Torino. Il museo Egizio per Natale ha inaugurato il riallestimento della sala di Kha e Merit: 100 tessuti mai visti e una teca da record per il Papiro del Libro dei Morti. Greco e Christillin: “Questa sala è il manifesto del museo Egizio che vogliamo: un luogo dove la conoscenza si fa esperienza condivisa”
Luci innovative, infografiche, magazzini a vista dei tessuti e una teca di 14 metri per il Libro dei Morti: sono le principali novità del nuovo allestimento inaugurato il 4 dicembre 2025 al museo Egizio di Torino della sala dedicata al corredo funebre di Kha e Merit, una coppia della classe scribale egizia, vissuta circa 3500 anni fa a Deir el-Medina, villaggio delle maestranze e degli artisti che lavoravano alle tombe dei faraoni. La sala rinnovata, curato dagli egittologi Enrico Ferraris e Susanne Töpfer, in collaborazione con Johannes Auenmüller, Federica Facchetti, Alessandro Girardi, Cédric Gobeil, è destinata a diventare modello di riferimento per tutti i successivi riallestimenti, che non possono prescindere dalla ricerca archeologica e dalle nuove tecnologie.
Per l’Ufficio Produzione hanno contribuito Enrico Barbero, responsabile dell’allestimento generale; Enrica Ciccone, incaricata del coordinamento museografico; Piera Luisolo per le grafiche. Al progetto hanno lavorato inoltre le restauratrici Sara Aicardi, Francesca Maiocchi, Eleonora Furgiuele, Giulia Pallottini e Valentina Turina, mentre Federico Taverni ha curato la modellazione 3D. L’intervento è sostenuto dalla Fondazione CRT, da grandi donatori privati che hanno sostenuto la realizzazione di due nuove teche all’interno della sala, da Gli Scarabei – Associazione dei Soci Sostenitori del Museo Egizio e da oltre 500 donatori e donatrici che hanno partecipato alla campagna di raccolta fondi “Oggetti quotidiani, storie straordinarie”.

L’egittologa Corinna Rossi (seconda da destra) con lo staff del Politecnico di Milano che ha realizzato l’installazione video per il museo Egizio (foto politecnico mi)
Il nuovo allestimento della Sala di Kha e Merit comprende un’installazione video multimediale, frutto del lavoro del Politecnico di Milano. Sotto la guida della docente Corinna Rossi, è stato realizzato il modello 3D di tutta la tomba (cappella a forma di piramide, spazio ipogeo e contesto nei quali sono inseriti) ricavato dai rilievi effettuati sul campo, a Deir el-Medina in Egitto, e sul pyramidion, la punta della piramide conservata al museo del Louvre, a Parigi. L’installazione permetterà ai visitatori di avere una visione d’insieme realistica e veritiera della tomba e del suo ambiente circostante.

Esami diagnistici al Libro dei Morti nella sala di Kha e Merit al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)
“Il riallestimento della sala di Kha e Merit rappresenta un momento cruciale per il museo Egizio e dimostra come la collaborazione tra istituzioni, sostenitori privati e pubblico possa generare progetti di portata internazionale”, hanno dichiarato la presidente Evelina Christillin e il direttore Christian Greco. “Grazie al sostegno della Fondazione CRT, grazie alla generosità di grandi mecenati e di oltre 500 donatori, abbiamo realizzato un modello di museo contemporaneo dove la tecnologia diventa strumento di narrazione e la ricerca dialoga direttamente con i visitatori. La teca anossica da 14 metri per il Libro dei Morti è un primato mondiale nella conservazione dei materiali organici. Ma l’aspetto più rivoluzionario è l’approccio: non mostriamo solo oggetti, ma raccontiamo vite, processi e scoperte in corso, come il TT8 Project che pubblicheremo dal 2027. Questa sala è il manifesto del museo Egizio che vogliamo: un luogo dove la conoscenza si fa esperienza condivisa”.
Dai corredi alle vite: cento tessuti raccontano l’antico Egitto. Alla base del nuovo progetto di riallestimento, a 120 anni dalla scoperta della Tomba ad opera di Ernesto Schiaparelli nel 1906, c’è un cambio di prospettiva radicale. Sotto i riflettori non ci sono solo i 460 reperti, tra sarcofagi, mobili, tessuti, oggetti di uso quotidiano come boccette di profumi e unguenti in vetro e alabastro o il gioco della Senet, tra i giochi da tavolo più antichi, ma c’è l’idea di accompagnare il visitatore alla scoperta della vita quotidiana di Kha e Merit, due persone realmente esistite all’epoca del Nuovo Regno, verso la fine del XV secolo a.C., di intrecciare archeologia e tecnologia per dar vita al racconto umano.

Sistemazione dei tessuti nel nuovo allestimento della sala di Kha e Merit al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)
Per la prima volta, oltre 100 tessuti del corredo funerario restaurati, escono dai depositi per essere esposti in un nuovo magazzino a vista, aggiunto alle vetrine che oggi custodiscono i reperti che compongono il corredo della coppia, che è l’unico corredo intatto al di fuori dell’Egitto, risalente al Nuovo Regno. Anche la porta della Tomba viene presentata in una nuova configurazione, frutto di un meticoloso restauro basato su approfonditi studi del reperto, sostenuto da Rotary Distretto 2031 – Nord Piemonte e Valle d’Aosta, sotto la curatela di Cédric Gobeil, egittologo e curatore dell’Egizio.

L’egittologa Susanne Töpfer controlla il Libro dei Morti nella sala di Kh e Merit al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)
Primato mondiale nella conservazione. Ma la vera rivoluzione è tecnologica. Il museo Egizio si conferma all’avanguardia mondiale nella conservazione dei papiri: il Libro dei Morti di Kha sarà esposto in una teca anossica inclinata massimo a 45 gradi e lunga circa 14 metri, la prima al mondo di queste dimensioni progettata specificamente per papiri. L’anossia – l’assenza di ossigeno – rappresenta una delle strategie più efficaci di conservazione preventiva, capace di eliminare completamente le infestazioni biologiche e gli insetti in ogni stadio di sviluppo. “Le analisi condotte su diversi reperti e sul Libro dei Morti ci hanno fatto scoprire dettagli preziosi”, hanno dichiarato Enrico Ferraris e Susanne Töpfer, curatori del museo Egizio e del riallestimento della sala. “Si tratta di risultati, che pubblicheremo nel 2028, e che dimostrano come diagnostica, filologia e archeometria possano dialogare per offrire nuove chiavi di lettura e nuovi percorsi di visita. Il corredo di Kha e Merit, unico nel suo genere al di fuori dell’Egitto, per quanto riguarda il periodo del Nuovo Regno, meritava un allestimento che ne valorizzasse non solo la ricchezza materiale, ma anche la complessità. Il Libro dei Morti di Kha, conservato in una nuova teca ad alta tecnologia è accompagnato da infografiche che traducono i geroglifici e decifrano per il visitatore il racconto contenuto nel papiro”.

L’infografica del Libro dei Morti nella sala di Kha e Merit al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)
Il Libro dei Morti è accompagnato da un’infografica innovativa che si estende per tutta la sua lunghezza di 14 metri. Seguendo l’esempio delle installazioni già realizzate per altri papiri della collezione, come il Libro dei Morti di Iuefankh con la sua infografica di 19 metri che spiega 40 capitoli attraverso immagini, anche il papiro di Kha sarà corredato da tre livelli di approfondimento che integrano prospettive archeologiche, filologiche e storico-religiose. L’infografica illustra le 33 formule magiche del manoscritto, svelando la complessità culturale e tecnica celata in questo documento funerario: dalla preparazione originaria del papiro per un altro proprietario, alle tecniche scribali utilizzate, fino al significato delle vignette colorate che accompagnano le formule per la protezione e la resurrezione del defunto nell’aldilà. Un viaggio che permetterà ai visitatori di comprendere non solo il contenuto del testo, ma anche la sua materialità e la storia della sua creazione e trasformazione.
Quando la scienza incontra il pubblico. La sala di Kha e Merit ha l’ambizione di raccontare in un unico spazio diagnostica, ricerca egittologica e restauro: tre ambiti che negli ultimi anni si sono avvicinati sempre più e che oggi suscitano un interesse crescente non solo tra gli specialisti, ma anche tra i visitatori. L’incontro tra analisi dei materiali, studio filologico, archeometria e scienze della conservazione offre un’esperienza di visita nuova, che permette di osservare non solo gli oggetti, ma anche il processo di conoscenza che li rende interpretabili. Questo approccio integrato è anche la base metodologica del TT8 Project, il programma di ricerca internazionale avviato dal museo Egizio nel 2017 per lo studio completo del corredo funerario, della cappella e della tomba inviolata di Kha e Merit. Il progetto ha l’obiettivo di raccogliere, analizzare e riunire per la prima volta tutti i dati archeologici, diagnostici e filologici in un’unica cornice di interpretazione, avviando la prima pubblicazione generale della tomba e del corredo a partire dal 2027. Nel quadro del TT8 Project rientrano anche le indagini archeometriche condotte tra febbraio e marzo 2024 dal MOLAB (E-RIHS) sul Libro dei Morti di Kha, i cui risultati preliminari trovano posto nell’imponente apparato grafico che accompagna la nuova lunga teca del papiro. Queste analisi consentono al pubblico di avere un primo sguardo sul lavoro scientifico in corso e di scorgere con maggiore chiarezza le fasi tecniche che hanno dato forma al manoscritto: dai gesti dello scriba che ha tracciato il testo, a quelli del pittore che ha applicato i pigmenti, fino al lavoro dell’artigiano che ha confezionato i fogli di papiro. La ricerca scientifica rende così leggibili i processi materiali alla base della sua realizzazione. Il nuovo allestimento riflette così i principi che guidano oggi un’idea di narrazione del museo Egizio nella quale conservazione, ricerca e tecnologie avanzate non procedono più su binari paralleli, ma costruiscono insieme una narrazione scientifica accessibile. La sala rinnovata diventa dunque un modello per i futuri riallestimenti del museo Egizio, in cui il pubblico sarà sempre più accompagnato alla scoperta non solo dei reperti, ma della conoscenza che li circonda.
Torino. Al museo Egizio riallestite le sale di Iti e Neferu e di Ahmose: frutto di un lavoro di ricerca e rilettura delle fonti d’archivio, di scoperte inattese nei depositi, le sale raccontano l’archeologia di inizio Novecento di Schiaparelli e Rosa

Il nuovo allestimento delle sale di Iti e Neferu e di Ahmose al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)
Studiare il patrimonio di reperti dell’antico Egitto e approfondire la vita degli archeologi che hanno contribuito a far emergere i tesori di questa antica civiltà riserva ancora sorprese e nuove scoperte. È il caso della sala di Iti e Neferu e della saletta dedicata alla Principessa Ahmose del museo Egizio di Torino, oggetto entrambe di un riallestimento che dall’8 luglio 2025 sono riaperte al pubblico, grazie al lavoro di studio e ricerca dei curatori del Museo: Beppe Moiso, Enrico Ferraris e Cinzia Soddu e alla progettazione espositiva di Enrico Barbero e Piera Luisolo.

I calzari in cuoio della Principessa Ahmose, risalenti alla XVIII dinastia, esposti al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)
Due le novità assolute dei riallestimenti: il ritrovamento di una pittura appartenente al ciclo decorativo della tomba di Iti e Neferu, nei depositi del museo di Antropologia ed Etnografia dell’università di Torino, durante un riscontro inventariale, e i calzari in cuoio della Principessa Ahmose, risalenti alla XVIII dinastia, per la prima volta esposti al pubblico, dopo un delicato lavoro di restauro. “Stiamo aggiornando gli allestimenti permanenti per integrare i risultati più recenti della ricerca sulla collezione e per migliorare l’accessibilità dei contenuti”, spiega il direttore del museo Egizio, Christian Greco. “Particolare attenzione è rivolta all’esposizione dei resti umani. Ricostruire i corredi funerari non è solo un’operazione scientifica, ma anche un gesto di rispetto: significa trattare questi reperti come testimonianze di vite vissute, tenendo conto delle implicazioni etiche e culturali che comportano”.

La tomba di Iti e Neferu a Gebelein in una foto storica conservata nell’Archivio fotografico del museo Egizio di Torino

Il curatore Beppe Moiso nelle sale dedicate alla tomba di Iti e Neferu al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)
La sala dedicata alla ricostruzione della tomba di Iti e Neferu al museo Egizio, è stata rivista architettonicamente, sulla base di una serie di studi condotti sulla struttura della tomba, sui suoi 14 pilastri, attraverso il parallelo con altre tombe coeve, sulla base di fotografie scattate dallo stesso Schiaparelli. Delle 36 pitture originariamente staccate dalla tomba e arrivate a Torino nel 1924, dopo un lungo restauro a Firenze, operato da Fabrizio Lucarini, ne furono esposte in museo 29. Una delle 7 mancanti è riemersa recentemente dai depositi del museo di Antropologia ed Etnografia di Torino e attualmente è ancora oggetto di un delicato lavoro di restauro; mentre le altre, andate perdute, ci sono note solo attraverso fotografie di archivio. L’intero corpus delle pitture è tuttavia visibile nell’archivio storico fotografico online dell’Egizio, che contiene circa 2mila immagini digitalizzate, che documentano l’intera attività archeologica condotta dal Museo in Egitto, tra il 1903 e il 1937.

Dettagli degli affreschi dalla tomba di Iti e Neferu di Gebelein conservati al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)
Il nuovo allestimento della tomba di Iti e Neferu non è soltanto un aggiornamento espositivo, ma anche un modo per restituire al pubblico una pagina fondamentale della storia del Museo e dell’archeologia italiana, legata alla campagna di scavo del 1911 a Gebelein, condotta da Virginio Rosa, giovane chimico e botanico, in procinto di diventare egittologo, scomparso prematuramente a soli 26 anni. Quella di Gebelein fu l’unica, delle dodici missioni promosse da Ernesto Schiaparelli, a disporre di una documentazione ampia e dettagliata. La figura di Virginio Rosa emerge come centrale non solo per l’importanza della scoperta, ma anche per le notevoli capacità fotografiche in ambito archeologico: il suo patrigno, Secondo Pia, fu il primo a documentare fotograficamente la Sindone e lo stesso Rosa fu il primo a impiegare lastre fotografiche a colori in una missione archeologica di Schiaparelli, testimoniando con straordinaria modernità le fasi dello scavo.
La figura di Virginio Rosa e le sue scoperte saranno presto oggetto di un volume della collana “Studi del Museo Egizio” (Franco Cosimo Panini Editore), intitolato “1911: l’Egitto di Virginio Rosa” e scritto da Beppe Moiso. Il libro restituirà, attraverso la documentazione archivistica e il giornale di scavo, compilato da Rosa, i disegni, gli scambi epistolari con Schiaparelli, uno spaccato sulle varie attività collegate alla ricerca archeologica e sulle istruzioni lasciate da Schiaparelli per condurre correttamente uno scavo.
La saletta dedicata alla Principessa Ahmose, al primo piano del Museo, accanto a quella di Nefertari, è stata riallestita secondo una logica narrativa coerente, che mette al centro il ruolo dell’archeologo e l’importanza della documentazione d’archivio e delle scienze della conservazione. Accogliendo la frammentarietà dei reperti come un’opportunità narrativa, il museo ha trasformato la parzialità dei materiali in occasione di approfondimento e riflessione sul lavoro dell’archeologo. Il nucleo narrativo si concentra sui reperti recuperati dai depositi: i calzari in cuoio della principessa, restaurati con grande perizia da Francesca Gaia Maiocchi e Giulia Pallottini, restauratrici del Museo, un frammento di tessuto su cui poggiavano i monili della principessa. L’interpretazione di oggetti frammentari è affidata ai disegni ricostruttivi del curatore Paolo Marini, che rendono leggibili reperti altrimenti difficili da comprendere e illustrano al pubblico il processo di ricostruzione e lettura archeologica.

Il nuovo allestimento della tomba di Ahmose con la mummia della principessa al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)
Il tema dell’esposizione delle mummie e, più in generale, dei resti umani è da tempo oggetto di un’attenta riflessione da parte del Museo, che negli ultimi dieci anni ha affrontato questa questione con particolare sensibilità, consapevole della complessità delle implicazioni etiche e della varietà di percezioni culturali dei visitatori, provenienti da contesti e tradizioni molto differenti tra loro. Proprio per rispondere a queste sfide, è stato istituito all’interno del Museo un Comitato etico, con l’obiettivo di guidare e accompagnare le scelte espositive, nel rispetto della dignità dei reperti umani e delle diverse sensibilità contemporanee.

La mummia di Ahmose in un guscio di basalto nel nuovo allestimento al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)
Nel caso del riallestimento dei resti di Ahmose, il Museo ha scelto una soluzione innovativa e rispettosa: è stato realizzato un guscio protettivo in fibra di basalto, modellato con precisione sulle forme irregolari del reperto. La presenza di microfori distribuiti su tutta la superficie consente un’efficace e invisibile ventilazione del volto, garantendo al contempo la conservazione ottimale e una presentazione rispettosa del reperto. L’impegno del Museo in questo ambito continua a orientarsi verso un dialogo aperto e consapevole con il pubblico, nel segno della responsabilità scientifica, dell’inclusività culturale e del rispetto della persona anche oltre la morte.
Le pareti delle vetrine dedicate ad Ahmose, a Nebiry e alla tomba denominata Queens’ Valley 39 riportano l’indicazione delle tombe di provenienza, inserite in una mappa della Valle delle Regine, che restituisce unità e contesto agli scavi condotti da Schiaparelli in quella zona. Il racconto si articola attraverso nuovi testi, apparati grafici, e ricostruzioni visive che aiutano a comprendere le caratteristiche di queste sepolture, meno monumentali rispetto a quella di Nefertari, ma comunque appartenenti a personaggi di alto rango. Nel basamento della principessa Ahmose è visibile l’infografica riguardante il telo funerario. Il lenzuolo funebre che avvolgeva il corpo di Ahmose, ritrovato in frammenti, è anche uno dei primi esempi di Libro dei Morti e risale alla fine della XVII dinastia (circa 1540 a.C.). Grazie alla ricostruzione del testo, si stima che in origine fosse lungo 4 metri e largo oltre un metro.

Il posizionamento dei vasi canopi nel nuovo allestimento della sala della tomba di Ahmose e Nebiry al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)
I reperti della tomba di Nebiry tra cui i suoi vasi canopi e ceramiche di imitazione cipriota, restituiscono l’immagine di un alto funzionario a contatto con circuiti internazionali e inserito in una rete di scambi che rifletteva lo status e le relazioni esterne dell’Egitto del Nuovo Regno. L’intento è stato quello di costruire un racconto coerente e accessibile, che unisce la documentazione archeologica, il restauro e la riflessione museografica. Grazie a questo intervento, le sale dedicate a Nefertari e Ahmose risultano oggi più armoniche e coerenti, non solo dal punto di vista visivo, ma anche narrativo. La frammentarietà di alcuni oggetti è trasformata in un’opportunità di racconto minuzioso, offrendo al pubblico uno sguardo ravvicinato e consapevole sul lavoro dell’archeologo, sull’importanza della conservazione e sulla capacità del museo di rinnovarsi attraverso la ricerca.
Torino. Il direttore Christian Greco ci introduce a “Materia. Forma del tempo”, il nuovo allestimento permanente che indaga la materia nell’antico Egitto, tra legni, pigmenti, vasi in ceramica e oggetti in pietra, dall’Epoca Predinastica (ca. 4000-3100 a.C.) a quella Bizantina (565-642 d.C.)

“Materia. Forma del tempo” al museo Egizio di Torino: dettaglio della sala dedicata ai reperti lapidei (foto museo egizio)
Curatori e tecnici del museo Egizio di Torino, nel timelapse (vedi https://www.facebook.com/reel/1344674223163818), si muovono quasi in una danza sfrenata mentre nelle pareti vengono collocati decine, centinaia di vasi: cinquemila per la precisione. Un “coup de théâtre”, come dice il direttore Christian Greco, del nuovo allestimento permanente “Materia. Forma del tempo”, aperto al pubblico dal 5 ottobre 2024 (vedi Torino. Al museo Egizio apre una nuova ala, “Materia. Forma del tempo”: più di 6mila reperti tra legno, terracotta e pietra permettono di approfondire le conoscenze sui manufatti egizi, sull’uso dei materiali e le tecniche artigianali nell’antico Egitto | archeologiavocidalpassato
), che indaga la materia nell’antico Egitto, tra legni, pigmenti, vasi in ceramica e oggetti in pietra, dall’Epoca Predinastica (ca. 4000-3100 a.C.) a quella Bizantina (565-642 d.C.). Settecento metri quadrati, distribuiti su due piani, custodiscono circa 6mila reperti provenienti dai depositi del Museo. Grazie alla curatela scientifica di 9 egittologi del Museo – Johannes Auenmüller, Divina Centore, Federica Facchetti, Enrico Ferraris, Alessandro Girardi, Eleonora Mander, Tommaso Montonati, Cinzia Soddu, Federica Ugliano – e ai progetti di allestimento e grafico di Enrico Barbero e Piera Luisolo, “Materia. Forma del tempo” si propone di raccontare l’antica civiltà nilotica da una prospettiva inedita.
È il direttore Christian Greco a introdurre i lettori di archeologiavocidalpassato.com nel nuovo allestimento permanente “Materia. Forma del tempo”.

“Materia. Forma del tempo” al museo Egizio di Torino: la vetrina dedicata al ginepro nella xiloteca (foto museo egizio)
“Con Materia Forma del Tempo il museo Egizio compie davvero un passo avanti. La ricerca al centro, la ricerca condotta negli ultimi 10 anni che adesso viene condivisa con il pubblico. Avevamo già fatto un esperimento con Archeologia Invisibile e adesso rendiamo permanente una sala dove il visitatore troverà in primis una xiloteca e imparerà a conoscere quali tipi di legno venissero usati nell’Antico Egitto; quali pigmenti ci fossero. E poi, una volta acquisite queste informazioni, vedrà come i legni venissero lavorati, come venissero fatti gli intarsi. Abbiamo l’ausilio di papiri che ci fanno vedere come si lavorava il legno. Abbiamo riprodotto e acquisito ritrovati da Walter Bryan Emery nel 1949 e che erano utilizzati per la produzione del legno.

“Materia. Forma del tempo” al museo Egizio di Torino: dettaglio della sala dedicata ai vasi (foto museo egizio)
“E poi – continua Greco – c’è un colpo di teatro, la nostra vasoteca: quasi 5mila reperti, tutti i vasi del museo Egizio che non erano mai stati resi visibili e che adesso sono in una doppia vetrina, come fosse una biblioteca che ci fa ci fa vedere, partendo da Assuan passando per Deir el Medina arrivando a Gebelein ad Assiut ad Hammamiya. Tutti i vasi che furono ritrovati durante la Missione archeologica italiana in Egitto. Davvero un’enciclopedia archeologica, il sequence dating di William Matthew Flinders Petrie che si materializza.

“Materia. Forma del tempo” al museo Egizio di Torino: dettaglio della sala dedicata ai reperti lapidei con il soffitto dalla tomba di Wahka da Qaw el Kebir (foto museo egizio)
“E poi c’è tutto un secondo piano invece dedicato al lapideo, dove si vedranno i frammenti che provengono da Qaw el Kebir e che decoravano la tomba di Ibu, le tombe di Wahka. E anche qui giochiamo, come facciamo in tutta l’esposizione, tra materiale e immateriale, quindi – conclude Greco – il frammento, il suo studio e come esso possa poi essere reintegrato grazie all’uso dell’immateriale ovvero delle nuove tecnologie che partendo dal frammento cercano di ricostruire il contesto”.
Tre sono le sezioni dell’allestimento permanente, che si snoda dal piano terreno a quello ipogeo. La prima sarà dedicata ai legni e ai pigmenti, la seconda alla ceramica e la terza alla pietra.

“Materia. Forma del tempo” al museo Egizio di Torino: panoramica della sala dedicata ai reperti lignei (foto museo egizio)
Nella prima sala, dedicata ai legni e ai pigmenti, campeggiano due grandi librerie che raccolgono ciascuna 40 varietà diverse di questi materiali. È qui che si concentra la narrazione relativa alla scelta da parte degli antichi artigiani delle specie lignee più adatte alla realizzazione degli oggetti di uso quotidiano.

“Materia. Forma del tempo” al museo Egizio di Torino: paletta dei colori degli antichi Egizi nella sala dedicata ai reperti lapidei (foto museo egizio)
Attraverso un percorso narrativo in cui dialogano reperti, grafiche e video viene illustrata la palette di colori degli antichi Egizi formata dai pigmenti di origine minerale e organica, la mappatura delle tecniche di miscelatura dei colori per ottenere sfumature differenti e le successive fasi della pittura. Legni e pigmenti trovano poi naturale sintesi nell’esposizione di un sarcofago caratterizzato da una complessa vicenda costruttiva narrata attraverso proiezioni e videomapping.

“Materia. Forma del tempo” al museo Egizio di Torino: panoramica della sala dedicata ai vasi (foto museo egizio)
La seconda sala è dedicata all’esposizione di quasi 5000 vasi, organizzati come in una biblioteca all’interno di grandi vetrine disposte su due piani ed estese fino al soffitto. L’allestimento è l’esito di un approccio che supera i paradigmi tradizionali nello studio della ceramica in ambito archeologico e che si focalizza sulla produzione, sulla funzione dell’oggetto e sul contesto di provenienza.

“Materia. Forma del tempo” al museo Egizio di Torino: panoramica della sala dedicata ai reperti lapidei (foto museo egizio)
Statue, stele, frammenti di soffitti e vasi in pietra sono i protagonisti dell’ultima sala dedicata ai reperti lapidei. Si valorizza qui la grande competenza tecnica degli antichi Egizi messa in campo per la lavorazione di pietre differenti. Si esplorano i processi artigianali e gli strumenti che portano dal materiale grezzo alla realizzazione di oggetti. “Materia. Forma del tempo” fa emergere la storia produttiva di ogni manufatto antico, compresi i materiali di cui è fatto, le tecniche utilizzate per realizzarlo ed i suoi utilizzi (e riutilizzi) nel tempo, accumulando relazioni con altri oggetti e persone. Gli oggetti che osserviamo e percepiamo come unitari, infatti, rappresentano il punto di arrivo di scelte operate da artigiani nel corso del tempo.
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CHI SIAMO
Graziano Tavan, giornalista professionista, per quasi trent’anni caposervizio de Il Gazzettino di Venezia, per il quale ho curato centinaia di reportage, servizi e approfondimenti per le Pagine della Cultura su archeologia, storia e arte antica, ricerche di università e soprintendenze, mostre. Ho collaborato e/o collaboro con riviste specializzate come Archeologia Viva, Archeo, Pharaos, Veneto Archeologico. Curo l’archeoblog “archeologiavocidalpassato. News, curiosità, ricerche, luoghi, persone e personaggi” (con testi in italiano)










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