Sei chili di monete d’oro del Califfato dei Fatimidi (X-XII secolo) scoperte sui fondali di Cesarea, in Israele: la nave che le trasportava naufragò quasi mille anni fa
Sei chili di monete d’oro: mai prima d’ora in Israele se ne sono trovate così tante insieme e in così buono stato di conservazione. Erano sparse sui fondali sabbiosi del porto di Cesarea, uno dei siti archeologici romani più importanti e più visitati di Israele. La scoperta – che testimonia un naufragio di circa mille anni fa – è stata annunciata dalla Israel Antiquities Authority, citata dal quotidiano Jerusalem Post e ripresa dal sito internet Israele.net. La scoperta è stata fatta un paio di settimane fa da quattro sub durante un’immersione. Tzvika Feuer, Kobi Tweena, Avivit Fishler, Yoav Lavi e Yoel Miller, tutti sub del club di Cesarea, hanno segnalato il ritrovamento alla soprintendenza di Archeologia marina israeliana (che ne ha elogiato il senso civico), i cui esperti si sono poi recati insieme ai sub nel luogo del ritrovamento, muniti di un metal detector, e hanno scoperto quasi duemila monete d’oro di epoca fatimide (XI secolo d.C.) di diverso taglio, dimensioni e peso: un dinaro, un quarto di dinaro. Tra queste, la più antica (un quarto di dinaro) è stata coniata a Palermo nella seconda metà del IX secolo. Non si esclude che ci possano essere altri reperti sotto la sabbia oltre a quelli già riportati a galla.
Le monete sono di due tagli: dinaro e quarto di dinaro. Sul conio hanno stampigliate le insegne di vari posti del Califfato dei Fatimidi, grande impero che copriva gran parte del Medio Oriente, dell’Africa del nord e la Sicilia. I Fatimidi, partiti dalla Siria, conquistarono l’Egitto facendo del Cairo la loro capitale: regnarono dal 909 al 1171. La maggior parte delle monete hanno il segno del Califfo Al-Hakim (996-1021) e di suo figlio Al-Zahir (1021-1036) e furono coniate soprattutto in Egitto e nel Nord Africa. L’ultima moneta, rispetto a quella di Palermo, è stata forgiata nel 1036; e questo ha fatto pensare agli studiosi che la nave sia affondata attorno a quella data.
Kobi Sharvit, direttore della Unità di Archeologia Marina della Israel Antiquities Authority, è del parere che vicino al luogo del ritrovamento si trovi probabilmente il relitto di un battello ufficiale della tesoreria fatimide. Diverse le ipotesi: forse faceva rotta verso il governo centrale del Cairo dopo aver riscosso le tasse, oppure le monete erano destinate a pagare i salari del presidio militare fatimide di stanza a Cesarea. O forse le monete appartenevano a qualche grossa nave mercantile che faceva affari lungo le città costiere del Mediterraneo prima di affondare.
Le monete – come si diceva – sono conservate talmente bene da avere impressionato gli studiosi: sono in ottimo stato di conservazione e non necessitano di alcun intervento di pulizia o conservazione nonostante il fatto che siano rimaste in fondo al mare per un migliaio di anni. L’esperto numismatico della Israel Antiquities Authority, Robert Kool, ha detto che “le condizioni delle monete sono eccellenti nonostante siano state insabbiate per mille anni perché l’oro è un metallo nobile sul quale non ha impatto l’acqua o l’aria”. Kool ha anche spiegato che le monete hanno continuato a circolare anche dopo la conquista crociata della Terra Santa alla fine dell’XI secolo, in particolare nelle città di mare dove si concentrava il commercio internazionale. E ha concluso: “Molte delle monete trovate nel tesoro sono state piegate e mostrano i segni di denti e morsi, il che prova che vennero ‘fisicamente’ controllate dai loro proprietari o dai mercanti”.
Archeologia subacquea, missione in Israele dei robot italiani classe Tifone alla ricerca di tesori sommersi
Se entro il 1. luglio vi capita di navigare o balneare lungo le coste israeliane tra Cesarea e Akko, e per caso notate un’antennina che affiora tra le spume del mare e si muove in modo sospetto, tranquilli: non si tratta di qualche operazione segreta nelle acque territoriali di Israele né vi trovate nel bel mezzo del set di un nuovo film di James Bond mentre sta provando una delle sue nuove diavolerie tecnologiche. No, niente di tutto questo. Ma state assistendo in diretta a una missione archeologica alla ricerca di tesori sommersi e, più prosaicamente, per documentare i siti di interesse per l’Israel Antiquities Authority. Protagonisti della missione sono due robot subacquei autonomi, progettati dal dipartimento di Ingegneria industriale con la collaborazione del Centro “Enrico Piaggio” dell’Università di Pisa e un robot filoguidato, realizzato in collaborazione con il dipartimento di Scienza della Terra. Responsabile del progetto è Benedetto Allotta, ordinario di Meccanica applicata alle macchine, che dal 17 giugno al 1° luglio coordina le indagini in Israele. Nei fondali antistanti le coste israeliane si trovano infatti relitti di tutte le epoche e i resti un villaggio neolitico (Atlit Yam) sommerso in seguito alla fine delle glaciazioni. La missione archeologica israeliano-americana che si occupa delle indagini ha chiesto la collaborazione del team di ricercatori fiorentini, coordinato da Benedetto Allotta, con la sua flotta di veicoli sottomarini. I Tifoni e Nemo aiuteranno gli archeologi nel lavoro di scoperta di nuovi relitti e reperti sommersi, di documentazione dei siti scoperti e pianificazione dei nuovi lavori da effettuare.
I due Tifoni – realizzati nell’ambito del progetto regionale “Thesaurus”, attivo da marzo 2011 ad agosto 2013 – hanno una lunghezza di 3,7 metri, un peso di 170 chilogrammi, e possono superare i 5 nodi di velocità con un’autonomia di 8 ore. TifTu naviga in superficie con l’antenna emersa, è localizzabile grazie al segnale Gps e può localizzare a sua volta TifOne, che naviga in immersione. Il progetto “Thesaurus”, acronimo per “Tecniche per l’Esplorazione Sottomarina Archeologica mediante l’Utilizzo di Robot autonomi in Sciami”, ha per obiettivo rilevare, censire e monitorare a costi contenuti siti archeologici sottomarini, relitti e reperti isolati sommersi, fino a trecento metri di profondità. “Volevamo sviluppare veicoli che dessero la possibilità di effettuare ricognizioni a basso costo (e con minor rischio rispetto all’uso di subacquei professionali)”, spiga Allotta, “su ampi tratti di fondale marino e di ritornare periodicamente su siti precedentemente individuati per verificarne lo stato o riprendere i lavori di ricognizione e classificazione. A livello ingegneristico, l’obiettivo era quello di realizzare veicoli intelligenti che, mutuando tecnologie già sviluppate in campo militare e nel settore della ricerca petrolifera, riuscissero a fornire agli archeologi e agli scienziati interessati all’ambiente marino, come geologi, biologi, etc., strumenti dal costo relativamente contenuto e di facile utilizzo”.
TifOne – il primo dei veicoli che abbiamo realizzato, continua Allotta – e TifTu sono due Autonomous Underwater Vehicle della classe “Tifone”, nome scherzosamente preso a prestito dal libro di Tom Clancy “La grande fuga dell’Ottobre Rosso”. “Li abbiamo realizzati nell’ambito del progetto regionale “Thesaurus”, in collaborazione – oltre che con il Centro Piaggio dell’Università di Pisa – anche con l’Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione – CNR di Pisa e la Scuola Normale Superiore. I veicoli della classe Tifone, hanno una lunghezza di 3,7 metri, un peso di 170 chilogrammi, e possono superare i 5 nodi di velocità con un’autonomia di 8 ore. TifTu è identico a TifOne dal punto di vista naval-meccanico, ma è equipaggiato con sensori e apparati diversi in quanto nella diade ognuno dei due robot ha un ruolo specifico”. Della flotta fa parte anche un piccolo robot filoguidato (ROV = Remotely Operated Vehicle) denominato Nemo, realizzato da Dipartimenti di Scienze della Terra e di Ingegneria industriale nell’ambito di una collaborazione di UNIFI con la Protezione Civile per l’emergenza Costa Concordia. Essendo collegato alla superficie con un cavo di comunicazione ad alta velocità, Nemo – che ha dato luogo a due richieste di brevetto internazionale attualmente in fase di valutazione – consente all’archeologo di essere “presente” sulla scena, guidando il robot con un joystick”.

Molti i relitti e i tesori sommersi presenti nelle acque davanti ad Akko, la vecchia San Giovanni d’Acri
Dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso le coste Israeliane tra Caesarea e Akko (la vecchia San Giovanni d’Acri o semplicemente Acri) sono oggetto di indagine archeologica perché vi si trovano relitti di tutte le epoche e i resti un villaggio neolitico (Atlit Yam) sommerso in seguito alla fine delle glaciazioni. Un team israeliano-americano, che comprende archeologi delle Università del Rhode Island e di Luisville, sta lavorando nella zona e ha chiesto la partecipazione dell’Università di Firenze che ha contribuito con 7 ricercatori, con i suoi due Tifoni e con Nemo. “TifTu – ricorda il coordinatore del team fiorentino – naviga in superficie con l’antenna emersa e sarà localizzabile grazie al segnale GPS. TifTu ha a bordo uno strumento acustico denominato USBL che gli permette di localizzare TifOne, che naviga in immersione. I due veicoli possono scambiare informazioni tramite strumenti di comunicazione chiamati modem acustici. TifOne ha a bordo i sensori (payload) che acquisiscono i dati di interesse archeologico, ovvero due telecamere e un sonar a scansione laterale (SSS = Side-Scan Sonar). Ha inoltre un sistema di navigazione accurato che consente di “sbagliare poco” nella propria localizzazione anche se non riemerge da molto tempo e non riceve i dati di localizzazione forniti da TifTu. Le immagini georeferenziate – conclude – serviranno a effettuare una ricostruzione tridimensionale dei siti in cui si potrà navigare virtualmente come in un videogioco”.









Commenti recenti