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Firenze. Daniele Maras, direttore del museo Archeologico nazionale, illustra ad “archeologiavocidalpassato.com” le novità che interesseranno il MAF nel 2026, sessantesimo dell’alluvione del 1966: dal rifacimento delle sale delle sculture etrusche alla riapertura del museo Topografico dell’Etruria

Daniele F. Maras, direttore del museo Archeologico nazionale di Firenze (foto graziano tavan)

Il 2026 per il museo Archeologico nazionale di Firenze è un anno particolare, l’anno della riapertura completa alla fine di un processo-progetto di rinnovamento delle sale e delle sezioni delle collezioni, ma è anche un anno speciale per tutta Firenze che il 4 novembre celebrerà il sessantesimo anniversario della catastrofica alluvione del 1966, che mise in ginocchio l’esposizione permanente del MAF. È proprio il direttore Daniele F. Maras, in occasione dell’inaugurazione della nuova sala della Chimera di Arezzo, il 19 dicembre 2025, a illustrare ad archeologiavocidalpassato.com le tappe salienti del programma di rinnovamento del museo Archeologico nazionale nel 2026: dal rifacimento delle sale delle sculture etrusche, dove troveranno la propria sede definitiva altri capolavori dell’arte etrusca come l’Arringatore e la Testa Lorenzini, alla riapertura del museo Topografico dell’Etruria.

La statua dell’Arringatore nel museo Archeologico nazionale di Firenze (foto graziano tavan)

“L’inaugurazione di oggi (19 novembre 2025, ndr)”, spiega Maras, “è il primo risultato di una grande fase di trasformazioni che sta attraversando questo museo che vedrà nel corso del 2026 una serie di riaperture: le vicine sale delle sculture etrusche sono in corso di sistemazione con lo stesso finanziamento internazionale e vedranno la presentazione come collezionismo di Stato all’indomani dell’Unità d’Italia nell’800 e collezionismo di Stato oggi con la presentazione di nuove vetrine, nuovi elementi tecnologici. Ma ancora più importante l’intero museo Topografico dell’Etruria voluto nell’800 dal direttore Luigi Adriano Milani per presentare in questa sede tutta l’Etruria e far sì che il visitatore di Firenze poi avesse un’idea di dove altro andare a vedere nel resto delle regioni italiane la civiltà degli Etruschi. È stato duramente colpito nel 1966 dall’alluvione di Firenze e quindi sessant’anni dopo, nel novembre 2026, abbiamo l’impegno di riaprirlo per il pubblico e presentarlo a tutti, per riportare il museo Topografico dell’Etruria in una nuova veste rinnovata a essere ancora una volta un viaggio nel tempo e nello spazio con cui i visitatori potranno avere la percezione della civiltà etrusca e sentirsi tutt’uno con la storia”.

 

Un libro al giorno. “Archeologia, arte e paesaggio tra Asia occidentale e Mediterraneo orientale (ca. 4500-323 a.C.)” di Marco Ramazzotti che presenta e discute alcuni tra i maggiori contesti archeologici, artistici e insediamentali dell’Eurasia centro-occidentale

Copertina del libro “Archeologia, arte e paesaggio tra Asia occidentale e Mediterraneo orientale (ca. 4500-323 a.C.)” di Marco Ramazzotti

È uscito per i tipi di Mondadori Università il libro “Archeologia arte e paesaggio tra Asia occidentale e Mediterraneo orientale (ca. 4500-323 a.C.)” di Marco Ramazzotti. Questo libro presenta e discute alcuni tra i maggiori contesti archeologici, artistici e insediamentali dell’Eurasia centro-occidentale secondo un approccio geostorico, interdisciplinare e comparativo. I documenti di cultura materiale, figurativa, epigrafica e i dati insediamentali, territoriali e paesaggistici di Mesopotamia, Siria-Palestina, Anatolia, Penisola Arabica e Africa nord-orientale delineano diversi processi complementari e talora sincronici di interazione culturale, economica e simbolica avvenuti tra la metà del V millennio a.C. e la morte di Alessandro Magno in Babilonia nel 323 a.C. È nel corso di questo lungo arco temporale che tra l’Oceano Indiano e il Mediterraneo si formeranno le prime città della storia, gli stati arcaici e gli imperi universali, ed è un’introduzione alla loro complessità e varietà che quest’opera manualistica vuole essere.

Marco Ramazzotti (Sapienza università di Roma)

Marco Ramazzotti insegna alla Sapienza Università di Roma Archeologia e Storia dell’Arte dell’Asia Occidentale e del Mediterraneo Orientale Antichi al dipartimento di Scienze dell’Antichità. Dirige il Laboratorio di Archeologia Analitica e Sistemi Artificiali Adattivi, l’Atlante del Vicino Oriente antico, la Missione Archeologica della Sapienza nella Penisola Arabica e nel Golfo, e presiede il Corso di Studi in Scienze del Turismo Sostenibile presso la Facoltà di Lettere e Filosofia.

Archeologia in lutto. È mancata, a 94 anni, la prof.ssa Maria Bonghi Jovino, napoletana, archeologa ed etruscologa, attiva tra Capua e Pompei e Tarquinia, professore emerito di Etruscologia e Archeologia Italica all’università di Milano. I ricordi e il cordoglio tra Campania, Etruria e Milano

Lutto nell’archeologia. Il 23 dicembre 2025, all’età di 94 anni, si è spenta a Milano la prof.ssa Maria Bonghi Jovino, archeologa ed etruscologa, attiva tra la Campania e l’Etruria, professore emerito di Etruscologia e Archeologia Italica all’università di Milano; membro del direttivo dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici. I funerali si sono tenuti mercoledì 24 dicembre 2025, nella chiesa di Santa Maria Segreta a Milano. Era nata a Napoli nel 1931. Dopo il liceo Ginnasio Umberto I, frequentò l’università “Federico II” dove conseguì la laurea in Archeologia, dopo aver seguito con passione il corso di Amedeo Maiuri sulle Antichità pompeiane. Sotto la guida di Massimo Pallottino, fondatore dell’Etruscologia, iniziò poi alla Scuola Nazionale di Archeologia di Roma i primi lavori e le prime ricerche sulla Capua preromana. Il ruolo delle origini campane rimarrà sempre vivo in lei, come un’eredità preziosa che porta con sé a Milano, dove giunse, agli inizi degli anni Ottanta, con alle spalle esperienze importanti di scavo a Pompei (scavi nella Regio VI, con la prima stratigrafia completa del sito d’intervento) e soprattutto a Tarquinia (dove individuò, al di sotto delle testimonianze di età storica già note, le prove di un insediamento stabile e di un complesso monumentale al centro della città). Milano segnò il suo destino professionale e intellettuale: all’università di Milano è stata professoressa ordinaria (poi emerita) di Etruscologia e archeologia italica. Maria Bonghi Jovino definì la sua attività “archeologia da campo”, frutto dalla pratica di scavo che si rapporta con altre discipline e competenze tecniche. Lei infatti si riconobbe sempre nell’archeologia multidisciplinare. Il cordoglio per la sua morte viene da colleghi, allievi, istituti culturali che si possono raccogliere in tre grandi blocchi: l’arra campana, l’area tarquiniese e l’area accademica milanese.

Confederazione Italiana Archeologi. La Confederazione Italiana Archeologi si unisce al cordoglio della comunità scientifica per la scomparsa di Maria Bonghi Jovino, professore emerito di Etruscologia e Antichità Italiche presso la Statale di Milano e protagonista di una stagione mirabile di indagini scientifiche a Pompei, Capua e Tarquinia. I suoi insegnamenti sono stati d’ispirazione per diverse generazioni di archeologi confluiti poi nelle Università, nelle Soprintendenze, e in tutti gli altri aspetti dell’Archeologia Professionale e non solo. Il suo impegno e la sua passione sono stati linfa per la disciplina e per i suoi allievi, che spesso la ricordano come la scintilla che li ha fatti “innamorare” di questa materia. Che la terra ti sia lieve e grazie per tutto quello che hai fatto per questa nostra professione.

La prof.ssa Maria Bonghi Jovino (dal profilo FB di Giuseppe Di Leva)

Giuseppe Di Leva. Addio a Maria Bonghi Jovino (1931-2025). Napoli appare cupa, piangente sotto le bombe che gli aerei “alleati” vomitano dal cielo sul golfo più bello del mondo. Maria è una bimbetta di appena nove anni quando la famiglia decide di lasciare la città natia per rifugiarsi nella penisola sorrentina: così, la piccola Maria, “assaggia” la durezza delle privazioni di guerra come tanti bimbi di quell’infausta epoca. Ma poi arrivano gli Alleati, i “liberatori”, che sono appena sbarcati a Salerno e che consentiranno a Maria ed alla sua famiglia di fare ritorno a Napoli nel 1945. Ecco, proprio in questi anni “difficili” e densi di rinunce si formerà già, nella futura archeologa allieva di Massimo Pallottino, quella sobrietà e quel senso della ricerca silenziosa che caratterizzeranno tutta la sua vita scientifica. Maria, intanto, incomincia ad attraversare tutta la più turbolenta storia recente del nostro Paese che, soprattutto negli anni settanta, la vedrà protagonista di un’archeologia “materiale” che iniziava a “liberarsi” dal grande contenitore dell’archeologia classica. Maria Bonghi Jovino si forma nella vivacità culturale della Napoli del dopoguerra. Prima si diploma al liceo Umberto I, poi si laurea all’Università Federico II dove la frequenza del corso di “Antichità Pompeiane”, tenuto da Amedeo Maiuri, le farà scoccare la scintilla della passione per l’archeologia.

Si trasferisce poi a Roma dove, presso la Scuola Nazionale di Archeologia, allieva di Massimo Pallottino – il noto fondatore della disciplina dell’Etruscologia -, muove i primi passi nell’archeologia da campo, a Capua. Seguono, poi, importanti esperienze di scavo e ricerca a Pompei e Tarquinia. In particolare a Pompei – tra il 1976 ed il 1979 – Maria, insieme ai suoi collaboratori (in particolar modo Cristina Chiaramonte Treré), avvierà importanti scavi nell’insula 5 della Regio VI sulla scia di una più generale ricerca archeologica propugnata in quegli anni dall’Istituto di Archeologia dell’Università Statale di Milano. Sono scavi dalla concezione nuova, mirati all’utilizzo di un metodo rigoroso che hanno come obiettivo affrontare problemi storici con interventi limitati ma molto approfonditi, il tutto senza il supporto di grandi risorse finanziarie. Un concetto che si sposa con l’idea di coinvolgere diversi attori che vanno dalle Soprintendenze fino agli studenti. Questo lavoro di Maria e dei suoi collaboratori (tra cui citiamo – oltre alla Chiaramonte Treré – Lucia Amalia Scatozza Hoericht, Elena Menotti, Renata Cantilena, Tiziano Mannoni, Lanfredo Castelletti, Isabella d’Este, Renato Arena, Anna Maria Volonté, Onelia Bardelli Mondini, Margherita Bedello Tata) si condenserà nell’opera “Ricerche a Pompei – l’insula 5 della Regio VI dalle origini al 79 d.C.” pubblicato nel 1984 dall’Erma di Bretschneider. Gli scavi a Pompei, in quella limitata porzione del tessuto urbanistico, sono fondamentali per l’avvio di un rinnovato interesse per la storia più antica di Pompei. Sono indagini stratigrafiche indirizzate a dipanare la matassa avviluppata in tante ipotesi della Pompei preromana. Le case interessate dalle ricerche appartengono nel loro impianto al II secolo a.C. Sono, in particolare, la cosiddetta Casa della Colonna Etrusca (VI 5, 17) e la Casa dei Fiori (VI 5, 19) ad essere oggetto delle maggiori attenzioni. La Casa della Colonna Etrusca, soprattutto, per il rinvenimento di uno strato combusto in cui sono inclusi resti di ceramica di impasto e di bucchero sottile, combinata con la presenza di frammenti lignei di rami di faggio, fanno pensare che l’area oggetto di scavo fosse stata – anche per la presenza della ‘Colonna etrusca’ quale ‘residuo votivo’ storicizzato conservata nel muro della casa che poi da essa prenderà il nome convenzionale – tra il VII ed il VI secolo un’ampia zona boscosa, situata in posizione topografica periferica di un antico abitato etrusco-indigeno, o forse fortemente etruschizzato con funzioni emporiche, che si avviava al processo di urbanizzazione. Una ricerca, un’indagine archeologica che riaprì la questione della ‘Pompei etrusca’.

Dopo queste esperienze, Maria Bonghi Jovino si trasferì a Milano, in un contesto professionale e culturale profondamente diverso dalla vivacità napoletana e romana vissuta nel suo periodo di formazione. Ma, anche nella nuova realtà meneghina – che la porterà a ricoprire il ruolo di professoressa ordinaria di Etruscologia e archeologia italica presso l’Università degli Studi di Milano – troverà modo di ritagliarsi un suo spazio in un ambiente ancora dominato dall’archeologia classica. L’ambito di ricerca accademica di Maria era, infatti, quello ostico, ‘lontano ed oscuro’ dell’età arcaica, fatto di archeologia da campo, di metodo, di impiego di strumenti teorici e pratici. D’altra parte fu lei stessa a definire il concetto di “archeologia da campo”: la fusione, multidisciplinare, della pratica di scavo con altre discipline e apporti tecnici. Un concetto, quello della multidisciplinarità, che nell’ambito della ricerca dei diversi mondi della cultura materiale diverrà cruciale.

L’etruscologa, allieva di Pallottino, troverà la sua consacrazione nelle ricerche e negli studi su Tarquinia che negli anni saranno oggetto di una proficua attività editoriale e di cui si ricordano i recenti “Tarquinia. I luoghi della città etrusca” (2001) e “Tarquinia. I tempi della scoperta. Realtà e immaginario di un archeologo” (2011). Tanti, ovviamente, sono stati i riconoscimenti ricevuti per la sua carriera scientifica ma anche quelli attribuitile da comunità cittadine dei luoghi in cui aveva scavato fin da giovane, come le cittadinanze onorarie di Pompei, Vico Equense, Capua. Con Maria Bonghi Jovino scompare non solo una grande archeologa, una importante etruscologa ma anche un esempio di cultura d’altri tempi, forgiato non solo nello studio, nel metodo rigoroso ma anche nella passione per l’antichità che è ricerca di radici ma anche spirito di condivisione e confronto tra mondi temporalmente lontani.

La prof.ssa Maria Bonghi Jovino (foto mann)

Museo Archeologico nazionale di Napoli. Il direttore generale e tutto lo staff del Mann esprimono cordoglio per la scomparsa di Maria Bonghi Jovino, illustre archeologa e professoressa ordinaria di Etruscologia all’università di Milano. “Maria Bonghi Jovino ha scritto pagine importanti anche sull’archeologia campana e, in particolare, su Capua. Gli studi suoi e della scuola di ricercatori da lei promossa hanno dato fondamentale sviluppo alle conoscenze sulle terrecotte votive e sui materiali campani conservati al Mann. Serberemo per sempre il ricordo della sua affabile generosità e del suo entusiasmo per la ricerca “, commenta il Direttore Francesco Sirano.

OR.SA. Docenti e allievi di OrSa si uniscono al dolore della famiglia per la scomparsa di Maria Bonghi Jovino, figura rilevante dell’archeologia. (Il 23 dicembre 2025) è venuta a mancare l’etruscologa Maria Bonghi Jovino, studiosa dei popoli dell’Italia preromana e principalmente del mondo etrusco, nata a Napoli nel 1931. Oltre all’importante contributo alla conoscenza della Campania preromana, portato avanti sin dalla gioventù sotto la guida di Massimo Pallottino, fondatore della moderna etruscologia, la prof.ssa Bonghi ha effettuato scavi e ricerche nell’abitato di Tarquinia, riportando alla luce sulla Civita uno straordinario complesso sacro. Tra i suoi numerosi studi dedicati ai processi di trasformazione delle culture dell’Italia preromana, ai sistemi di costruzione e decorazione architettonica, a centri come Pompei, Capua, Vico Equense e Tarquinia, si segnalano quelli sull’artigianato e sulle produzioni fittili. Direttrice delle collane “Capua preromana” e “Tarchna”, dedicata a Tarquinia, Maria Bonghi è stata ordinaria di Etruscologia ed Archeologia Italica dell’università di Milano, membro ordinario e del direttivo dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici, membro dell’Istituto Archeologico Germanico, del Comitato di consulenza scientifica della fondazione per il Museo Faina di Orvieto, socio dell’Accademia Pontaniana di Napoli. Docenti e allievi della Scuola OrSa si uniscono al dolore della famiglia e degli amici per la perdita di una studiosa rilevante nel panorama dell’archeologia italiana.

Musei Campania. Con profondo cordoglio apprendiamo la scomparsa della prof.ssa Maria Bonghi Jovino, figura di riferimento dell’archeologia italiana e internazionale. Studiosa rigorosa e appassionata, ha dedicato la sua vita alla ricerca e alla valorizzazione del patrimonio archeologico, offrendo contributi importanti non solo in Etruria ma anche in Campania. I suoi studi sull’antica Capua e sulla penisola sorrentina, esempi eccellenti di indagine scientifica attenta al territorio, sono in larga parte confluiti nelle esposizioni del museo Archeologico nazionale dell’antica Capua e nel museo Archeologico “Georges Vallet” di Piano di Sorrento. La sua capacità di formare nuove generazioni di studiosi e il suo impegno nella divulgazione del patrimonio archeologico resteranno un’eredità preziosa per tutti noi.

Roberto Barresi (Comitato Tecnico Scientifico Museo Provinciale Campano). Desidero esprimere il mio più profondo cordoglio per la scomparsa di Maria Bonghi Jovino, illustre archeologa e professoressa ordinaria di Etruscologia all’università di Milano. Maria Bonghi Jovino ha scritto pagine importanti anche sull’archeologia campana e, in particolare, su Capua. Serberò per sempre il ricordo della sua sensibilità, dell’affabile generosità e del suo entusiasmo per la ricerca. Alla sua famiglia, un forte e sentito abbraccio.

La prof.ssa Maria Bonghi Jovino (dal profilo FB di Progetto Tarquinia)

Progetto Tarquinia. Con profonda tristezza salutiamo la professoressa Maria Bonghi Jovino, maestra generosa e punto di riferimento per generazioni di studiose e studiosi. Il suo rigore, la sua umanità e la sua capacità di costruire ricerca e comunità resteranno con noi: nei cantieri, nei libri, nelle aule, e soprattutto nelle persone che ha formato e accompagnato. Il Progetto Tarquinia si unisce con affetto alla famiglia e a tutte e tutti coloro che le hanno voluto bene.

Alessandra Sileoni (Progetto Tarquinia). Apprendiamo con rammarico della scomparsa della professoressa Maria Bonghi Jovino, studiosa a cui Tarquinia deve molto, nostro Socio Onorario, maestra per molti di noi e riferimento autorevole e generoso per la ricerca non solo etruscologica e per l’università di Milano. A lei dobbiamo l’avvio del Progetto Tarquinia e delle indagini archeologiche dell’università di Milano per la ricostruzione della storia dell’antica Tarchna. Per chi ha avuto la fortuna di incontrarla, Maria Bonghi Jovino non è stata soltanto una grande studiosa: è stata una presenza capace di unire rigore e umanità, passione e prudenza, ascolto e determinazione. Ha insegnato a generazioni di allieve e allievi un metodo, ma anche un modo di stare nella ricerca: con responsabilità verso i contesti, rispetto per le persone e fiducia nel lavoro collettivo. Con affetto e gratitudine il Progetto Tarquinia si unisce al ricordo dei colleghi e di tutto il mondo archeologico, con l’impegno a proseguire quanto iniziato dalla professoressa con lo stesso fervore e la stessa profonda attenzione alla responsabilità pubblica dell’archeologia.

Parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia. Il direttore, il consiglio scientifico e tutto il personale del Pact esprimono vivo rimpianto per la scomparsa della professoressa Maria Bonghi Jovino. Decana dell’etruscologia italiana e maestra di generazioni di studiosi e studiose, la professoressa Bonghi ha legato la sua carriera, fra gli altri temi, all’archeologia tarquiniese. Le sue ricerche costituiranno a lungo uno stimolo per il dibattito scientifico e per la valorizzazione del sito archeologico di Tarquinia.

Città di Tarquinia. “Abbiamo appreso con profondo dolore la notizia della scomparsa della professoressa Maria Bonghi Jovino, cittadina onoraria di Tarquinia dal 2007, eminente studiosa e figura di riferimento internazionale nel campo dell’Etruscologia e dell’Archeologia Italica”. Lo affermano il sindaco Francesco Sposetti e l’assessore alla cultura Roberta Piroli. “La città perde una studiosa di altissimo profilo e una persona che ha contribuito in modo determinante a farne conoscere la storia – afferma il primo cittadino -. Il suo rigore scientifico, la passione per la ricerca e il profondo legame con Tarquinia restano un patrimonio prezioso per la comunità e per le generazioni future”. “Tarquinia non ha solo beneficiato della sua competenza scientifica, ma ha accolto nel tempo anche il suo spirito curioso e appassionato – dichiara l’assessore Piroli -. A nome di tutti coloro che amano la storia, la cultura e la nostra città, vogliamo esprimere gratitudine per l’eredità che ci lascia, fatta di scoperte, di libri, di testimonianze e di amore per Tarquinia”. Professoressa ordinaria all’università di Milano, Maria Bonghi Jovino ha legato in modo indissolubile il suo nome a Tarquinia, dirigendo fin dal 1982 e per molti anni gli scavi sul pianoro della Civita. Un lavoro scientifico di straordinaria rilevanza che ha portato alla definizione del Complesso monumentale della Civita e allo sviluppo del celebre “Progetto Tarquinia”, oggi riconosciuto a livello mondiale per il contributo determinante offerto alla conoscenza della civiltà etrusca lungo un arco cronologico di circa dieci secoli. Tra le scoperte più significative si ricordano i celebri bronzi votivi – lo scudo, il lituo e la scure – simboli del potere sacro e politico di Tarquinia, testimonianze fondamentali della storia e dell’identità della città.

Amici delle Tombe dipinte di Tarquinia. L’Associazione Amici delle Tombe Dipinte di Tarquinia ricorda con stima e ammirazione la prof.ssa Maria Bonghi Jovino per il sostegno sempre manifestato alle attività promosse dall’Associazione. Ci mancheranno il suo entusiasmo e la sua straordinaria capacità di coinvolgere.

Università Agraria di Tarquinia. L’università Agraria ricorda a prof.ssa Maria Bonghi Jovino eminente archeologa italiana. L’università Agraria a seguito della notizia di queste ore della sua scomparsa vuole ricordare la prof.ssa Maria Bonghi Jovino. “Ha diretto scavi archeologici a Tarquinia”, riferisce l’assessore Claudia Rossi delegata alle valorizzazioni archeologiche, “i suoi interventi alla Civita ed in particolare al tempio dell’Ara della Regina hanno reso possibile il recupero di importanti elementi di notevole valore storico culturale. Oggi con il Presidente Alberto Riglietti e l’amministrazione dell’Università Agraria la ricordiamo facendo le più sincere condoglianze”.

Roberta Piroli. Con profonda tristezza apprendiamo della scomparsa di Maria Bonghi Jovino, una figura straordinaria dell’archeologia italiana il cui lavoro ha segnato indelebilmente la storia della nostra Tarquinia. Studiosa instancabile e dedicata all’etruscologia, Maria Bonghi Jovino ha dedicato gran parte della sua vita alla ricerca, agli scavi e allo studio della civiltà etrusca, portando alla luce nuove chiavi di comprensione dell’antica città e facendo della sua passione un ponte tra il passato e la comunità contemporanea. Il suo nome è indissolubilmente legato a Tarquinia, dove ha avviato e diretto ricerche archeologiche di grandissimo rilievo, tra cui gli scavi nella Civita e nel santuario dell’Ara della Regina, contribuendo in modo fondamentale alla comprensione dell’assetto urbano e del patrimonio culturale della città. Tarquinia non ha solo beneficiato della sua competenza scientifica, ma ha accolto nel tempo anche il suo spirito curioso e appassionato: Maria Bonghi Jovino è stata cittadina onoraria, simbolo di un rapporto sincero tra studiosa e comunità. A nome di tutti coloro che amano la storia, la cultura e la nostra città, vogliamo esprimere gratitudine per l’eredità che ci lascia, fatta di scoperte, di libri, di testimonianze e di amore per Tarquinia. Le nostre più sentite condoglianze alla sua famiglia, ai suoi colleghi, ai suoi allievi e a tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerla e lavorare con lei.

La prof.ssa Maria Bonghi Jovino (foto unimi)

Monte Zara – Missione archeologica UNIMI. Con profonda tristezza salutiamo la prof.ssa Maria Bonghi Jovino, maestra generosa e punto di riferimento per generazioni di studiose e studiosi. Il suo rigore, la sua umanità e la sua capacità di costruire ricerca e comunità resteranno con noi: nei cantieri, nei libri, nelle aule, e soprattutto nelle persone che ha formato e accompagnato. Ci uniamo con affetto alla famiglia e a tutte e tutti coloro che le hanno voluto bene.

Aristonothos. Rivista di Studi sul Mediterraneo Antico. Si è spenta questa mattina (23 dicembre 2025, ndr) Maria Bonghi Jovino, professoressa emerita di Etruscologia presso l’università degli studi di Milano e membro del comitato scientifico della nostra rivista. Ha legato il suo nome alle ricerche su Tarquinia etrusca e Capua preromana. La redazione e i membri del comitato scientifico ed editoriale si uniscono al lutto della famiglia, dei suoi allievi e collaboratori.

Marco Minoja. Con Maria Bonghi tutto è cominciato da qui. I corsi in aula al piano terra della Statale e gli scavi a Tarquinia, tra I ricordi più belli della mia vita! Eravamo giovani e appassionati, divertiti e folli. Poi la tesi di laurea a Capua, sul bucchero campano, questa cosa cosi soltanto etrusca mi sembrò quasi una tesi in etruscologia al quadrato!: da lì arrivò questo primo intervento a un convegno, il mio primo lavoro scientifico: qualche paginetta e un titolo lunghissimo, per dar loro importanza! Quindi gli anni ’90 a Santa Maria (una scuola di vita, altri incontri essenziali, Luisa, Stefano, Valeria più a lungo di tutti!), il pensiero e il desiderio di un’archeologia che fosse pubblica e di servizio. Quindi i musei, l’arrivo al ministero e tutto il resto poi, l’idea che ogni cosa andasse fatta con serietà e passione, gli scontri (li ricordavi spesso come una cosa proprio tipica tra noi due!) e gli incontri sempre così affettuosi nel corso degli anni, la tua idea che noi tutti fossimo la tua scuola. Devo davvero moltissimo alla mia maestra di università, di quella che è stata la mia vita professionale. Ma anche tanti umanissimi insegnamenti di vita, iniziati così tante volte con un “ohi ué, Marcolì…”. Ti porterò nel cuore come nella testa, Maria Bonghi che ho conosciuto in pantaloni corti…

Luca Frigerio. A 94 anni ci ha lasciato Maria Bonghi Jovino, archeologa di fama internazionale. Napoletana, allieva di Pallottino (il fondatore della moderna Etruscologia), ha condotto studi e scavi di grande valore scientifico, in Campania e in Toscana, insegnando poi a Milano dagli anni Ottanta. Io ne serbo un vivo ricordo, al tempo in cui frequentai il suo corso di Etruscologia e Archeologia italica all’Università degli studi di Milano.

Cristiano Brandolini. Amici del civico museo Archeologico e Paleontologico di Arsago Seprio (Va). Un altro pezzo importante dell’archeologia italiana ci ha lasciato. Maria Bonghi Jovino, classe 1931 è stata tra i più autorevoli docenti dell’Università degli Studi di Milano, in etruscologia e archeologia italica. Ho ricordi di lei, di quando frequentavo il dipartimento di archeologia, io ero con Nuccia Negroni Catacchio, scomparsa anche lei lo scorso anno. Maria Bonghi Jovino era cittadina onoraria a Tarquinia, Vico Equense e Capua, dove diresse molti scavi archeologici. Pubblicò tantissimo riguardo i popoli dell’Italia preromana ed Etruschi, divenendo un punto di riferimento per molti archeologi. Che la terra ti sia lieve.

Caorle (Ve). Al museo nazionale dell’Archeologia del Mare “Storie del Sol Invictus (il sole invincibile)”: viaggio affascinante nelle feste e celebrazioni della Roma Antica con laboratorio per creare una corona a raggi

Un’esperienza tra storia, archeologia e creatività quella proposta domenica 21 dicembre 2025, alle 15.30, al museo nazionale di Archeologia del Mare a Caorle (Ve) “Storie del Sol Invictus (il sole invincibile)” per celebrare il solstizio d’inverno con un viaggio affascinante nelle feste e celebrazioni della Roma Antica. Un pomeriggio speciale dedicato al culto del Sol Invictus con un coinvolgente laboratorio per grandi e piccini durante il quale si creerà insieme una corona a raggi, simbolo del sole invincibile. A seguire merenda degli auguri per festeggiare insieme l’arrivo della stagione più luminosa. Attività inclusa nel costo del biglietto d’ingresso. Under 18 ingresso gratuito. L’appuntamento di domenica 21 dicembre 2025 al museo di caorle è anche l’occasione per visitare “La grotta del suono – 35.000 anni di note”: straordinaria esperienza sensoriale ospitata al museo fino a maggio. Un viaggio emozionante attraverso i suoni della Preistoria (vedi Caorle (Ve). Al museo nazionale di Archeologia del Mare apre “La grotta del suono-35.000 anni di note” un’esperienza sensoriale immersiva ideata e curata dall’archeologo e musicista Simone Pedron, presidente di Tramedistoria | archeologiavocidalpassato).

Paestum (Sa). Dopo undici anni di chiusura al pubblico riapre il Santuario di Hera Argiva alla foce del Sele con il nuovo percorso “Il tempio al confine – Hera e il paesaggio del Sele”, visitabile nei week end, primo passo di un ampio progetto di valorizzazione: riallestimento del museo narrante di Hera Argiva e una campagna (Art Bonus) per salvare le tre nuove metope ritrovate. Parla il direttore Tiziana D’Angelo

Archeologia e natura insieme nel nuovo percorso che valorizza il sito del Santuario di Hera alla foce del Sele a Paestum (Sa). Dopo undici anni di chiusura al pubblico, uno dei luoghi più significativi dell’antica Poseidonia torna finalmente accessibile. Il Santuario di Hera Argiva sul fiume Sele, chiuso dal 2014 dopo una violenta esondazione del fiume, riapre grazie a un importante progetto di valorizzazione promosso dai parchi archeologici di Paestum e Velia, con il nuovo percorso “Il tempio al confine – Hera e il paesaggio del Sele” che viene inaugurato il 4 dicembre 2025 alle 10.30, al Santuario di Hera alla Foce del Sele, in via Barizzo Foce Sele, a Capaccio Paestum (Sa). Interverranno Tiziana D’Angelo, direttore dei parchi archeologici di Paestum e Velia; Antonella Manzo, funzionario architetto – parchi archeologici di Paestum e Velia; Ornella Silvetti, architetto ALES – parchi archeologici di Paestum e Velia; Maria Boffa, funzionario archeologo – parchi archeologici di Paestum e Velia; Bianca Ferrara, università di Napoli “Federico II”. La riapertura è il risultato di un intervento che ha integrato ricerca archeologica, progettazione paesaggistica e soluzioni avanzate per l’accessibilità, restituendo al santuario una lettura chiara e coerente delle sue componenti storiche e ambientali. I percorsi progettati adottano una progressione intenzionale: dalla maggiore strutturazione iniziale, con linee rette e il riutilizzo di tracciati preesistenti, si passa gradualmente a geometrie più leggere e flessibili mediante una passerella e l’impiego di battuti reversibili. L’andamento dei percorsi si orienta verso le strutture del Santuario, offrendo al visitatore una prospettiva che rispecchia le principali fasi evolutive dell’impianto, fino a seguire la sinuosità dell’ansa del Sele attraverso sentieri guidati da paletti in legno e cordame. Il percorso si sviluppa all’interno di un’area di oltre 41.000 metri quadrati, in cui sono stati realizzati: indagini geofisiche e archeologiche funzionali alla ricostruzione storica del sito; un percorso facilitato in terra stabilizzata, pensato per garantire un’esperienza di visita inclusiva; una passerella espositiva in materiali reversibili; pannelli informativi, mappe tattili, nuove aree di sosta e un sistema di recinzione in pali di castagno che restituisce ordine e tutela all’area sacra.

Ad annunciare l’importante intervento e a invitare gli appassionati a visitarlo è la stessa direttrice dei parchi archeologici di Paestum e Velia, Tiziana D’Angelo: “Qui, sulle sponde del fiume Sele, dove il mito vuole che l’eroe Giasone sia giunto a capo della spedizione degli Argonauti, e dove nel VI sec. a.C. fu eretto un monumentale tempio in onore della dea Hera, il tempo sembrava essersi fermato. Oggi, dopo anni, questo luogo riapre finalmente al pubblico e torna a raccontare le sue storie. Un giardino dotato di percorsi accessibili, ricrea l’antico paesaggio del santuario, collegando l’area archeologica al museo. A breve potrete riscoprire questo straordinario sito grazie a visite guidate a cura dei nostri volontari del servizio civile”. La riapertura del santuario e il nuovo percorso rappresentano solo il primo passo di una più ampia strategia di valorizzazione. Il 2026 segnerà infatti l’avvio del riallestimento del Museo narrante di Hera Argiva, destinato a completare un progetto che unisce ricerca, tutela e divulgazione in un’unica visione culturale.

Un luogo fondativo tra mito, paesaggio e frontiera. Alla foce del Sele mito e storia si sovrappongono da oltre 2600 anni. Qui, secondo la tradizione, Giasone avrebbe dedicato alla dea di Argo un santuario durante il viaggio di ritorno dalla conquista del vello d’oro con gli Argonauti. Ed è qui che nel VI sec. a.C. i coloni greci edificarono un santuario sul limite settentrionale del territorio da essi controllato: un confine naturale che separava la chora di Poseidonia dalle terre etrusche. Il complesso rappresentò per secoli un punto di riferimento religioso e culturale. Oggi, dopo un decennio di inaccessibilità, il Santuario torna a essere leggibile nella sua relazione originaria con il paesaggio costiero.

Il Giardino di Hera al Santuario di Hera Argiva alla foce del fiume Sele (foto pa-paeve)

Veduta da drone dell’area archeologica del Santuario di Hera Argiva alla foce del Sele (foto pa-paeve)

Elemento centrale del progetto è il Giardino di Hera, uno spazio vegetale costruito sulla base delle essenze documentate nel santuario antico. La selezione delle specie – melograni, querce, mirto, lavanda, rosmarino e altre piante mediterranee – non propone una ricostruzione scientifica, ma un evocativo richiamo alle atmosfere storiche che caratterizzavano il complesso. La pannellistica, leggera e pienamente coerente con la natura del sito, è stata progettata per essere accessibile e tattile, accompagnando la visita in continuità con gli standard comunicativi dei Parchi archeologici di Paestum e Velia. Le aree di sosta, progressivamente ombreggiate dalla vegetazione, favoriscono una fruizione più lenta e meditata, in linea con la filosofia del Museo Narrante di Hera Argiva. “Con questo intervento minimo, semplice ma efficace, abbiamo inteso dare un primo grado di accessibilità alle strutture ancora visibili sul terreno e permettere una lettura contemporanea del sito nelle sue stratificazioni, connettendo la storia del santuario dedicato ad Hera e del suo giardino, storicamente attestato, con la configurazione territoriale successiva, rappresentata dalla masseria e dalle attività colturali, oltre che dallo spiccato valore naturalistico della foce del Sele”, afferma Antonella Manzo, architetto dei Parchi archeologici di Paestum e Velia. “Questa prima fase rappresenta per noi l’avvio di un processo di miglioramento dell’accessibilità e dell’esperienza di visita: in futuro prevediamo ulteriori interventi integrati per garantire un accesso sicuro anche alle persone con necessità fisiche e cognitive specifiche, affinché possano fruire pienamente di un sito archeologico complesso costituito dall’area e dal museo narrante”. “L’attuazione del progetto è avvenuta con un’attenzione particolare alla sostenibilità ambientale intesa come rispetto della connotazione naturalistica del luogo. Gli interventi eseguiti sono a basso impatto, infatti le strutture realizzate sono a ridotta vulnerabilità e rispettose della qualità e dell’integrità degli ecosistemi e   della biodiversità presenti nel sito”, sottolinea Ornella Silvetti, architetto ALES in servizio presso i parchi archeologici di Paestum e Velia.

Visite e fruizione. A partire da dicembre 2025, l’area archeologica e “il Giardino di Hera” saranno visitabili ogni sabato alle 11 e domenica alle 15, accompagnati dalle visite guidate a cura dei volontari del Servizio Civile formati dai Parchi. L’ingresso, su prenotazione, è incluso nel biglietto dei Parchi archeologici di Paestum e Velia e nell’abbonamento Paestum&Velia.

Il museo narrante di Hera Argiva alla foce del Sele (foto pa-paeve)

Tre nuove metope riemerse dal santuario: un ritrovamento eccezionale e una campagna per salvarle. Il progetto di valorizzazione si inserisce in un momento decisivo per le ricerche sul santuario. Nel 2023, durante le attività archeologiche condotte dall’Università degli Studi di Napoli Federico II, sotto la direzione della Prof. Bianca Ferrara, sono riemerse, nell’area tra il tempio tardo-arcaico e la stoà meridionale, tre metope in arenaria, due delle quali segnalate già dall’archeologa Paola Zancani Montuori. Le lastre, fortemente frammentate e in avanzato stato di degrado, appartengono ai cicli metopali che tra VI e V secolo a.C. decoravano gli edifici sacri del santuario. Due metope sembrano riferibili al celebre ciclo delle “danzatrici”, mentre la terza, ancora solo parzialmente studiata, potrebbe appartenere a un fregio finora non attestato. Il recupero di questi elementi architettonici è un’occasione scientifica unica per progredire con la ricerca storica al Sele e fare luce su una delle testimonianze più importanti dell’archeologia pestana. Si avrà l’occasione di intervenire per la prima volta su materiali che provengono direttamente dallo scavo archeologico, ideali per analisi multispettrali, mineralogiche e iconografiche ad alta precisione che daranno risposte a vari quesiti, tra cui le tecniche costruttive e di decorazione. Per garantirne la conservazione e la futura esposizione, i Parchi lanciano una campagna di raccolta fondi aperta alla comunità e a tutti coloro che desiderano contribuire alla tutela di un patrimonio irripetibile, mediante la piattaforma ArtBonus che garantirà ai mecenati sgravi fiscali fino al 65% (maggiori informazioni https://parchipaestumvelia.cultura.gov.it/dona-ora/artbonus/)

 

Pakistan. A Saidu Sharif (Swat) celebrato il 70mo della MAI in Pakistan oggi co-gestita da ISMEO e l’università Ca’ Foscari Venezia e lanciato il nuovo progetto “Khyber PATH” di Ca’ Foscari per proteggere i siti archeologici, migliorane la leggibilità, e rafforzare la filiera turistica

Veduta aerea del tempio buddista scoperto a Barikot, nello Swat, dalla missione archeologica italiana dell’Ismeo e dell’università Ca’ Foscari di Venezia (foto ismeo/unive)

Il colle di Barikot nella valle dello Swat in Pakistan (foto ismeo/unive)

Il 25 ottobre 2025 a Saidu Sharif (Swat, Pakistan) si è celebrato il settantesimo anniversario della Missione Archeologica Italiana in Pakistan oggi co-gestita da ISMEO (Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente) e l’università Ca’ Foscari Venezia. Ne dà notizia il numero di cafoscariNEWS del 29 ottobre 2025. Le attività archeologiche italiane in Swat, provincia del Khyber-Pakhtunkhwa (KP), hanno inizio nel 1955, quando Giuseppe Tucci, famoso tibetologo e orientalista, visitò per la prima volta la regione. Così ebbe inizio un’attività ininterrotta per 70 anni, che ha visto la missione archeologica italiana dell’allora IsMEO, l’istituto presieduto da Tucci (oggi ISMEO) assumere un ruolo di primo piano nell’archeologia dell’Asia meridionale. La celebrazione è stata aperta da un messaggio dell’Ambasciatrice d’Italia in Pakistan, Marilina Armellin, che ha sottolineato il ruolo della Missione nel promuovere la visibilità su scala globale del patrimonio culturale del Pakistan e nel rafforzare la storica collaborazione tra i due Paesi. Sono seguiti una serie di interventi da parte delle istituzioni pakistane e italiane che da anni sostengono il lavoro della Missione. È stato trasmesso anche un messaggio della rettrice dell’università Ca’ Foscari, Tiziana Lippiello, che ha affermato: “La Missione Archeologica Italiana in Pakistan celebra oggi il suo 70° anniversario – 70 anni di esplorazione del ricco patrimonio del Pakistan e di costruzione di ponti culturali e di una profonda e duratura amicizia tra i nostri due paesi. L’università Ca’ Foscari Venezia è orgogliosa della sua vocazione internazionale e della sua volontà di imparare dal mondo, specialmente dall’Asia, rendendo le sue conoscenze disponibili alla nostra comunità studentesca e approfondendo la comprensione del suo passato e del suo presente attraverso la ricerca collaborativa”.

Podio del tempio di Zalamkot scoperto nello Swat dalla Missione archeologica italiana in Pakistan di Ismeo e università Ca’ Foscari di Venezia (foto unive)

Nella seconda parte dell’evento sono intervenuti i rappresentanti di diverse università pakistane che collaborano attivamente con la Missione, che hanno evidenziato l’impegno della stessa nella formazione di giovani archeologi pakistani, attraverso seminari e attività sul campo, nonché il suo ruolo nella promozione dell’eco-turismo in Pakistan grazie al progetto ACT (Archaeology Community Tourism) – Field School Project (2011–2017). L’evento si è concluso con il lancio del nuovo progetto triennale progetto “Khyber PATH (Professions for Climate Adaptation ecoTourism and Heritage)”, gestito da Ca’ Foscari in partenariato con il DGOAM del KP e implementato localmente da ISCOS INGO, finanziato dal ministero degli Affari esteri tramite l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo con 3 milioni di euro. Il progetto è volto a proteggere i siti archeologici del Pakistan settentrionale e a migliorarne l’accessibilità e la leggibilità, nonché a rafforzare la filiera turistica sostenibile e responsabile lungo un percorso integrato (circa 125 km) che collega otto siti archeologici che si estendono da Taxila a Barikot. Durante la presentazione, il prof. Luca Maria Olivieri, direttore della Missione e del Progetto, ha annunciato “durante lo scavo in corso a Zalamkot è stata riportata alla luce una nuova grande città dell’antica civiltà del Gandhara posizionata lungo l’antica strada nota come Hati-lar. Secondo una nostra recente rilettura di una iscrizione bilingue, sanscrito-persiana, si tratterebbe della città di Jayapālanagara che porta il nome dell’ultimo sovrano Hindu Shahi. Gli scavi sono potuti iniziare, nonostante le difficoltà logistiche, grazie alla collaborazione con la comunità locale guidata dal poeta, scrittore e archeologo Abdul Nasir di Alladan-dheri”. Questo nuovo progetto testimonia la continuità dell’impegno della Missione Archeologica Italiana in Pakistan, che da settant’anni rappresenta un punto di riferimento non solo per la ricerca scientifica — con oltre 1000 pubblicazioni — ma anche per la cooperazione culturale e lo sviluppo sostenibile della regione e nella formazione di professionisti locali nel campo dell’archeologia, nella tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e nella promozione della consapevolezza della sua centralità sociale ed economica. Tale rilevanza è stata confermata dalla varietà del pubblico presente alla celebrazione: non solo docenti universitari e rappresentanti delle autorità pakistane provinciali e federali, ma anche studentesse e studenti di college e università, associazioni culturali, la casa editrice Sang-e-Meel, architetti impegnati in progetti di Heritage, giornalisti e membri delle comunità locali dei siti archeologici in cui la Missione opera.

Roma. Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia la conferenza “Morire bambini. Testimonianze dall’Agro Falisco” di Manuela Bonadies, ottavo appuntamento del ciclo “Chi (Ri)cerca Trova. I professionisti si raccontano al Museo”

“Morire bambini. Testimonianze dall’Agro Falisco””: ottavo appuntamento del 2025 con il ciclo “Chi (RI)cerca trova. I professionisti si raccontano al Museo”, in cui si presentano la ricerca scientifica e i progetti di studio che coinvolgono il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia. Venerdì 17 ottobre 2025, alle 16, Manuela Bonadies porta i partecipanti a scoprire le sepolture infantili nel contesto dell’Agro Falisco, territorio nella provincia di Viterbo, a sud della Tuscia e al confine dell’Etruria Meridionale. Ingresso gratuito in Sala Fortuna fino ad esaurimento posti. Prenotazioni all’indirizzo mn-etru.didattica@cultura.gov.it. Nel cuore dell’agro falisco, le campagne di scavo condotte tra Otto e Novecento per la redazione della Carta Archeologica d’Italia hanno restituito un patrimonio informativo di grande valore, ma segnato da profonde lacune dovute a saccheggi e a metodologie d’indagine oggi superate. In questo contesto complesso, lo studio delle sepolture infantili rappresenta una sfida particolarmente delicata: la scarsità dei resti osteologici, la dispersione dei corredi e i contesti frequentemente alterati rendono difficile ricostruire con precisione le pratiche rituali riservate ai più piccoli. L’intervento propone una lettura d’insieme delle testimonianze legate alle pratiche funerarie infantili nell’agro falisco. Il quadro interpretativo delineato per l’agro falisco, e in particolare per Falerii, è oggetto di continui aggiornamenti grazie alle ricerche dell’équipe della Sapienza diretta da M. Cristina Biella, attualmente impegnata sul campo. Le più recenti acquisizioni — in fase di studio e prossima pubblicazione — promettono di arricchire ulteriormente la comprensione della realtà funeraria infantile del territorio.

L’etruscologa Manuela Bonadies (uniroma)

Manuela Bonadies dal 2024 è ricercatrice alla cattedra di Etruscologia e Antichità italiche del dipartimento di Scienze dell’Antichità della Sapienza Università di Roma. Ha completato la scuola di specializzazione in Beni archeologici e il dottorato di ricerca in Archeologia, con una tesi dedicata all’analisi delle testimonianze funerarie di Falerii Veteres tra il VI e il III secolo a.C. Si è occupata dell’analisi delle rotte commerciali del Mediterraneo antico in epoca etrusca con particolare riferimento al sito di Pyrgi. Fa parte dell’equipe di scavo della cattedra di Etruscologia della Sapienza impegnata in progetti di ricerca in diversi siti dell’Etruria Meridionale, tra cui Veio, Vulci e Pyrgi.

Roma. A Palazzo Massimo per la rassegna “Al centro di Roma” la conferenza “La parola della tela. Ovidio e il successo di Aracne” di Gianpiero Rosati, professore emerito dell’università di Pisa

La gara di tessitura tra Aracne, abilissima tessitrice, e la dea Minerva, che di quella e delle altre arti femminili è la divinità tutelare, e alla quale la mortale Aracne non vuole riconoscersi inferiore, è un episodio cruciale delle Metamorfosi di Ovidio. Ne parla Gianpiero Rosati nella conferenza “La parola della tela. Ovidio e il successo di Aracne” per il ciclo di incontri “Al centro di Roma”, la rassegna del museo nazionale Romano, organizzata in collaborazione con il VIVE – Vittoriano e Palazzo Venezia, che accende il dibattito culturale con incontri aperti a tutti nello splendido Palazzo Altemps. Appuntamento martedì 7 ottobre 2025, alle 18, a Palazzo Massimo. Introducono Edith Gabrielli e Alessandro Schiesaro. Ingresso gratuito fino a esaurimento posti. Prenotazione al link https://www.eventbrite.it/…/biglietti-la-parola-della…. I due arazzi che Minerva e Aracne realizzano sono ispirati da opposti principî estetici e opposte ideologie; e anche lo stile del narratore Ovidio, che non prende apertamente posizione sul primato dell’una o dell’altra, riflette le rispettive scelte formali. La gara si conclude senza un verdetto chiaro, ma il testo fa capire che Aracne non esce certo sconfitta. La mancata vittoria è un’umiliazione per Minerva, che in preda all’ira punisce la rivale con un’azione di forza, quella che le deriva unicamente dal suo status divino, trasformandola in ragno. L’episodio, che godrà di larga fortuna nella storia dell’arte europea, mette in scena l’eterno conflitto (da cui Ovidio stesso rimarrà schiacciato) tra potere e autonomia dell’artista, e illustra la potenza comunicativa dell’immagine che sostituisce ed esalta la parola.

Il prof. Gianpiero Rosati

Gianpiero Rosati ha insegnato Letteratura latina nelle università di Firenze, Pavia, Udine e alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove ora è professore emerito. Ha scritto sulla poesia augustea (in particolare su Ovidio), sulla prosa narrativa latina e sulla letteratura della prima età imperiale. È socio della Accademia Nazionale dei Lincei e della Academia Europaea.

Milano. A Palazzo Litta al via via i talk di “Fuochi”, tre appuntamenti dedicati ai musei. Apre Giovanni Carrada su “Raccontare il museo”. Ecco il programma

Giovedì 2 ottobre 2025, alle 18, a Palazzo Litta a Milano. Al via i talk di “Fuochi”, tre appuntamenti dedicati ai musei, pensati per approfondire temi culturali in maniera leggera e coinvolgente. I tre incontri sono in programma il 2, 16 e 30 ottobre 2025, sempre di giovedì quindi, sempre alle 18, nella Sala Azzurra al primo piano di Palazzo Litta in corso Magenta 24 a Milano. Un viaggio alla scoperta del patrimonio culturale della regione custodito nei musei della Direzione regionale Musei nazionali Lombardia, dei capolavori d’arte e del loro significato. Prima di ciascun appuntamento, alle 17, è possibile partecipare ad una visita accompagnata nelle sale del piano nobile di Palazzo Litta. Il punto ritrovo è nel cortile, presso la portineria.

Giovedì 2 ottobre 2025, alle 18: “PERCHÈ NON PARLI?”. Raccontare il museo con Giovanni Carrada. Autore televisivo, Giovanni Carrada ha lavorato con un grande maestro della divulgazione scientifica come Piero Angela ed è autore di libri e progetti culturali. Si parlerà di come progettare allestimenti efficaci dal punto di vista del pubblico, analizzando il senso profondo del museo, oggi “risorsa per l’anima”.

Giovedì 16 ottobre 2025, alle 18: “DALLA TAVOLA ALLA STORIA”. Cultura e alimentazione con Maddalena Fossati. Nella Giornata Mondiale dell’Alimentazione, incontreremo Maddalena Fossati, direttrice della storica rivista La Cucina Italiana. In dialogo con l’agronomo Nicola Castoldi, si discuterà di tradizioni alimentari e di produzioni di eccellenza nei luoghi della cultura. Emblematici i casi di Certosa di Pavia, con il podere di riso e granturco, e delle Grotte di Catullo a Sirmione, con l’oliveto storico.

Giovedì 30 ottobre 2025, alle 18: “COSE NOSTRE”. Beni culturali e criminalità con Alberto Nobili. L’ultimo talk vede protagonista Alberto Nobili, ex-magistrato già sostituto procuratore presso la Procura di Milano. Sarà l’occasione per discutere su come le mafie si servono dei beni culturali e le strategie in atto per contrastare le pratiche illecite. Tra il 2022 e oggi sono state eseguite centinaia di “verifiche dell’interesse culturale” su opere d’arte confiscate.

Rovereto (Tn). Seconda giornata della 36ma edizione del RAM film festival: 11 film in programma (con prime internazionali, europee ed assolute) e l’Aperitivo al Giardino con Fabio Pagano “La memoria liquida del Parco sommerso di Baia”. Al via il programma Fulldome al Planetario. Ecco il programma

Giovedì 25 settembre 2025, la seconda giornata della 36ma edizione del RAM film festival Rovereto Archeologia Memorie, “Sguardi sull’acqua”, organizzato dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto, accompagna il pubblico in un viaggio tra riti ancestrali, archeologia e memorie dimenticate con 8 film (una prima europea, tre prime assolute e una prima italiana) al teatro Rosmini di Rovereto nella sezione pomeridiana, dalle 15 alle 19.30, e altri tre (con una prima internazionale e una prima italiana) nella sezione serale dalle 20.30 alle 23.

Ma la seconda giornata del RAM film festival segna anche l’inizio del programma Fulldome e lo spazio OFF speciale cinema e sperimentale al museo di Scienze e Archeologia di Rovereto (Tn). Dal passato al futuro della realtà virtuale. Il RAM film festival apre le porte ai nuovi linguaggi del cinema. Per la prima volta in Italia, un festival presenta un programma Fulldome, affiancando alle proiezioni tradizionali, installazioni di realtà virtuale, sperimentazioni artistiche e nuove forme cinema immersivo. Per quattro giorni, dal 25 al 28 settembre 2025, il Planetario del museo di Scienze e Archeologia di Rovereto non mostra più stelle e pianeti ma diventa uno spazio di cinema totale in cui le immagini e i suoni avvolgono lo spettatore a 360 gradi.

Aperitivo in giardino. Il secondo incontro del RAM film festival è in programma alle 18, al museo di Scienze e Archeologia, in borgo S. Caterina, 41: “La memoria liquida del Parco sommerso di Baia” con FABIO PAGANO, archeologo e direttore del parco archeologico dei Campi Flegrei. Modera Andreas Steiner, direttore rivista Archeo. Evento tradotto nella Lingua dei Segni Italiana, in collaborazione con AbilNova. Nel tratto di mare tra Pozzuoli e Baia, dove il bra­disismo flegreo sfuma i confini tra terra e acqua, si trova un prezioso sito archeologico sommerso. Dal 2002 è inserito in un’ampia area marina protetta e, dal 2023, riconosciuto dall’UNESCO come buona pratica mondiale. Qui, il mare custodisce le storie dell’antico Portus Iulius e della mondanità dell’anti­ca Baia, tra terme e ville. Lungo queste coste è nata l’archeologia subacquea in Italia e si è sperimentato in forme pionieristiche il restauro sott’acqua. Partecipazione gratuita su prenotazione dal sito www.ramfilmfestival.it. In caso di maltempo presso la Sala Zeni del Museo. Aperitivo con Orto San Marco Sétap – Mangio Trentino e Cantina Vivallis.

Fabio Pagano, direttore del parco archeologico dei Campi Flegrei (foto fmcr)

Fabio Pagano, è archeologo, PhD, Direttore del Parco ar­cheologico dei Campi Flegrei. Lavora presso il ministero della Cultura dal 2012, maturando esperienze in diversi contesti tra i quali la direzione del museo Archeologico nazionale di Cividale del Friuli, del museo Archeologico Nazionale e Teatro Romano di Spoleto e dell’area archeologica di Car­sulae. Docente a contratto presso corsi di laurea e master in diverse università italiane.

Frame del film “Tracce, ricostruire la nostra preistoria” di Davide Dalpiaz e Fabio Pupin

Film del pomeriggio.  Apre il film “Continuations/Hiwadabuki (Cypress bark roofing) – Continuità. Tetto in corteccia di cipresso” di Satoru Okabe (Giappone 2024, 17’); quindi il film “O lugar antes de mim, Megafauna – Megafauna, il luogo prima di me” di Karla Nascimento (Brasile 2024, 52’); il film “Il toro e la Madonna” di Claudio Sagliocco e Gianni Nunno (Italia 2025, 30’); il film “Tracce, ricostruire la nostra preistoria” di Davide Dalpiaz e Fabio Pupin (Italia 2025, 16’); il film “Thorin le dernier Néandertalien – Thorin, l’ultimo Neanderthal” di Pascal Cuissot (Francia 2024, 53’); il film “Campo della Fiera e il pozzo del tempo” di Massimo D’Alessandro (Italia 2024, 50’); il film “Doppio Chicco” di Francesco Mennella (Italia 2024, 15’); il film “Küttepuude hankimine – Legna da ardere” di Liivo Niglas (Estonia 2024, 30’); chiude la sezione il film “The Family Portrait – Ritratto di famiglia” di Lea Vidakovic (Croazia/Francia/Serbia 2023, 15’).

Frame del film “Secret Sardinia, mysteries of the Nuraghi – Sardegna segreta, i misteri dei Nuraghi” di Thomas Marlier

Film della sera. Si comincia con il film “La civilisation perdue d’Amazonie – La civiltà perduta dell’Amazzonia” di Franck Cuveillier, Éric Ellena (Francia/Cile 2024, 53’); quindi il film “Enemy Number Three – Nemico numero tre” di Vladimir Sumashedov (Russia 2024, 31’); chiude il film “Secret Sardinia, mysteries of the Nuraghi – Sardegna segreta, i misteri dei Nuraghi” di Thomas Marlier (Francia 2024, 53’).