Alla scoperta dei nuraghi: al museo Pigorini di Roma giornata dedicata a Giovanni Lilliu. Prorogata la mostra “L’isola delle Torri”
Giornata speciale sabato 28 marzo al museo Preistorico etnografico “Pigorini” di Roma dedicata al grande archeologo e intellettuale sardo Giovanni Lilliu. In concomitanza con il prolungamento fino al 7 aprile della mostra “L’isola delle Torri. Giovanni Lilliu e la Sardegna nuragica”, realizzata nel centenario della nascita di Lilliu (marzo 2014: vedi il post della mostra nella prima tappa di Cagliari https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/?s=lilliu), appuntamento in sala conferenze, alle 15, per un pomeriggio di incontri a lui dedicato: occasione per conoscere le recenti ricerche nell’isola che hanno consentito un nuovo approccio al mondo nuragico e ai suoi principali aspetti culturali: gli abitati, i nuraghe, i luoghi legati ai culti delle acque.
Le archeologhe Gianfranca Salis e Luisanna Usai, curatrici con il soprintendente Marco Minoja dell’esposizione, proporranno alcuni approfondimenti su temi trattati nella mostra, con particolare riferimento a diverse e significative espressioni architettoniche di ambito civile e religioso. Verrà dato risalto alla capacità di costruire delle genti nuragiche che hanno realizzato nell’età del Bronzo strutture monumentali che non trovano uguali nelle coeve civiltà del Mediterraneo occidentale. Una perizia tecnica che rivela grandi conoscenze teoriche e capacità progettuali tanto che verrebbe spontaneo parlare di ingegneri e architetti nuragici. Partendo da contesti scavati in tempi recenti – nuraghe Oes (Giave), nuraghe Alvu (Pozzomaggiore), santuari di Sa Sedda’e Sos Carros(Oliena) e S’arcu ‘e is Forrus (Villagrande) per citarne solo alcuni – si forniranno elementi per cercare di ricostruire le vicende della civiltà nuragica.
La prof.ssa Anna Depalmas dell’università di Sassari ci parlerà di Abini (Teti), sito archeologico che rientra nella categoria del villaggio-santuario, in cui si ritrovano sia strutture abitative sia elementi tipici dei luoghi di culto come il monumento centrale incentrato sulla presenza dell’acqua, il recinto sacro e i sedili per accogliere i fedeli. La località è nota per avere restituito un numero molto elevato di utensili e statuine di bronzo, per lo più ritrovamenti avvenuti nell’Ottocento nell’ambito di ricerche clandestine, giunti sino a noi solo grazie ad acquisti e donazioni che li hanno portati al Museo Nazionale di Cagliari. Nel 2013 sono ripresi gli scavi archeologici finalizzati all’individuazione delle principali strutture del villaggio, alla determinazione delle fasi di impianto e di frequentazione delle stesse, alla localizzazione e caratterizzazione delle aree di manifattura dei bronzi e alla comprensione delle relazioni tra queste e gli spazi propriamente cultuali.
Concluderà il pomeriggio il dott. Fabio Bettio, Visual Computing del CRS4 di Cagliari (cui si deve il progetto Digital Mont’e Prama) che presenta l’esperienza fatta nello sviluppo di tecnologie per l’acquisizione, il trattamento e l’esplorazione di modelli digitali accurati, discutendone la loro applicazione per lo studio e la valorizzazione del complesso scultoreo di Mont’e Prama. Il progetto è un esempio di come la disponibilità di modelli digitali di alta qualità è un fattore fondamentale per migliorare le nostre capacità di studiare e comunicare il nostro patrimonio culturale. Le moderne tecnologie di acquisizione consentono di superare i limiti della documentazione bidimensionale (immagini o video), permettendo la creazione di modelli tridimensionali digitali accurati. La disponibilità di questi modelli apre un ampio spettro di usi che può migliorare notevolmente le nostre capacità di studiare, analizzare e valorizzare le opere d’arte.
Il tesoro del Brenta: la spada restituita. Riti arcaici e vie di comunicazione tra la pianura padana e l’Europa nella mostra a Bassano. Incontro con la curatrice
La spada, forgiata nel miglior bronzo, era stata deposta nelle acque del Brenta per garantirsi la benevolenza della divinità del fiume. E lì è rimasta per 3500 anni fino a quando, nel 2010, uno studente bassanese, Riccardo Lenner, la ritrovò fortuitamente tra Bassano e Nove, e la consegnò al museo civico del Grappa, con grande senso civico. Quella spada oggi è finalmente esposta al pubblico nella mostra “Il Tesoro del Brenta: la spada restituita” allestita fino al 24 maggio negli spazi del museo civico di Bassano destinati alla nuova sezione dedicata alla storia cittadina ed organizzata in collaborazione con la soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto. Per la prima volta viene presentato in pubblico un raro reperto archeologico, di eccezionale interesse per forma, stato di conservazione e antichità: la spada bronzea di un capo guerriero del XV secolo a.C., foggiata e decorata da un artigiano attivo in un centro metallurgico dell’area alpina. Restaurata nel laboratorio della soprintendenza, l’arma è stata concessa in deposito permanente ai Musei Civici di Bassano del Grappa. E se si vuole saperne di più, sabato 28 marzo, alle 16, proprio il museo civico di Bassano ospita un incontro sugli studi, il restauro e le analisi compiuti sulla spada del XV sec. a.C. ritrovata nel 2010 sul greto del Brenta. All’incontro pubblico interverranno Elodia Bianchin Citton, già funzionario archeologo della soprintendenza; Sara Emanuele, restauratrice della soprintendenza; Rocco Mazzeo, del dipartimento di chimica “G. Ciamician” dell’università di Bologna.
La mostra, curata da Elodia Bianchin Citton e Giuliana Ericani, permette di conoscere un importante momento della protostoria locale (età del Bronzo medio, 1600-1200 a.C.). La spada, forgiata nel bronzo e finemente decorata a bulino, è riferibile ad una tipologia diffusa nell’Europa centrale ed è stata offerta in voto a una divinità fluviale e deposta nel fiume. La spada rappresenta durante il Bronzo medio un vero status symbol di ruolo e di rango fra e all’interno delle comunità tribali. Numerose le spade ritrovate nei letti dei fiumi, nei laghi e nelle paludi di tutta Europa, segno tangibile di un’azione intenzionale e non casuale, risultato finale di qualche forma di culto e/o di rituale funerario. Per comprendere il significato di questa ritualità, ci vengono in soccorso in parte le fonti classiche ed in parte le leggende di epoca medievale. Nel primo caso, autori come Cesare, Strabone, Plinio e Tacito descrivono, in alcune delle loro fondamentali opere, le pratiche rituali comuni tra le popolazioni celtiche, galliche e germaniche e spesso fanno riferimento all’esistenza di boschi e laghi sacri ove la gente veniva condotta per avere un contatto con gli elementi naturali come il vento e l’acqua. Nel secondo caso, sebbene miti e leggende non servano a fare storia ma spesso riportano le tradizioni, bisogna evocare la saga di re Artù ed in particolare l’episodio in cui Artù, ferito a morte durante la battaglia nei pressi di Slaughterbridge dal figliastro Mordred, incaricò Sir Bedivere (o Girflet) a gettare la mitica Excalibur in un lago vicino, dove risiedeva la Dama del Lago, colei cioè che aveva in principio offerto la spada al leggendario re.
La mostra “La spada restituita” è dunque una nuova, significativa tessera che viene ad aggiungersi al panorama descritto nella Carta archeologica del territorio bassanese; il ritrovamento della spada, assieme alle più recenti indagini archeologiche, chiarisce meglio il processo di colonizzazione che interessò la fascia pedemontana vicentina nei secoli centrali del II millennio a.C. Con questo ritrovamento viene inoltre documentata l’importanza del tratto vicentino del fiume Brenta come via di collegamento tra le regioni a nord e a sud delle Alpi, per lo scambio di merci, ma anche per la diffusione di nuove concezioni, relative alla sfera sociale, funeraria e cultuale, che si andarono affermando durante i secoli della media età del Bronzo.
L’Antico Egitto a Conegliano. “Il libro dei morti”: come il mondo dei faraoni concepiva l’Aldilà. Incontro con Naldoni

A Conegliano in margine alla mostra di Paolo Renier sull’Osireion di Abido si parla del Libro dei Morti
In una mostra come quella allestita da Paolo Renier a Conegliano, “Egitto. Come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE, custodi di percorsi ormai inaccessibili”, aperta a Palazzo Sarcinelli fino al 21 dicembre, dove protagonista è il dio dell’Oltretomba, Osiride, e il suo tempio nella città sacra di Abido, non poteva mancare un approfondimento sul mondo dei morti e le concezioni che gli antichi egizi avevano sull’Aldilà. Da non perdere dunque l’incontro con Franco Naldoni dell’Associazione Archeosofica, che sabato 6 dicembre, alle 18.30, nella sala Consiliare del Comune di Conegliano, parlerà de “Il libro egiziano dei morti”. Il Libro dei morti è un testo sacro egizio. Si compone di una raccolta di formule magico-religiose che dovevano servire al defunto per proteggerlo e aiutarlo nel suo viaggio verso l’Aldilà, che si riteneva irto di insidie e difficoltà. Si tratta, generalmente, di formule e di racconti incentrati sul viaggio notturno del Dio sole (nelle sue diverse manifestazioni) e della sua lotta con le forze del male (tra cui il serpente Apopi) che tentano, nottetempo, di fermarlo per non farlo risorgere al mattino. In particolare il testo doveva servire a preparare la testimonianza sulla sua condotta di vita, che il defunto doveva fornire davanti al giudizio di Osiride. Il papiro era poi posto nella tomba, o a volte direttamente nel sarcofago, assieme ai tesori e alle suppellettili ritenute necessarie per l’anima in viaggio. Inizialmente i testi venivano tracciati sulle pareti della camera sepolcrale. Nel Medio Regno si usò dipingere le formule sul sarcofago, e solo a partire dalla XVIII dinastia si impiegarono il papiro.

Il defunto al cospetto di Osiride: illustrazione del Libro dei Morti su un papiro all’Egizio di Torino
“Parlando di ciò che ci attende dopo la morte”, spiega Naldoni, che ci anticipa qualche considerazione della conferenza di Conegliano, “emerge la difficoltà di concepire per noi oggi un’indagine sul post mortem bloccati come siamo dal preconcetto tipico della nostra civiltà che “non si può” sapere cosa c’è dopo la morte. Per gli antichi egizi invece il post mortem era materia di insegnamento sin dalla più giovane età, come materia di insegnamento era la teologia e il comportamento morale da tenere in ogni istante della loro vita. Questo antico popolo infatti in ogni atto della sua vita, in ogni sua manifestazione di civiltà e perfino nella sua arte presenta le stigmate di una profonda credenza in Dio e nell’immortalità dell’anima, non solo ma nel suo destino beato o infelice proporzionato al suo operato sulla terra”.
Naldoni ricorda che con il termine “Kitab el Mayytun”, letteralmente “Libro del morto” gli arabi designarono qualsiasi rotolo di papiro rinvenuto nelle tombe. “Designazione assai generica, tuttavia questa definizione è rimasta, accolta dai pionieri delle ricerche egittologiche, ma limitata a descrivere quegli scritti, una miscellanea raccolta di formule diffusasi nel nuovo impero, che trattavano di uno speciale percorso che l’anima affrontava nell’Aldilà”.

Il libro dei Morti è una serie di formule che vogliono assicurare, in maniera magica, il defunto contro i pericoli dell’oltretomba
“La lettura di questo testo risulta essere molto difficile perché ci troviamo di fronte a una specie di prontuario magico. Formule che si susseguono a altre formule, tutte con il fine di assicurare, in maniera magica, il defunto contro i pericoli dell’oltretomba. Un viaggio e un pernottamento pieno di insidie, orrori e sofferenze, un mondo popolato di guardiani, ma anche affollato di ingannatori, assassini che stanno in agguato per ghermire il debole, il peccatore che non volle saperne in vita di perfezione morale e di trasmutazione del cuore, ma per alcuni, pochi come vedremo, poteva diventare anche un transito glorioso, per coloro che seguivano l’insegnamento che troviamo inciso nelle piramidi della V dinastia: Va’ affinché tu torni! Dormi, affinché tu ti svegli! Muori, affinché tu viva”.











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