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È morto a Roma lo storico e filologo biblista Giovanni Garbini: grande esperto di lingue semitiche, studiò fenici, ebrei e arabi preislamici. Scoprì omissioni storiche e manipolazioni del testo della Bibbia

Un selfie del prof. Giovanni Garbini con colleghi e allievi

Un selfie del prof. Giovanni Garbini con colleghi e allievi

Per lui fenici, ebrei e arabi preislamici non avevano segreti. Lo storico e filologo Giovanni Garbini, illustre orientalista studioso delle lingue semitiche che ha affrontato con una nuova metodologia i problemi della filologia biblica legati all’Antico Testamento, è morto a Roma il 2 gennaio 2017 all’età di 85 anni, come ha reso noto l’Accademia dei Lincei, di cui era socio dal 1990, nel giorno dei suoi funerali. Nato a Roma l’8 ottobre 1931, Garbini aveva iniziato la carriera accademica all’istituto universitario Orientale di Napoli (oggi università “L’Orientale” di Napoli), per passare poi alla Scuola Normale di Pisa e infine, fino al pensionamento, all’università di Roma “La Sapienza”, di cui era professore emerito di filologia semitica.  È stato anche componente della sua fondazione Leone Caetani per gli studi musulmani.

Giovanni Garbini, grande esperto di lingue semitiche, è morto a 85 anni

Giovanni Garbini, grande esperto di lingue semitiche, è morto a 85 anni

Garbini ha dedicato la sua vita di studioso alle lingue semitiche da un punto di vista storico-comparativo e si è dedicato all’interpretazione dei diversi aspetti della cultura di fenici, ebrei e arabi preislamici. Ma è nell’ambito della filologia biblica che il semitista ha offerto studi innovativi, rivelando omissioni storiche e manipolazioni presenti nel testo sacro che hanno condotto Garbini a interpretare differentemente la vicenda biblica e a contestualizzarla maggiormente nel quadro della storia del Vicino Oriente.  Secondo Garbini, l’origine del popolo ebraico andrebbe ricercata in quella parte del deserto siriano collocata tra il Tigri e l’Eufrate, a ovest dei monti Kashia. Di qui alcune tribù aramaiche si sarebbero stanziate nel territorio di Damasco e poi sarebbero scese verso il sud, verso l’attuale territorio palestinese. La vicenda di Mosè e dell’esodo dall’Egitto sarebbero invece un mito ancora più antico, autonomo rispetto a quello di Abramo e dei patriarchi. Un regno unitario davidico-salomonico, quindi, sarebbe stato soltanto una creazione leggendaria in quanto il popolo aramaico stanziato in Palestina avrebbe costituito il Regno di Israele, sotto la dinastia degli Omridi, solo intorno al 900 a.C. In precedenza, il beniaminita Saul, avrebbe costituito un regno locale nella Palestina centrale che, progressivamente, sarebbe stato riassorbito dai filistei. David sarebbe stato una specie di capitano di ventura del IX secolo al servizio dei Filistei e Salomone un personaggio assolutamente mitico. Garbini avrebbe inoltre accertato l’esistenza, a Gerusalemme, tra il regno di Ezechia e quello di Giosia, di un lungo regno ammonita, cancellato dagli scribi ebrei. Le ricostruzioni storiche della Bibbia, frutto di gruppi spesso in contrasto tra loro, si sarebbero formate solo dopo la caduta del regno di Giuda e dopo il rientro degli esiliati, cioè durante la dominazione persiana.

"Storia e ideologia nell'Israele antico" di Giovanni Garbini (1986)

“Storia e ideologia nell’Israele antico” di Giovanni Garbini (1986)

Vasta la produzione bibliografica di Garbini, gran parte della quale pubblicata dalla casa editrice Paideia di Brescia: “Storia e ideologia nell’ Israele antico” (1986); “Il semitico nordoccidentale” (1988); “La religione dei fenici in Occidente” (1994); “Introduzione alle lingue semitiche” (1994); “Note di lessicografia ebraica” (1998); “Il ritorno dall’esilio babilonese” (2001); “Storia e ideologia nell’Israele antico” (2001); “Mito e storia nella Bibbia” (2003); “Introduzione all’epigrafia semitica” (2006); “Scrivere la storia d’Israele. Vicende e memorie ebraiche” (2008); “Cantico dei cantici. Testo, traduzione, note e commento” (2010); “Letteratura e politica nell’Israele antico” (2010); “Dio della terra, dio del cielo. Dalle religioni semitiche al giudaismo e al cristianesimo” (2011); “I Filistei. Gli antagonisti di Israele” (2012); “Il Poema di Baal di Ilumilku” (2014); “Vita e mito di Gesù” (2015). Nel 2007 è stato pubblicato da Paideia in suo omaggio il volume “L’opera di Giovanni Garbini. Bibliografia degli scritti 1956-2006”, catalogo di oltre cinquanta anni di produzione scientifica.

Cosa mangiarono Gesù e gli apostoli nell’Ultima Cena? Una missione italiana di archeologi del cibo in Israele alla ricerca del menù della Pasqua

Una missione archeologica italiana indagherà sul cibo dell'Ultima Cena

Una missione archeologica italiana indagherà sul cibo dell’Ultima Cena

Cosa mangiarono Gesù e gli apostoli nell’Ultima Cena? L’unica fonte disponibile, i Vangeli, dicono poco o nulla e sono pure in contraddizione. A cercare di scoprirlo sarà una spedizione italiana di “archeologi del cibo” con un’indagine sulle abitudini alimentari che li porterà da Tel Aviv a Gerusalemme nel mese di aprile. Gli studiosi, che lavorano in importanti musei di Torino, sono diventati divulgatori di “Archeoricette” e da due mesi stanno studiano al caso del menu del Cenacolo, incrociando le informazioni delle diverse branche dell’archeologia e tentando di approfondire le conoscenze sull’arte culinaria del tempo di Gesù. “Benché non ci siano testi che lo documentino”, spiegano gli archeologi Generoso Urcioli e Marta Berogno, “l’arte della cucina esisteva ben prima del Medioevo. Ogni civiltà ne ha avuta una”.

L'Ultima Cena in un mosaico di Sant'Apollinare Nuovo a Ravenna

L’Ultima Cena in un mosaico di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna

Secondo quanto dicono i vangeli sinottici, il giovedì mattina i discepoli si presentarono a Gesù e gli chiesero in quale luogo egli volesse celebrare la Pasqua ebraica. Gesù mandò due discepoli (Luca specifica Pietro e Giovanni) in città dicendo loro che avrebbero incontrato lungo la via un uomo con una brocca d’acqua, diretto verso la casa del suo padrone. I due avrebbero dovuto seguirlo e chiedere al padrone di casa se era possibile per Gesù celebrare la Pasqua nella sua dimora. Il Cenacolo, secondo le ultime ipotesi, andrebbe individuato nella casa del padre, o comunque di qualche parente, di Marco, il futuro evangelista (ritenuto da alcuni come il giovinetto fuggito nudo durante l’arresto di Gesù). Sulla cena, l’Ultima Cena, solo qualche cenno: l’uso di intingere il pane nelle erbe amare (gesto col quale Gesù svelò il traditore Giuda). Poi, mentre la cena andava avanti, senza che gli evangelisti diano particolari indicazioni in merito, Gesù compì un atto alquanto insolito nel rito pasquale. Prese del pane e dopo aver pronunziato la preghiera di benedizione, lo spezzò e dandolo ai discepoli disse: “Prendete e mangiate. Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me”. Poco dopo prese un calice colmo di vino e dopo averlo benedetto allo stesso modo disse: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati”. Così Gesù istituisce il sacramento dell’Eucarestia. In tutti i vangeli canonici, la passione di Gesù avviene in occasione della festa della Pasqua ebraica, la Pesach. Questa festa, che ricordava l’uscita degli Ebrei dall’Egitto narrata nel libro dell’Esodo, prevedeva un giorno di preparazione alla festa, la cena della Pasqua e il giorno di Pasqua. Nel giorno di preparazione della Pasqua, gli Ebrei portavano un agnello al Tempio (o più frequentemente lo acquistavano lì) per farlo sacrificare, poi tornavano a casa e preparavano una cena particolare carica di simboli collegati all’esodo (carne di agnello, erbe amare per ricordare la schiavitù in Egitto, pane azzimo per ricordare la fretta nell’uscita dall’Egitto, e diverse coppe di vino rituali). Giunto il tramonto, che secondo la tradizione in vigore presso gli Ebrei indicava l’inizio del giorno di Pasqua, si consumava il pasto pasquale. In Marco si dice chiaramente che le preparazioni per l’ultima cena avvennero il giorno prima di Pesach, e che si trattava della cena di Pesach, che viene consumata alla sera, quando è iniziato il giorno della Pesach. In Giovanni si dice esplicitamente che il pasto consumato è quello prima della festa di Pesach e che il pasto di Pesach deve essere ancora consumato; inoltre si narra che coloro che arrestarono Gesù non vollero entrare nel pretorio di Pilato per non diventare ritualmente impuri e poter quindi mangiare il pasto di Pesach, e poi si dice esplicitamente che il giorno della morte di Gesù “era la Preparazione della Pasqua”.

Elementi caratteristici della cena di Pesach, la Pasqua ebraica

Elementi caratteristici della cena di Pesach, la Pasqua ebraica

Come si vede, gli elementi forniti dalle fonti – i Vangeli – sono alquanto modesti e generici. Per questo l’indagine sui cibi portati in tavola all’Ultima Cena portata avanti dai nostri “archeologi del cibo” non potrà che iniziare da piatti palestinesi dei nostri giorni, come Sabich, Chamin, Shakshouka o Rugelach per cercare di scoprire gli omologhi antichi. Nello studio degli archeologi del cibo ci sono comunque alcune certezze: una – spiegano – è che “Gesù e i suoi erano Ebrei e seguivano la tradizione”, l’altra che “il Cristianesimo è l’unica religione monoteista che non ha divieti alimentari”. Ma sono tanti i misteri culinari irrisolti: “Potrebbero avere compiuto – sottolineano i ricercatori torinesi – un atto rivoluzionario abbattendo le prescrizioni che il popolo eletto di Israele aveva introdotto per distinguersi dagli altri popoli del Vicino Oriente”. Per rispondere a questi dubbi Urcioli e Berogno hanno programmato una missione in Israele e Palestina, proprio nel periodo pasquale, accompagnati da una giornalista e fotografa, Sarah Scaparone. Per sostenere la ricerca che, al momento, non ha finanziamenti di alcun tipo, hanno aperto una pagina per il crowdfunding (www.ndiegogo.com/projects/ultima-cena).