – in questo caso greca – con dedica  di un fedele a Iside. L’iscrizione contiene la citazione di un fatto che ci permette di datarli esattamente al 116 a.C. (l’epoca di Tolomeo VIII – Cleopatra II)”. Eccezionale anche l’ultima scoperta fatta in ordine di tempo nel cosiddetto “chiosco nord”: la statua di una leonessa con ben evidenti le quattro mammelle a una delle quali è attaccato un leoncino che sta succhiando il latte. Una scena molto tenera che è un unicum. Ovviamente la leonessa non è altro che una divinità che protegge l’ingresso del chiosco. Un qualcosa di simile lo possiamo trovare in un rilievo rinvenuto in Nubia e riferito alla dea Tefnut dalla testa leonina: è disegnata di profilo, sempre con quattro mammelle ma senza leoncino. In entrambi i casi c’è un particolare che merita una riflessione: il felino è rappresentato con la criniera anche se è una leonessa. “Tutti sapevano, anche all’epoca, che le leonesse non hanno la criniera – prerogativa dei maschi – e portano una pelliccia molto liscia”, assicura Bresciani che si chiede: “Perché dunque questo particolare chiaramente non corrispondente all’osservazione in natura?  Aggiungendo e mostrando la criniera, l’artista credo abbia voluto dare l’idea di forza, di vigore (tipiche del maschio) a questa divinità posta a difesa dell’ingresso del chiosco nord”.

Oggi, col parco archeologico, ai visitatori è possibile rivivere tutte queste emozioni  e informazioni grazie a un percorso completo attraverso tutto il sito, preparato all’ingresso da un Visitor Center che accoglie l’ospite con tutti i servizi (dalla caffetteria al bookshop) e lo prepara alla visita. È evidente che il Parco archeologico al Fayyum è un impulso al turismo, però sempre controllato, cui si offre l’occasione di ammirare questa cittadina del Medio Regno che si sviluppa fino all’età tolemaica per arrivare all’epoca romana con la grande piazza porticata,  che è un altro unicum in Egitto.

Osiride e l’altro Egitto: il Veneto svela i misteri della terra dei faraoni

Il progetto "Osiride e l'altro Egitto"

Il progetto “Osiride e l’altro Egitto”

Fino a gennaio mostre ed eventi tra Dolo, Borgoricco e Padova

Scoprire l’antico Egitto restando in Veneto. Fino a gennaio 2014 il progetto “Osiride e l’altro Egitto” tra Dolo, in Riviera del Brenta nel Veneziano, Borgoricco nella zona centuriata padovana, e la stessa Padova, svela attraverso mostre e molti eventi collaterali i misteri dell’antico Egitto: spostandosi di pochi chilometri nel cuore del Veneto è possibile viaggiare nella terra dei faraoni, visitare luoghi e incontrare personaggi unici in Egitto, vivere in diretta il fascino di una delle civiltà più antiche e famose della storia. Grazie alla collaborazione delle università di Padova e di Venezia Ca’ Foscari, della regione Veneto, delle soprintendenze preposte ai 29 musei coinvolti  nel progetto VenetoEgitto, ai Comuni e a Enti e associazioni private, è stato possibile allestire due mostre e promuovere iniziative collaterali (che meritano singoli approfondimenti che affronteremo in successivi post). Intanto vediamo  a grandi linee le caratteristiche delle tre sedi coinvolte.

Borgoricco, “La tomba di Pashedu: un artista al servizio del faraone”

La ricostruzione della tomba di Pashedu

La ricostruzione della tomba di Pashedu

Fino al 6 gennaio al museo della Centuriazione romana di Borgoricco (orario: lun-sab 9-12.30, mer ven e sab anche 15-18; dom solo in occasione degli eventi collaterali) viene presentata la riproduzione in scala 1:1 della celebre tomba egizia di Pashedu, artigiano ed artista del periodo di Ramses II (XIX dinastia) , realizzata fedelmente con tre anni di paziente lavoro da Gianni Moro di Motta di Livenza, grande appassionato del mondo egizio: in una struttura di 5 metri per 2,50 metri, si scoprono la camera sepolcrale, il relativo corridoio di accesso e i minuziosi dipinti nelle pareti, rinvenuti nella necropoli di Deir-el-Medina, il villaggio degli operai che lavoravano alle tombe reali della Valle dei Re.

Dolo, “L’Osireion di Abido: viaggio nel cuore spirituale dell’antico Egitto”

L'associazione Osirion di Abido

L’associazione Osirion di Abido

Fino al 6 gennaio alle Antiche Scuderie di Dolo (orario: tutti i giorni 16-1930) prendono forma i sogni, le fatiche, le intuizioni di Paolo Renier, un fotografo, un grande fotografo, profondamente innamorato dell’Egitto e del suo centro spirituale più importante, Abido, a 150 chilometri da Luxor, dove da un quarto di secolo raccoglie immagini, fa reportage, incontra persone, trasformando i suoi viaggi sul Nilo in veri e propri pellegrinaggi sulla mitica tomba di Osiride. Con quella messe di informazioni in mostra si propone l’Osireion ricostruito in parte in scala 1:1 da Romeo Tonello e dal suo team RexPol e riproposto nella sua interezza dal modello in scala 1:20 di Maurizio Sfiotti. Percorsi multimediali e interattivi, foto e filmati 3D, curati da Cultour Active, arricchiscono l’esposizione e guidano alla scoperta dei misteri dell’Egitto più antico, inaccessibile ai grandi flussi turistici: il visitatore può camminare nella Camera Centrale e scoprire la magnificenza della decorazione della Stanza del Sarcofago.

Padova, “Giovan Battista Belzoni: il padovano che scoprì l’antico Egitto”

La statua della dea Sekhmet conservata a Padova

La statua di Sekhmet conservata a Padova

Il viaggio veneto nell’antico Egitto si chiude alla collezione egizia del museo archeologico di Padova (orario: 9-19, lun chiuso), 180 reperti Tra i materiali spiccano due reperti di eccezionale rilevanza, legati alla figura del padovano Giovan Battista Belzoni che ha legato il proprio nome a grandi scoperte nella terra dei faraoni: nel marzo del 1819 proprio Belzoni, anche se lontano dalla patria già da diversi anni, donò alla sua Padova due statue raffiguranti la dea Sekhmet, dalla testa di leonessa, scoperte nel corso delle sue esplorazioni nell’antica Tebe; inoltre, a Belzoni e al suo breve rientro a Padova nel 1819 sono riconducibili alcuni papiri in aramaico, donati al Museo dai suoi eredi. “La visita alla collezione – spiegano gli organizzatori – completa quindi il nostro viaggio permettendo di cogliere in modo coerente l’evoluzione di una cultura millenaria che ha influenzato sotto molti aspetti la storia dell’intero mondo affacciato sul Mediterraneo”.