Archivio tag | Antonio Aimi

I Conquistadores le misero al bando perché considerate “demoniache”: sono le musiche precolombiane che rivivono al MIC di Faenza nella mostra “Aztechi, Maya, Inca e le culture dell’antica America”

Il catalogo della mostra “Aztechi, Maya, Inca e le culture dell’antica America”, aperta fino al 28 aprile 2019, al Mic di Faenza

Volete sapere com’era la musica dei popoli precolombiani? Allora prima di tutto scordatevi le colonne sonore dei film. E poi recatevi a Faenza al Mic Museo internazionale delle Ceramiche e visitate la mostra “Aztechi, Maya, Inca e le culture dell’antica America” (aperta fino al 28 aprile 2019), a cura di Antonio Aimi e Antonio Guarnotta, avendo cura di prestare attenzione anche alla colonna sonora che accompagnerà in audioguida la visione delle raffinate ceramiche precolombiane qui per la prima volta riunite. “Se pensiamo alla musica nel Sud America ai tempi della Conquista”, interviene Claudia Casali, direttrice del museo faentino, “l’immagine che probabilmente ci torna più facilmente alla memoria è quella delle scene musicali di The Mission, il celebre film del 1986 diretto da Roland Joffé, vincitore della Palma d’oro al 39° Festival di Cannes. Nel film, angelici cori di bambini Guarani interpretavano melodie di straordinario fascino, scritte e dirette da quel mago delle colonne sono che è Ennio Morricone. Se la rievocazione filmica è una perfetta invenzione di un genio della musica, quello che invece è assolutamente vero è che danza, e canto e musica, considerati di origine divina, furono parte essenziale del patrimonio culturale delle popolazioni precolombiane. Come la mostra proposta dal nostro Museo, documenta”.

Fischietti in terracotta precolombiani al Mic di Faenza

“Non è oggi possibile ricostruire quali fossero le musiche precolombiane, non essendo disponibili tracce sonore o scritte originali”, scrive il professor Antonio Guarnotta in un brillante saggio del catalogo edito da Silvana. “Sono disponibili unicamente, oltre alle esecuzioni indigene attuali, rarissime testimonianze rilevate in epoche vicine alla conquista da parte di cronisti e viaggiatori. Uno degli effetti della musica precolombiana che colpì maggiormente i primi europei, era quello di provocare un forte senso di esaltazione religiosa o di trance allo scopo di onorare e propiziare le divinità ancestrali, in una vera e propria espressione di speranza e allo stesso tempo di timore verso di esse: sappiamo di certo che vari strumenti musicali originali vennero proibiti dai conquistatori in quanto il loro suono eccitava la popolazione indigena e spaventava quella europea che li assimilava a demoni”.

Il caratteristico teponaztli, tamburo orizzontale (dal sito xiuhcoatlahaukan.jimdo..com)

“Svariati strumenti musicali sono giunti dal passato fino a noi, in vari tipi di materiali: terracotta, osso, conchiglia, pietra, metallo, legno, canna e altri materiali di origine vegetale. Assieme a danza e canto, la musica formò parte essenziale del patrimonio culturale delle popolazioni precolombiane: miti e leggende ci parlano della sua origine divina che la ha destinata sia a repertori secolari e domestici (divertimento, festa, iniziazione, matrimonio, guerra, terapia magica delle malattie, corredo funebre) sia a complemento di rituali (rito e sacrificio, scongiuro di calamità cosmiche e naturali, riti agrari, riti dedicati alle forze naturali erette a personalità mitiche, offerte a montagne e vulcani). La musica indigena scaturisce dalla popolazione di cui riflette credenze, usi e ambiente, contribuendo a formare parte del proprio patrimonio inalienabile”. Di questo fondamentale patrimonio la mostra faentina da conto, sia attingendo alle immagini e alle forme di ceramiche qui esposte, sia con l’esposizione di strumenti originali. Utilizzati, forse per l’unica ed ultima volta, per creare la suggestiva colonna sonora di questa magica, imperdibile esposizione.

Aztechi, Maya e Inca giocavano a calcio molto prima degli europei. Alla mostra al Mic di Faenza per trovare gli “antenati”… di Ronaldo e Messi: si deve proprio ai popoli precolombiani l’invenzione del gioco con la palla

Dettaglio di una figura di divinità scelta per il manifesto della mostra “Aztechi, Maya, Inca e le culture dell’antica America” al Mic di Faenza

Volete conoscere gli “antenati”… di Ronaldo e Messi? Allora mettete in programma un giretto a Faenza (Ra) e visitate la spettacolare mostra che il MIC Museo Internazionale delle Ceramiche dedica fino al 28 aprile 2019 a “Aztechi, Maya, Inca e le culture dell’antica America” curata da Antonio Aimi e Antonio Guarnotta. Così si scopre, al di là della strepitosa bellezza e raffinatezza delle ceramiche esposte – veri e proprio capolavori d’arte -, che Aztechi, Maya e Inca giocavano a calcio molto prima degli europei, con tanto di tifo e di scommesse. Si deve proprio a questi popoli l’invenzione del gioco con la palla, che può essere considerato progenitore del nostro calcio e di tutti gli sport in cui si usa una palla che rimbalza. “Il gioco della palla”, scrive Aimi nel catalogo Silvana, “era presente in molte culture dell’antica America, dalla Mesoamerica alle Ande Meridionali, dall’Area Intermedia all’Amazzonia, ma non nell’Area Peruviana. Quello praticato nella Mesoamerica può essere considerato il gioco a squadra più antico del mondo, che aveva una centralità sconosciuta altrove e che ha lasciato monumenti impressionanti (il campo da gioco di Chichen Itza è lungo 168 metri) e paraphernalia straordinari”.

Statuetta di un giocatore di palla (collezione Ligabue)

“Il gioco della palla poteva essere praticato – continua il prof. Aimi – in spazi aperti o in costruzioni apposite, gli sferisteri, strutture allungate a forma di “I”, che erano delimitati o da bassi muretti o da grandi costruzioni con pareti inclinate o verticali, in cui, a partire dall’Epiclassico, erano inseriti degli anelli. Il terreno degli sferisteri era diviso a metà dai marcadores che delimitavano il campo di ogni squadra. Il gioco era la reiterazione di eventi dei miti cosmogonici di cui erano stati protagonisti gli eroi culturali e gli stessi dei…. Pur essendo nato come rituale religioso, nel corso del tempo il gioco della palla acquisì sempre più una componente profana, tant’è vero che le cronache riferiscono che alla vigilia della Conquista le partite erano accompagnate da un “tifo” appassionato e da numerose scommesse”.

Gioco della palla (Cultura Nasca, 350 a.C. – 550 d.C.)

Ma come si svolgevano quelle partite? I palloni usati erano più piccoli degli attuali. Il loro diametro non superava i 15 centimetri. La palla poteva essere colpita solo con le anche, le cosce o le ginocchia e ogni squadra doveva rinviare la palla nel campo degli avversari senza farla uscire dallo sferisterio, né farle toccare il terreno. Vinceva chi, commettendo meno errori, arrivava a totalizzare per prima un determinato punteggio. Ma quelle antiche partite anticipano anche altri sport di oggi, ad esempio la pallacanestro. Se, infatti, nel corso delle partite una squadra riusciva a far passare la palla attraverso gli anelli, che, a partire dal Postclassico erano stati collocati ai lati del campo, vinceva ipso facto la partita.

“Aztechi, Maya, Inca e le culture dell’antica America”: in mostra al museo internazionale delle Ceramiche di Faenza trecento reperti tra terrecotte e tessuti, e poi propulsori, sculture, stele, che raccontano in modo nuovo ed emozionale le culture precolombiane

Dettaglio di una figura di divinità scelta per il manifesto della mostra “Aztechi, Maya, Inca e le culture dell’antica America” al Mic di Faenza

Giovane dignitario seduto (Cultura Maya, periodo Classico, 300-900 d.C.) dalla collezione Ligabue

Figura di divinità (cultura classica del Veracruz, 200-500 d.C.)

Il museo internazionale delle Ceramiche (Mic) di Faenza “scava” nelle proprie collezioni e depositi. Il risultato è la mostra “Aztechi, Maya, Inca e le culture dell’antica America”, a cura di Antonio Aimi e Antonio Guarnotta, aperta al pubblico dall’11 novembre 2018 al 28 aprile 2019: una mostra dove fascino, bellezza, storia, tecnologia e ricerca scientifica si intersecano e si fondono per offrire al pubblico, uno spettacolo per gli occhi e interrogativi per la mente. In mostra circa trecento reperti (terrecotte e tessuti) della collezione del MIC di Faenza insieme ad altre opere (propulsori dorati, sculture, stele, ecc.) provenienti dai più importanti musei italiani di antropologia e da due collezioni private. Il MIC di Faenza possiede infatti una delle più interessanti collezioni italiane d’arte precolombiana, costituita da quasi 900 reperti. Il primo nucleo importante risale al prebellico. La collezione si arricchì poi nel dopo guerra, grazie alle donazioni di musei e istituzioni come l’Instituto Nacional de Arqueología y Historia di Città del Messico, The University Museum di Philadelphia, Museo Nacionál de Antropología y Arqueología di Lima, Museo Nacionál di San José ed è accresciuta fino ad oggi grazie a numerose donazioni private, alcune anche recenti. La mostra è arricchita di alcuni reperti, anche di altissimo livello e in alcuni casi unici al mondo, provenienti dalle collezioni del MDS (museo degli Sguardi) di Rimini, del MNAE (museo nazionale di Antropologia ed Etnologia) di Firenze, del MUCIV (museo delle Civiltà) di Roma e del MUDEC di Milano, unitamente a prestiti di alcuni collezionisti privati. “Una mostra orgogliosamente controcorrente”, sottolinea Claudia Casali, direttrice del Mic. “In un periodo in cui le mostre a carattere etnoantropologico tendono spesso a mettere a fuoco una singola cultura”, spiegano i curatori, “la mostra “Aztechi, Maya, Inca e le culture dell’antica America” vuole presentare una visione complessiva dell’America precolombiana in grado di offrire al visitatore sia una sintesi dei tratti pan-americani comuni alle diverse culture, sia gli approfondimenti specialistici e monotematici più interessanti. In un caso e nell’altro la mostra non dà nulla per scontato, non ripropone visioni superate, ma parte dalle ricerche archeologiche ed etnostoriche più recenti e più avanzate per presentare in modo nuovo gli elementi più affascinanti dell’antica America”.

Tamburo (cultura Nasca) dal museo delle Culture di Milano (foto Comune di Milano)

Scultura antropomorfa (cultura Chimù, 900 – 1470 d.C.) da collezione privata

“Questa è una mostra di emozioni”, anticipa ancora Casali, “che condurrà il visitatore a contatto diretto con civiltà che sono nell’immaginario di tutti, troppo spesso raccontate solo con gli occhi di chi le ha soppresse e depredate”. L’esposizione offre una sintesi nuova e aggiornata sulle più importanti culture dell’antica America e presenta al contempo alcuni dei temi più interessanti emersi dalle ricerche più recenti: la conquista dell’America vista dalla parte dei vinti, la condizione della donna, i sistemi di calcolo dell’antico Perù e l’arte precolombiana presentata come arte e non solo come archeologia. “Certo questa si presenta come una importantissima ed originale mostra d’arte. I pezzi qui riuniti sono degli autentici capolavori”, afferma la direttrice Casali. “Nell’ampia introduzione e nelle sezioni del percorso, in una ambientazione di grande suggestione evocativa, il visitatore ammirerà reperti di incredibile bellezza formale, veri capolavori d’arte, ma soprattutto verrà accompagnato a capirne la provenienza, l’utilizzo e il significato, in un viaggio all’interno delle culture di un continente per molti versi ancora da scoprire o per lo meno da indagare”.

Vaso cilindrico (cultura Maya, periodo Classico, 300 – 900 d.C.) dalla collezione Ligabue

Protagonisti al Mic saranno gli Aztechi, il più potente impero della Mesoamerica, che stupirono i conquistadores per il livello della loro organizzazione sociale, non dissimile da quella dell’Europa del tempo, pur in presenza di aspetti, come il cannibalismo e i sacrifici umani, inaccettabili per i nuovi arrivati. Poi i Maya, del Periodo Classico, un popolo che ha saputo elaborare sistemi calendariali raffinatissimi e una scrittura logo-sillabica che è stata decifrata solo negli ultimi decenni. E infine gli Inca, che costruirono il più grande impero di tutto il Nuovo Mondo. Con una organizzazione sociale che ha spinto alcuni studiosi a parlare di “socialismo”.

Bottiglia antropomorfa con ansa a staffa (cultura Moche, 100 a.C. – 850 d.C.)

“Di queste culture abbiamo voluto offrire una visione che va oltre l’ammirazione del livello artistico raggiunto nell’arte ceramica”, sottolineano Aimi e Guarnotta. “Siamo alle soglie del V Centenario della Conquista del Messico e ci sembra giunto il momento di condividere una nuova lettura di quell’evento, che nasca dalla visione dei vinti, contraddicendo così molti stereotipi sull’antica America. E a proposito di stereotipi, vogliamo sottolineare che la nostra mostra mette in evidenza un dato nuovo e di grande attualità: la condizione della donna in alcune società guerriere e apparentemente maschiliste (Aztechi, Costa Nord del Perù) era migliore di quella dell’Europa del tempo”.

Bottiglia a due beccucci (cultura Nasca, stile monumentale, 100 – 700 d.C.)

Altri focus avvicineranno i visitatori ad aspetti importanti di queste civiltà, dalla scrittura maya (presente in alcuni dei vasi esposti), al calcolo. “Al Mic, per la prima volta al mondo”, assicurano gli organizzatori, “una mostra offrirà al visitatore la possibilità di cimentarsi nei calcoli come facevano gli Inca, usando abachi a base 10 e 40. In termini di primati, ancora una volta in prima mondiale, chiunque avrà l’opportunità di conoscere la propria data di nascita tradotta nei tre calendari dei Maya. O di scoprire il gioco di squadra più antico del mondo: il gioco della palla praticato in Mesoamerica, anche se più che di uno sport si trattava di un rituale religioso. In mostra, accanto a testimonianze in questa antica tradizione, i video consentiranno di ammirare i giocatori di oggi in azione. A completare il percorso emozionale concorrerà anche la musica, diffusa da registrazioni realizzate con gli antichi strumenti musicali esposti”.