Il soffitto astronomico dell’Osireion di Abido: un unicum dell’Antico Egitto. A Dolo si può quasi toccare con mano nella mostra di Paolo Renier
Più lo studi e più il mistero sembra infittirsi: è il soffitto astronomico della cosiddetta “stanza del sarcofago”, spazio “segreto”, quasi un testamento spirituale, voluto da Seti I, il grande faraone della XIX dinastia, padre di un altro grande – Ramses II -, a ridosso dell’Osireion, la “tomba” del dio dell’aldilà e della rinascita, ad Abido, nel cuore della terra dei faraoni, città sacra per eccellenza per tutto l’Antico Egitto, meta per tremila anni di pellegrinaggi, luogo di elezione per numerose dinastie di faraoni, incarnazione della divinità in terra.
E in questi giorni che a Dolo, alle antiche scuderie, è aperta la mostra “L’Osirion di Abydo. Viaggio nel cuore spirituale dell’Antico Egitto” (fino al 6 gennaio, orario: tutti i giorni 16-19.30), il soffitto astronomico rivive e si può toccare quasi con mano grazie alle eccezionali fotografie di Paolo Renier, fotografo trevigiano (ma il termine è riduttivo per un personaggio che da quasi tre decenni con le sue immagini e, soprattutto, con la sua sensibilità, ha cercato di cogliere quasi di carpire i segreti i misteri, si potrebbe dire l’energia vitale, che l’Antico Egitto ancora oggi emana), e grazie alle spiegazioni che la dottoressa Federica Pancin, laureanda in Egittologia all’università Ca’ Foscari di Venezia, offre a tutti i visitatori, facendo “parlare” ogni dettaglio dei rilievi, dei cartigli, dei geroglifici, che fanno del soffitto astronomico di Abido un “unicum” di tutto l’Antico Egitto. Proprio con queste eccezionali immagini, scattate ancora qualche anno fa da Paolo Renier con perizia un po’ di coraggio e superando non poche difficoltà, oggi gli egittologi hanno a disposizione uno strumento di studio insostituibile, se pensiamo al degrado e all’incuria in cui versa l’originale, per salvare il quale Renier si batte da anni cercando di sensibilizzare autorità e studiosi.
Tra i primi a tornare a studiare il soffitto astronomico di Abido, con le fotografie di Paolo Renier, è stata l’egittologa Carla Alfano della Fondazione Memmo di Roma. “Il soffitto dell’Osireion di Abydos è poco conosciuto – ammette -, non sufficientemente studiato ma soprattutto non documentato”. Ben più famosi sono altri soffitti astronomici, come quello, più antico, nella tomba di Senenmut, l’architetto di corte e amante della regina-faraone Hatshepsut che visse a metà della XVIII dinastia. “Questa tomba, la n.353”, ricorda Alfano, “è una seconda tomba del grande uomo di corte, meno fastosa della prima ma molto più importante. Si trova a pochi metri dal grande complesso templare di Deir el Bahari, costruito per la gloria ultraterrena delle regina che governò l’Egitto non come reggente ma come faraone, derivando tale diritto non dall’essere stata moglie di re, ma dall’essere la figlia legittima del faraone Tuthmosi I. Nella camera A del sepolcro si può ammirare una delle più complete rappresentazioni del cielo che gli Egizi ci abbiano tramandato. Dalla posizione degli astri, secondo gli scienziati il soffitto può essere stato dipinto intorno al 1463 a.C.”. Conosciamo altri soffitti astronomici, ma posteriori a quello di Abido, come il meraviglioso soffitto nella sala colonnata della tomba dii Ramses VI e lo zodiaco del tempio di Hathor a Dendera.
“Alzare gli occhi verso l’alto e riuscire a percepire tutta la volta celeste in una perfetta mezza sfera era l’esperienza quotidiana degli Egizi”, spiega Carla Alfano che ci introduce nella concezione cosmica della terra dei faraoni. “Là dove l’orizzonte non è mai interrotto da monti, vegetazione e colline si poteva entrare in sintonia con i fenomeni del cielo e comprendere che l’essere umano e la stessa Terra sono all’interno di un complesso, immenso sistema celeste. A noi, abitanti di altre latitudini, tale spettacolo è negato, forse per questo, con grande ritardo, abbiamo osservato il cielo sperimentalmente e quindi scientificamente. In Egitto è sempre stato diverso. La natura del luogo ha sempre facilitato la comprensione che la Terra e l’uomo sono parte di un sistema più grande, con regole fisse e ricorrenti che per essere conosciute e capite andavano solo osservate. I sacerdoti sul tetto terrazzato del tempio, posti uno di fronte all’altro, osservavano per tutta la notte il movimento delle stelle, annotandolo e scandendo così il tempo astronomico e il calendario. Quei sacerdoti hanno iniziato dagli albori della civiltà egizia lo studio dell’astronomia”.
Il movimento degli astri e del sole si è poi imbevuto di religiosità. “L’egizio, come tutti gli uomini, era alla ricerca di Dio e lo cercò nel sole, nell’aria, nel cielo, nella terra. Ma soprattutto lo trovò nel sole che indiscutibilmente è l’artefice della vita e che compie un viaggio quotidiano nel cielo diurno e nella Duat infernale di notte. Le conoscenze astronomiche servivano a regolare il mondo dei vivi e la società, ma servivano anche ad interpretare il mondo ultraterreno con la speranza della resurrezione, proprio come fa il sole che riusciva ogni notte a sconfiggere i suoi nemici e tornava a sorgere per illuminare un altro giorno. Proprio questo è descritto nei soffitti astronomici che erano una collocazione architettonica e spaziale ideale per riprodurre la volta celeste e poter fissare la mutabilità della posizione delle stelle e il cammino del sole”.
Ma scopriamo meglio il soffitto astronomico dell’Osireion di Abido, i cui due rettangoli riportano ciascuno, oltre alle iscrizioni, una figura della dea-cielo Nut incurvata sulla terra e con il sole tangente al suo corpo perché, secondo il mito, ella lo partoriva al mattino e lo ingoiava la sera. “La metà destra del soffitto, o parte orientale”, continua l’egittologa, “è essenzialmente descrittiva. La zona sottostante la dea rappresenta la Duat, cioè il regno di Osiride, visitata ogni notte dal sole che lo percorre in dodici ore nella sua barca celeste. Va ricordato a tale proposito che le ore egizie, a differenza delle nostre, non erano ore equinoziali, ma misuravano, di giorno, i dodicesimi del tempo di luce e, di notte, i dodicesime del tempo di buio. Questo viaggio nella Duat, che si trova con poche varianti in altri soffitti astronomici, qui è disegnato in tre registri paralleli separati fra loro da righe di scrittura: si hanno quindi dei quadri simili in cui il registro centrale riporta il viaggio della barca mesketet, sopra e sotto la quale si vedono teorie di divinità, gruppi di demoni, spiriti e simboli”.
“La metà sinistra del soffitto è la parte più interessante e più nota con la figura di Nut preceduta da testi: il primo è il Testo drammatico, cosiddetto perché descrive in forma mitologica il sorgere e il tramontare delle stelle, i loro periodi di invisibilità e il ciclo lunare, sottolineando il fatto che tutti questi fenomeni astronomici dipendono dalla posizione del sole. Segue un testo relativo alla determinazione dell’ora diurna con la descrizione del modo di costruire e di usare un orologio solare a cubito del quale si riporta una figura e poi da un elenco delle ore notturne messe in relazione con il corpo di Nut. Dopo queste righe di scrittura verticali si ha la figura della dea-cielo Nut , incurvata sulla terra e sorretta dal dio-aria Shu. Sul corpo della dea è riportato un elenco di 36 decani, che sono quelli al transito e costituiscono la famiglia decanale detta appunto “di Seti I”. I decani sono 36 stelle, costellazioni o zone di cielo visibili per 10 notti consecutive la cui levata (prima della XII dinastia) e il cui transito al meridiano (dopo la XII dinastia) permettevano di determinare l’ora notturna. Il problema di riconoscere i decani è fondamentale per lo studio dell’astronomia egizia. Sotto il corpo di Nut, a destra e a sinistra di quello di Shu, c’è un altro elenco di decani, datati in funzione dell’anno vago, cioè dell’anno egizio formato da una sequenza di 365 giorni interi: ciò vuol dire che è registrata la data in cui ciascuno nasce, entra nella Duat (dopo 90 giorni) e poi rinasce (dopo 70 giorni)”.
Considerando l’importanza che la levata della stella Sirio ebbe nel calendario agricolo e religioso, e che mantiene ancora nello studio della cronologia egizia, gli egittologi oggi sono in grado di calcolare l’epoca durante la quale questa tavola era in accordo con il cielo; l’originale risulta databile intorno al 1879 a.C., cioè risale al Medio Regno, più o meno al tempo di Sesostri III. Il resto delle iscrizioni costituisce la cosiddetta Cosmologia che descrive nella consueta forma mitica: l’origine del sole, i limiti del cielo, il moto delle stelle e il comportamento dei decani. “Questa Cosmologia era ritenuta molto importante e fu riprodotta anche sul soffitto della tomba di Ramses VI nella Valle dei Re e tramandata su papiri astronomici di età posteriore. Ancora oggi questi testi sono alla base di qualunque studio di astronomia egizia”.
In riva al Brenta l’Osireion di Abydo e i misteri dell’Antico Egitto
Visto da fuori l’edificio, con la sua forma a “tempio” completo di colonnati e timpani, chiara evocazione palladiana, attira per la sua monumentalità. Ma è all’interno che le antiche scuderie di Dolo, in Riviera del Brenta, nel Veneziano, svela una vera e propria meraviglia che vale la pena di ammirare: la mostra “L’Osirion di Abydo. Viaggio nel cuore spirituale dell’Antico Egitto” (fino al 6 gennaio, orario: tutti i giorni 16-19.30). Nei vasti ambienti a capriate delle antiche scuderie Paolo Renier, fotografo trevigiano (ma il termine è riduttivo per un personaggio che da quasi tre decenni con le sue immagini e, soprattutto, con la sua sensibilità, ha cercato di cogliere quasi di carpire i segreti i misteri, si potrebbe dire l’energia vitale, che l’Antico Egitto ancora oggi emana) ha “ricreato” l’Osireion, la tomba di Osiride, cioè il luogo più sacro nella città più sacra dell’Egitto dei faraoni: Abydo, a 150 chilometri da Luxor, ai margini dei deserto occidentale, è la città di Osiride, il dio dell’Oltretomba ma anche della Rinascita, per tremila anni meta di pellegrinaggi dal faraone all’egiziano comune; la città dove le prime dinastie (solo dalla V le sepolture monumentali sono state spostate a nord, nella piana di Giza) hanno posto le loro tombe; la città che prima il faraone Sethi I (XIX dinastia) e poi il figlio Ramses II hanno monumentalizzato.
Non è stato facile fotografare i segreti di Osiride. Chi ha avuto la fortuna di raggiungere quel luogo, come chi scrive, sa bene delle difficoltà logistiche (fino a poco tempo fa non c’era neppure una camera modesta dove passare la notte: all’ospite veniva concessa una visita veloce di poche ore al seguito del convoglio militare in partenza all’alba da Luxor dove tornava rigorosamente prima di sera) ma anche operative: l’illuminazione dentro i templi di Abydo o non esiste proprio (e per illuminarli, in mancanza di collegamenti elettrici, bisogna affidarsi al vecchissimo ma sempre efficace metodo degli specchi) o è scarsa con luci al neon il cui effetto è pessimo perché toglie profondità ai delicatissimi rilievi. In questo ambiente dal fascino e dall’energia unici, Paolo Renier non solo è riuscito a fotografare ogni dettaglio, ogni rilievo, ogni ambiente, ma anche a renderlo “vivo”, quasi che ad accompagnarlo nel suo paziente e decennale lavoro ci sia stato qualche schiavo mandato dal gran sacerdote a illuminargli il cammino con le torce anche là dove all’umano non era consentito andare.
Quest’atmosfera magica fino al 6 gennaio si rivive appunto alle antiche scuderie di Dolo nella mostra “L’Osirion di Abydo” promossa dal Comune di Dolo, con l’assessore alla Cultura e grandi eventi Antonio Pra, e realizzata da Paolo Renier col contributo del geometra Maurizio Sfiotti, che ha realizzato il plastico dell’Osireion in scala 1:20 dopo aver rilevato tutte le misure sul posto; della dottoressa Federica Pancin, laureanda in Egittologia all’università Ca’ Foscari di Venezia che aiuta a “leggere” il monumento; di Romeo Tonello, direttore di Rexpol – main sponsor della mostra – che ha realizzato la riproduzione del monumento in scala 1:1; e di Enrico Longo, direttore di CultourActive, curatore della grafica e della promozione dell’evento.
Invito alla mostra. Ci sarà tempo per affrontare studi specifici, nuove ipotesi o solo intriganti suggestioni sull’Osireion di Abydo. Per ora l’invito è proprio di andare a Dolo perché si può rivelare un’esperienza unica: accanto a gigantografie di dettagli del monumento, c’è la ricostruzione in scala 1:20 del complesso dell’Osireion, realizzato in legno e blocchi di granito da Maurizio Sfiotti che nell’ultima missione di Paolo Renier ad Abydo, nel maggio scorso, ha misurato col laser tutta la tomba di Osiride, compresi gli annessi, regalandoci per la prima volta una planimetria completa del complesso sacro più misterioso dell’intero Antico Egitto (un lavoro eccezionale che merita un post a parte). E poi ci sono i filmati (anche in 3D: gli organizzatori forniscono gli occhialini) che documentano l’Osireion di Abydo insieme alla stessa operazione di documentazione del sito da parte di Renier e del suo gruppo.
Ma il vero “clou” della mostra è la ricostruzione in scala 1:1 (sì, avete letto bene: a grandezza naturale) della stanza del sarcofago dell’Osireion, realizzata da Sethi I quasi 3300 anni fa e dallo stesso faraone fatta sigillare con tutti i suoi segreti. Sono stati i tombaroli, nei secoli successivi, a violarlo sfondando una parete e procurandosi così un varco. Nella stanza del sarcofago c’è il famoso soffitto astronomico, una meraviglia che solleva più interrogativi che certezze, e che a Dolo è possibile vedere in tutto il suo splendore grazie a otto proiettori che riproducono sul tetto a spioventi immagini, simboli, geroglifici incisi sulle lastre e fotografati con cura da Paolo Renier. Perché è eccezionale l’esperienza dolese? Primo, perché all’interno dell’originale, anche chi ha la ventura di giungere ad Abido, difficilmente riesce ad arrivarci (l’ambiente è invaso da una melma – può arrivare anche a quasi mezzo metro di spessore – maleodorante e popolata da animaletti o microrganismi poco consigliabili, che comunque rende il pavimento già sconnesso e irregolare anche estremamente scivoloso); secondo, ed è l’aspetto più importante e purtroppo anche più grave, il soffitto astronomico è in precarie condizioni di conservazione: i rilievi si stanno sfaldando sotto l’effetto distruttivo combinato dell’umidità e dei pipistrelli che nella stanza del sarcofago trovano rifugio sicuro. Ciò significa che le immagini di Paolo Renier, realizzate molti anni fa, sono ormai la documentazione più completa dell’Osireion. Non resta quindi che andare a Dolo dove Paolo Renier e l’egittologa Federica Pancin arricchiscono l’emozione della visita con accattivanti quanto complete spiegazioni. Buona visita.
L’Egitto oggi: grandi progetti dal Grande museo Egizio a Giza al viale delle Sfingi a Luxor. Colloquio col segretario generale del Supremo consiglio delle Antichità
Missioni archeologiche garantite, e poi grandi progetti: dal museo di Tutankhamon al recupero del viale delle Sfingi a Luxor al museo della Civiltà Egizia al Cairo. È un vulcano di idee e di buone intenzioni Mostafa Amin Mostafa Sayed, il segretario generale del Supremo consiglio delle Antichità della Repubblica araba d’Egitto, che qui completa il colloquio avuto a Rovereto in occasione della Rassegna internazionale del Cinema archeologico.
Missioni archeologiche. “Nonostante sia una situazione oggettivamente difficile quella che l’Egitto sta vivendo, posso assicurare che non ci sono mai state interruzioni nell’attività delle molte missioni archeologiche internazionali impegnate lungo il Nilo: stanno tutte lavorando – o hanno lavorato, se le campagne del 2013 sono già state concluse – regolarmente come negli anni passati. L’attività di ricerca archeologica è direttamente sostenuta dal Governo”, tranquillizza Mostafa Amin. “Anche in questo momento” conferma Aly Ibrahim El Sayed El Asfar, responsabile dell’Alto Egitto, inserendosi nella discussione, “a Luxor sono numerose le missioni straniere attive e operanti. Noi, da parte nostra, cerchiamo di aiutarle e incoraggiarle tutte”. E aggiunge, cambiando tono: “Ma c’è un aspetto che ci preoccupa: la conservazione del nostro ingente patrimonio archeologico: Ora per noi il restauro dell’esistente, tra siti noti e meno noti, e milioni di reperti musealizzati, è doveroso e più importante dello scavo stesso. Del resto sappiamo tutti che la terra d’Egitto, per le sue particolari condizioni climatiche, conserva molto meglio (e lo fa da molti millenni) di quanto sappia fare l’uomo: finché i tesori stanno sotto la sabbia sono al sicuro”. Aly Ibrahim El Sayed El Asfar ricorda come la prima risorsa del Paese, il turismo, che ha portato (e si spera lo possa tornare a fare al più presto) milioni di persone da tutto il mondo a calcare le vestigia degli antichi faraoni, sia anche la prima fonte di preoccupazione: “Dobbiamo tenere ben presente l’impatto di milioni di visitatori che rappresenta un serio pericolo per la conservazione dei monumenti. Per questo riteniamo il restauro un aspetto fondamentale e lo chiediamo caldamente anche alle missioni straniere”.
Grandi progetti. È proprio pensando ai visitatori e al loro ritorno in massa che il Supremo consiglio delle Antichità sta portando avanti al Cairo due ambiziosi progetti: il museo della Civiltà dell’Egitto e il Grande museo Egizio nella piana di Giza, vicino alle Piramidi. “Purtroppo l’attuale situazione politico-sociale dell’Egitto, che porta come prima conseguenza una profonda crisi economica”, spiega Mostafa Amin, “sta rallentando la realizzazione dei due nuovi musei per ovvia mancanza di finanziamenti. Ma confido che presto questa fase difficile sarà passata e lentamente la vita e l’economia del Paese torneranno alla normalità”.
Il progetto sicuramente più vicino alla sua realizzazione è quello del museo della Civiltà (Civilizzazione) dell’Egitto. “È nuovissimo, anche nella concezione”, continua il segretario generale con entusiasmo, “si trova a El Fusat, alla periferia del Cairo, dotato di ampio parcheggio e di tutti i servizi che si richiedono a un moderno museo (dalla caffetteria al bookshop alle audioguide ai video) in grado di accogliere – nelle previsioni – migliaia di visitatori e di accompagnarli nella visita delle sale espositive. All’interno, molto spazioso, troveranno posto reperti dalla preistoria (e quindi dal pre-dinastico) ai giorni nostri (non solo quelli che già abbiamo a disposizione, ma anche quelli che verranno scoperti in futuro): sei millenni di storia e cultura lungo le sponde del Nilo. L’obiettivo era di aprire il museo entro la fine dell’anno, ma slitterà di qualche mese: manca qualche rifinitura della facciata e completare la collocazione delle opere”.
È invece prevista non prima del 2015 (ma i tempi sono destinati ad allungarsi) l’apertura del Grande museo Egizio all’ombra delle piramidi di Giza, che ruoterà attorno al tesoro di Tutankhamon. “Sarà dedicato ai grandi faraoni che hanno fatto grande l’Antico Egitto. E qui troverà posto tutto il tesoro di Tutankhamon, finalmente esposto e raccolto in un’unica sala. Sarà un evento epocale che però comporterà tutta una serie di problemi logistici e culturali di non poco conto da risolvere”, anticipa Mostafa Amin. “Prima di tutto c’è da affrontare in assoluta sicurezza il trasferimento dell’immenso, fragile e prezioso tesoro di Tut: come e quando procedere? Stiamo valutando un piano operativo che tenga conto di tutti i potenziali pericoli. Sarà l’occasione di verificare se qualche pezzo avrà bisogno di restauri”. Ma poi si presenterà un problema ancora più impegnativo: mentre il nuovo Grande museo a Giza avrà un suo allestimento organico pensato proprio per la nuova struttura museale che ruoterà attorno al tesoro di Tutankhamon, cosa ne sarà dello “storico” museo Egizio del Cairo? Tornerà all’allestimento del 1902, quando fu inaugurato? Cioè tornerà nell’allestimento originario pensato prima di essere costretti a trovare posto al tesoro di Tut, la cui tomba fu scoperta nel 1922? Oppure sarà completamente ripensato? “Il problema è ancora aperto. Dobbiamo valutare anche alla luce della possibile acquisizione del vicino edificio occupato da un partito politico che amplificherebbe gli spazi disponibili. La soluzione comunque richiederà tempi lunghi”.
Sul territorio il progetto più importante portato avanti dal Supremo consiglio delle Antichità dopo la rivoluzione del 25 gennaio 2011 è a Luxor e riguarda, come chiarisce Aly Ibrahim El Sayed El Asfar, il recupero del viale processionale delle Sfingi tra il tempio di Luxor e quello di Karnak. “Si ricreerà così l’aspetto originale dell’antica Tebe animata dalle processioni rituali col passaggio delle navi sacre tra i due templi. Percorrendo il viale, che rimarrà staccato dalla viabilità ordinaria di Luxor, Il visitatore potrà sentirsi come il gran sacerdote di Amon o – se preferisce – lo stesso faraone, dio in terra, in dialogo con la divinità”. Questo progetto comporta l’abbattimento di molti edifici, anche pubblici (tra cui la sede del Governatore e una moschea) , e il lavoro non è ancora concluso. “Contemporaneamente – precisa il responsabile dell’Alto Egitto – devono essere riportate alla luce, restaurate e collocate in situ le varie sfingi, all’interno di un percorso che si deve armonizzare con la città moderna che ha le sue esigenze: di qui l’eliminazione degli incroci a raso e la creazione di sottopassi per il traffico veicolare moderno”. Anche questo grande progetto ha subito rallentamenti, dovuti alla crisi e alla rivoluzione. Ma si va avanti”.
Prima di concludere il colloquio con il segretario generale del Supremo consiglio delle Antichità non poteva mancare un accenno al suo predecessore, Zahi Hawass, cui Mostafa Amin è subentrato dopo la destituzione del presidente Hosni Mubarak. “È un ottimo archeologo. È stato mio maestro”, taglia corto. Ma Hawass, forse il più noto egittologo egiziano, all’indomani della sua destituzione, era stato oggetto di accuse pesanti, anche penali. “Tutte queste accuse sono cadute”, assicura Mostafa Amin. “Ora Zahi, anche senza avere un incarico pubblico preciso, riveste ancora un ruolo importante per la ricerca archeologica e l’egittologia. Ha un suo ufficio di consulenza e lavora principalmente per i privati, ma anche per noi”.
(3 – fine. Precedenti post il 20 e 23 novembre)
L’Egitto oggi: tra rivoluzione e grandi progetti. Colloquio con il nuovo segretario generale del Supremo consiglio delle Antichità
La rivoluzione araba spazzerà via millenni di storia e di arte nella terra dei faraoni? L’Egitto, così amato dai turisti di tutto il mondo tanto da essere il Paese con maggior fidelizzazione (ci si torna almeno tre volte nella vita, una media quasi unica), rischia di essere precluso ai visitatori e agli appassionati? Le missioni archeologiche internazionali potranno continuare e i tesori scoperti nei secoli sono al sicuro? Sono solo alcune delle problematiche che chi ama l’Egitto si è posto negli ultimi mesi, e alle quali il nuovo segretario generale del Supremo consiglio delle antichità della Repubblica araba d’Egitto, Mostafa Amin Mostafa Sayed, risponde con franchezza e senza remore, si potrebbe dire col cuore in mano, dimostrando di essere profondamente innamorato del proprio Paese: il colloquio è stato raccolto a Rovereto in occasione della recente Rassegna internazionale del Cinema archeologico: un’occasione eccezionale, perché era la prima volta – dalla sua nomina nel 2011 subito dopo la caduta del governo Moubarak e l’arrivo al potere dei Fratelli Musulmani – che Mostafa Amin Mostafa Sayed usciva dall’Egitto per un viaggio ufficiale in Italia.
E la scelta di Rovereto, se pur inusuale (come si potrebbe pensare, visto che nel centro trentino non si conserva alcuna delle importanti collezioni egizie conservate in Italia), non è casuale: quasi dieci anni fa ormai (era il febbraio 2004) la Repubblica araba d’Egitto con il Supremo consiglio delle Antichità stipulò proprio con Rovereto e il suo Museo Civico la prima (e al momento ancora unica) convenzione internazionale per l’utilizzo dei diritti delle immagini dell’immenso patrimonio che l’Antico Egitto ci ha lasciato. Si tratta dell’imponente fototeca (decine di migliaia di foto) messa insieme in decenni di “missioni” del grande appassionato ed esperto della civiltà dei Faraoni, Maurizio Zulian, che ha concentrato gran parte del suo interesse nel Medio Egitto e, cosa ancora più importante, a quei siti eccezionali ma nella loro quasi totalità preclusi al pubblico. Il suo “Egitto segreto” è diventato un must del museo Civico di Rovereto che ha digitalizzato, didascalizzato e georeferenziato le immagini, mettendole a disposizione degli internauti di tutto il mondo.
Nuova convenzione. Ma dalla prima forma non solo sono cambiati i tempi e la situazione politica ma anche le persone, così l’Egitto con il nuovo responsabile delle Antichità ha voluto dare nuovo impulso alla convenzione avviandone con il museo Civico, nel frattempo divenuto Fondazione, l’aggiornamento e il rinnovo. Mostafa Amin Mostafa Sayed, egittologo-islamista, a Rovereto è giunto in delegazione accompagnato da Aly Ibrahim El Sayed El Asfar, responsabile dell’Alto Egitto (che ha in Luxor e la valle dei Re i suoi punti di forza), e Mansour Boraik Radwan Karim, responsabile del Medio Egitto, con i centri di Minya e Assiut, e delle oasi del sud: Farafra, Dakhla e Kharga. Il segretario generale parla a ruota libera di rivoluzione, Fratelli Musulmani, missioni archeologiche, tutela al patrimonio archeologico, valorizzazione dei siti, grandi progetti culturali. Ecco i contenuti del colloquio.
(1 – continua; nuovo post nei prossimi giorni)
Tutankhamon è morto in battaglia: tesi di ricercatore britannico
Tutankhamon sarebbe morto travolto da un carro da guerra. È l’ultima teoria sulla morte del faraone Tutankhamon proposta dal ricercatore britannico Chris Naunton in base a una autopsia virtuale sui resti del faraone. “Poco prima della morte – ha sostenuto alla televisione britannica – potrebbe aver sostenuto una battaglia restandovi mortalmente ferito. Lo studioso ed i suoi colleghi dell’Istituto Forense di Cranfield, nella Bedfordshire County, hanno compiuto una autopsia virtuale dei resti del faraone concludendone che le lesioni sul corpo corrisponderebbero agli effetti dell’urto di un carro da battaglia subito al fianco da Tutankhamon mentre si trovava in posizione inginocchiata. Per il ricercatore molti indizi sarebbero stati fino ad oggi trascurati, fra gli altri un pezzo di tessuto di tela rinvenuto sul cadavere e il fatto, sostiene, che la mummia del faraone avrebbe preso fuoco all’interno del sarcofago a causa di un mix sbagliato di olii usato nell’imbalsamazione. Ora aspettiamoci le repliche di altri esperti.
Osiride e l’altro Egitto: il Veneto svela i misteri della terra dei faraoni
Fino a gennaio mostre ed eventi tra Dolo, Borgoricco e Padova
Scoprire l’antico Egitto restando in Veneto. Fino a gennaio 2014 il progetto “Osiride e l’altro Egitto” tra Dolo, in Riviera del Brenta nel Veneziano, Borgoricco nella zona centuriata padovana, e la stessa Padova, svela attraverso mostre e molti eventi collaterali i misteri dell’antico Egitto: spostandosi di pochi chilometri nel cuore del Veneto è possibile viaggiare nella terra dei faraoni, visitare luoghi e incontrare personaggi unici in Egitto, vivere in diretta il fascino di una delle civiltà più antiche e famose della storia. Grazie alla collaborazione delle università di Padova e di Venezia Ca’ Foscari, della regione Veneto, delle soprintendenze preposte ai 29 musei coinvolti nel progetto VenetoEgitto, ai Comuni e a Enti e associazioni private, è stato possibile allestire due mostre e promuovere iniziative collaterali (che meritano singoli approfondimenti che affronteremo in successivi post). Intanto vediamo a grandi linee le caratteristiche delle tre sedi coinvolte.
Borgoricco, “La tomba di Pashedu: un artista al servizio del faraone”
Fino al 6 gennaio al museo della Centuriazione romana di Borgoricco (orario: lun-sab 9-12.30, mer ven e sab anche 15-18; dom solo in occasione degli eventi collaterali) viene presentata la riproduzione in scala 1:1 della celebre tomba egizia di Pashedu, artigiano ed artista del periodo di Ramses II (XIX dinastia) , realizzata fedelmente con tre anni di paziente lavoro da Gianni Moro di Motta di Livenza, grande appassionato del mondo egizio: in una struttura di 5 metri per 2,50 metri, si scoprono la camera sepolcrale, il relativo corridoio di accesso e i minuziosi dipinti nelle pareti, rinvenuti nella necropoli di Deir-el-Medina, il villaggio degli operai che lavoravano alle tombe reali della Valle dei Re.
Dolo, “L’Osireion di Abido: viaggio nel cuore spirituale dell’antico Egitto”
Fino al 6 gennaio alle Antiche Scuderie di Dolo (orario: tutti i giorni 16-1930) prendono forma i sogni, le fatiche, le intuizioni di Paolo Renier, un fotografo, un grande fotografo, profondamente innamorato dell’Egitto e del suo centro spirituale più importante, Abido, a 150 chilometri da Luxor, dove da un quarto di secolo raccoglie immagini, fa reportage, incontra persone, trasformando i suoi viaggi sul Nilo in veri e propri pellegrinaggi sulla mitica tomba di Osiride. Con quella messe di informazioni in mostra si propone l’Osireion ricostruito in parte in scala 1:1 da Romeo Tonello e dal suo team RexPol e riproposto nella sua interezza dal modello in scala 1:20 di Maurizio Sfiotti. Percorsi multimediali e interattivi, foto e filmati 3D, curati da Cultour Active, arricchiscono l’esposizione e guidano alla scoperta dei misteri dell’Egitto più antico, inaccessibile ai grandi flussi turistici: il visitatore può camminare nella Camera Centrale e scoprire la magnificenza della decorazione della Stanza del Sarcofago.
Padova, “Giovan Battista Belzoni: il padovano che scoprì l’antico Egitto”
Il viaggio veneto nell’antico Egitto si chiude alla collezione egizia del museo archeologico di Padova (orario: 9-19, lun chiuso), 180 reperti Tra i materiali spiccano due reperti di eccezionale rilevanza, legati alla figura del padovano Giovan Battista Belzoni che ha legato il proprio nome a grandi scoperte nella terra dei faraoni: nel marzo del 1819 proprio Belzoni, anche se lontano dalla patria già da diversi anni, donò alla sua Padova due statue raffiguranti la dea Sekhmet, dalla testa di leonessa, scoperte nel corso delle sue esplorazioni nell’antica Tebe; inoltre, a Belzoni e al suo breve rientro a Padova nel 1819 sono riconducibili alcuni papiri in aramaico, donati al Museo dai suoi eredi. “La visita alla collezione – spiegano gli organizzatori – completa quindi il nostro viaggio permettendo di cogliere in modo coerente l’evoluzione di una cultura millenaria che ha influenzato sotto molti aspetti la storia dell’intero mondo affacciato sul Mediterraneo”.










































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