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Orvieto (Tr). Al museo Etrusco “Claudio Faina” la mostra “Volsinio capto 265-264 a.C.” racconta la caduta in mano romana dell’ultima città etrusca, Velzna (Volsinii in latino, l’odierna Orvieto), alla vigilia della prima guerra punica, nel 264 a.C.

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Alla vigilia della prima guerra punica, nel 264 a.C. cadeva in mano romana l’ultima città etrusca, Velzna (Volsinii in latino, l’odierna Orvieto). Cruento e feroce nel loro ultimo contatto nell’antichità, il rapporto tra Roma e Orvieto diventa oggi legame di cultura e conoscenza con la mostra “Volsinio capto 265-264 a.C.”, ospitata dal 7 settembre all’8 dicembre 2024 nel museo Etrusco “Claudio Faina” di Orvieto e organizzata dalla fondazione per il museo “Claudio Faina” in collaborazione con Roma Capitale, assessorato alla Cultura, e la sovrintendenza Capitolina ai Beni culturali. In mostra due importanti opere provenienti dalle collezioni dei musei civici di Roma Capitale: la base del donario dedicato dal console vincitore Fulvio Flacco nell’area sacra di Sant’Omobono, e una testa femminile in pietra lavica che in origine forse decorava una delle porte urbiche di Volsinii.

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Testa femminile da Orvieto (foto roma capitale)

UNA TESTA FEMMINILE DA ORVIETO (ARIANNA?) La testa, che costituisce una scultura da collegare a una struttura architettonica come suggerisce la zeppa destinata ad imperniare il pezzo a parete, fu rinvenuta prima del 1893 dall’ingegnere Riccardo Mancini. Egli la dice proveniente da una necropoli di Orvieto. Ė stato ipotizzato anche che fosse da riferire alla decorazione scultorea di una porta urbica. La sua eccezionalità risiede nell’iconografia, negli elementi antiquariali, nella peculiare cifra stilistica e nel pregio della sua alta qualità formale dagli esiti estetici ed espressivi suggestivi. Tra i suoi capelli è stato riconosciuto uno dei simboli dionisiaci più comuni: la corona di edera. L’individuazione di un elemento tanto qualificante dell’ambito dionisiaco, coincide pienamente con la proposta di Giovanni Colonna, secondo il quale il nostro personaggio può identificarsi con una Menade (forse Arianna?). La scultura è stata ascritta al primo Ellenismo, segnatamente per quanto riguarda la scultura lapidea funeraria, dove, però, non trova facili confronti stilistico-formali. Il suo artefice si mostra profondo conoscitore dei modelli greci e latore di richiami tardo-classici, per i quali è stato suggerito il nome dello scultore Skopas. La cronologia è collocabile agli inizi del III sec. a.C. e quindi pochi decenni prima della fine di Velzna (Volsinii, in lingua latina), l’ultima città-stato etrusca a cadere in mano romana

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Il donario di Marco Fulvio Flacco proveniente dall’area di Sant’Omobono a Roma (foto roma capitale)

IL DONARIO DI MARCO FULVIO FLACCO Il donario venne ritrovato nel 1961 nell’area di Sant’Omobono, a Roma, al di sotto del pavimento a lastre di tufo messo in opera dopo l’incendio del 213 a.C. I ventisei frammenti riferibili al monumento erano stati depositati attorno al basamento di un altro donario di forma circolare, anch’esso obliterato dalla stessa pavimentazione a lastre. Nove dei frammenti rinvenuti avevano dimensioni e lavorazione simili e recavano nella parte superiore tracce di perni per il fissaggio di piccole statue. Sei di essi presentavano lettere iscritte. L’archeologo Mario Torelli, che li ha studiati a fondo, ha ritenuto che i frammenti facciano parte di due donari gemini e rettilinei, recanti la medesima iscrizione, dove il console afferma di averli dedicati per la conquista della città etrusca di Velzna (Volsinii, in lingua latina) Essi dovevano trovarsi di fronte ai templi gemelli di Fortuna e Mater Matuta e celebravano il trionfo del dedicante, Marco Fulvio Flacco, sulla città di Velzna nel 264 a.C.