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“Storie dal Colosseo. Lezioni di Epigrafia”. Quarto e ultimo appuntamento con l’epigrafista Silvia Orlandi: siamo alle soglie della fine dei giochi e della dismissione definitiva del Colosseo come arena per spettacoli. Alcune iscrizioni ci raccontano di restauri dell’anfiteatro per crolli provocati da terremoti tra V e VI secolo

Federica Rinaldi, responsabile del Colosseo, e Silvia Orlandi, epigrafista dell’università la Sapienza di Roma (foto PArCo)

Per la quarta e ultima lezione di epigrafia con la professoressa Silvia Orlandi, docente di Epigrafia latina alla Sapienza Università di Roma, accompagnata da Federica Rinaldi, responsabile del monumento, in qualche modo si chiude il cerchio del racconto iniziato con l’iscrizione di Lampadio, portandoci fino alle soglie della fine dei giochi e della dismissione definitiva del Colosseo come arena per spettacoli. Come già in epoca precedente, ancora nel corso del V secolo d.C. e probabilmente anche nel VI secolo d.C. Roma è squassata da violenti terremoti che non risparmiano neanche il Colosseo. Le gradinate, il piano dell’arena, le gallerie di servizio e persino il podio sono interessati da forti danneggiamenti che richiedono ingenti somme di denaro per il loro ripristino. Lo sappiamo ancora una volta dagli stessi fautori di queste ricostruzioni, ovvero i prefetti urbani, alti magistrati preposti proprio alla tutela della città. Del più noto, Rufius Caecina Felix Lampadius, abbiamo già sentito parlare nel corso della prima lezione, perché dopo il 443 d.C. fu lui a promuovere i restauri, durante il regno di Teodosio II e Valentiniano III, celebrandone gli interventi addirittura riutilizzando l’epigrafe inaugurale dei giochi di Tito dell’80 d.C. Altrettanto importante fu il praefectus urbi Decius Marius Venantius Basilius che scolpì tre volte sulla pietra i nuovi restauri all’arena e al podio, resisi necessari a seguito di un ennesimo terremoto (nel 484 d.C. o nel 508 d.C.) definito addirittura abominandus! Le basi si conservano all’interno del fornice Ovest, la cosiddetta Porta Triumphalis.

La quarta lezione si tiene all’interno della Porta Triumphalis, il luogo in cui durante i giorni in cui si svolgevano gli spettacoli, i principali protagonisti delle attività sull’arena entravano trionfanti. “Nel V secolo”, ricorda Rinaldi, “Roma viene squassata da una serie di terremoti che compromettono ovviamente anche la stabilità dell’anfiteatro. Sono due i prefetti urbani che interverranno lasciando un segno di questo loro intervento per ricostruire quelle porzioni crollate dell’anfiteatro che erano indispensabili per continuare a svolgere alcuni spettacoli. Uno è il praefectus urbi Cecina Felix Lampadius, l’altro è Basilius.  Di loro ci parla la professoressa Orlandi”. “Abbiamo parlato di Rufus Cecina Felix Lampadius nel corso della prima lezione”, ricorda Orlandi, “perché è lui che abbiamo menzionato nel testo inciso sui blocchi che originariamente ospitavano l’iscrizione di Tito, quella relativa appunto all’inaugurazione dell’anfiteatro. E che nel V secolo fu riutilizzata per commemorare un restauro dell’edificio verosimilmente dopo il terremoto del 442-443”.

Base di statua con l’iscrizione di Decius Marius Venantius Basilius che ricorda i restauri del Colosseo da lui pagati dopo un terribile terremoto (foto PArCo)

“Qualche anno più tardi verso la fine del V secolo o all’inizio del VI secolo”, continua Orlandi, “si data invece un’altra iscrizione rinvenuta, anzi alcune altre iscrizioni tutte con lo stesso testo. Due sono altrettante basi di statue basi rinvenute nell’Ottocento e un’altra è nota solo da tradizione manoscritta da un codice del XVI secolo che riporta lo stesso testo. Ricorda come Decius Marius Venantius Basilius, che era praefectus urbi come Lampadius e anche console ordinario, ha restaurato l’arena e il podio del Colosseo che erano in rovina, crollati in seguito a un terribile terremoto (ABOMINANDI TERRAE MOTUS RUINA), il tutto SUM(P)TU PROPRIO, cioè a sue spese. Quindi siamo di fronte a un senatore potentissimo e ricchissimo che a proprie spese restaura le parti fondamentali dell’anfiteatro e per questo viene onorato con una serie di statue che dovete immaginare sorrette dalle basi che sono tutto ciò che oggi ci rimane”. La datazione dell’iscrizione di Decius Marius Venantius Basilius, come ricorda Rinaldi, ci viene dalle indicazioni del suo consolato, della sua titolatura che vengono quindi a supportare il contesto cronologico di riferimento, il tardo impero. Ma c’è anche un’indicazione indiretta che ci permette di dare una datazione precisa: è il segno grafico dell’iscrizione, quello che gli specialisti della materia chiamano ductus epigrafico. “È vero”, conferma Orlandi. “L’iscrizione che onora Decius Marius Venantius Basilius presenta una grafia molto irregolare. L’allineamento delle lettere non è quasi mai rispettato, l’impaginazione è piuttosto approssimativa, ed è piena anche di errori e correzioni che si vedono molto bene. È un tipico prodotto dell’epigrafia tardo-imperiale che testimonia come l’evoluzione del gusto, a cui assistiamo in questo periodo, rendeva accettabile anche per un pubblico altolocato come poteva essere appunto Decius Marius Venantius Basilius un prodotto di officina che in altre epoche avremmo definito scadente”.

L’iscrizione di Basilius riutilizzando una base con iscrizione dell’imperatore Carinus di due secoli prima (foto PArCo)

“Nell’altra base che riporta la stessa iscrizione”, fa presente Orlandi, “non vediamo errori e correzioni come nella precedente, ma assistiamo a un chiaro fenomeno di reimpiego perché l’iscrizione di Decius Marius Venantius Basilius è incisa riutilizzando un’iscrizione che si trova sul retro dedicata a Carinus e oggi vediamo capovolta. Quindi il visitatore curioso non mancherà di girare intorno alla base di Decius Marius Venantius Basilius per leggere quel che resta della dedica a Carinus imperatore della fine del III sec. d.C. che, benché capovolta, è tuttora leggibile sul retro della base di Basilius”. “Siamo giunti così quasi a quella che è la storia finale del Colosseo”, chiude Rinaldi. “Del resto queste sono le ultime informazioni o quasi che abbiamo. Sappiamo che nel 523 d.C. cade l’oblio sul Colosseo. Ma da qui partirà un’altra storia”.