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#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 22.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco si sofferma sugli ushabti, svela la storia intrigante della tomba di Khaemwaset, e chiude con il sarcofago di Tadiaset, bell’esempio dei sarcofagi a pseudo-stola

Col 22.mo appuntamento delle “Passeggiate del direttore” siamo ancora nel Terzo Periodo Intermedio. Il direttore Christian Greco ci presenta stavolta gli ushabti, presenza fondamentale del corredo funerario, e poi ci svela la storia intrigante della tomba di Khaemwaset, e chiude con il sarcofago di Tadiaset, bell’esempio dei sarcofagi a pseudo-stola. Gli ushabti erano delle statuine funerarie che venivano prodotte in serie. Nel Terzo Periodo Intermedio sono del blu brillante della faience, una pasta invetriata che serviva anche per dare la lucentezza alle statuette stesse che sono di due tipologie: mummiformi o in abiti dei viventi. Ma qual era la loro funzione? “Il defunto – spiega Greco – anche dopo la morte doveva continuare la sua attività nell’aldilà, doveva continuare a lavorare, ed eseguire gli incarichi che gli potevano essere dati da Osiride. Per preservarsi da tutto ciò poteva avere degli aiutanti – gli ushabti – e nella fattispecie, ne poteva avere uno per ogni giorno dell’anno, più un supervisore ogni dieci, quindi un totale di 401 statuette, servitori che nell’aldilà potevano aiutare il defunto a compiere tutte quelle attività che doveva svolgere. Quindi mentre il sarcofago preserva il corpo, gli ushabti aiutano il defunto. Il Libro dei Morti che li accompagna dà questa serie di formule funerarie che devono aiutare il defunto di modo che lui possa arrivare ai campi di Iaru. E possa continuare la sua esistenza e dare davvero ragione alla nuova nascita, alla vita dopo la morte”.

Il coperchio del sarcofago di Khaemwaset e, sulla parete, la foto della missione di Schiaparelli che descrive lo stato della tomba del figlio di Ramses III al momento della scoperta (foto Graziano Tavan)

I segreti della tomba di Khaemwaset, figlio di Ramses III. Al centro della sala dedicata al Terzo Periodo Intermedio c’è un sarcofago in pietra in granito rosa che però appartiene al Nuovo Regno. È infatti il coperchio di un sarcofago del principe ramesside Khaemwaset, figlio di Ramses III. Perché è qui? “Per capirlo – interviene Greco – dobbiamo osservare bene due foto esposte ai lati della galleria. Nella prima si vede la situazione che Schiaparelli e la sua squadra trovarono all’interno della tomba di Khaemwaset. Le pareti hanno decorazioni tipiche dell’età ramesside. E c’è un gran disordine all’interno della sala: serie di sarcofagi e ushabti affastellati l’uno sull’altro. Ci rendiamo immediatamente conto che questa tomba è stata riutilizzata più volte. Dopo Khaemwaset, la tomba è diventata una sepoltura di famiglia. Quindi la tomba è stata violata: vediamo pezzi di mummia, sarcofagi aperti. Probabilmente una penetrazione avvenuta in antico in cui coloro che sono entrati all’interno della tomba hanno tirato fuori le mummie in cerca di materiali preziosi. E finalmente all’inizio del Novecento arriva la Missione Archeologica Italiana in Egitto che trova all’interno della tomba di Khaemwaset delle sepolture di gruppo che appartenevano a due famiglie di coltivatori di loto”. Nella seconda foto si vede la situazione dopo una prima ricognizione e la pulitura della sala. “Le modalità di pulizia si sono concluse e si vede che il sarcofago – continua Greco -, il coperchio del sarcofago di Khaemwaset, è posizionato da solo. Quindi quella la situazione nell’età ramesside, mentre le sepolture della XXV dinastia costituivano una seconda fase, poi vi era stata la violazione della tomba, e infine era arrivata la Missione Archeologica Italiana in Egitto. Ed ecco quindi questo sarcofago al centro della sala ci vuole ridare la contestualizzazione archeologica, ci vuole fare capire come sia avvenuto lo scavo, come fosse la situazione all’interno della tomba di Khaemwaset, e come i sarcofagi della XXV dinastia che erano all’interno siano adesso disposti in queste sale”.

Il sarcofago di Tadiaset al museo Egizio di Torino (foto da http://www.iviaggidiraffaella.blogspot.com)

I sarcofagi della XXV dinastia hanno un aspetto molto diverso dai sarcofagi gialli delle dinastie precedenti, come dimostra il sarcofago di Tadiaset. “Si vede subito che non è un sarcofago giallo, perché non c’è l’orpimento, il pigmento a base di arsenico che dava il colore giallo assieme alla vernice: ma qui la vernice è presente molto poco. Poi non vi sono più indicate le braccia e le mani, e quindi scompare quella definizione di genere che era stata così importante nelle precedenti dinastie. Il testo scritto è organizzato nella colonna principale in cui si legge chiaramente il nome della defunta Tadiaset. Attorno al collo scendono quasi due bretelle, sembra una sciarpa. Questo elemento, che si trova molto spesso soprattutto nei sarcofagi che appartengono ai profeti di Amon in XXI dinastia, si chiama stola. I sarcofagi cosiddetti a stola risalgono alla XXI dinastia. Cosa ci fa in un sarcofago della XXV? In realtà è un elemento iconografico che viene recuperato ma non appartiene alla definizione iconografica di questo periodo. Infatti chiamiamo questo tipo di sarcofagi anche sarcofagi pseudo-stola. Infine, rispetto ai sarcofagi gialli, la decorazione non ha più quell’horror vacui, non vi è la necessità di coprire ogni centimetro quadrato del sarcofago. Ma vi è una decorazione molto più diradata”.