San Zeno (Val di Non, Tn). Al museo Retico l’incontro-laboratorio “L’arte delle situle illustrata con l’archeologia sperimentale” a cura di Stefano Buson, In occasione della mostra “RETI. Tesori archeologici del Ferdinandeum dalla Valle dell’Inn alla Val di Non”

Situla ricostruita con la tecnica usata dagli antichi popoli della Pianura Padana e delle Alpi (foto sbc-tn)

Stefano Buson, già funzionario restauratore alla direzione regionale Musei Veneto (foto drm-veneto)

In occasione della mostra “RETI. Tesori archeologici del Ferdinandeum dalla Valle dell’Inn alla Val di Non” è in programma giovedì 7 agosto 2025, alle 16.30, al museo Retico di Sanzeno in Val di Non (Tn) l’incontro-laboratorio “L’arte delle situle illustrata con l’archeologia sperimentale”, a cura di Stefano Buson già funzionario restauratore alla direzione regionale Musei Veneto, adatto a tutti per scoprire da vicino l’affascinante arte delle situle. Attraverso gli attrezzi e le lamine in corso di lavorazione, sarà possibile toccare con mano alcune situle ricostruite con la tecnica usata dagli antichi popoli della Pianura Padana e delle Alpi. Partecipazione gratuita previa prenotazione tel. 0463434125 (entro le 13 del 7 agosto).

La mostra, curata da Gianluca Fondriest, Wolfgang Sölder e Veronica Barbacovi, e visitabile fino al 12 ottobre 2025, è un progetto che unisce passato e presente, storia e arte, comunità e territorio. Pensata per raccontare la cultura retica attraverso i prestigiosi reperti concessi in prestito dal Ferdinandeum di Innsbruck, celebra il patrimonio condiviso delle culture alpine centro- orientali nell’età del Ferro e il profondo legame tra i territori un tempo abitati dai Reti. Al centro dell’esposizione, la cultura Fritzens-Sanzeno (conosciuta anche come “retica”) viene presentata come espressione di un mondo alpino dinamico, aperto agli scambi e alle relazioni, lontano dall’idea di una popolazione isolata tra le montagne. Reperti archeologici provenienti dalla Val di Non, dal Trentino, dall’Alto Adige e dal Tirolo – suddivisi in sezioni tematiche dedicate alla vita quotidiana, ai culti, alla scrittura, all’economia contadina e al ruolo del banchetto e del vino – dialogano con le opere di artisti contemporanei attivi nelle stesse aree alpine, accompagnati da suoni, filmati e illustrazioni realizzate appositamente per la mostra. Il percorso espositivo si sviluppa su tre piani di Palazzo Assessorile a Cles e in una sala del Museo Retico a Sanzeno. Non mancheranno laboratori didattici per bambini e famiglie, eventi serali e visite guidate: un’occasione unica per vivere un’esperienza culturale a tuttotondo. Perché ogni reperto è un frammento vivo del nostro passato, e ogni scoperta un invito a guardare il mondo con maggiore consapevolezza.

Pompei. Dai reperti organici nuovi dati sulla gestione e sfruttamento delle risorse animali (allevamento di pecore, capre e suini, pesci) e vegetali (coltivazione di cereali e legumi) per l’alimentazione degli antichi pompeiani: i risultati pubblicati dello studio sulla rivista Scientific Reports

Cacciagione e risorse ittiche: dettaglio di un affresco della Casa del Tiaso a Pompei (foto parco archeologico pompei)

Come erano allevati pecore, capre e suini, ma anche come erano sfruttate le risorse acquatiche e coltivati i cereali e i legumi nell’antica Pompei. Lo studio di diversi prodotti che erano alla base dell’alimentazione della popolazione della città di Pompei, ma anche delle pratiche di coltivazione e gestione delle risorse alimentari, è oggetto di analisi dettagliate condotte nell’ambito della collaborazione tra il Laboratorio di Ricerche Applicate “Annamaria Ciarallo” del parco archeologico di Pompei e il Laboratorio DistaBiF dell’università della Campania “Luigi Vanvitelli”, con il significativo apporto scientifico dell’università La Sapienza di Roma e il dipartimento di Archeologia dell’università di York. I risultati di questa ricerca sono riportati nell’articolo Open Access appena pubblicato sulla prestigiosa rivista Scientific Reports “Variabilità isotopica basale in piante e animali e implicazioni per la ricostruzione della dieta umana nel I secolo d.C. Pompei”, pubblicato il 3 agosto 2025, con contributi di Silvia Soncin, Valeria Amoretti, Chiara Comegna, Chiara Assunta Corbino, Noemi Mantile, Simona Altieri, Maria Rosa Di Cicco, Valentina Giacometti, Jan Bakker, Marina Caso, Angela Trentacoste, Steven Ellis, Maria Anna Tafuri, Gabriel Zuchtriegel, Oliver Edward Craig, Carmine Lubritto (vedi https://www.nature.com/articles/s41598-025-12156-7).

Fichi recuperati dal sito di Pompei (foto parco archeologico pompei)

“La ricerca continua anche dopo lo scavo; anzi, come mostra questo studio, un attento esame di testimonianze portate alla luce anche tempo fa, grazie all’uso di analisi e metodologie nuove, ci apre interi orizzonti di cui prima non avevamo idea”, sottolinea il direttore del parco archeologico, Gabriel Zuchtriegel. “Se un terzo della città antica di Pompei è ancora non scavato, la mole di dati potenzialmente ricavabile da analisi come queste non è nemmeno quantificabile, perché dipende dal progresso tecnologico e metodologico in corso. Sicuramente investiremo ancora nello studio dei resti umani e dei materiali organici a Pompei che riservono ancora molti segreti da svelare”.

Animali domestici e selvatici: dettaglio di un affresco della Casa del Tiaso a Pompei (foto parco archeologico pompei)

“Mentre Pompei ha a lungo catturato l’immaginazione con la sua storia e la sua tragica fine”, scrivono gli autori nell’abstract del loro studio, “gli sforzi recenti si sono spostati verso la scoperta degli stili di vita quotidiana. Il nostro studio cerca di esplorare le pratiche agricole e di allevamento a Pompei, con l’obiettivo di esplorare la variabilità isotopica di diverse categorie di alimenti disponibili per i Romani all’interno di questa istantanea, scenario unico. A tal fine, utilizziamo l’analisi degli isotopi stabili del carbonio e dell’azoto di piante e animali. I nostri risultati suggeriscono una diversità di pratiche, con variazioni isotopiche di carbonio in cereali e leguminose che indicano l’utilizzo di una maggiore varietà di tecniche colturali rispetto alle colture arboree. Evidenziamo i diversi regimi di gestione utilizzati per le diverse specie animali – continuano – e scopriamo uno spettro di ambienti acquatici, indicativi della diversità delle pratiche di pesca. Questi risultati forniscono un supporto diretto alle prove archeologiche e alle interpretazioni testuali dei sistemi alimentari romani a Pompei. Tuttavia, il nostro set di dati rivela anche i limiti degli approcci isotopici di massa nel rilevare questa diversità alimentare quando lo usiamo per interpretare la dieta umana locale attraverso modelli di miscelazione. Al contempo, i nostri risultati mostrano che una linea di base isotopica ampia e ben contestualizzata può aiutarci a comprendere gli antichi sistemi alimentari, rivelando anche le sfide per districare la complessità della dieta utilizzando solo i dati sugli isotopi stabili di massa”.

Pane recuperato dal sito di Pompei (foto parco archeologico pompei)

La ricerca riguarda le risorse alimentari di Pompei, partendo da una base scientifica – analisi degli isotopi (atomi che hanno numero atomico, ma massa atomica diversa) del carbonio e dell’azoto – al fine di indagare la dieta degli antichi pompeiani, l’accesso alle risorse vegetali e animali, le pratiche di agricoltura e allevamento. Pochi sono i siti archeologici che costantemente restituiscono una tale quantità e varietà di reperti organici come nel caso di Pompei. Dunque oltre alle informazioni che emergono circa l’alimentazione dei pompeiani, questo studio fornisce anche utili dati circa la diversificazione delle tecniche di allevamento e produzione delle specie animali e vegetali. Le conclusioni, che rimandano a un approfondimento scientifico relativo alla dieta degli esseri umani e degli stessi animali, evidenziano un apporto alimentare estremamente variabile nei suini, oltre a differenti pratiche di allevamento per capre e pecore. Le ricerche riguardano anche il consumo di legumi e cereali, alla base dell’alimentazione della popolazione della città.  Si conferma inoltre la presenza nella dieta di risorse marine variegate, attestate nelle fonti letterarie, che riportano l’evidenza di uno sfruttamento intensivo delle risorse acquatiche. La dieta dei pompeiani e tali linee di ricerca sono già state oggetto di approfondimento nell’ambito della mostra “l’Altra Pompei” tenutasi nella Palestra Grande di Pompei (dicembre 2023 – dicembre 2024):

Datteri recuperati dal sito di Pompei (foto parco archeologico pompei)

“La nostra analisi dei resti botanici e faunistici di Pompei e dintorni”, concludono gli autori dello studio, “fornisce una visione nuova e diretta delle pratiche agricole e di gestione animale prima dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. I nostri dati isotopici suggeriscono varie condizioni di crescita di carbonio in cereali e legumi, comprendenti eventualmente materiale di importazione, come ipotizzato dagli studiosi dell’economia romana. Le differenze tra lenticchie e fave suggeriscono che sono state acquistate e coltivate in condizioni diverse, allineandosi con le osservazioni archeobotaniche e offrendo un supporto diretto. L’analisi degli isotopi stabili del carbonio e dell’azoto informa anche sulle pratiche di allevamento: i suini probabilmente ricevevano una dieta varia, mentre gli ovini e i bovini erano probabilmente allevati in pascoli diversi e foraggiati distintamente dalle capre. I polli, in modo unico, mostrano un segnale coerente del consumo di piante indicando un sistema di approvvigionamento distinto dagli altri animali. I pesci presentano una vasta gamma di variazioni di carbonio e azoto, valori indicativi di vari ambienti e comportamenti acquatici, coerenti con le evidenze archeologiche e letterarie dello sfruttamento intensivo delle risorse acquatiche nell’area”.

 

Roma. I lavori per la Metro C in piazza Venezia rivelano una stratigrafia che consente di indagare la topografia del centro di Roma dall’età repubblicana al Novecento. La soprintendente Daniela Porro: “Ancora una volta la costruzione di una stazione della metropolitana ci fa riscoprire il passato della nostra città”

Lavori per la linea C della metropolitana in piazza Venezia a Roma (foto ssabap-roma)

Rilievi archeologici in piazza Venezia a Roma durante i lavori per la Metro C (foto ssabap-roma)

Ancora una volta l’opera della Metro C diventa un cantiere di archeologia: piazza Venezia restituisce un palinsesto complesso che consente di indagare la topografia del centro di Roma; una straordinaria stratigrafia che tramanda edifici risalenti al periodo tardo repubblicano, residenze di età imperiale, strutture medievali e quello che resta dei palazzi moderni abbattuti tra Ottocento e Novecento. L’intervento condotto sotto la direzione scientifica della soprintendenza speciale di Roma procede in piena sinergia con Metro C e Roma Metropolitane senza ritardi rispetto ai tempi previsti. I rinvenimenti di questa estate 2025 sono ancora oggetto di indagine e di studio da parte degli archeologi coordinati dalla responsabile scientifica dello scavo Marta Baumgartner.

Rilievi archeologici in piazza Venezia a Roma durante i lavori per la Metro C (foto ssabap-roma)

Rilievi archeologici in piazza Venezia a Roma durante i lavori per la Metro C (foto ssabap-roma)

“Ancora una volta la costruzione di una stazione della metropolitana ci fa riscoprire il passato della nostra città”, spiega Daniela Porro, soprintendente speciale. “È nel sontuoso palinsesto di varie epoche che torna sotto i nostri occhi e dovrà essere valorizzato al meglio nella futura stazione che risiede il grande fascino di questo scavo, che la Soprintendenza sta conducendo all’interno dei lavori per la realizzazione della Linea C, commissionati da Roma Metropolitane, per conto di Roma Capitale e realizzati dalla società Metro C, guidata da Webuild e Vianini Lavori”.

Arona (No). All’archeomuseo “Khaled al-Asaad” la conferenza “Alle origini di una bevanda di successo: la birra nella storia” con Cristiano Brandolini, terzo appuntamento del ciclo “Archeo-Vita, 5 sere di mezza estate per scoprire abiti, reperti e bevande dal profondo del tempo” nell’ambito della rassegna biennale “Viaggi nel tempo e nello spazio in una sera di mezza estate”

Cosa c’è di meglio di una bella birra fresca in una calda giornata d’estate! Ma chi ha inventato la birra? Con quali ingredienti era fatta in origine? Quando e in quali culture avremmo potuto bere un bel boccale di birra? Se ne parla mercoledì 6 agosto 2025, alle 21, all’archeomuseo “Khaled al-Asaad” di Arona (No), nella conferenza “Alle origini di una bevanda di successo: la birra nella storia” con Cristiano Brandolini, conservatore del civico museo Archeologico e Paleontologico di Arsago Seprio (Va), terzo appuntamento del ciclo “Archeo-Vita, 5 sere di mezza estate per scoprire abiti, reperti e bevande dal profondo del tempo” nell’ambito della rassegna biennale “Viaggi nel tempo e nello spazio in una sera di mezza estate” realizzata con il contributo del ministero del Turismo – Fondo, nell’ambito del progetto Palafitte Unesco, in favore dei Comuni a vocazione culturale, storica, artistica e paesaggistica, nei cui territori sono ubicati siti riconosciuti dall’Unesco patrimonio mondiale dell’Umanità.

Vetulonia (Gr). Per la rassegna “Archeologia sotto le stelle 2025” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” conversazione archeologica “La collezione di Giovanni Pietro Campana. Un’occasione mancata” con Susanna Sarti, direzione regionale Musei della Toscana

Per la rassegna “Archeologia sotto le stelle 2025” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia conversazione archeologica “La collezione di Giovanni Pietro Campana. Un’occasione mancata” con Susanna Sarti, direzione regionale Musei della Toscana. Appuntamento mercoledì 6 agosto 2025, alle 21, in piazza Vetluna a Vetulonia. Ingresso libero. Il marchese Giovanni Pietro Campana costituì una delle più importanti collezioni private della prima metà del XIX secolo ed è stato una figura centrale, ma anche controversa, nella storia dell’archeologia e del collezionismo nell’Italia e nell’Europa dell’Ottocento. La sua incredibile collezione, dispersa a partire dal 1840 è in parte oggi visitabile nei grandi musei internazionali come il Louvre e l’Hermitage.

Fiavè (Tn). Al museo delle Palafitte e al parco Archeo Natura nuovi appuntamenti per immergersi e scoprire l’affascinante mondo delle palafitte e sperimentare alcune attività praticate dagli abitanti che vivevano sulle sponde dell’antico lago

Il parco delle palafitte a Fiavè (foto sbc-tn)

Al museo delle Palafitte di Fiavé e al parco Archeo Natura di Fiavè (Tn) nuovi appuntamenti promossi dalla soprintendenza dei Beni culturali di Trento per immergersi e scoprire l’affascinante mondo delle palafitte e sperimentare alcune attività praticate dagli abitanti che vivevano sulle sponde dell’antico lago Carera. Laboratori per tutti, visite teatralizzate e visite guidate partecipate.

Il museo delle Palafitte a Fiavè (foto sbc-tn)

Martedì 5 agosto 2025, alle 10.30, al museo delle Palafitte di Fiavè: “100% latte”, laboratorio per famiglie per conoscere la produzione di latticini nei villaggi palafitticoli di Fiavé-Carera. Partecipazione 4 euro previa prenotazione online www.cultura-trentino.it/appuntamenti oppure tel. 0465735019. La quota non comprende l’ingresso al museo. Minimo 5 massimo 20 persone. Alle 14.30, al museo delle Palafitte di Fiavè: “Avete detto palafitte”, visita guidata partecipata sulle tracce degli antichi abitanti delle palafitte di Fiavé. Partecipazione 3 euro prenotazione online www.cultura-trentino.it/appuntamenti oppure tel. 0465735019. La quota non comprende l’ingresso al museo. Minimo 5 massimo 25 persone.

Giovedì 7 agosto 2025, alle 14.30, al parco Archeo Natura di Fiavè: “La produzione ceramica nei villaggi palafitticoli”, attività di archeologia dimostrativa e laboratori per tutti sulla produzione ceramica nei villaggi preistorici di Fiavé. Partecipazione 4 euro previa prenotazione online www.cultura-trentino.it/appuntamenti oppure tel. 0465735019. La quota non comprende l’ingresso al museo. Minimo 5 massimo 20 persone. Alle 17-18, al parco Archeo Natura di Fiavè: “Benvenuto al parco Archeo Natura!”, breve introduzione al parco Archeo Natura e ai villaggi preistorici di Fiavé. Attività gratuita. La quota non comprende l’ingresso al parco.

Il lago di Fiavè con le palafitte (foto sbc-tn)

Venerdì 8 agosto 2025, alle 17.30, al parco Archeo Natura di Fiavè: “Larry la Talpa e il mistero del villaggio sull’acqua”: al parco Archeo Natura c’è un mistero da risolvere. Una sola persona al mondo può svelare l’enigma: il famoso detective Larry La Talpa che guiderà grandi e piccini, a indagare su una strana scomparsa. Spettacolo teatrale di e con Nicola Sordo a seguire visita guidata al Parco. Partecipazione gratuita previa prenotazione online www.cultura-trentino.it/appuntamenti oppure tel. 0465735019. Ingresso a pagamento. Minimo 5 massimo 30 partecipanti. In caso di forte pioggia lo spettacolo verrà rimandato a data da destinarsi.

Laboratori al parco delle palafitte di Fiavè (foto sbc-tn)

Lunedì 11 agosto 2025, alle 10.30, al museo delle Palafitte di Fiavè: “Dalle piante nascono i colori”, laboratorio didattico per famiglie alla scoperta delle piante tintorie attestate nell’antichità e dei colori naturali estratti e utilizzati per tingere. Partecipazione 4 euro previa prenotazione online www.cultura-trentino.it/appuntamenti oppure tel. 0465735019. La quota non comprende l’ingresso al museo. Minimo 5 massimo 20 persone. Alle 14.30, al museo delle Palafitte di Fiavè: “Avete detto palafitte?”, visita guidata partecipata sulle tracce degli antichi abitanti delle palafitte di Fiavé. Partecipazione 3 euro prenotazione online www.cultura-trentino.it/appuntamenti oppure tel. 0465735019. La quota non comprende l’ingresso al museo. Minimo 5 massimo 25 persone.

Aidone (En). Nel parco archeologico di Morgantina la 19ma edizione di “Tra Mito e Storia… Morgantina Rivive” nel 70° anniversario della scoperta di Morgantina. Il tema 2025 “Kore. Il Tempo del Ritorno” per il ritorno della Testa della Dea, ora al museo dell’Arte salvata di Roma

Martedì 5 agosto 2025, alle 18, l’area archeologica di Morgantina, nel suggestivo territorio di Aidone (En), si trasformerà ancora una volta in un palcoscenico di memoria e bellezza per accogliere la 19ª edizione di “Tra Mito e Storia… Morgantina Rivive”, la manifestazione che da quasi vent’anni celebra il patrimonio culturale e identitario di uno dei luoghi più emblematici della Sicilia antica. Quest’anno l’evento assume un significato ancor più profondo: ricorre infatti il 70° anniversario della scoperta di Morgantina, una ricorrenza che amplifica il valore simbolico e culturale della manifestazione, rendendola un’occasione unica per rileggere la storia in chiave contemporanea. Ideata, progettata e curata da Cinzia Randazzo, presidente dell’Archeoclub d’Italia – sede Aidone-Morgantina, la manifestazione è realizzata con il patrocinio del parco archeologico di Morgantina e della Villa Romana del Casale, e con il prezioso contributo delle istituzioni locali.

La Testa della Dea, da Morgantina, per ora cnservata nel museo dell’Arte salvata a Roma (foto vincenzo santoro)

Il tema scelto per l’edizione 2025, “Kore. Il Tempo del Ritorno”, affonda le sue radici in una visione che va oltre la narrazione mitologica: il ritorno non è solo geografico, ma spirituale, identitario. È il ritorno della Testa della Dea, immagine scelta per la locandina dell’evento, simbolo potente e conteso, la cui attribuzione — Kore o Persefone — resta ancora incerta. Attualmente custodita nel museo dell’Arte Salvata di Roma, la statua, insieme ad altri reperti di inestimabile valore, è destinata a fare presto ritorno nella sua terra d’origine, trovando finalmente accoglienza nel nostro museo. Questa edizione si propone quindi come un omaggio al tempo, alla bellezza e al coraggio di chi si dedica alla tutela del patrimonio culturale. Un invito a riflettere sul significato del “ritorno” non solo di un bene artistico, ma di una parte essenziale dell’identità collettiva che unisce passato e presente, radici e futuro.

Durante la serata, il pubblico sarà guidato in un viaggio immersivo attraverso gli spazi monumentali dell’antica città grazie alla performance itinerante “Kore. Il Tempo del Ritorno”, firmata dalla Compagnia teatrale Kalòs con la regia di Federica Amore. A seguire, sullo sfondo maestoso dell’area archeologica, andrà in scena “Il ratto di Proserpina o l’Inganno di Venere”, opera intensa e visionaria di Luigi Di Raimo, diretta dal regista Daniele Salvo. Tra gli interpreti, nomi di assoluto rilievo del teatro italiano e siciliano: Daniele Salvo, Melania Giglio, Barbara Capucci, Francesca Maria, Giancarlo Latina, e altri protagonisti della scena classica nazionale, che con la loro arte daranno voce e corpo ai miti e alle memorie di Morgantina.

Reggio Calabria. Dal 1° agosto è disponibile CalabriaCulturaPass, il nuovo biglietto integrato che collega il museo Archeologico nazionale a 12 musei e parchi calabresi attraverso nove itinerari: dai Bronzi di Riace alle colonie magnogreche, dalla Magna Grecia al Medioevo, fino alla scoperta dei paesaggi archeologici attraversati dall’Autostrada del Mediterraneo e dalla Statale 106

Si chiama CalabriaCulturaPass, è il nuovo biglietto integrato del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria e di 12 musei nazionali calabresi. Un unico titolo di accesso per nove itinerari culturali alla scoperta del patrimonio archeologico e artistico della Calabria. Il biglietto integrato del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria, realizzato in collaborazione con la direzione regionale Musei nazionali Calabria, è stato presentato e attivato il 1° agosto 2025 e permette la visita di numerosi musei e parchi archeologici del territorio regionale, sotto l’egida della direzione generale Musei del ministero della Cultura. Il biglietto integrato si fonda su una proposta elaborata dal MArRC, diretto da Fabrizio Sudano, con l’obiettivo di costruire un sistema culturale territoriale sempre più accessibile, articolato e interconnesso. Il biglietto, nominativo, avrà validità di sei mesi a partire dal primo accesso e potrà essere acquistato online sull’app MUSEI ITALIANI, sui portali www.museiitaliani.it e www.coopculture.it e on site alla biglietteria del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria. Nove gli itinerari proposti, pensati per valorizzare le relazioni storiche, geografiche e culturali tra i luoghi della cultura afferenti alla rete museale regionale. Dai Bronzi di Riace alle colonie magnogreche, dalla Magna Grecia al Medioevo, fino alla scoperta dei paesaggi archeologici attraversati dall’Autostrada del Mediterraneo e dalla Statale 106: il biglietto integrato consente al visitatore di costruire il proprio percorso in libertà, con un unico titolo d’ingresso e uno sconto del 20% rispetto alle tariffe ordinarie.

“Questa iniziativa rappresenta un ulteriore passo nella valorizzazione e fruizione dello straordinario patrimonio culturale della Calabria”, dichiara Massimo Osanna, direttore generale Musei. “Una regione che, con i suoi tesori storici e archeologici, merita di essere sempre più conosciuta e apprezzata a livello nazionale e internazionale. Come direzione generale Musei, siamo impegnati a promuovere un sistema museale integrato, che consenta a cittadini e visitatori di esplorare il patrimonio culturale in modo semplice e partecipato. La proposta elaborata dal museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria, in collaborazione con la direzione regionale Musei Calabria, risponde pienamente a questa sfida”.

Fabrizio Sudano, direttore del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria, alla presentazione del biglietto unico integrato CalabriaCulturaPass (foto marrc)

“Il biglietto integrato CalabriaCulturaPass”, dichiara Fabrizio Sudano, direttore del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria e direttore delegato della direzione regionale Musei nazionali Calabria, “rappresenta uno strumento strategico per la promozione culturale dell’intero comparto territoriale calabrese e la pietra angolare per la costruzione di una rete museale sempre più solida, capace di offrire al pubblico esperienze articolate e coerenti. Il museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria rafforza così il proprio ruolo di polo propulsore della cultura in Calabria, consolidando il legame con il territorio e con le comunità locali, in un’ottica di apertura, partecipazione e accessibilità allargata. Gli itinerari proposti, ideati per il grande flusso turistico estivo ma anche per studiosi e appassionati, sono pensati come una macchia d’olio che dal grande attrattore quale è il Museo di Reggio Calabria si diffonde verso i musei e i siti meno conosciuti ma altrettanto importanti e ognuno unico nel suo genere”.

ECCO I MUSEI VISITABILI CON IL CALABRIACULTURAPASS

I Bronzi di Riace, simbolo del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria (foto marrc)

Il museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria ha sede in Palazzo Piacentini, tra i primi in Italia ad essere progettato al fine esclusivo dell’esposizione museale. Collocato nel cuore della città, il Museo è un elemento importante del paesaggio e della vita dei reggini, con un affaccio sul lungomare Italo Falcomatà ed una splendida vista sullo Stretto. Il nuovo allestimento permanente, inaugurato nel 2016 dopo i lavori di riqualificazione, conta 220 vetrine e si sviluppa su quattro livelli, che raccontano la storia del popolamento umano in Calabria dalla preistoria alla romanizzazione, secondo un criterio cronologico/tematico. La visita inizia al secondo piano (livello A – Preistoria e protostoria; età dei metalli), continua al primo piano (livello B – Città e santuari della Magna Grecia), al mezzanino (livello C – Necropoli e vita quotidiana della Magna Grecia: Sibari, Crotone, Hipponion, Kaulonia, Cirò e Laos; lucani e brettii) e si conclude al piano terreno (livello D – Reggio), dove è collocata la sala dei Bronzi di Riace e di Porticello, in un ambiente dotato di una idonea climatizzazione e di un sistema antisismico, al quale si accede dopo una breve sosta nell’area filtro anti-inquinamento. Il piano seminterrato (livello E) è riservato alle esposizioni temporanee; vi si trovano anche il lapidario e una piccola area archeologica relativa a un lembo della necropoli rinvenuta nel 1932, durante lo scavo per le fondazioni dell’edificio.

Una sala della Galleria nazionale di Cosenza (foto drm-cal)

La Galleria Nazionale di Cosenza ha sede in Palazzo Arnone, maestoso edificio sorto nel Cinquecento nel centro storico della città. Nei suoi spazi espositivi si snoda un percorso che mostra momenti significativi dell’arte dal XVI al XIX secolo con opere di pittori nati in Calabria, come Pietro Negroni, Marco Cardisco, Francesco Cozza e di artisti napoletani che hanno influenzato la pittura locale. Di grande interesse è il nucleo costituito dalle opere di due protagonisti del Seicento: il calabrese Mattia Preti e il napoletano Luca Giordano.  La sezione di opere grafiche di Umberto Boccioni documenta l’attività dell’artista dal 1906 al 1915, dagli anni della formazione fino alla piena affermazione futurista; di particolare interesse gli studi che rivelano la genesi de “La risata”, esposta nel Museum of Modern Art di New York.Grazie a donazioni e acquisti, la raccolta del museo include sculture di Umberto Boccioni, Giorgio de Chirico, Emilio Greco, Antonietta Raphaël, Pietro Consagra, Mimmo Rotella, Bizhan Bassiri. Il museo espone, in comodato d’uso, la collezione Intesa Sanpaolo, che dalla piccola tavola raffigurante “Cristo al Calvario e il Cireneo”, attribuita a Lazzaro Bastiani al pastello “Gisella” di Umberto Boccioni ripercorre le maggiori correnti artistiche dal Quattrocento al Novecento. Le espressioni artistiche contemporanee del territorio sono documentate dalle opere di Cesare Berlingeri, Giulio Telarico, Alfredo Pirri.

La chiesa di San Francesco d’Assisi a Gerace (RC) (foto drm-cal)

La chiesa di San Francesco d’Assisi a Gerace (RC) rappresenta uno dei più importanti monumenti della storia monastica calabrese e uno dei più antichi edifici dell’Ordine Francescano del Sud Italia. Collocato all’estremità nord-ovest della rupe di Gerace, a metà strada tra il mar Ionio e le montagne del Parco Nazionale dell’Aspromonte, il complesso architettonico è stato eretto tra la fine del XIII secolo e i primi anni del XIV secolo. Fa parte dei molti luoghi di culto che valsero al borgo di Gerace, iscritto dal 2015 tra i Borghi più Belli d’Italia, il soprannome di “Città delle cento chiese”. Il complesso architettonico si presenta come un insieme di strutture distinte: tra queste emerge la Chiesa, cui si affiancano la torre campanaria, il chiostro con il pozzo, il portico e la cripta. Al suo interno sono conservati magnifici esempi del Barocco calabrese: l’arco trionfale e l’altare maggiore del XVII secolo a tarsie marmoree, con formelle che riproducono elementi decorativi vegetali e animali e suggestivi elementi paesaggistici.

Il museo Archeologico Lametino a Lamezia Terme (foto drm-cal)

Il museo Archeologico Lametino di Lamezia Terme (Cz) raccoglie reperti da ricognizioni di superficie, frutto di campagne di scavo effettuate nella piana di Lamezia, con lo scopo di ricostruire la millenaria storia di quella che era una zona strategica sulla via dell’istmo tra Ionio e Tirreno. Il Museo è ospitato dal 2010 al primo piano del Complesso di San Domenico a Nicastro, ex convento fondato tra il 1506 e il 1521, ove anche il famoso filosofo Tommaso Campanella approfondì i suoi studi teologici. Il Museo si articola in tre sezioni: la sezione preistorica dove sono esposti strumenti in pietra, frammenti ceramici e resti ossei databili tra il Paleolitico inferiore e l’età del Bronzo medio. Nella sala è allestito anche un laboratorio didattico di archeologia sperimentale con la ricostruzione a grandezza naturale di una fornace per la cottura di vasi neolitici. La sezione classica dove sono esposti documenti sulla più antica frequentazione greca del comprensorio lametino e sulla successiva fondazione di Terina, colonia di Crotone, che gli studiosi localizzano nell’area di Sant’Eufemia Vetere, con materiali di epoca ellenistica e reperti di età romana. Di notevole interesse sono i tesoretti di monete magno-greche e i documenti epigrafici su laminette bronzee. La sezione medievale dove è esposto il materiale postclassico, databile dall’età bizantina fino al XVIII secolo, proveniente dagli scavi della chiesetta dei SS. Quaranta Martiri, dell’Abbazia benedettina di S. Maria di S. Eufemia.

L’interno del museo Archeologico di Métauros a Gioia Tauro (foto drm-cal)

Museo Archeologico di Métauros a Gioia Tauro (RC). Ubicato temporaneamente in Palazzo Maurogoffe “Le Cisterne” illustra la storia di Métauros (oggi Gioia Tauro), centro fondato dagli abitanti di Zancle (odierna Messina) per motivi espansionistico-commerciali e passato sotto l’influenza della colonia di Locri nel VI secolo a.C. L’intensa urbanizzazione del terrazzo naturale di Piano delle Fosse, sede dell’abitato antico, non ha permesso indagini approfondite; è stato, invece, possibile scavare in estensione la fascia litoranea che ha restituito la grande necropoli del VII-V secolo a.C. I ricchi corredi attestano gli stretti legami di Métauros con i centri di Mylae, Zancle e Rhegion e con siti del Tirreno meridionale, oltre a documentare i commerci con l’area mediterranea. Il percorso museale propone in prevalenza materiali provenienti dall’area della necropoli scavata nel secolo scorso e che ha restituito anche significative testimonianze di presenze indigene del VII sec. a.C. Tra i manufatti esposti aryballoi, alabastra di produzione insulare, vasellame attico a vernice e figure nere, anfore da trasporto tipo SOS. Uno spazio è riservato ai rinvenimenti funerari di età romana (II-III secolo d.C.) quando la città ricomincia a essere abitata, dopo l’abbandono in età classica ed ellenistica. Tra il vasellame esposto si distinguono vasi in vetro molto raffinati, decorati con motivi applicati, inquadrabili come importazioni dall’area mediterranea, a conferma della vocazione commerciale di Métauros anche in età romana.

Il castello medievale di Vibo Valentia ospita il museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” (foto drm-cal)

Il museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia ha sede nel castello medievale di Vibo Valentia, voluto dall’Imperatore Federico II di Svevia nel XIII secolo a difesa della città. Con la sua mole maestosa e austera, dalla sommità della collina su cui è costruito, domina incontrastato il paesaggio circostante, offrendo panorami mozzafiato sul Mar Tirreno, le Serre Vibonesi e l’Aspromonte, fino alla Sicilia e alle Isole Eolie. Al suo interno è conservata una delle collezioni archeologiche più ricche e importanti della Calabria, che racconta ai visitatori la millenaria storia antica della città e del suo territorio, dall’età greca (Hipponion) a quella romana (Vibona Valentia) e medievale (Monsleonis). Al piano superiore è esposta la collezione Capialbi, con le sue preziose ceramiche e il ricco monetiere. La grande sala al primo piano è occupata dalle offerte votive dei santuari di età greca, soprattutto quello di località Scrimbia, con la collezione di ceramiche e le pregiate armi in bronzo. Dalla torre Sud si accede al piano inferiore, dedicato alla necropoli greca, dove spicca il corredo della tomba 19 degli inizi del IV secolo a.C.; proprio al suo interno fu rinvenuta la preziosissima laminetta aurea con testo orfico, una delle testimonianze epigrafiche più importanti di tutta la Magna Grecia. L’ultima sezione è dedicata alla città romana, con una ricca collezione statuaria

Pavimento musivo all’antiquarium di Bova Marina (RC) (fto drm-cal)

Il parco archeologico e antiquarium di Bova Marina (RC) è stato inaugurato nel luglio del 2010 e sorge intorno ai resti riconducibili a una sinagoga ebraica portata in luce negli anni Ottanta del secolo scorso, durante i lavori per la realizzazione della strada statale Ionica 106, che rappresenta il rinvenimento più importante del sito. In uso tra IV e VI secolo d.C., costituisce l’unica testimonianza architettonica della presenza ebraica nella regione per questa epoca; è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica e il suo ritrovamento ha aperto nuovi scenari sulla storia delle comunità ebraiche nella Calabria meridionale. Gli scavi hanno evidenziato due nuclei principali dell’edificio costituiti da più ambienti ed un terzo che probabilmente costituiva l’accesso alla stessa sinagoga. Di grande interesse è la scoperta dell’Aula della Preghiera il cui pavimento musivo riproduce il tradizionale candelabro a sette bracci, menorah, contornato da un ramo di palma, da un cedro e dallo shofar, il corno di montone utilizzato come strumento musicale per alcune cerimonie religiose ebraiche. Nell’aula è stata identificata una nicchia destinata a contenere tradizionalmente la Torah, ovvero i due Rotoli della Legge. Il Museo è stato allestito a pochi passi dall’area archeologica e la collezione comprende reperti che documentano un arco temporale che va dall’età protostorica fino al Medioevo, rinvenuti nel territorio della Bovesìa.

Il parco archeologico di Medma a Rosarno (foto drm-cal)

Il museo e parco archeologico di Medma – Rosarno (RC) espone una gran parte degli oggetti rinvenuti nei lunghi anni di ricerche che la soprintendenza per i Beni archeologici della Calabria ha effettuato a Rosarno già a partire da P. Orsi e fino ai nostri giorni. L’esposizione inizia con la ricostruzione della necropoli: tombe alla cappuccina, a cassa di embrici, a vasca, ricche di oggetti. Splendidi esemplari della coroplastica medmea – statuette di varie dimensioni e fogge, busti, grandi maschere, criofori (portatori di ariete) – vasi ed armi in ferro rinvenuti nell’area sacra di Calderazzo, sono presentati ai lati di una virtuale via sacra che si arresta davanti ad un altare in terracotta (arula) di grandi dimensioni, con in rilievo i personaggi della tragedia di Sofocle che rappresenta la vicenda di Tyrò, giovane donna, figlia del re Salmoneo ritratta con i figli Pelia e Neleo che per vendicare la madre hanno appena ucciso la matrigna Sidero che giace esamine ai piedi di un altare, mentre il vecchio re Salmoneo fugge disperato davanti a tanto orrore. L’esposizione si conclude con i materiali provenienti dall’abitato tra i quali si segnala un modello di fontana rituale in terracotta. Sono presentati anche oggetti provenienti dalla collezione privata Giovanni Gangemi, donata allo Stato, che è costituita da pregevoli vasi sia a figure nere che a figure rosse tra cui un’anfora con scene della lotta per la conquista delle armi di Achille.

Il parco archeologico di Locri (foto drm-cal)

Al museo e parco archeologico nazionale di Locri Epizefiri (RC) afferiscono il museo Archeologico nazionale, il Complesso museale del Casino Macrì e il museo del territorio di Palazzo di Nieddu. La storia del Parco affonda le sue radici nell’archeologia di inizio ‘900 e deve la prima costituzione della collezione all’opera dell’archeologo Paolo Orsi. Diversi sono i contesti documentati nel Museo archeologico nazionale della polis greca, quali quelli sacri del Thesmophorion, del Persephoneion, dell’area di Zeus Saettante e della Casa dei Leoni, nonché tutta la produzione relativa alla vita quotidiana del quartiere Centocamere. Da segnalare il corpus locrese dei Pinakes e gli specchi bronzei rinvenuti nelle necropoli di contrada Lucifero. La collezione del Complesso museale del Casino Macrì documenta la fase del Municipium con la celebre statua-ritratto in marmo del “Togato” di contrada Petrara. Infine, il Museo del territorio di Palazzo Nieddu del Rio accoglie la documentazione del territorio della Locride in età protostorica, con reperti che documentano la fase di frequentazione del sito dall’età del Bronzo fino all’arrivo dei coloni greci.

Sculture e rilievi al museo nazionale di Mileto (foto frm-cal)

Il museo nazionale di Mileto (VV) è ospitato all’interno del palazzo vescovile di Mileto, costruito a partire dalla fine del ‘700 e portato a termine intorno al 1860 sotto la reggenza del vescovo Filippo Mincione. È adiacente alla Cattedrale neo romanica di Santa Maria Assunta, basilica pontificia minore dal 2016.La collezione si compone di preziosi marmi antichi riutilizzati da Ruggero I il Normanno per decorare l’abbazia della SS. Trinità, uno dei più grandi e importanti monasteri del Medioevo italiano e di notevoli cicli scultorei di età angioina, ceramiche, arredi sacri e dipinti, che illustrano le caratteristiche del Medioevo calabrese e raccontano la storia della città vecchia di Mileto, distrutta e abbandonata in conseguenza del terremoto che colpì la Calabria meridionale nel 1783. Il percorso museale abbraccia un vasto arco temporale che va dall’età bizantina al XIX secolo ed è suddiviso su due piani. Nel primo sono conservati i pregiati marmi romani riutilizzati dal Gran Conte Ruggero per decorare l’abbazia della SS. Trinità. Al secondo gli splendidi sarcofagi trecenteschi di Ruggero Sanseverino e Giovanna d’Aquino, feudatari di Mileto durante il regno angioino, i ricchi arredi sacri dell’antica cattedrale, le preziose immagini di culto e tra queste l’ineguagliabile crocefisso in avorio attribuito ad Alessandro Algardi.

Il parco archeologico di Scolacium a Roccelletta (Cz) (foto drm-cal)

Il museo e il parco archeologico nazionale di Scolacium (Roccelleta, CZ) raccontano tante storie che si sviluppano attorno ad un’area di vitale importanza sulla costa ionica, posta lungo la rotta dell’istmo e a presidio del Golfo di Squillace e strategica per il controllo dei percorsi terrestri e fluviali e per i commerci con tutto il bacino del Mediterraneo. Il sito è immerso in un uliveto secolare che costituisce il polmone verde della provincia di Catanzaro e rappresenta un importante polo attrattivo culturale per le sue valenze paesaggistiche e le presenze archeologiche ed architettoniche, testimonianze di un passato millenario. Il Parco custodisce le tracce della greca Skylletion (VII-III sec. a.C.), della colonia romana Scolacium e le testimonianze della città proto-bizantina Scylaceum (II sec. a. C.- metà del VII sec. d.C.), e i ruderi imponenti della chiesa abbaziale normanna di S. Maria della Roccella. È possibile visitare il Foro, con la sua singolare pavimentazione in laterizio, che non ha eguali in tutto il mondo romano; il teatro, adagiato, alla maniera greca, su una collina naturale, che poteva ospitare fino a 3.500 spettatori, e i resti dell’unico anfiteatro romano scavato in Calabria. All’interno del Parco, il Museo archeologico, illustra la storia della città attraverso numerosi ed interessanti reperti esponendo un importante ciclo statuario e di ritrattistica romana. A fine percorso è possibile visitare anche il Museo del Frantoio, esempio di archeologia industriale.

Il parco archeologico dell’antica Kaulonia a Monasterace (RC) (foto drm-cal)

Museo e parco archeologico dell’antica Kaulonìa a Monasterace (RC). Il parco archeologico è sito presso il promontorio di Punta Stilo e conserva le tracce del centro coloniale di Kaulonìa, fondato dagli achei crotoniati. Le ricerche archeologiche hanno reso possibile la conoscenza delle prime fasi di vita della colonia (seconda metà VII secolo a. C.) e l’organizzazione urbanistica, definita da un impianto regolare con strade ortogonali e isolati stretti e lunghi, tutti di uguale dimensione, di età ellenistica. Tra le abitazioni si distingue la cosiddetta “Casa del Drago” dall’immagine raffigurata sul mosaico pavimentale, oggi esposto nel museo, originariamente posto sulla soglia di una stanza per banchetto. Monumentali i resti del tempio dorico periptero (470-460 a.C.) in blocchi di arenaria, parte di un’ampia area sacra frequentata dagli inizi del VII secolo a.C. e successivamente adibita ad area produttiva per attività metallurgiche. Di grande interesse l’edificio trasformato nel IV secolo a.C. in complesso termale, cui è riconducibile il mosaico pavimentale policromo con draghi, delfini e ippocampo. Nella seconda metà del III sec. a.C. la costruzione fu adibita a luogo di culto, forse a carattere pubblico. Nel Museo si conservano reperti di notevole importanza: si segnalano gli splendidi elementi di armature, ex voto provenienti dal tempio dorico, la tabula bronzea iscritta, Tabula Cauloniensis, con dedica a Zeus in alfabeto acheo (470-460 a.C.) e le anfore piene di pece, rinvenimento poco frequente.

Panoramica delal Cattolica di Stilo (foto drm-cal)

La Cattolica di Stilo (RC). La Cattolica è una piccola chiesa bizantina a pianta centrale di forma quadrata, e si trova alle falde del monte Consolino a Stilo in provincia di Reggio Calabria. La Cattolica di Stilo, è un’architettura bizantina, assimilabile alla tipologia della chiesa a croce greca inscritta in un quadrato, tipica del periodo medio-bizantino. All’interno quattro colonne dividono lo spazio in nove parti, all’incirca di pari dimensioni. Il quadrato centrale e quelli angolari sono coperti da cupole su delle colonne di pari diametro, la cupola centrale è leggermente più alta ed ha un diametro maggiore. Su un lato sono presenti tre absidi. La decorazione interna è affidata all’intensità dei colori degli affreschi di cui i muri della chiesa erano interamente ricoperti. La loro scoperta si deve nel 1927 a Paolo Orsi che ne iniziò lo studio. Oggi, è possibile individuare una serie di figure, tra le quali spiccano per l’intensa forza di suggestione: la ‘Dormitio Virginis’ che risale all’ultimo ciclo, coperta da un mantello azzurro con gigli gialli su un fondo bianco a rozzi fiorami e ‘L’ascensione’ con Cristo benedicente raffigurato in una mandorla portata al volo da quattro angeli, con le ali aperte. Nella parete a destra della chiesa sono rappresentati i Santi Vescovi, San Nicola, San Basilio e San Giovanni Crisostomo.

Archeologia in lutto. È scomparsa all’età di 81 anni l’archeologa ravennate Maria Grazia Maioli, la “pasionaria dell’archeologia”, funzionario emerito della soprintendenza Archeologica dell’Emilia-Romagna

L’archeologa ravennate Maria Grazia Maioli, scomparsa a 81 anni (foto sabap-ra)

L’ultimo saluto, venerdì 2 agosto 2025, in forma privata, all’archeologa ravennate Maria Grazia Maioli, 81 anni. “Funzionario emerito della soprintendenza Archeologica dell’Emilia-Romagna – ha scritto la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Ravenna Forlì-Cesena e Rimini. “Ha dedicato buona parte della sua vita alla passione per l’archeologia e la sua attività di tutela nel territorio romagnolo ha portato a numerosi rinvenimenti tra Ravenna, Cesena e Rimini. si è dedicata ad articoli, studi e mostre incentrati su diversi aspetti dell’archeologia classica e della relativa cultura materiale. Grande divulgatrice della vita quotidiana antica e dei suoi vari aspetti, le sue conversazioni e le sue conferenze sono ancora nei ricordi di studiosi, professionisti e appassionati di archeologia”. Nata a Ravenna nel febbraio 1944, dopo aver frequentato il liceo classico si era laureata a Bologna in archeologia.

A dare notizia della scomparsa, mercoledì 30 luglio 2025, di Maria Grazia Maioli è stato il museo nazionale di Ravenna: “Ravenna ha perso una grande pasionaria dell’archeologia, Maria Grazia Maioli. La ricordiamo come collega, funzionario responsabile d’area della soprintendenza Archeologica dell’Emilia-Romagna, e ancora come sapiente e ironica divulgatrice, appassionata e curiosa, indefessa promotrice della tutela archeologica. Innumerevoli le tracce che lascia, come persona e come studiosa: profonda conoscitrice del Patrimonio ravennate, già dagli anni ’60 pubblicò molti contributi su oggetti del Museo, manufatti archeologici e beni delle collezioni, dalle stele ai lacerti pavimentali e parietali, dai bronzetti alle erme, dalle gemme alle fibule. Il primo fu La restaurata stele di L. Superinio Severo nel Museo nazionale di Ravenna pubblicato in Felix Ravenna n. 48 (1969), sul restauro di una stele funeraria romana, vista nel ‘700 dallo Spreti in San Domenico dove era reimpiegata. Sit tibi terra levis”.

La ricorda l’archeologa Luigi Malnati, già soprintendente – tra l’altro – dell’Emilia-Romagna e direttore generale dei Musei MIC: “È scomparsa Graziella Maioli. Non ho quasi parole per esprimere il mio dispiacere. Quando sono entrato in Soprintendenza a 27 anni, lei è stata per me quasi una mamma, fino a dividere col nuovo arrivato disorientato e inesperto l’ufficio e addirittura il tavolo. Lei mi spiegò tutto della Soprintendenza e dei compiti di allora, senza nessuna gelosia e riserva passandomi la responsabilità di territori di cui si occupava. Non sta a me e non c’è n’è bisogno descrivere i suoi meriti scientifici e di funzionario instancabile. Chiunque si sia occupato di archeologia in Emilia Romagna lo sa. L’archeologia di Ravenna ok n particolare le deve tutto o quasi al di là delle istituzioni, soprintendenze, musei, università, fondazioni. Lo sanno soprattutto i colleghi più giovani cui non ha lesinato insegnamenti, i colleghi delle università, specie gli studenti, e gli archeologi professionisti, a soprattutto lo sanno gli appassionati e i volontari a cui Lei non ha mai fatto mancare aiuto e sostegno. Lei è parte dell’archeologia di questa Regione e l’unica cosa che si può aggiungere è che non ne ha visto il lento declino. Ma noi ci batteremo, Graziella, ancora per riportare la disciplina a quello che è realmente: il controllo del territorio e la tutela delle aree urbane, come ci hai insegnato”.

Valentina Manzelli, archeologa della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena Reggio Emilia e Ferrara: “In una settimana davvero infausta per l’archeologia, abbiamo perso anche Lei, Maria Grazia Maioli. Funzionaria archeologa con un senso dello Stato e un amore per la tutela che raramente ho riscontrato in altri, inarrivabile e inesauribile pozzo di scienza dal carattere ruvido e spigoloso, sapeva però aprirsi a slanci di affetto sincero. Bastava superare indenni il primo approccio: “Ma tu che c#@o vuoi da me?” e poi ti accudiva come una chioccia. Nonostante i decenni di lavoro svolto gomito a gomito, io specializzanda prima, dottoranda poi e infine funzionaria a mia volta, la chiamavo Graziella, ma non sono mai riuscita a non darle del Lei. Però non lo farò adesso. Mi mancheranno le nostre chiacchierate pomeridiane al centro operativo, le tue colazioni con caffè corretto doppio (cioè doppia dose di sambuca), le scarrozzate in auto da un cantiere all’altro, la tua cofana impettita che si stagliava all’orizzonte quando arrivavi in bici per un sopralluogo su un cantiere, il make-up sempre rigorosamente coordinato cromaticamente con abbigliamento e ornamenti. E tanto altro. Mi hai sostenuta, ispirata, spronata. Te ne sarò per sempre grata. Fai buon viaggio Graziella”.

Enrico Cirelli, archeologo del dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’università di Bologna: “Ho conosciuto Maria Grazia Maioli in un giorno piovoso di 25 anni fa. L’ho incontrata in un piccolo cantiere, vicino a Sant’Apollinare Nuovo. Dovevo seguire uno scavo nei paraggi e mi ha colpito molto per il suo modo schietto e rapido di esprimere i concetti. Dopo una breve presentazione, mi ha guardato sorniona e mi ha detto ‘poche balle. Sarà meglio che cominciamo a lavorare’. Lo disse in un dialetto abbastanza stretto, per me che venivo da Roma, incomprensibile, ma la gestualità e qualche spirito guida nascosto mi convinsero a non replicare. Per qualche anno ho potuto incontrarla e parlare di Ravenna, che conosceva in maniera pazzesca. È stata un’archeologa da campo, su molti aspetti brillante, curiosa e spesso anche rissosa, ma una persona buona, almeno per quello che ho potuto conoscere io. E’ un giorno triste. Per l’archeologia. Per Ravenna. Soprattutto per me. Riposa in pace Graziella e salutami Pierino che ti aspetta da qualche parte, magari vicino a un centro operativo dei campi elisi, e saprete ridere insieme ancora come tanto tempo fa”.

#domenicalmuseo. Nella prima domenica di agosto il Colosseo con 18.614 ingressi torna al primo posto della classifica assoluta, seguito dal Pantheon (13.000 ingressi) e da Pompei (12.587)

Sono stati circa 213mila gli ingressi domenica 3 agosto 2025, giornata di apertura gratuita in occasione della #domenicalmuseo di agosto, l’iniziativa del ministero della Cultura che prevede l’accesso libero nei luoghi della cultura statali nella prima domenica del mese. La classifica assoluta ripropone ai primi tre posti lo stesso risultato e nello stesso ordine della prima domenica di luglio 2025, solo con numeri leggermente superiori: al primo posto il Colosseo con 18.614 ingressi, seguito dal Pantheon (13.000 ingressi) e da Pompei (12.587).

Visitatori al parco archeologico di Ercolano (foto paerco)

Ecco i numeri relativi a parchi e musei archeologici. Colosseo. Anfiteatro Flavio 18.614; Pantheon – Basilica di Santa Maria ad Martyres 13.000; area archeologica di Pompei 12.587; Foro Romano – Palatino 12.460; museo Archeologico nazionale di Napoli 3.066; museo e area archeologica di Paestum 2.599; Terme di Diocleziano 2.276; parco archeologico di Ercolano 2.216; Villa Adriana 1.842; Terme di Caracalla 1.833; area archeologica di Ostia antica 1.606; Palazzo Massimo 1.024; Palazzo Altemps 1.008; museo Archeologico nazionale di Taranto 811; necropoli dei Monterozzi e museo Archeologico nazionale di Tarquinia 770; museo Archeologico nazionale di Aquileia 683; museo nazionale Etrusco di Villa Giulia 637; museo delle Civiltà 513; necropoli della Banditaccia e museo nazionale Cerite a Cerveteri 445; Mausoleo di Cecilia Metella e Chiesa di San Nicola 407; musei nazionali di Cagliari 363; museo Archeologico nazionale di Sperlonga e Villa di Tiberio 321; museo Archeologico nazionale del Melfese “Massimo Pallottino” e Castello svevo di Melfi 315; parco archeologico di Sibari museo Archeologico nazionale della Sibaritide 302.