Il 2019 porta a Napoli i capolavori del Canova dell’Ermitage per la grande mostra “Canova e l’antico” che propone il confronto per analogia e per opposizione tra le opere del maestro neoclassico e le sculture greco-romane della collezione Farnese

La cosiddetta “galleria canoviana” nel Palazzo d’Inverno al museo statale dell’Ermitage a San Pietroburgo (foto Graziano Tavan)

I firmatari del protocollo di San Pietroburgo: da sinistra, Massimo Osanna (Pompei), Paolo Giulierini (Mann), Michail Piotrovskij (Ermitage)
L’elenco è ufficiale. Solo a scorrerlo c’è da rimanere senza parole: sono sei capolavori del sommo Antonio Canova, tra cui Le Tre Grazie, la Danzatrice e il gruppo di Amore e Psiche stanti. Fanno bella mostra nella cosiddetta “galleria canoviana” del Palazzo d’Inverno al museo statale Ermitage di San Pietroburgo, che costituisce il più importante nucleo di marmi canoviani al mondo. Ma dalla fine di marzo traslocheranno a Napoli al museo Archeologico nazionale per la grande mostra “Canova e l’antico”, l’evento culturale che il 2019 porta alle falde del Vesuvio. La mostra “Canova e l’antico”, coprodotta dal Mann e dall’Ermitage, che nasce nell’ambito dell’ampio e articolato protocollo di collaborazione culturale che lega i due musei dal novembre 2016, si preannuncia ormai non solo come un progetto assolutamente inedito, ma anche come un evento internazionale davvero unico, grazie al corpus espositivo che si sta definendo con tanti musei e soprattutto ai fantastici e impressionanti prestiti che giungeranno al museo Archeologico nazionale di Napoli dal grande museo sulla Neva.

“Ebe” stante di Antonio Canova esposta nel Palazzo d’Inverno dell’Ermitage (foto Graziano Tavan)
Allora vediamo meglio l’elenco definito tra il professor Michail Piotrovsky, direttore generale del museo statale Ermitage, e Paolo Giulierini, direttore del Mann: il prestito si compone di ben sei tra i grandi e notissimi capolavori del sublime scultore custoditi dall’Ermitage. L’elenco è incredibile, si diceva, perché comprende non soltanto il busto marmoreo del Genio della morte (1798-1805) ma anche la bellissima Danzatrice (1811-1812), Ebe stante (1800-1805), il famosissimo Amorino alato (1797), il gruppo marmoreo di Amore e Psiche stanti (1800-1805) e l’emozionante Le Tre Grazie (1812-1817) simbolo universale di bellezza e icona del grande Canova nel mondo. Dall’Ermitage anche la grande statua romana dell’Ermafrodito dormiente del lll-l secolo a.C. e il gruppo bronzeo di Ercole e Lica.

“Le Tre Grazie”, il famosissimo gruppo scultoreo di Antonio Canova esposto all’Ermitage di San Pietroburgo (foto Graziano Tavan)
Napoli freme in attesa di rendere onore per la prima volta al sommo scultore italiano che secondo l’assunto proclamato da Winckelmann, padre del Neoclassicismo, mirava a imitare e non a copiare gli antichi. La modernità infatti e il genio creativo di Canova, che guardò per tutta la vita all’arte classica, facendo del dialogo antico/moderno una costante irrinunciabile del suo percorso, gli permisero di rileggere la scultura greco-romana con una sensibilità e un sentire assolutamente nuovo e per certi versi irraggiungibile. Con punte di innovazione radicali, come nel caso delle Grazie. L’Antico, per Antonio Canova, bisognava averlo in mente, sperimentandolo nel sangue, sino a farlo diventare naturale come la vita stessa. Ed è anche per tale motivo che lo scultore si può considerare l’ultimo degli antichi e il primo dei moderni.

L’Ercole Farnese, statua monumentale conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)
Altre anticipazioni della mostra “Canova e l’antico”. Nella mostra, il confronto per analogia e per opposizione, fra opere di Canova e opere classiche, sarà costante, reso possibile e perfetto in un autentico tempio dell’antico come il museo Archeologico nazionale di Napoli, che vanta peraltro, nello scalone monumentale, la grande statua canoviana di Ferdinando di Borbone come Minerva. I rapporti tra Canova e Napoli furono fortissimi. Qui si trovano infatti capolavori che sono stati ammirati dallo scultore sin dal suo primo viaggio in città, appena ventiduenne, a partire dai celeberrimi marmi farnesiani, da Amore Farnese prototipo per l’Amorino alato Jusupov, al gruppo di Atamante e Learco (o Ettore e Troilo), avvio per il gruppo di Ercole e Lica, marmo imponente previsto fra l’altro per Napoli, la cui grandezza venne calcolata sull’Ercole Farnese, altro capolavoro del museo napoletano. Numerose e significative furono poi le committenze dei regnanti, sia dell’antico regime sia dell’età napoleonica e dell’aristocrazia napoletana, come in nessun’altra città dopo Roma.
A Napoli gli originali, a Madrid i gessi, a Città del Messico i disegni: tre mostre in contemporanea per raccontare Carlo III di Borbone, sovrano illuminato, che promosse i primi scavi di Pompei e Ercolano, e diffuse le antichità, simbolo della bellezza del regno, grazie alle riproduzioni della Stamperia reale

Ritratto di Carlo III di Borbone, sovrano illuminato, che promosse i primi scavi archeologici a Ercolano e Pompei
Tre grandi città che un filo rosso lega e segna profondamente: Carlo di Borbone, sovrano illuminato delle Due Sicilie e re di Spagna, ma anche “comunicatore globale”. Proprio a Carlo III di Borbone, cui si devono i primi scavi settecenteschi a Ercolano e Pompei, nel trecentenario della nascita, il museo Archeologico di Napoli dedica la mostra “Carlo di Borbone e la diffusione delle Antichità”, che chiuderà il 16 marzo 2017, collegata ad esposizioni “gemelle” alla Real Academia de Bellas Artes di San Fernando di Madrid e all’Academia de San Carlos di Città del Messico dove sono custoditi gessi e disegni di quelle meraviglie che il Re volle disseminare per trasmettere al mondo la classicità senza privare la città degli originali: tre sedi accomunate da uno stesso patrimonio, esposto in contemporanea e connesso a distanza da tecnologie multimediali, ricostruzioni 3d, restituzioni ad alta definizione e realtà virtuale. A Napoli complessivamente circa 60 opere, tra dipinti, disegni, incisioni, sculture, affreschi, documenti storici e rami, riconducibili all’attività illuminata del sovrano. “La mostra”, come spiega la curatrice Valeria Sampaolo, “è incentrata sulla figura di Carlo di Borbone come divulgatore delle scoperte della nascente archeologia soprattutto attraverso i volumi prodotti dalla Stamperia Reale da lui stesso fondata. Il restauro di 200 delle oltre 5mila matrici custodite dal museo, completato nel 2015 dall’Istituto Centrale per la Grafica è occasione per approfondire anche gli aspetti tecnici delle attività di incisione e di stampa, illustrati anche attraverso prestiti della biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli, che conserva le tirature originali”. E Paolo Giulierini, direttore del Mann: “Con Carlo e i suoi uomini l’annoso e spesso sterile dibattito, purtroppo attuale, che pone come antagoniste conservazione e valorizzazione, era stato ampiamente superato dall’idea geniale di inserire in un unico cortometraggio l’esperienza dello scavo, del restauro, dell’esposizione e della veicolazione dei contenuti tramite una stampa integrata da immagini. A volte, per dare semplici risposte al presente, basta dare una rapida occhiata all’operato di chi ci ha preceduto, avendo il coraggio di ammettere che talvolta le epopee culturali passate ancora fanno scuola”.
La mostra “Carlo di Borbone e la diffusione delle antichità” a Napoli è articolata in tre sezioni. La prima restituisce l’immagine di Carlo III attraverso la sua iconografia, dall’infanzia fino agli anni napoletani. La seconda è dedicata alle attività di scavo nelle città vesuviane, con l’esposizione o il rimando ad alcuni originali, i più famosi scoperti fino al 1759: le “Ercolanesi” dello scavo del principe d’Elboeuf, le grandi statue bronzee dell’Augusteum, il Teatro di Ercolano, le sculture in bronzo e marmo della Villa dei Papiri. La terza sezione interamente dedicata all’attività della Stamperia Reale, con esposte le matrici in rame dell’Antichità e di quelle della Dichiarazione di Luigi Vanvitelli, l’artista e architetto assunto al servizio del sovrano, per il quale realizzò la splendida Reggia di Caserta, e i capilettera da egli stesso disegnati per le Antichità. La mostra che chiude con la partenza per la Spagna, nel 1759, di Carlo III che, salutando Napoli, si toglie l’antico anello che sempre aveva portato al dito dopo la scoperta di Pompei. “Il re”, ricordano le cronache e sottolineano gli organizzatori, “era molto legato a quella pietra antica, che rappresentava una maschera teatrale. Ma il sovrano scelse di lasciarla qui, nella sua Napoli. Perché, come dispose, nessuna proprietà e nessun tesoro delle Due Sicilie lo avrebbe accompagnato in Spagna. Dietro il semplice gesto del liberarsi di un anellino, c’è la grandezza di un re, lungimirante e illuminato. Ma anche una precisa strategia di propaganda, che mostrasse al popolo le virtù di Carlo, statista e mecenate. Con la diffusione internazionale di disegni e riproduzioni, le antichità pompeiane ed ercolanesi erano simbolo di bellezza e cultura di un regno”.
L’origine e la formazione delle collezioni che oggi ammiriamo al Mann di Napoli sono legate proprio alla figura di Carlo III di Borbone, sul trono del Regno di Napoli dal 1734, e alla sua politica culturale: il re promosse – come detto – l’esplorazione delle città vesuviane sepolte dall’eruzione del 79 d.C. (iniziata nel 1738 a Ercolano, nel 1748 a Pompei) e curò la realizzazione in città di un Museo Farnesiano, trasferendo dalle residenze di Roma e Parma parte della ricca collezione ereditata dalla madre Elisabetta Farnese. Si deve invece al figlio Ferdinando IV il progetto di riunire nell’attuale edificio, sorto alla fine del 1500 con la destinazione di cavallerizza e dal 1616 fino al 1777 sede dell’università, i due nuclei della Collezione Farnese e della raccolta di reperti vesuviani già esposta nel museo Ercolanese all’interno della Reggia di Portici. L’idea che muove Carlo III è quella di promuovere la conoscenza delle arti al pubblico. E per farlo si affidò a mezzi di comunicazione allora all’avanguardia: a iniziare dai volumi a stampa realizzati a Napoli dalla Stamperia Reale istituita proprio dalla necessità di attivare un polo tipografico capace di dare una degna veste “grafica” ai reperti archeologici provenienti da Ercolano, di produrre documenti di natura burocratica, e per la realizzazione di edizioni di lusso per la corte borbonica. Il sovrano borbonico chiamò alla corte di Napoli alcuni tra i migliori disegnatori e incisori attivi in Italia, che avrebbero dato vita alla celebre scuola di Portici annessa alla Stamperia Reale. E sotto la supervisione di Bernardo Tanucci, la Stamperia realizza gli splendidi volumi delle “Antichità di Ercolano esposte”, con il primo volume uscito nel 1757, con riproduzioni fedeli degli oggetti e le relative spiegazioni sulle loro funzioni da parte dell’Accademia Ercolanese. A Madrid porta anche calchi in gesso delle sculture bronzee rinvenute nella Villa dei Papiri a Ercolano, mentre per l’Academia de San Carlos di Città del Messico fa realizzare copie delle sculture in bronzo, perché anche nel Nuovo Mondo gli allievi delle accademie potessero conoscere le antichità.





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