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Il soffitto astronomico dell’Osireion di Abido: un unicum dell’Antico Egitto. A Dolo si può quasi toccare con mano nella mostra di Paolo Renier

Il fotografo Paolo Renier in Egitto durante una ricognizione nell'Osireion

Il fotografo Paolo Renier in Egitto durante una ricognizione nell’Osireion

Più lo studi e più il mistero sembra infittirsi: è il soffitto astronomico della cosiddetta “stanza del sarcofago”, spazio “segreto”, quasi un testamento spirituale, voluto da Seti I, il grande faraone della XIX dinastia, padre di un altro grande – Ramses II -, a ridosso dell’Osireion, la “tomba” del dio dell’aldilà e della rinascita, ad Abido, nel cuore della terra dei faraoni, città sacra per eccellenza per tutto l’Antico Egitto, meta per tremila anni di pellegrinaggi, luogo di elezione per numerose dinastie di faraoni, incarnazione della divinità in terra.

Paolo Renier e Federica Pancin in missione ad Abido, all'ingresso dell'Osireion

Paolo Renier e Federica Pancin in missione ad Abido, all’ingresso dell’Osireion

E in questi giorni che a Dolo, alle antiche scuderie, è aperta la mostra “L’Osirion di Abydo. Viaggio nel cuore spirituale dell’Antico Egitto” (fino al 6 gennaio, orario: tutti i giorni 16-19.30), il soffitto astronomico rivive e si può toccare quasi con mano grazie alle eccezionali fotografie di Paolo Renier, fotografo trevigiano (ma il termine è riduttivo per un personaggio che da quasi tre decenni con le sue immagini e, soprattutto, con la sua sensibilità, ha cercato di cogliere quasi di carpire i segreti i misteri, si potrebbe dire l’energia vitale, che l’Antico Egitto ancora oggi emana), e grazie alle spiegazioni che la dottoressa Federica Pancin, laureanda in Egittologia all’università  Ca’ Foscari di Venezia, offre a tutti i visitatori, facendo “parlare” ogni dettaglio dei rilievi, dei cartigli, dei geroglifici, che fanno del soffitto astronomico di Abido un “unicum” di tutto l’Antico Egitto. Proprio con queste eccezionali immagini, scattate ancora qualche anno fa da Paolo Renier con perizia un po’ di coraggio e superando non poche difficoltà, oggi gli egittologi hanno a disposizione uno strumento di studio insostituibile, se pensiamo al degrado e all’incuria in cui versa l’originale, per salvare il quale Renier si batte da anni cercando di sensibilizzare autorità e studiosi.

Lo Zodiaco del tempio di Dendera, oggi conservato al Louvre

Lo Zodiaco del tempio di Dendera, oggi conservato al Louvre

Tra i primi a tornare a studiare il soffitto astronomico di Abido, con le fotografie di Paolo Renier, è stata l’egittologa Carla Alfano della Fondazione Memmo di Roma.  “Il soffitto dell’Osireion di Abydos è poco conosciuto – ammette -, non sufficientemente studiato ma soprattutto non documentato”. Ben più famosi sono altri soffitti astronomici, come quello, più antico, nella tomba di Senenmut, l’architetto di corte e amante della regina-faraone Hatshepsut  che visse a metà della XVIII dinastia. “Questa tomba, la n.353”, ricorda Alfano, “è una seconda tomba del grande uomo di corte, meno fastosa della prima ma molto più importante. Si trova a pochi metri dal grande complesso templare di Deir el Bahari, costruito per la gloria ultraterrena delle regina che governò l’Egitto non come reggente ma come faraone, derivando tale diritto non dall’essere stata moglie di re, ma dall’essere la figlia legittima del faraone Tuthmosi I. Nella camera A del sepolcro si può ammirare una delle più complete rappresentazioni del cielo che gli Egizi ci abbiano tramandato. Dalla posizione degli astri, secondo gli scienziati il soffitto può essere stato dipinto intorno al 1463 a.C.”. Conosciamo altri soffitti astronomici, ma posteriori a quello di Abido, come il meraviglioso soffitto nella sala colonnata della tomba dii Ramses VI e lo zodiaco del tempio di Hathor a Dendera.

Paolo Renier con Carla Alfano

Paolo Renier con l’egittologa Carla Alfano

“Alzare gli occhi verso l’alto e riuscire a percepire tutta la volta celeste in una perfetta mezza sfera era l’esperienza quotidiana degli Egizi”, spiega Carla Alfano che ci introduce nella concezione cosmica della terra dei faraoni. “Là dove l’orizzonte non è mai interrotto da monti, vegetazione e colline si poteva entrare in sintonia con i fenomeni del cielo e comprendere che l’essere umano e la stessa Terra sono all’interno di un complesso, immenso sistema celeste. A noi, abitanti di altre latitudini, tale spettacolo è negato, forse per questo, con grande ritardo, abbiamo osservato il cielo sperimentalmente e quindi scientificamente. In Egitto è sempre stato diverso. La natura del luogo ha sempre facilitato la comprensione che la Terra e l’uomo sono parte di un sistema più grande, con regole fisse e ricorrenti che per essere conosciute e capite andavano solo osservate. I sacerdoti sul tetto terrazzato del tempio, posti uno di fronte all’altro, osservavano per tutta la notte il movimento delle stelle, annotandolo e scandendo così il tempo astronomico e il calendario. Quei sacerdoti hanno iniziato dagli albori della civiltà egizia lo studio dell’astronomia”.

Paolo Renier a Dolo nella stanza del sarcofago con il soffitto astronomico

Paolo Renier a Dolo nella stanza del sarcofago con il soffitto astronomico

Il movimento degli astri e del sole si è poi imbevuto di religiosità. “L’egizio, come tutti gli uomini, era alla ricerca di Dio e lo cercò nel sole, nell’aria, nel cielo, nella terra. Ma soprattutto lo trovò nel sole che indiscutibilmente è l’artefice della vita e che compie un viaggio quotidiano nel cielo diurno e nella Duat infernale di notte. Le conoscenze astronomiche servivano a regolare il mondo dei vivi e la società, ma servivano anche ad interpretare il mondo ultraterreno con la speranza della resurrezione, proprio come fa il sole che riusciva ogni notte a sconfiggere i suoi nemici e tornava a sorgere per illuminare un altro giorno. Proprio questo è descritto nei soffitti astronomici che erano una collocazione architettonica e spaziale ideale per riprodurre la volta celeste e poter fissare la mutabilità della posizione delle stelle e il cammino del sole”.

La metà destra del soffitto astronomico, o parte orientale, è essenzialmente descrittiva

La metà destra del soffitto astronomico, o parte orientale, è essenzialmente descrittiva

Ma scopriamo meglio il soffitto astronomico dell’Osireion di Abido, i cui due rettangoli riportano ciascuno, oltre alle iscrizioni, una figura della dea-cielo Nut incurvata sulla terra e con il sole tangente al suo corpo perché, secondo il mito, ella lo partoriva al mattino e lo ingoiava la sera. “La metà destra del soffitto, o parte orientale”, continua l’egittologa, “è essenzialmente descrittiva. La zona sottostante la dea rappresenta la Duat, cioè il regno di Osiride, visitata ogni notte dal sole che lo percorre in dodici ore nella sua barca celeste. Va ricordato a tale proposito che le ore egizie, a differenza delle nostre, non erano ore equinoziali, ma misuravano, di giorno, i dodicesimi del tempo di luce e, di notte, i dodicesime del tempo di buio. Questo viaggio nella Duat, che si trova con poche varianti in altri soffitti astronomici, qui è disegnato in tre registri paralleli separati fra loro da righe di scrittura: si hanno quindi dei quadri simili in cui il registro centrale riporta il viaggio della barca mesketet, sopra e sotto la quale si vedono teorie di divinità, gruppi di demoni, spiriti e simboli”.

La metà sinistra del soffitto astronomico è la parte più interessante e più nota con la figura di Nut

La metà sinistra del soffitto astronomico è la parte più interessante con la figura di Nut

“La metà sinistra del soffitto è la parte più interessante e più nota con la figura di Nut preceduta da testi: il primo è il Testo drammatico, cosiddetto perché descrive in forma mitologica il sorgere e il tramontare delle stelle, i loro periodi di invisibilità e il ciclo lunare, sottolineando il fatto che tutti questi fenomeni astronomici dipendono dalla posizione del sole. Segue un testo relativo alla determinazione dell’ora diurna con la descrizione del modo di costruire e di usare un orologio solare a cubito del quale si riporta una figura e poi da un elenco delle ore notturne messe in relazione con il corpo di Nut. Dopo queste righe di scrittura verticali si ha la figura della dea-cielo Nut , incurvata sulla terra e sorretta dal dio-aria Shu. Sul corpo della dea è riportato un elenco di 36 decani, che sono quelli al transito e costituiscono la famiglia decanale detta appunto “di Seti I”. I decani sono 36 stelle, costellazioni o zone di cielo visibili per 10 notti consecutive la cui levata (prima della XII dinastia) e il cui transito al meridiano (dopo la XII dinastia) permettevano di determinare l’ora notturna. Il problema di riconoscere i decani è fondamentale per lo studio dell’astronomia egizia. Sotto il corpo di Nut, a destra e a sinistra di quello di Shu, c’è un altro elenco di decani, datati in funzione dell’anno vago, cioè dell’anno egizio formato da una sequenza di 365 giorni interi: ciò vuol dire che è registrata la data in cui ciascuno nasce, entra nella Duat (dopo 90 giorni) e poi rinasce (dopo 70 giorni)”.

Il soffitto astronomico della tomba di Ramses VI (XX dinastia)

Il soffitto astronomico della tomba di Ramses VI (XX dinastia)

Considerando l’importanza che la levata della stella Sirio ebbe nel calendario agricolo e religioso, e che mantiene ancora nello studio della cronologia egizia, gli egittologi oggi sono in grado di calcolare l’epoca durante la quale questa tavola era in accordo con il cielo; l’originale risulta databile intorno al 1879 a.C., cioè risale al Medio Regno, più o meno al tempo di Sesostri III. Il resto delle iscrizioni costituisce la cosiddetta Cosmologia che descrive nella consueta forma mitica: l’origine del sole, i limiti del cielo, il moto delle stelle e il comportamento dei decani. “Questa Cosmologia era ritenuta molto importante e fu riprodotta anche sul soffitto della tomba di Ramses VI nella Valle dei Re e tramandata su papiri astronomici di età posteriore. Ancora oggi questi testi sono alla base di qualunque studio di astronomia egizia”.

In riva al Brenta l’Osireion di Abydo e i misteri dell’Antico Egitto

L'Osireion di Abydo, il luogo più sacro dell'Antico Egitto: è ricostruito a Dolo

L’Osireion di Abydo, il luogo più sacro dell’Antico Egitto: è ricostruito a Dolo

Le antiche scuderie di Dolo sede della mostra

Le antiche scuderie di Dolo

Visto da fuori l’edificio, con la sua forma a “tempio” completo di colonnati e timpani, chiara evocazione palladiana, attira per la sua monumentalità. Ma è all’interno che le antiche scuderie di Dolo, in Riviera del Brenta, nel Veneziano, svela una vera e propria meraviglia che vale la pena di ammirare: la mostra “L’Osirion di Abydo. Viaggio nel cuore spirituale dell’Antico Egitto” (fino al 6 gennaio, orario: tutti i giorni 16-19.30). Nei vasti ambienti a capriate delle antiche scuderie Paolo Renier, fotografo trevigiano (ma il termine è riduttivo per un personaggio che da quasi tre decenni con le sue immagini e, soprattutto, con la sua sensibilità, ha cercato di cogliere quasi di carpire i segreti i misteri, si potrebbe dire l’energia vitale, che l’Antico Egitto ancora oggi emana) ha “ricreato” l’Osireion, la tomba di Osiride, cioè il luogo più sacro nella città più sacra dell’Egitto dei faraoni: Abydo, a 150 chilometri da Luxor, ai margini dei deserto occidentale, è la città di Osiride, il dio dell’Oltretomba ma anche della Rinascita, per tremila anni meta di pellegrinaggi dal faraone all’egiziano comune; la città dove le prime dinastie (solo dalla V le sepolture monumentali sono state spostate a nord, nella piana di Giza) hanno posto le loro tombe; la città che prima il faraone Sethi I (XIX dinastia) e poi il figlio Ramses II hanno monumentalizzato.

Il fotografo Paolo Renier davanti ad alcuni rilievi di Abydo in Egitto

Il fotografo Paolo Renier davanti ad alcuni rilievi di Abydo

Non è stato facile fotografare  i segreti di Osiride. Chi ha avuto la fortuna di raggiungere quel luogo, come chi scrive, sa bene delle difficoltà logistiche (fino a poco tempo fa non c’era neppure una camera modesta dove passare la notte: all’ospite veniva concessa una visita veloce di poche ore al seguito del convoglio militare in partenza all’alba da Luxor dove tornava rigorosamente prima di sera) ma anche operative: l’illuminazione dentro i templi di Abydo o non esiste proprio (e per illuminarli, in mancanza di collegamenti elettrici, bisogna affidarsi al vecchissimo ma sempre efficace metodo degli specchi) o è scarsa con luci al neon il cui effetto è pessimo perché toglie profondità ai delicatissimi rilievi. In questo ambiente dal fascino e dall’energia unici, Paolo Renier non solo è riuscito a fotografare ogni dettaglio, ogni rilievo, ogni ambiente, ma anche a renderlo “vivo”, quasi che ad accompagnarlo nel suo paziente e decennale lavoro ci sia stato qualche schiavo mandato dal gran sacerdote a illuminargli il cammino con le torce anche là dove all’umano non era consentito andare.

Le magiche atmosfere dell'interno monumentale dell'Osireion ricostruito a Dolo

Le magiche atmosfere dell’interno monumentale dell’Osireion ricostruito a Dolo

Quest’atmosfera magica fino al 6 gennaio si rivive appunto alle antiche scuderie di Dolo nella mostra “L’Osirion di Abydo”  promossa dal Comune di Dolo, con l’assessore alla Cultura e grandi eventi Antonio Pra, e realizzata da Paolo Renier col contributo del geometra Maurizio Sfiotti, che ha realizzato il plastico dell’Osireion in scala 1:20 dopo aver rilevato tutte le misure sul posto; della dottoressa Federica Pancin, laureanda in Egittologia all’università  Ca’ Foscari di Venezia che aiuta a “leggere” il monumento;   di Romeo Tonello, direttore di Rexpol – main sponsor della mostra – che ha realizzato la riproduzione del monumento in scala 1:1; e di Enrico Longo, direttore di CultourActive, curatore della grafica e della promozione dell’evento.

L'Osireion di Abydo come è oggi con lo spazio centrale parzialmente allagato

L’Osireion di Abydo come è oggi con lo spazio centrale parzialmente allagato

La ricostruzione in scala dell'Osireion realizzata da Maurizio Sfiotti

La ricostruzione in scala dell’Osireion realizzata da Maurizio Sfiotti

Invito alla mostra. Ci sarà tempo per affrontare studi specifici, nuove ipotesi o solo intriganti suggestioni sull’Osireion di Abydo. Per ora l’invito è proprio di andare a Dolo perché si può rivelare un’esperienza unica: accanto a gigantografie di dettagli del monumento, c’è la ricostruzione in scala 1:20 del complesso dell’Osireion, realizzato in legno e blocchi di granito da Maurizio Sfiotti che nell’ultima missione di Paolo Renier ad Abydo, nel maggio scorso, ha misurato col laser tutta la tomba di Osiride, compresi gli annessi, regalandoci per la prima volta  una planimetria completa del complesso sacro più misterioso dell’intero Antico Egitto (un lavoro eccezionale che merita un post a parte). E poi ci sono i filmati (anche in 3D: gli organizzatori forniscono gli occhialini) che documentano l’Osireion di Abydo insieme alla stessa operazione di documentazione del sito da parte di Renier e del suo gruppo.

Paolo Renier a Dolo nella stanza del sarcofago con il soffitto astronomico

Paolo Renier a Dolo nella stanza del sarcofago con il soffitto astronomico

Ma il vero “clou” della mostra è la ricostruzione in scala 1:1 (sì, avete letto bene: a grandezza naturale) della stanza del sarcofago dell’Osireion, realizzata da Sethi I quasi 3300 anni fa e dallo stesso faraone fatta sigillare con tutti i suoi segreti. Sono stati i tombaroli, nei secoli successivi, a violarlo sfondando una parete e procurandosi così un varco. Nella stanza del sarcofago c’è il famoso soffitto astronomico, una meraviglia che solleva più interrogativi che certezze, e che a Dolo è possibile vedere in tutto il suo splendore grazie a otto proiettori che riproducono sul tetto a spioventi immagini, simboli, geroglifici incisi sulle lastre e fotografati con cura da Paolo Renier. Perché è eccezionale l’esperienza dolese? Primo, perché all’interno dell’originale, anche chi ha la ventura di giungere ad Abido, difficilmente riesce ad arrivarci (l’ambiente è invaso da una melma – può arrivare anche a quasi mezzo metro di spessore – maleodorante e popolata da animaletti o microrganismi poco consigliabili, che comunque rende il pavimento già sconnesso e irregolare anche estremamente scivoloso); secondo, ed è l’aspetto più importante e purtroppo anche più grave, il soffitto astronomico è in precarie condizioni di conservazione: i rilievi si stanno  sfaldando sotto l’effetto distruttivo combinato dell’umidità e dei pipistrelli che nella stanza del sarcofago trovano rifugio sicuro. Ciò significa che le immagini di Paolo Renier, realizzate molti anni fa, sono ormai la documentazione più completa dell’Osireion. Non resta quindi che andare a Dolo dove Paolo Renier e l’egittologa Federica Pancin arricchiscono l’emozione della visita con accattivanti quanto complete spiegazioni. Buona visita.

L’Egitto oggi: grandi progetti dal Grande museo Egizio a Giza al viale delle Sfingi a Luxor. Colloquio col segretario generale del Supremo consiglio delle Antichità

La monumentalità dell'allestimento del Museo Egizio al Cairo

La monumentalità dell’allestimento del Museo Egizio al Cairo

Missioni archeologiche garantite, e poi grandi progetti: dal museo di Tutankhamon al recupero del viale delle Sfingi a Luxor al museo della Civiltà Egizia al Cairo. È un vulcano di idee e di buone intenzioni Mostafa Amin Mostafa Sayed, il segretario generale del Supremo consiglio delle Antichità della Repubblica araba d’Egitto, che qui completa il colloquio avuto a Rovereto in occasione della Rassegna internazionale del Cinema archeologico.

Una missione archeologica al lavoro in Egitto

Una missione archeologica al lavoro in Egitto

Missioni archeologiche. “Nonostante sia una situazione oggettivamente difficile quella che l’Egitto sta vivendo, posso assicurare che non ci sono mai state interruzioni nell’attività delle molte missioni archeologiche internazionali impegnate lungo il Nilo: stanno tutte lavorando – o hanno lavorato, se le campagne del 2013  sono già state concluse – regolarmente come negli anni passati. L’attività di ricerca archeologica è direttamente sostenuta dal Governo”, tranquillizza Mostafa Amin. “Anche in questo momento” conferma Aly Ibrahim El Sayed El Asfar, responsabile dell’Alto Egitto, inserendosi nella discussione, “a Luxor sono numerose le missioni straniere attive e operanti. Noi, da parte nostra, cerchiamo di aiutarle e incoraggiarle tutte”. E aggiunge, cambiando tono: “Ma c’è un aspetto che ci preoccupa: la conservazione del nostro ingente patrimonio archeologico: Ora per noi il restauro dell’esistente, tra siti noti e meno noti, e milioni di reperti musealizzati, è doveroso e più importante dello scavo stesso. Del resto sappiamo tutti che la terra d’Egitto, per le sue particolari condizioni climatiche, conserva molto meglio (e lo fa da molti millenni) di quanto sappia fare l’uomo: finché i tesori stanno sotto la sabbia sono al sicuro”.  Aly Ibrahim El Sayed El Asfar ricorda come la prima risorsa del Paese, il turismo, che ha portato (e si spera lo possa tornare a fare al più presto) milioni di persone da tutto il mondo a calcare le vestigia degli antichi faraoni, sia anche la prima fonte di preoccupazione: “Dobbiamo tenere ben presente l’impatto di milioni di visitatori che rappresenta un serio pericolo per la conservazione dei monumenti. Per questo riteniamo il restauro un aspetto fondamentale e lo chiediamo caldamente anche alle missioni straniere”.

Il museo Egizio del Cairo, inaugurato nel 1902

Il museo Egizio del Cairo, inaugurato nel 1902

Grandi progetti. È proprio pensando ai visitatori e al loro ritorno in massa che il Supremo consiglio delle Antichità sta portando avanti al Cairo due ambiziosi progetti: il museo della Civiltà dell’Egitto e il Grande museo Egizio nella piana di Giza, vicino alle Piramidi. “Purtroppo l’attuale situazione politico-sociale dell’Egitto, che porta come prima conseguenza una profonda crisi economica”, spiega Mostafa Amin, “sta rallentando la realizzazione dei due nuovi musei per ovvia mancanza di finanziamenti. Ma confido che presto questa fase difficile sarà passata e lentamente la vita e l’economia del Paese torneranno alla normalità”.

Il cantiere del nuovo museo nazionale della Civiltà egizia

Il cantiere del nuovo museo nazionale della Civiltà egizia

Il progetto sicuramente più vicino alla sua realizzazione  è quello del museo della Civiltà (Civilizzazione) dell’Egitto. “È nuovissimo, anche nella concezione”, continua il segretario generale con entusiasmo, “si trova a El Fusat, alla periferia del Cairo, dotato di ampio parcheggio e di tutti i servizi che si richiedono a un moderno museo (dalla caffetteria al bookshop  alle audioguide ai video) in grado di accogliere – nelle previsioni – migliaia di visitatori e di accompagnarli nella visita delle sale espositive. All’interno, molto spazioso, troveranno posto reperti dalla preistoria (e quindi dal pre-dinastico) ai giorni nostri (non solo quelli che già abbiamo a disposizione, ma anche quelli che verranno scoperti in futuro): sei millenni di storia e cultura lungo le sponde del Nilo. L’obiettivo era di aprire il museo entro la fine dell’anno, ma slitterà di qualche mese: manca qualche rifinitura della facciata e completare la collocazione delle opere”.

Il rendering del Grande museo Egizio a Giza dell'architetto Peng

Il rendering del Grande museo Egizio a Giza dell’architetto Peng

È invece prevista non prima del 2015 (ma i tempi sono destinati ad allungarsi) l’apertura del Grande museo Egizio all’ombra delle piramidi di Giza, che ruoterà attorno al tesoro di Tutankhamon. “Sarà dedicato ai grandi faraoni che hanno fatto grande l’Antico Egitto. E qui troverà posto tutto il tesoro di Tutankhamon, finalmente esposto e raccolto in un’unica sala. Sarà un evento epocale che però comporterà tutta una serie di problemi logistici e culturali di non poco conto da risolvere”, anticipa Mostafa Amin. “Prima di tutto c’è da affrontare in assoluta sicurezza il trasferimento dell’immenso, fragile e prezioso tesoro di Tut: come e quando procedere? Stiamo valutando un piano operativo che tenga conto di tutti i potenziali pericoli. Sarà l’occasione di verificare se qualche pezzo avrà bisogno di restauri”. Ma poi si presenterà un problema ancora più impegnativo: mentre il nuovo Grande museo a Giza avrà un suo allestimento organico pensato proprio per la nuova struttura museale che ruoterà attorno al tesoro di Tutankhamon, cosa ne sarà dello “storico” museo Egizio del Cairo? Tornerà all’allestimento del 1902, quando fu inaugurato? Cioè tornerà nell’allestimento originario pensato prima di essere costretti a trovare posto al tesoro di Tut, la cui tomba fu scoperta nel 1922? Oppure sarà completamente ripensato?   “Il problema è ancora aperto. Dobbiamo valutare anche alla luce della possibile acquisizione del vicino edificio occupato da un partito politico che amplificherebbe gli spazi disponibili. La soluzione comunque richiederà tempi lunghi”.

Il grande cantiere del viale delle Sfingi a Luxor

Il grande cantiere del viale delle Sfingi a Luxor

Sul territorio il progetto più importante portato avanti dal Supremo consiglio delle Antichità dopo la rivoluzione del 25 gennaio 2011 è a Luxor e riguarda, come chiarisce Aly Ibrahim El Sayed El Asfar, il recupero del viale processionale delle Sfingi tra il tempio di Luxor e quello di Karnak. “Si ricreerà così l’aspetto originale dell’antica Tebe animata dalle processioni rituali col passaggio delle navi sacre tra i due templi. Percorrendo il viale, che rimarrà staccato dalla viabilità ordinaria di Luxor, Il visitatore potrà sentirsi come il gran sacerdote di Amon o – se preferisce – lo stesso faraone, dio in terra, in dialogo con la divinità”. Questo progetto comporta l’abbattimento di molti edifici, anche pubblici (tra cui la sede del Governatore e una moschea) , e il lavoro non è ancora concluso. “Contemporaneamente – precisa il responsabile dell’Alto Egitto – devono essere riportate alla luce, restaurate e collocate in situ le varie sfingi, all’interno di un percorso che si deve armonizzare con la città moderna che ha le sue esigenze: di qui l’eliminazione degli incroci a raso e la creazione di sottopassi  per il traffico veicolare moderno”. Anche questo grande progetto ha subito rallentamenti, dovuti alla crisi e alla rivoluzione. Ma si va avanti”.

L'egittologo Zahi Hawass

L’egittologo Zahi Hawass

Prima di concludere il colloquio con il segretario generale del Supremo consiglio delle Antichità non poteva mancare un accenno al suo predecessore, Zahi Hawass, cui Mostafa Amin è subentrato dopo la destituzione del presidente Hosni Mubarak. “È un ottimo archeologo. È stato mio maestro”, taglia corto. Ma Hawass, forse il più noto egittologo egiziano, all’indomani della sua destituzione, era stato oggetto di accuse pesanti, anche penali. “Tutte queste accuse sono cadute”, assicura Mostafa Amin. “Ora Zahi, anche senza avere un incarico pubblico preciso, riveste ancora un ruolo importante per la ricerca archeologica e l’egittologia. Ha un suo ufficio di consulenza e lavora principalmente per i privati, ma anche per noi”.

(3 – fine. Precedenti post il 20 e 23 novembre)

L’Egitto oggi: momento difficile per raggiungere la democrazia, ma tesori al sicuro. Colloquio col segretario generale del Supremo consiglio delle Antichità

Militari e manifestanti in piazza Tahir davanti al Museo Egizio del Cairo

Militari e manifestanti in piazza Tahir davanti al Museo Egizio del Cairo

“I nostri tesori non corrono pericolo. Non ne hanno mai corso”. Inizia così, con questa affermazione rassicurante, il nostro colloquio con il segretario generale del Supremo consiglio delle antichità della Repubblica araba d’Egitto, Mostafa Amin Mostafa Sayed, incontrato a Rovereto alla rassegna internazionale del cinema archeologico. Ma le notizie che quotidianamente rimbalzano dalla valle del Nilo, conquistandosi spesso le prime pagine dei quotidiani italiani, non sono proprio delle più rassicuranti. Mostafa Amin non smentisce, ma puntualizza deciso: “Da due anni l’Egitto sta vivendo un profondo periodo di cambiamento che lo deve portare alla democrazia. È un momento difficile per noi, un momento che spesso non viene capito all’estero, soprattutto dal mondo occidentale. La nostra è stata ed è una rivoluzione popolare, non c’è mai stato un colpo di Stato – continua-. Nel 2011 c’è stata una spontanea (anche se a volte violenta) reazione della gente a 30 anni di dittatura di Mubarak. Poi, quest’anno, un’altrettanto decisa rivolta contro i Fratelli Musulmani che hanno tradito le speranze e le aspettative della gente. Per questo è stato il popolo egiziano a chiedere all’esercito di intervenire per aiutare il Paese a giungere a una piena democrazia”.

Militari a guardia del Museo Egizio al Cairo

Militari a guardia del Museo Egizio al Cairo

Ma non è facile, ammette. “Noi stiamo vivendo la transizione che comporta violenze e contraddizioni: una fase di cambiamento per giungere a un sistema democratico che migliori il Paese”.Di fronte a queste tensioni inevitabilmente  turisti, studiosi, il mondo intero ci guardano con preoccupazione. “Dalla rivoluzione del 25 gennaio 2011 – rassicura – non abbiamo visto né registrato alcun assalto ai monumenti e al patrimonio dell’Egitto. Come autorità si sono comunque prese subito le misure necessarie per proteggere i tesori egizi che sono un bene del mondo intero. È stato aumentato il personale di custodia e di guardia sia nelle aree archeologiche sia nei magazzini e depositi, con copertura 24 ore su 24. La gente sembra mostrare di aver capito che quei beni sono loro, e vanno difesi. Abbiamo anche visto cordoni umani protettivi sorti spontaneamente attorno al Museo Egizio del Cairo”.

Il museo egizio di Malawi prima dell'assalto

Una sala espositiva del museo egizio di Malawi prima dell’assalto (foto Zulian)

Vetrine rotte e reperti dispersi: il museo di Malawi dopo l'assalto

Vetrine rotte e reperti dispersi: il museo di Malawi dopo l’assalto

Ma poi c’è stato l’assalto al museo Egizio di Malawi, vicino a Minya, nel Medio Egitto. “È stata una vera  e propria azione di guerra – ricorda il segretario generale – con 500 persone ad attaccare il museo che ha subito gravissimi danni. Le guardie presenti non sono state in grado di resistere all’assalto e di fermare tanta furia. È stato uno scontro durissimo. Ma anche in questo gravissimo episodio non possiamo parlare di attacco vero e proprio e mirato al patrimonio. L’obiettivo del commando era il posto di polizia, in quanto luogo espressione del Governo. Malauguratamente il museo di Malawi è proprio attiguo al posto di polizia: per questo gli assalitori, diventata una massa incontrollabile, hanno inglobato nell’azione anche il museo. Di qui ci siamo decisi a chiedere la collaborazione  di polizia ed esercito per difendere le aree archeologiche più importanti del Paese”. Con buoni risultati: a distanza di qualche mese Mostafa Amin assicura che è già stata recuperata la quasi totalità dei reperti andati dispersi nell’assalto del commando islamico. “Rivendicazioni politiche, non religiose”. Ne è convinto anche Mansour Boraik Radwan Karim, già responsabile dell’Alto Egitto e ora del Medio Egitto, che interviene nella discussione. “Dopo la rivoluzione del 30 giugno di quest’anno in Egitto abbiamo assistito all’assalto di chiese e moschee: ma alla base non c’erano motivazioni religiose. Erano tutti attacchi mossi contro il Governo . E lo stesso vale per il caso Malawi”. È evidente, sostiene Boraik, che questo per l’Egitto è un momento difficile anche per quanto riguarda la difesa dei propri monumenti. “Ma ora anche il popolo egiziano ha capito il valore del patrimonio storico-artistico e se ne prende cura. Sia chiaro: i Fratelli Musulmani non erano e non sono mai stati contro i monumenti: le loro dichiarazioni sono solo un modo per turlupinare gli ignoranti. Questo lo dobbiamo dire chiaramente ai giovani. A loro bisogna dire la verità: sono il nostro futuro”.

Il parco archeologico di Medinet Madi al Fayyum

Il parco archeologico di Medinet Madi al Fayyum

L’Egitto non può permettersi di rimanere isolato, anche in questa fase difficile di cambiamento, di transizione alla democrazia. “È in questa ottica che diventa ancora più importante la collaborazione Italia-Egitto, perché aiuta il nostro Paese a rimanere agganciato al mondo e continuare a portare avanti progetti importanti, come abbiamo fatto al Fayyum con l’apertura del parco archeologico-naturalistico di Medinet Madi  (vedi post del 9 novembre su questo blog) , che ora ha bisogno di adeguati collegamenti per far arrivare sempre più ospiti a visitarlo”.

E allora col segretario generale del Supremo consiglio delle Antichità è arrivato il momento di parlare di missioni archeologiche e di grandi progetti per la valorizzazione dei tesori dell’Egitto.

(2 – continua. Precedente post il 20 novembre; il terzo, conclusivo, nei prossimi giorni)

L’Egitto oggi: tra rivoluzione e grandi progetti. Colloquio con il nuovo segretario generale del Supremo consiglio delle Antichità

Manifestazione in Egitto: la terra dei faraoni sta conoscendo profondi cambiamenti

Manifestazione in Egitto: la terra dei faraoni sta conoscendo profondi cambiamenti

La rivoluzione araba spazzerà via millenni di storia e di arte nella terra dei faraoni? L’Egitto, così amato dai turisti di tutto il mondo tanto da essere il Paese con maggior fidelizzazione (ci si torna almeno tre volte nella vita, una media quasi unica), rischia di essere precluso ai visitatori e agli appassionati? Le missioni archeologiche internazionali potranno continuare e i tesori scoperti nei secoli sono al sicuro? Sono solo alcune delle problematiche che chi ama l’Egitto si è posto negli ultimi mesi, e alle quali il nuovo segretario generale del Supremo consiglio delle antichità della Repubblica araba d’Egitto, Mostafa Amin Mostafa Sayed, risponde con franchezza e senza remore, si potrebbe dire col cuore in mano, dimostrando di essere profondamente innamorato del proprio Paese: il colloquio è stato raccolto a Rovereto in occasione della recente Rassegna internazionale del Cinema archeologico: un’occasione eccezionale, perché era la prima volta – dalla sua nomina nel 2011 subito dopo la caduta del governo Moubarak e l’arrivo al potere dei Fratelli Musulmani – che Mostafa Amin Mostafa Sayed usciva dall’Egitto per un viaggio ufficiale in Italia.

Maurizio Zulian in "missione" in Egitto

Maurizio Zulian in “missione” in Egitto

E la scelta di Rovereto, se pur inusuale (come si potrebbe pensare, visto che nel centro trentino non si conserva alcuna delle importanti collezioni egizie conservate in Italia), non è casuale: quasi dieci anni fa ormai (era il febbraio 2004) la Repubblica araba d’Egitto con il Supremo consiglio delle Antichità stipulò proprio con Rovereto e il suo Museo Civico la prima (e al momento ancora unica) convenzione internazionale per l’utilizzo dei diritti delle immagini dell’immenso patrimonio che l’Antico Egitto ci ha lasciato. Si tratta dell’imponente fototeca (decine di migliaia di foto) messa insieme in decenni di “missioni” del grande appassionato ed esperto della civiltà dei Faraoni, Maurizio Zulian, che ha concentrato gran parte del suo interesse nel Medio Egitto e, cosa ancora più importante, a quei siti eccezionali ma nella loro quasi totalità preclusi al pubblico. Il suo “Egitto segreto” è diventato un must del museo Civico di Rovereto che ha digitalizzato, didascalizzato e georeferenziato le immagini, mettendole a disposizione degli internauti di tutto il mondo.

La delegazione egiziana a Rovereto con Maurizio Zulian (primo a destra) accanto a Moustafa Amin

La delegazione egiziana a Rovereto con Maurizio Zulian (primo a destra) accanto a Mostafa Amin

Nuova convenzione. Ma dalla prima forma non solo sono cambiati i tempi e la situazione politica ma anche le persone, così l’Egitto con il nuovo responsabile delle Antichità ha voluto dare nuovo impulso alla convenzione avviandone con il museo Civico, nel frattempo divenuto Fondazione, l’aggiornamento e il rinnovo.  Mostafa Amin Mostafa Sayed, egittologo-islamista, a Rovereto è giunto in delegazione accompagnato da Aly Ibrahim El Sayed El Asfar, responsabile dell’Alto Egitto (che ha in Luxor e la valle dei Re i suoi punti di forza), e Mansour Boraik Radwan Karim, responsabile del Medio Egitto, con i centri di Minya e Assiut, e delle oasi del sud: Farafra, Dakhla e Kharga. Il segretario generale parla a ruota libera di rivoluzione, Fratelli Musulmani, missioni archeologiche, tutela al patrimonio archeologico, valorizzazione dei siti, grandi progetti culturali. Ecco i contenuti del colloquio.

(1 – continua; nuovo post nei prossimi giorni)

Tutankhamon è morto in battaglia: tesi di ricercatore britannico

Particolare del sarcofago del faraone Tutankhamon

Particolare del sarcofago del faraone Tutankhamon

Tutankhamon sarebbe morto travolto da un carro da guerra. È l’ultima teoria sulla morte del faraone Tutankhamon proposta dal ricercatore britannico Chris Naunton in base a una autopsia virtuale sui resti del faraone.  “Poco prima della morte – ha sostenuto alla televisione britannica – potrebbe aver sostenuto una battaglia restandovi mortalmente ferito. Lo studioso ed i suoi colleghi dell’Istituto Forense di Cranfield, nella Bedfordshire County, hanno compiuto una autopsia virtuale dei resti del faraone concludendone che le lesioni sul corpo corrisponderebbero agli effetti dell’urto di un carro da battaglia subito al fianco da Tutankhamon mentre si trovava in posizione inginocchiata. Per il ricercatore molti indizi sarebbero stati fino ad oggi trascurati, fra gli altri un pezzo di tessuto di tela rinvenuto sul cadavere e il fatto, sostiene, che la mummia del faraone avrebbe preso fuoco all’interno del sarcofago a causa di un mix sbagliato di olii usato nell’imbalsamazione. Ora aspettiamoci le repliche di altri esperti.

Medinet Madi, nel cuore dell’Egitto un parco archeologico unico, tutto da visitare

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Una panoramica del parco archeologico naturalistico di Medinet Madi

C’è un parco archeologico che nel cuore della terra dei faraoni attende i turisti. Ma anche se Medinet Madi, all’oasi del Fayyum, è un unicum nell’offerta culturale dell’Egitto, gli appassionati tardano ad arrivare, direzionati su siti più famosi al grande pubblico.

La guida archeologica

La guida archeologica

Di qui l’invito accorato a visitare Medinet Madi da parte di Edda Bresciani, uno dei più grandi egittologi non solo italiani, professore emerito di Egittologia all’università di Pisa, dal 1966 impegnata ininterrottamente negli scavi archeologici nell’area del Fayyum e direttore scientifico del progetto Medinet Madi: “La Luxor del Fayyum, come viene definita, dovrebbe essere promossa maggiormente dai tour operator di qualità”, afferma decisa Edda Bresciani incontrata a Rovereto alla Rassegna internazionale del Cinema archeologico, dove ha presentato la guida archeologica “Medinet Madi”, un agile volumetto disponibile nella versione in italiano, inglese e arabo.

La valle delle Balene nello Wadi Rayan

La valle delle Balene nello Wadi Rayan

L’Egitto non è solo piramidi, valle dei Re e tesoro di Tutankhamon: ora la terra dei faraoni  offre anche il parco archeologico naturalistico di Medinet Madi, il primo in Egitto. È stato aperto nell’area dell’oasi del Fayyum, fertile regione a un centinaio di chilometri a sud-ovest del Cairo: “Un’oasi ancora autentica – spiega Bresciani – non intaccata dal turismo di massa e dalla cementificazione selvaggia. Il parco è collegato da una strada panoramica protetta che in 28 chilometri porta al Wadi Rayan, in cui si estende la famosa Valle delle Balene, uno dei più ricchi giacimenti di scheletri fossili di balene al mondo.

L'egittologa Edda Bresciani a Medinet Madi

L’egittologa Edda Bresciani a Medinet Madi

Decenni di ricerche e più di cinque anni per il progetto finanziato dalla Cooperazione Italiana sotto la direzione tecnica dell’Università di Pisa e del Supremo consiglio delle Antichità dell’Egitto hanno permesso di realizzare il primo parco archeologico lungo il Nilo con l’obiettivo dichiarato di portare nell’area del Fayyum un turismo alternativo e sostenibile. Turismo che per ora tarda ad arrivare. Solo pochi mesi dopo l’inaugurazione del parco (8 maggio 2011) è scoppiata la rivoluzione con la primavera araba che in Egitto ha portato alla deposizione del presidente Hosni Mubarak, bloccando sul nascere ogni sviluppo. Medinet Madi conserva l’unico tempio del Medio Regno con testi geroglifici e di scene scolpite presente in Egitto, e altri monumenti del periodo tolemaico, romano e copto: questa “città del passato”, come suona il nome arabo di Medinet Madi, si presenta con i suoi tre templi, la cappellina di Isis, i suoi dromoi, i leoni e le sfingi della via Processionale, la straordinaria piazza porticata, tutti consolidati dai puntuali lavori di restauro. “La visita al parco archeologico di Medinet Madi – continua l’egittologa – consente di rivivere lo sviluppo di una cittadina dell’Antico Egitto in un lungo arco di tempo che va dal II millennio a.C. all’età imperiale romana (IV sec. d.C.)”.

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Mappa dell’area sacra di Medinet Madi

Fu Ippolito Rossellini a iniziare nel lontano 1926 le ricerche nella regione del Fayyum, già esplorata dagli archeologi tedeschi nel 1910. Ma fu il papirologo Achille Vogliano dell’Università di Milano a scoprire Medinet Madi che scavò dal 1935 al 1939, quando lo scoppio della II Guerra Mondiale bloccò ogni iniziativa. Ciò che riuscì a portare alla luce, pur rappresentando circa la metà di quello che ad oggi la squadra italo-egiziana ha scoperto, fu comunque l’avvio di una nuova importante stagione di ricerca: ricordiamo  la scoperta del tempio di Isis Ermuthis (la versione greca di Renenutet) e l’individuazione del tempio del Medio Regno realizzato da Amenemhet III della XII dinastia. “Per noi ricercatori – fa presente Bresciani – è stata una fortuna che il tempio di Amenemhet III abbia subito  un importante, massiccio e significativo restauro in epoca tolemaica. Questo ha fatto sì che il tempio di Medinet Madi sia l’unico del Medio Regno giunto fino a noi in buone condizioni. I Tolomei hanno ristrutturato il tempio nel suo complesso compresa quindi l’area sacra di pertinenza con servizi e magazzini annessi”.

Medinet Madi riemerge poco a poco dalle sabbie

Medinet Madi riemerge poco a poco dalle sabbie

L’egittologa ricorda lo stupore con cui, durante la rimozione della sabbia “sono state ritrovate le cose più eclatanti, dal punto di vista archeologico”, dalle due coppie di leoni posizionate all’ingresso del dromos dedicati alla dea Ermuthis al tempietto ellenistico nel chiosco sud. E ancora: “Nel cosiddetto tempio “C” tolemaico, dedicato al culto dei due coccodrilli, in un edificio con volta a botte giustapposto al muro settentrionale, è stata trovata la cosiddetta “nursery” dei coccodrilli”. La scoperta risale al 1999: una buca profonda circa 60 centimetri conteneva più di 30 uova di coccodrillo ricoperte da uno strato di sabbia. Molte delle uova presentavano feti di coccodrillo a vari stati di evoluzione. L’ipotesi è che l’edificio avesse funzione di luogo di incubazione per coccodrilli “sacri”, prima di essere sacrificati, mummificati e venduti come ex-voto a devoti e pellegrini.  Missione dopo missione, grazie alla rilevazione satellitare è stato possibile capire l’organizzazione urbana dell’area sacra così da poterne integrare la pianta con elementi importantissimi come il castrum Narmoutheos (rinvenuto nel 2007), un campo fortificato dell’epoca di Diocleziano (IV sec. d.C.) di cui si sapeva l’esistenza grazie a fonti scritte, ma di cui si ignorava la posizione fino alla sua riscoperta con il foto rilevamento. Grazie a queste informazioni il sito è oggi importante non solo per le conoscenze delle singole strutture architettoniche, ma perché ci permette di ricostruire e quindi di apprezzare l’impianto urbanistico di una cittadina del Medio Regno.

La scultura della dea-leonessa a guardia dell'ingresso

La scultura della dea-leonessa a guardia dell’ingresso

Nel 2006 sono stati scoperti 5 nuovi leoni con zoccolo. “E stavolta siamo stati fortunati perché, diversamente dagli altri trovati nel corso degli anni, questi non erano “muti”: portavano cioè un’iscrizione – in questo caso greca – con dedica  di un fedele a Iside. L’iscrizione contiene la citazione di un fatto che ci permette di datarli esattamente al 116 a.C. (l’epoca di Tolomeo VIII – Cleopatra II)”. Eccezionale anche l’ultima scoperta fatta in ordine di tempo nel cosiddetto “chiosco nord”: la statua di una leonessa con ben evidenti le quattro mammelle a una delle quali è attaccato un leoncino che sta succhiando il latte. Una scena molto tenera che è un unicum. Ovviamente la leonessa non è altro che una divinità che protegge l’ingresso del chiosco. Un qualcosa di simile lo possiamo trovare in un rilievo rinvenuto in Nubia e riferito alla dea Tefnut dalla testa leonina: è disegnata di profilo, sempre con quattro mammelle ma senza leoncino. In entrambi i casi c’è un particolare che merita una riflessione: il felino è rappresentato con la criniera anche se è una leonessa. “Tutti sapevano, anche all’epoca, che le leonesse non hanno la criniera – prerogativa dei maschi – e portano una pelliccia molto liscia”, assicura Bresciani che si chiede: “Perché dunque questo particolare chiaramente non corrispondente all’osservazione in natura?  Aggiungendo e mostrando la criniera, l’artista credo abbia voluto dare l’idea di forza, di vigore (tipiche del maschio) a questa divinità posta a difesa dell’ingresso del chiosco nord”.

Oggi, col parco archeologico, ai visitatori è possibile rivivere tutte queste emozioni  e informazioni grazie a un percorso completo attraverso tutto il sito, preparato all’ingresso da un Visitor Center che accoglie l’ospite con tutti i servizi (dalla caffetteria al bookshop) e lo prepara alla visita. È evidente che il Parco archeologico al Fayyum è un impulso al turismo, però sempre controllato, cui si offre l’occasione di ammirare questa cittadina del Medio Regno che si sviluppa fino all’età tolemaica per arrivare all’epoca romana con la grande piazza porticata,  che è un altro unicum in Egitto.

Osiride e l’altro Egitto: il Veneto svela i misteri della terra dei faraoni

Il progetto "Osiride e l'altro Egitto"

Il progetto “Osiride e l’altro Egitto”

Fino a gennaio mostre ed eventi tra Dolo, Borgoricco e Padova

Scoprire l’antico Egitto restando in Veneto. Fino a gennaio 2014 il progetto “Osiride e l’altro Egitto” tra Dolo, in Riviera del Brenta nel Veneziano, Borgoricco nella zona centuriata padovana, e la stessa Padova, svela attraverso mostre e molti eventi collaterali i misteri dell’antico Egitto: spostandosi di pochi chilometri nel cuore del Veneto è possibile viaggiare nella terra dei faraoni, visitare luoghi e incontrare personaggi unici in Egitto, vivere in diretta il fascino di una delle civiltà più antiche e famose della storia. Grazie alla collaborazione delle università di Padova e di Venezia Ca’ Foscari, della regione Veneto, delle soprintendenze preposte ai 29 musei coinvolti  nel progetto VenetoEgitto, ai Comuni e a Enti e associazioni private, è stato possibile allestire due mostre e promuovere iniziative collaterali (che meritano singoli approfondimenti che affronteremo in successivi post). Intanto vediamo  a grandi linee le caratteristiche delle tre sedi coinvolte.

Borgoricco, “La tomba di Pashedu: un artista al servizio del faraone”

La ricostruzione della tomba di Pashedu

La ricostruzione della tomba di Pashedu

Fino al 6 gennaio al museo della Centuriazione romana di Borgoricco (orario: lun-sab 9-12.30, mer ven e sab anche 15-18; dom solo in occasione degli eventi collaterali) viene presentata la riproduzione in scala 1:1 della celebre tomba egizia di Pashedu, artigiano ed artista del periodo di Ramses II (XIX dinastia) , realizzata fedelmente con tre anni di paziente lavoro da Gianni Moro di Motta di Livenza, grande appassionato del mondo egizio: in una struttura di 5 metri per 2,50 metri, si scoprono la camera sepolcrale, il relativo corridoio di accesso e i minuziosi dipinti nelle pareti, rinvenuti nella necropoli di Deir-el-Medina, il villaggio degli operai che lavoravano alle tombe reali della Valle dei Re.

Dolo, “L’Osireion di Abido: viaggio nel cuore spirituale dell’antico Egitto”

L'associazione Osirion di Abido

L’associazione Osirion di Abido

Fino al 6 gennaio alle Antiche Scuderie di Dolo (orario: tutti i giorni 16-1930) prendono forma i sogni, le fatiche, le intuizioni di Paolo Renier, un fotografo, un grande fotografo, profondamente innamorato dell’Egitto e del suo centro spirituale più importante, Abido, a 150 chilometri da Luxor, dove da un quarto di secolo raccoglie immagini, fa reportage, incontra persone, trasformando i suoi viaggi sul Nilo in veri e propri pellegrinaggi sulla mitica tomba di Osiride. Con quella messe di informazioni in mostra si propone l’Osireion ricostruito in parte in scala 1:1 da Romeo Tonello e dal suo team RexPol e riproposto nella sua interezza dal modello in scala 1:20 di Maurizio Sfiotti. Percorsi multimediali e interattivi, foto e filmati 3D, curati da Cultour Active, arricchiscono l’esposizione e guidano alla scoperta dei misteri dell’Egitto più antico, inaccessibile ai grandi flussi turistici: il visitatore può camminare nella Camera Centrale e scoprire la magnificenza della decorazione della Stanza del Sarcofago.

Padova, “Giovan Battista Belzoni: il padovano che scoprì l’antico Egitto”

La statua della dea Sekhmet conservata a Padova

La statua di Sekhmet conservata a Padova

Il viaggio veneto nell’antico Egitto si chiude alla collezione egizia del museo archeologico di Padova (orario: 9-19, lun chiuso), 180 reperti Tra i materiali spiccano due reperti di eccezionale rilevanza, legati alla figura del padovano Giovan Battista Belzoni che ha legato il proprio nome a grandi scoperte nella terra dei faraoni: nel marzo del 1819 proprio Belzoni, anche se lontano dalla patria già da diversi anni, donò alla sua Padova due statue raffiguranti la dea Sekhmet, dalla testa di leonessa, scoperte nel corso delle sue esplorazioni nell’antica Tebe; inoltre, a Belzoni e al suo breve rientro a Padova nel 1819 sono riconducibili alcuni papiri in aramaico, donati al Museo dai suoi eredi. “La visita alla collezione – spiegano gli organizzatori – completa quindi il nostro viaggio permettendo di cogliere in modo coerente l’evoluzione di una cultura millenaria che ha influenzato sotto molti aspetti la storia dell’intero mondo affacciato sul Mediterraneo”.