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Napoli, al Mann tre giorni di eventi: dopo “Paideia” e il passaggio della fiaccola della Universiade, apre la mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” con preziosi reperti dall’estero e i calchi ottocenteschi dei rilievi di Ninive e Nimrud

Vaso attico a figure nere (VI sec. a.C.) con soggetto sportivo nella mostra “Paideia” al Mann (foto Mann)

Il museo Archeologico nazionale di Napoli protagonista di un’intensa tre giorni nella vita del capoluogo partenopeo. Lunedì primo luglio 2019, in omaggio alla 30.ma universiade Napoli 2019 (dal 3 al 14 luglio 2019) il commissario Gianluca Basile inaugura la mostra “Paideia. Giovani e sport nell’antichità”, in programma fino al 4 novembre 2019: durante il vernissage esibizione in un’antica danza greca delle coreute ufficiali di Olimpia, ospiti dell’associazione Amarthea – Isolimpìa, cui è affidato tradizionalmente il compito dell’accensione della fiaccola olimpica (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/06/29/benvenuta-universiade-napoli-torna-a-essere-olimpica-e-il-mann-dove-dormira-la-torcia-delle-universiadi-partecipa-con-la-mostra-paideia-giovani-e-sport-nella/). Dopo l’ultimo passaggio napoletano (2 luglio 2019) della Torcia, mercoledì 3 luglio 2019 (alle 11) la fiaccola sarà nella Sala dei Tirannicidi, nel percorso espositivo di “Paideia”, prima di essere consegnata, dal direttore del Mann Paolo Giulierini, al Comitato organizzatore Universiade Napoli 2019.

Ma non è finita. Mercoledì 3 luglio, alle 17.30, apre la mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio”, che punterà simbolicamente i riflettori sulla regione dell’Assiria, che rappresentava la fascia territoriale dell’alto Tigri in corrispondenza della parte settentrionale dell’odierno Iraq. Il progetto scientifico, promosso dal Mann e dall’università di Napoli “L’Orientale”, ha selezionato reperti provenienti, tra l’altro, da British Museum, Ashmolean Museum, Musei Vaticani, Museo Barracco, Musei Civici di Como e Musei Reali di Torino: fulcro dell’allestimento, i calchi ottocenteschi, appartenenti alle collezioni del MANN e non esposti da molti anni, che riproducono i rilievi originari rinvenuti a Ninive e Nimrud. Peculiarità dell’esposizione sarà l’allestimento di una ricca sezione tecnologica, per approfondire contenuti scientifici e coinvolgere il visitatore in un suggestivo viaggio a ritroso nel tempo.

Al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio”, viaggio multisensoriale alla scoperta di una grande civiltà con reperti dai grandi musei del mondo e, per la prima volta, i calchi ottocenteschi dei rilievi assiri di Nimrud e Ninive conservati dal Mann e mai esposti prima

La scalinata che porta alla mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” al secondo piano del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

Al Mann la mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” fino al 16 settembre 2019

Come salire su una ziggurat. La breve rampa che dalle scale monumentali dominate dalla grande statua di Ferdinando di Borbone, il padrone di casa, realizzata da Antonio Canova, porta alle quattro sale (dalla 90 alla 93) al secondo piano del museo Archeologico nazionale di Napoli ti prepara al suggestivo viaggio nella storia alla scoperta di una grande civiltà antica proposto dalla mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio”, in programma fino al 16 settembre 2019, focus sulla regione dell’Assiria, che rappresentava la fascia territoriale dell’alto Tigri in corrispondenza della parte settentrionale dell’odierno Iraq. Su quel lembo di terra, dall’Ottocento in poi, si concentrarono le ricerche di intellettuali e antiquari, che gettarono le basi per la costituzione di una moderna koinè di studiosi internazionali: un modello sinergico riproposto dalla rete di collaborazioni che hanno portato alla realizzazione dell’esposizione “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio”. Il progetto scientifico, promosso dal Mann e dall’università di Napoli “L’Orientale”, ha selezionato oltre quarantacinque reperti, provenienti, tra l’altro, da British Museum, Ashmolean Museum, Musei Vaticani, Museo Barracco, Musei Civici di Como e Musei Reali di Torino: fulcro dell’allestimento, i calchi ottocenteschi, appartenenti alle collezioni del Mann e non esposti da molti anni. La mostra è stata realizzata con il contributo della Regione Campania (POC Campania 2014-2020) e dell’Ismeo (Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente).

La prima sala della mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” al Mann (foto Graziano Tavan)

Il direttore del Mann, Paolo Giulierini

“L’impero assiro rivive al museo Archeologico di Napoli in tutto il suo splendore parlandoci di eredità profonde”, dichiara il direttore Paolo Giulierini. “Assiri all’ombra del Vesuvio” è una mostra preziosa, fortemente voluta dal Mann con il coordinamento dell’università di Napoli L’Orientale, per fare luce sul patrimonio di calchi di ortostati i cui originali sono ora conservati presso il British Museum. Ci furono tempi infatti in cui il nostro museo ambiva a rappresentare tutte le civiltà, come testimonia anche la presenza della collezione egizia. Oggi in un clima di rinnovato slancio internazionale, e in attesa del riallestimento definitivo, dal Mann emergono opere che ci parlano di storie apparentemente lontane nel tempo e nello spazio rivelandosi veicolo eccezionale di connessione tra i popoli in un mondo globalizzato”. E poi, una riflessione. Lavorare sulla storia dell’Assiria significa accendere un riflettore su un’area molto sensibile del Medio Oriente, la Siria, l’Iraq e l’Iran, Paesi che per la posizione strategica e la presenza di petrolio hanno subito guerre, devastazione di musei e distruzione di siti archeologici . Seguire con attenzione tutto quanto attiene il patrimonio culturale in pericolo, come già accaduto con la realizzazione del forum e del volume “Archeologia Ferita”, deve far parte della nostra missione.

Scena di corte: Assurnasirpal II, con attendenti e genio alato, compie l’aspersione rituale. Calco di rilievo da Nimrud, conservato al Mann (foto Graziano Tavan)

In tre sale (in prossimità della Meridiana) i visitatori sono condotti a scoprire, in un iter circolare, i tre palazzi che furono il centro del potere e della cultura degli Assiri: si parte dalla ricostruzione del palazzo di Nimrud, in cui erano collocati i rilievi originari di cui il Mann presenta i calchi; si passa, poi, a Ninive, per affrontare i temi dell’imperialismo e della guerra contro gli Arabi e contro l’Elam; infine, si “entra”, simbolicamente, nelle sale del palazzo di Korsabad, dove viene presentata la testa di Sargon II, proveniente dai Musei Reali di Torino, per esaltare, appunto, il motivo del potere del sovrano.

La pianta del Palazzo Nord-Ovest di Assurnasirpal II a Nimrud (foto Graziano Tavan)

Nimrud e il palazzo di Assurnasirpal II. L’opera di Assurnasirpal II comincia con il trasferimento della capitale imperiale da Assur, dove è nata la dinastia assira e patria del dio eponimo, a Kalkhu (odierna Nimrud). Il Palazzo Nord-Ovest, situato sulla cittadella, fu il primo edificio monumentale eretto dal re. La concezione spaziale di questa imponente costruzione consiste nella realizzazione di vani a pianta rettangolare, sviluppati su due file attorno a una corte centrale, il bitanu (“il settore della casa”), e di una grande corte pubblica, il babanu (“il settore della porta”), dalla quale si accedeva alla sala del trono B. Gli ambienti erano decorati con lastre scolpite in calcare alabastrino che rivestivano le pareti delle sale di rappresentanza: il tema predominante dei rilievi del palazzo è di natura rituale e mitico-simbolica, mentre le lastre narrative a tema bellico e venatorio decoravano principalmente la sala del trono. Un aspetto fondamentale dell’esercizio della regalità è il coinvolgimento del sovrano nelle attività rituali e cultuali. L’importanza delle pratiche rituali si manifesta anche sui sigilli che raffigurano il re e i sacerdoti e nelle riproduzioni miniaturizzate di demoni e di esseri ibridi.

Modellino in resina di una ziggurat, l caratteristico tempio mesopotamico (foto Graziano Tavan)

La ziggurat è il caratteristico tempio mesopotamico costruito su sette terrazze quadrangolari sovrapposte, che dall’alto verso il basso aumentano progressivamente di dimensione. Il tempio vero e proprio si trova sull’ultima terrazza. La struttura è caratterizzata da nicchie e contrafforti. Ciascuna terrazza termina con una merlatura.

Tavoletta cuneiforme da Ninive, conservata al British Museum, con una lettera inviata ad Assurbanipal che annuncia disgrazia capitata al re dell’Elam (foto Graziano Tavan)

Assiria ed Elam. L’Elam (Iran sud-occidentale) è il confinante orientale dei popoli mesopotamici fin dal III millennio a.C. Una lettera scritta al re Asarhaddon da un alleato nel Paese del Mare (Mesopotamia meridionale) denuncia la politica aggressiva di Teumman, fratello del re elamita. Poco dopo Teumman sale al trono e Assurbanipal lo attacca. Secondo gli Annali assiri, l’esercito assedia le città reali tra cui Bit Bunaki. La battaglia campale è sulle rive del fiume Ulai (653 a.C.) tra Babilonia e Susa. Teumman è catturato e decapitato. La sua testa fa capolino tra le fronde del banchetto in giardino mentre Assurbanipal brinda alla vittoria, celebrata dalla propaganda anche in un’ottica religiosa: Assurbanipal ha saputo unificare l’Elam e stabilire gli assiri in regioni lontane, imponendo il proprio tributo. I rapporti furono anche di convivenza, come testimonia una lettera in elamico ritrovata a Ninive.

Pianta del Palazzo Nord di Assurbanipal a Ninive (foto Graziano Tavan)

Ninive e il Palazzo di Assurbanipal. Nel I millennio la città di Ninive fu eletta nuova grande capitale dell’impero neoassiro da Sennacherib; non si tratta di una fondazione ex novo, bensì di un’imponente opera di ristrutturazione e riedificazione di un antico e sacro centro urbano d’Assiria. Sul lato settentrionale del tell anche Assurbanipal innalzò la sua residenza reale, il Palazzo Nord, da cui provengono le mirabili serie di rilievi narrativi che esaltano il tema della caccia, della guerra e del banchetto. Gli spazi residenziali e amministrativi del Palazzo Nord furono ideati secondo la tradizionale concezione palatina assira, con una serie di grandi corti a cielo aperto e ambienti di carattere pubblico che introducevano alla sala del trono, e i quartieri abitativi probabilmente situati al secondo piano del complesso, nell’area posta dietro la corte del bitanu.

Collana in lapislazzuli da Ur (XXVII-XXV sec. a.C..) conservata all’Ashmolean Museum (foto Graziano Tavan)

La corte del re. La vita di corte si svolgeva nel benessere dei palazzi e dei giardini, allietata da banchetti, prelibate leccornie servite in vasellame di lusso e intrattenimenti musicali come nella scena ritratta nel celebre rilievo di Assurbanipal. I sovrani neo-assiri profusero molte energie nella costruzione dei palazzi reali di cui si enfatizzava la monumentalità e il lusso. La ricchezza dei materiali esaltava infatti la natura interculturale dell’impero sotto l’egida del sovrano. I legni esotici e gli incensieri diffondevano fragranze di paesi lontani, mentre gli intarsi in avorio e pietre preziose e le decorazioni metalliche donavano agli ambienti luce e colore. Particolare attenzione era riservata al decoro personale. Tessuti speciali e accessori in oro arricchivano l’abbigliamento del sovrano e dei membri della corte, il cui gusto raffinato si esprimeva nella gioielleria e nell’uso di unguenti profumati, provenienti dalle periferie dell’impero e custoditi in preziose fiale di alabastro.

Scene di caccia reale dal palazzo di Assurbanipal di Ninive. Calco ottocentesco conservato al Mann (foto Graziano Tavan)

La caccia reale è documentata in Mesopotamia fin dal IV millennio a.C. Si tratta di un atto fortemente simbolico che vuole rappresentare la lotta del sovrano contro le forze del caos. La caccia reale al leone raggiunge il suo apice a livello ideologico durante l’impero assiro ed è parte integrante della propaganda regia. L’attività venatoria, lungi dall’essere un semplice passatempo sportivo, è un privilegio reale e al contempo un dovere religioso imposto dalle divinità: nelle iscrizioni reali i racconti della caccia sono infatti sempre preceduti da un’invocazione religiosa. Questa pratica rituale veniva svolta all’interno dei parchi reali, condotta dal sovrano in piedi sul carro e armato di arco e frecce o di lancia.

Pianta del Palazzo di Sargon II a Khorsabad (foto Graziano Tavan)

Testa di Sargon II conservata ai musei Reali di Torino (foto Graziano Tavan)

Khorsabad e il Palazzo di Sargon II. Dur Sharrukin (“Fortezza di Sargon”, odierna Khorsabad) fu la nuova capitale fondata da Sargon II. La città fu edificata a Nord di Ninive tra il 717 e il 706 a.C. e abbandonata l’anno seguente perché ritenuta maledetta a seguito della morte prematura del re. La città era cinta da imponenti mura scandite da 157 torrioni che ne proteggevano il perimetro. Sette porte permettevano di entrare nella città da tutte le direzioni. La cittadella, con il palazzo reale, i templi e una ziggurat a sette piani, fu edificata su un mastodontico terrazzamento artificiale. Il palazzo comprendeva oltre 200 stanze ordinate intorno a corti interne ed era protetto da ulteriori mura. Al suo interno si accedeva mediante una maestosa porta ai cui stipiti erano scolpiti due monumentali lamassu, tori androcefali alati. Il palazzo era suddiviso in tre zone: l’area templare, il quartiere amministrativo e l’area palatina. Le sue pareti erano decorate da numerose sculture e rilievi.

Sigillo cilindrico con scena rituale dell’VIII-VII sec. a.C. (foto Graziano Tavan)

I sigilli, strumenti di potere. L’uso dei sigilli è documentato nel Vicino Oriente antico dal VII millennio a.C. al I millennio d.C. Fin dal primo apparire vennero impiegati come marchio di proprietà e garanzia. Il sigillo cilindrico è documentato per la prima volta a Uruk nell’Iraq meridionale, e a Susa nell’Iran sud-occidentale, alla metà del IV millennio a.C., da dove si diffonde in tutto il Vicino Oriente antico. Il repertorio iconografico dei sigilli illustra tematiche attinenti a ogni aspetto della vita materiale e spirituale: economia, potere, guerra, religione, mitologia.

Rilievo con leonessa morente dal Palazzo Nord i Assurbanipal a Ninive. Calco ottocentesco conservato al Mann (foto Graziano Tavan)

Ritratto di Alessandro Castellani (foto Graziano Tavan)

Nella mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” un approfondimento ad hoc è riservato, naturalmente, alla storia dei calchi ed alla loro inclusione nelle collezioni del Mann. I calchi furono realizzati da Domenico Brucciani per riprodurre i rilievi neoassiri, rinvenuti nei palazzi di Assurnasirpal II (883-859 a.C.) a Nimrud e di Assurbanipal (668-630 a.C.) a Ninive, e conservati oggi nell’Assyrian Basement del British Museum di Londra: qui è raccolta una vera e propria summa della cultura assira, perché i rilievi, databili dal IX al VII secolo a.C., decoravano i palazzi dei sovrani e costituivano la parte iconografica di un significativo fenomeno di propaganda politica ante litteram, volta a celebrare le gesta dei regnanti. Le riproduzioni delle grandi lastre in calcare giunsero al museo Archeologico nazionale grazie al dono di Alessandro Castellani: questo ambiguo e discusso esperto d’arte, in esilio a Napoli, ebbe il merito di comprare i calchi e di affidarli all’istituto allora diretto da Giuseppe Fiorelli, dove sono stati sempre custoditi, ricevendo adesso, grazie alla mostra, una nuova valorizzazione.

Tavola litografata del volume in folio dl 1853 con i bassorilievi assiri frutto della missione di Austen Henry Layard, volume conservato nelal biblioteca del Mann (foto Graziano Tavan)

All’Archeologico fu legato, soprattutto, Henry Austin Layard, autore delle fortunate campagne di scavo che portarono in Inghilterra, nel cuore dell’Ottocento, alcuni capolavori dei palazzi neoassiri: vicino, ancora una volta, a Giuseppe Fiorelli, anche per la condivisione degli ideali risorgimentali, Layard donò al Museo un frammento di rilievo assiro ed alcuni pregevoli libri, riproposti nel percorso espositivo per inquadrare le tappe più importanti della scoperta dell’Assiria. Accanto a un ritratto di Lady Layard affacciata sul Canal Grande, a documenti e litografie che ripropongono le campagne di scavo, un touch screen permette al pubblico di sfogliare, leggere ed ingrandire le pagine dei testi appartenuti all’archeologo inglese.

Modellino del Palazzo di Khorsabad per un’esperienza tattile (foto Graziano Tavan)

Peculiarità della mostra sugli Assiri è la presenza di un’innovativa dotazione tecnologica, il cui coordinamento progettuale è stato affidato al prof. Ludovico Solima (università della Campania

Effetto speciale a ricostruire le scene tratte dai rilievi assiri (foto Giorgio Albano)

“Luigi Vanvitelli”). Per la prima volta al Mann è stato creato, infatti, un ambiente immersivo, destinato successivamente a diventare uno spazio multimediale permanente del Museo: in questa stanza sono proiettati in successione tre diversi filmati, realizzati da Capware (regia: Marco Capasso/musiche originali: Antonio Fresa) per approfondire i contenuti scientifici della mostra sugli Assiri. Nei punti segnalati all’interno del percorso espositivo è inoltre possibile utilizzare occhiali multimediali dotati di lenti trasparenti (gli occhiali sono stati progettati dalla startup Ar tour srl), che consentono di fruire degli effetti suggestivi della cd. Realtà Aumentata; il servizio (che ha un costo aggiuntivo di 5 euro, con riduzioni a 3 euro, tra l’altro, per titolari di OpenMann ed Artecard) è basato su ricostruzioni 3D degli ambienti degli antichi palazzi Assiri e su animazioni in 3D che ripropongono dettagli dei bassorilievi in mostra. I dispositivi funzionano, così, come un “navigatore culturale”, grazie al quale vengono mostrati, in sovrapposizione alla realtà visiva, i punti d’interesse e le relative informazioni «aumentate»: testi, immagini, audio, video. L’intera mostra, inoltre, è concepita come percorso multisensoriale: la vista è messa in gioco non solo dall’osservazione delle opere presentate, ma anche dai filmati immersivi e dalle ricostruzioni realizzate con la tecnica del videomapping; l’udito è coinvolto dalle musiche composte da Antonio Fresa per l’ambiente immersivo; la percezione tattile è garantita dalla stampa di oggetti in 3D, a disposizione non solo degli utenti con disabilità visiva, ma di tutti i visitatori; l’olfatto è stimolato dai diffusori di fragranze che, nella terza sala del percorso espositivo, ricreano i profumi di un giardino assiro; il gusto, infine, è legato ai prodotti alla liquirizia, pianta che quel popolo usava a scopi medicinali (previste degustazioni in mostra).

L’appassionante racconto delle campagne archeologiche dell’antico Oriente da metà Ottocento a oggi rivive nell’incontro al museo Egizio di Torino con Paolo Matthiae che presenta il suo ultimo libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale”

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone

La locandina dell’incontro con l’archeologo Paolo Matthiae al museo Egizio di Torino

L’archeologo Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla

L’appassionante racconto delle campagne archeologiche dell’antico Oriente da metà Ottocento a oggi, dalla decifrazione delle due scritture più antiche dell’umanità alle prime epiche imprese alla ricerca di Ninive, alle grandi scoperte nella Valle dei Re a Tebe, da Ebla, Qatna e Aleppo in Siria a Nimrud e Sippar in Mesopotamia, a Troia e Hattusa in Anatolia, ad Abido e Amarna in Egitto, fino a Gerusalemme in Palestina. Sarà un incontro particolarmente appassionante quello con Paolo Matthiae, il noto archeologo del Vicino Oriente, che mercoledì 20 marzo 2019, alle 12, nella sala conferenze del museo Egizio di Torino, nell’ambito del ciclo “Incontro con gli autori”, presenta il suo ultimo libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale” (Einaudi). Come il titolo del volume fa intendere, Matthiae parte dalle evidenze archeologiche (e anche dalle fonti testuali) per ricostruire la storia culturale, politica ed economica dell’intera area vicino orientale: Anatolia, Siria, Mesopotamia e Levante, e anche l’Egitto. Il volume è suddiviso in dodici capitoli, ognuno dei quali è dedicato ad un sito chiave; la scelta di questi siti non è casuale, ma si tratta di luoghi che sono stati al centro di grandi scoperte archeologiche e continuano ad essere oggetto di nuove analisi e studi anche recenti. Tre siti sono egiziani, rispettivamente Abido, Avaris e Amarna, tre si trovano in Siria, Ebla, Qatna e Aleppo, due sono anatolici, Hattusa e Troia, uno è nel Levante, Gerusalemme, e tre si riferiscono all’area mesopotamica, Nimrud, Babilonia e Sippar. Ingresso libero in sala conferenze fino a esaurimento posti. Al termine della conferenza sarà possibile acquistare il libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale” di Paolo Matthiae.

Il sito di Ebla in Siria: dal 2011, con lo stop alle missioni archeologiche a causa della guerra, non c’è più manutenzione. La città del III millennio a.C. si sta distruggendo

Miliziani dell’Is si accaniscono su un lamassu della città assira di Nimrud in Iraq

Il cosiddetto Grande diadema con pendenti dal Tesoro di Priamo, oggi al museo Puskin di Mosca

Dialogheranno con Paolo Matthiae il direttore Christian Greco, il prof. Stefano de Martino e la prof.ssa Clelia Mora. Paolo Matthiae è accademico dei Lincei, già professore di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente all’università di Roma “La Sapienza”. Dal 1963 ha diretto lo scavo nel sito siriano di Tell Mardikh, l’antica città di Ebla. Matthiae è autore di moltissimi volumi e saggi scientifici. Dopo le distruzioni operate dall’Isis in Siria e Iraq, Matthiae si è molto impegnato sul tema della protezione del patrimonio culturale in aree di guerra, pubblicando recentemente anche il volume “Distruzione, Saccheggi e Rinascite”, o organizzando mostre e convegni. Stefano de Martino è professore ordinario al dipartimento di Studi storici dell’università di Torino, dove insegna Ittitologia e Civiltà dell’Anatolia preclassica. È direttore scientifico del Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino per il Medio Oriente e l’Asia. È coordinatore del dottorato dell’università di Torino “Technology Driven Sciences: Technologies for the Cultural Heritage”. È autore di saggi e volumi sulla storia, la civiltà e la lingue degli Ittiti e dei Hurriti; fa parte del team internazionale che studia e pubblica le tavolette in lingua hurrita rinvenute nel sito di Ortaköy (Turchia). Clelia Mora è professore ordinario al dipartimento di Studi umanistici dell’università di Pavia, dove insegna Storia del Vicino Oriente antico e Storia, epigrafia e sistemi di scrittura nel Vicino Oriente antico. Dal 2000 al 2010 ha collaborato con la missione archeologica francese attiva a Terqa in Siria e dal 2010 è responsabile del Progetto Kinik Höyük, nell’ambito del quale sono condotte indagini archeologiche in Cappadocia in sinergia con la New York University.

Il famoso busto della regina Nefertiti, scoperto ad Amarna, conservato al Neues Museum di Berlino

Locandina della mostra sulle scoperte a Qatna, promossa dall’università di Udine a Homs (Siria)

La ricostruzione di Ninive in una stampa antica dà un’idea della magnificenza della capitale assira

Uno dei maggiori protagonisti dell’archeologia orientale rievoca origini, sviluppi e risultati delle più affascinanti imprese degli ultimi decenni. Sempre attento a rilevare, nel passaggio suggestivo dalla terra dello scavo all’interpretazione della storia, l’inestimabile contributo che le scoperte recano alla ricostruzione di un lontano passato fondamentale per lo sviluppo della civiltà umana, che vide il sorgere e l’affermarsi delle prime città, dei primi stati territoriali, dei primi imperi a vocazione universale nella storia mondiale. “Le scoperte rievocate e illustrate nelle pagine di questo libro hanno in comune alcune caratteristiche fondamentali. In primo luogo, sono il frutto, in modi certo diversi, di esplorazioni archeologiche sistematiche di lungo periodo. In secondo luogo, sono state realizzate, approssimativamente, nell’ultimo mezzo secolo. In terzo luogo, a un giudizio oggettivo e di nuovo in modi diversificati, hanno avuto un significato rivoluzionario. Il loro valore leggendario dipende, da un lato, dal forte impatto di innovazione che è tipico di tutte e, dall’altro, dal loro carattere inatteso e sorprendente. La notevole varietà di queste scoperte, in ambiti differenziati della ricerca storica, ha inciso, volta a volta, sulla storia politica, sulla storia religiosa, sulla storia sociale, sulla storia economica, sulla storia artistica, sulla storia letteraria e, in diversi casi, su più di una di esse…Se è vero che non v’è nulla di più concreto e reale di una scoperta archeologica, è altrettanto vero che le interpretazioni prime di quella scoperta, che sono un’esperienza esaltante, non hanno nulla di definitivo perché esse sono solo un contributo, primario e fondamentale, alle innumerevoli valutazioni storiche future. Le interpretazioni che per ciascuna delle scoperte raccolte in questo saggio sono qui presentate, spesso già oggetto di accesi dibattiti negli ambienti scientifici, nella maggior parte dei casi sono di questo tipo ed esprimono solo una parte iniziale del lungo loro tragitto, di fatto inesauribile, dalla terra alla storia”.

Il 2019 è l’anno del nuovo museo Archeologico nazionale di Napoli con grandi mostre in programma: Canova e l’antico, Pompei e gli Etruschi, Gli Assiri all’ombra del Vesuvio, e infine Thalassa. Il mare, il mito, la storia, l’archeologia

Il museo Archeologico nazionale di Napoli prepara un grande 2019

“Il 2019 è l’anno del nuovo Mann”, si è detto alla presentazione dell’ambizioso programma 2019-2020 (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/01/21/mann-at-work-il-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-forte-dei-risultati-del-2018-presenta-la-programmazione-2019-2020-grandi-mostre-il-restyling-delle-collezioni-e-degli-spaz/). E allora vediamo più nel dettaglio le grandi mostre a partire da Canova fino a Thalassa.

“Atto sesto: gigli rossi”, un’opera di Cai Guo Qiang (foto di Tatsumi Masatoshi)

Dal 22 febbraio 2019, “Nel vulcano”. Cai Guo-Qiang a Napoli e Pompei. Dopo il successo dell’esposizione “Mortali Immortali. I tesori del Sichuan nell’antica Cina (in programma al Mann sino all’11 marzo 2019), il museo Archeologico nazionale di Napoli continua il proprio percorso di indagine sulla cultura orientale, affidandosi, stavolta, alle suggestioni delle opere di Cai Guo Qiang, uno degli artisti cinesi contemporanei più noti nell’entourage internazionale, insignito del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 1999: sky ladder conosciuto per le sue emozionanti performance con il fuoco, Guo Qiang esporrà al Museo una selezione di lavori frutto della sua “officina dell’esplosione”. Le opere, create dopo un evento con fuochi d’artificio, immaginato per l’Anfiteatro di Pompei, saranno in mostra al Mann ed entreranno in dialogo con le collezioni permanenti del museo: Cai Guo Qiang stabilirà, infatti, un gioco di assonanze e dissonanze tematiche con sculture, mosaici ed affreschi antichi, coinvolgendo il visitatore in un affascinante e labirintico viaggio di scoperta tra passato e presente.

“Le Tre Grazie”, il famosissimo gruppo scultoreo di Antonio Canova esposto all’Ermitage di San Pietroburgo (foto Graziano Tavan)

Canova e l’antico (dal 28 marzo 2019). Tra le collaborazioni avviate nel 2017 con il museo statale Ermitage, vi è anche la realizzazione di una mostra inedita dedicata a Canova, con prestiti eccezionali dal museo di San Pietroburgo, che conserva il maggior numero dei capolavori in marmo del Maestro. Un evento di caratura internazionale, che metterà in relazione, per la prima volta, l’arte sublime di Antonio Canova con l’arte antica e con i modelli che lo seppero ispirare, nelle loro massime espressioni: una novità scientifica, occasione per fare ricerca, collaborando, allo stesso tempo, con importanti musei prestatori; un’opportunità unica per ammirare insieme capolavori dell’arte plastica di tutti i tempi. Il percorso espositivo – curato da uno dei maggiori esperti in materia, Giuseppe Pavanello, affiancato da autorevoli studiosi e dalla direzione dei due musei promotori – prevedrà la presentazione di marmi e gessi di Canova, di nuclei importanti di bozzetti, disegni, monocromi e tempere del grande Artista, provenienti da musei internazionali, posti accanto a capolavori delle raccolte del Mann. Nell’ambito della sinergia con l’Ermitage, dal 5 aprile 2019, sarà realizzata a San Pietroburgo l’esposizione “Pompei. Uomini, dei ed eroi”, in cui saranno presentati importanti reperti provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli e dal Parco Archeologico di Pompei.

Nella Palestra Grande degli scavi di Pompei la mostra “Pompei e gli Etruschi” (foto Graziano Tavan)

Pompei e gli Etruschi (dal 30 maggio 2019). Il progetto, nato dalla collaborazione tra il museo Archeologico nazionale di Napoli e il parco archeologico di Pompei, prevede la realizzazioni di due grandi momenti espositivi, nella Palestra Grande dell’antica città vesuviana distrutta nel 79 d.C. e al Mann. Seguendo le tappe dedicate a “Pompei e l’Europa”, “Pompei e gli Egizi” e “Pompei e i Greci”, il suggestivo passaggio dedicato all’Etruria campana riscoprirà non soltanto le opere possedute dai musei a Napoli, Pontecagnano, Salerno e Santa Maria Capua Vetere, ma anche i reperti che oggi sono al British Museum, al Petit Palais, a Berlino ed a Monaco. Frutto di un’intensa attività di ricerca, la mostra ricostruirà contesti che contribuiscono a definire la presenza etrusca in Campania tra l’VIII ed il V secolo a.C., individuando le diverse acquisizioni che hanno introdotto nelle collezioni del Museo materiali chiaramente afferenti al mondo Etrusco (tra questi, bronzi, terrecotte architettoniche, epigrafi, ceramica, armi, oggetti d’uso e d’ornamento).

Uno dei famosi rilievi assiri conservati al British Museum di Londra (foto Graziano Tavan)

Gli Assiri all’ombra del Vesuvio (dal 6 giugno 2019). Nel patrimonio del museo, sono presenti tredici calchi in gesso di rilievi neoassiri da Ninive e Nimrud, i cui originali appartengono alle collezioni del British Museum di Londra e sono esposti nel cosiddetto Assyrian Basement. La mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” avrà non soltanto la finalità di raccontare le caratteristiche di una grande civiltà del passato, creando un percorso divulgativo accessibile anche grazie alle nuove tecnologie della comunicazione, ma anche di porre in evidenza la straordinaria dimensione del laboratorio culturale partenopeo a fine Ottocento. I calchi del Mann, infatti, sono giunti a Napoli, tra l’altro, grazie anche ai rapporti intensi fra Giuseppe Fiorelli (1823-1896) e Henry Austin Layard (1817-1894), che volle omaggiare l’archeologo napoletano con un frammento di rilievo assiro proveniente dalla sua collezione privata. Eccezionale la presenza, nel percorso espositivo, di ventotto reperti provenienti dal British Museum di Londra e di undici pezzi dell’Ashmolean Museum.

Una sala espositiva del museo di Archeologia subacquea di Bodrum (Turchia)

Thalassa. Il mare, il mito, la storia, l’archeologia (dal 25 settembre 2019). Il mare nostrum in esposizione, tramite reperti di archeologia subacquea, provenienti da importanti istituzioni museali internazionali (Londra, Boston, Parigi, San Pietroburgo, Atene, Bodrum): grazie alla mostra “Thalassa”, il Mann si configurerà, sempre più, come centro di cultura euromediterranea, capace di tracciare, in un iter dotto e divulgativo al tempo stesso, i percorsi che hanno fatto grande la nostra storia. Tra Vecchio Continente e nuovi mondi, il mare dell’antichità sarà presentato come luogo reale di integrazione, in cui il melting-pot culturale ha garantito la dimensione sempreverde di un patrimonio da valorizzare: diverse le sezioni in cui sarà articolata la mostra, per collegare il mare al mito ed al sacro, all’esplorazione ed alla navigazione, al commercio, alla guerra, all’otium, alle risorse marine ed alla vita di bordo. Il percorso espositivo nasce dalla collaborazione scientifica con l’assessorato alla Cultura e all’Identità Siciliana della Regione Sicilia e con il Parco Archeologico dei Campi Flegrei.

“Rinascere dalle distruzioni. Ebla, Nimrud, Palmira”: al Colosseo la mostra curata dall’archeologo Paolo Matthiae propone la ricostruzione in 3D del Toro androcefalo di Nimrud, del soffitto del tempio di Bel a Palmira e dell’archivio di Stato di Ebla. Denuncia della furia iconoclasta jihadista ma anche test in vista della ricostruzione dei siti distrutti

Miliziani dell'Is si accaniscono su un lamassu della città assira di Nimrud in Iraq

Miliziani dell’Is si accaniscono su un lamassu della città assira di Nimrud in Iraq

La ricostruzione con stampanti 3D del toro androcefalo di Nimrud

La ricostruzione con stampanti 3D del toro androcefalo di Nimrud

Quei colpi di piccone inferti con violenza e volontà distruggitrice dai miliziani dell’Isis sul toro androcefalo di Nimrud, il lamassu, fecero il giro del mondo. Era il marzo 2015: i jihadisti si scagliarono contro il sito archeologico iracheno con un disegno pianificato nei minimi dettagli – prima i picconi, poi le frese, quindi i bulldozer, infine l’esplosivo -, raccontato con un video postato su Internet accompagnato da slogan contro i simboli di idolatria e divinità pagane (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/04/15/iraq-la-citta-assira-di-nimrud-distrutta-con-bulldozer-ed-esplosivo-un-video-dimostra-lo-sfregio-dei-miliziani-dellis-annunciato-in-marzo-cancellati-3mila-anni-di-storia/). Distrutto, ma non la sua memoria. Una fedele ricostruzione del toro androcefalo dal 7 ottobre all’11 dicembre 2016 è protagonista della mostra “Rinascere dalle distruzioni. Ebla, Nimrud, Palmira”, che sarà inaugurata al Colosseo di Roma il 6 ottobre dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma come si vede dal titolo, il lamassu di Nimrud non sarà solo. Ci sarà anche un’altra “vittima” della furia Jihadista: il tempio di Bel a Palmira, in Siria, distrutto nell’agosto 2015 poco prima della decapitazione del custode della “sposa del deserto”, l’archeologo Khaled Asaad, direttore per decenni del museo e del sito archeologico (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/11/19/siria-devastata-dai-miliziani-appello-del-direttore-dei-musei-di-damasco-non-lasciateci-soli-e-il-direttore-del-turismo-di-palmira-tre-generazioni-per-superare-i-danni-d/). Metà del soffitto del tempio di Bel è stato ricostruito al Colosseo grazie a disegni del 1930. E poi c’è Ebla, ancora In Siria. L’importante città del III millennio a.C., scoperta dall’archeologo italiano Paolo Matthiae all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, è stata parzialmente danneggiata in cinque anni di guerra per la presenza e lo stazionamento di contingenti militari sul sito, ma soprattutto ha pagato duramente, come più volte denunciato dallo stesso Matthiae, non ultimo a febbraio a Firenze in occasione di Tourisma 2016 (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/02/23/tourisma-2016-al-salone-internazionale-dellarcheologia-di-firenze-migliaia-di-presenze-matthiae-morandi-bonacossi-e-peyronel-su-archeologia-e-ricerca-italiana-allestero-nei-period/), la mancanza di manutenzione delle fragili strutture in mattoni crudi, per la mancanza delle missioni archeologiche internazionali, assenti dalla Siria dal 2011. Al Colosseo vedremo la ricostruzione dell’archivio di Stato di Ebla del 2300 a.C., tra le massime scoperte del Novecento: 16 metri quadrati, dove furono trovate decine di migliaia di tavolette di argilla scritti in caratteri cuneiformi che hanno restituito preziose informazioni sulla città, sul territorio, sui rapporti con le potenze straniere dell’epoca.

Un elemento del soffitto del tempio di Bel di Palmira ricostruito in 3D

Un elemento del soffitto del tempio di Bel di Palmira ricostruito in 3D

L'archeologo Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla

L’archeologo Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla

La mostra, ideata e curata da Francesco Rutelli e dall’archeologo Paolo Matthiae con l’impegno dell’associazione Incontro di Civiltà, con il patrocinio dell’Unesco, e realizzata dalla soprintendenza speciale per il Colosseo, fa rinascere dunque manufatti divenuti fulcri delle civiltà del Mediterraneo e del Medio Oriente, danneggiati o distrutti con l’intento di oscurare la storia e la cultura millenaria di quei luoghi. Si tratta di un innovativo lavoro, durato due anni, realizzato grazie a modelli e tecniche di costruzione digitale, a stampanti 3D, a robot, e all’utilizzo di sofisticati materiali, che ricordano l’arenaria e il marmo, il tutto esaltato dall’esperienza dei restauratori italiani. Il contributo sostanziale della “Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo”, main partner del progetto, e del suo presidente, prof. Emmanuele F.M. Emanuele, ha consentito la realizzazione dei tre eccezionali manufatti. Ora in una sede speciale. “Ho colto da subito l’importanza di questa iniziativa di rilievo”, spiega Francesco Prosperetti, soprintendente speciale per il Colosseo. “La mostra non poteva essere ospitata da un sito più adeguato. Il Colosseo è una delle meraviglie del mondo e in questo luogo, che è il monumento più visitato in Italia, vengono ora accolte bellezze altrettanto meravigliose. Un bene di tutti che mette in mostra un patrimonio mondiale”. E continua: “Dietro ogni manufatto c’è una accurata ricerca scientifica che porta ad accurate riproduzioni realizzate in tre fasi grazie alle più moderne tecnologie: prima lo studio dei disegni e delle fotografie, poi la realizzazione dei manufatti in materiale plastico e la rivestitura con polvere di pietra, infine l’anticatura manuale. Un documentario internazionale, realizzato da Sky Arte HD e che andrà in onda a gennaio, racconta non solo la storia dei tre monumenti, ma anche le fasi della ricostruzione in 3D, un lavoro durato mesi che ha visto all’opera i professionisti di tre aziende italiane (Nicola Salvioli, Arte Idea, Tryeco 2.0).

Una fase della ricostruzione dell'archivio di Stato di Ebla proposto nella mostra al Colosseo

Una fase della ricostruzione dell’archivio di Stato di Ebla proposto nella mostra al Colosseo

Un modello di ricostruzione digitale 3D del toro androcefalo di Nimrud

Un modello di ricostruzione digitale 3D del toro androcefalo di Nimrud

Denuncia della furia iconoclasta jihadista, ma anche un test tecnologico: la ricostruzione in 3D servirà alla rinascita dei tre siti archeologici quando le condizioni lo permetteranno. La ricostruzione è già stata fatta a Dresda, a Varsavia e anche a Montecassino. L’obiettivo è arrivarci anche in Medio Oriente. “Purché”, mette in guardia Matthiae, “la ricostruzione non diventi la scusa per un nuovo neocolonialismo. Infatti i restauri, laddove possibile, e le ricostruzioni devono avvenire secondo tre principi fondamentali: il rispetto pieno della sovranità degli Stati in cui opere e monumenti si trovano; il coordinamento, la supervisione e l’approvazione dell’Unesco; la più ampia, solidale e intensa collaborazione internazionale». La mostra di Roma è un primo passo perché questo avvenga: quando la situazione politica sarà stabile e sarà possibile intervenire, gli archeologi potranno contare su un lavoro preliminare già avviato”.

“Mesopotamia: in memoriam. Appunti su un patrimonio violato”: prime anticipazioni della nuova produzione cinematografica di Alberto Castellani, una miniserie televisiva in uscita nel 2019, con immagini e testimonianze dall’Iraq e dalla Siria prima e dopo l’Isis. Il regista veneziano ospite a Montereale Valcellina per la “serata Palmira”

L’archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall’Isis il 18 agosto 2015

Il museo Archeologico di Montereale Valcellina

La Mesopotamia com’era. E com’è oggi la “culla della civiltà” dopo gli sfregi dell’Isis, e non solo. “Mesopotamia: in memoriam. Appunti su un patrimonio violato” è il nuovo film in lavorazione, o meglio la miniserie televisiva in due puntate (una sull’Iraq e l’altra sulla Siria), del regista veneziano Alberto Castellani, ideato sull’onda dell’orrore suscitato per l’eccidio del direttore del museo di Palmira, Khaled Asaad, e denunciato nel film “Khaled Asaad, quel giorno a Palmira” (2015), che si può vedere venerdì 28 settembre 2018, alle 18.30, a Montereale Valcellina (Pn), nella “serata Palmira” con l’intervento del giornalista Graziano Tavan e dello stesso regista.

Il regista veneziano Alberto Castellani durante le riprese in Vicino Oriente

Il montaggio del nuovo film di Castellani inizierà a giorni (“Devo visionare gli ultimi contributi filmici del prof. Daniele Morandi Bonacossi, direttore della missione archeologica “Terre di Ninive” nel Kurdistan iracheno, poi si comincia la nuova fatica”, annuncia Castellani). Ma archeologiavocidalpassato è in grado di dare qualche anticipazione sul progetto Mesopotamia che rappresenta il ritorno del regista veneziano nelle terre martoriate del Vicino Oriente, e affronta – ora con un respiro più ampio – in termini sociali e culturali il dramma che sta vivendo il Vicino Oriente, e in particolare l’Iraq e la Siria. “È il progetto più ambizioso che ho affrontato in tanti anni di lavoro sul campo – ammette -. Tutto nasce proprio dall’esperienza vissuta nell’incontro con Khaled Asaad. E allora mi sono chiesto: tutto qui? Così ho iniziato a cercare i segni delle ferite inferte dalla guerra e a confrontare la situazione attuale con quella giunta fino a noi, prima dell’Isis, attraverso millenni di storia. Conto di presentare l’opera in una grande rassegna cinematografica internazionale nel corso del 2019”.

Il resgita Alberto Castellani durante le riprese della collezione mesopotamica “Ugo Sissa” a Palazzo Te di Mantova (foto Graziano Tavan)

Il famoso Stendardo di Ur (2500 a.C.) conservato al British Museum di Londra

L’archeologo Daniele Morandi Bonacossi in missione in Kurdistan

L’archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla in Siria

“C’erano una volta due fiumi, il Tigri e l’Eufrate, e tutt’attorno una terra fertile a forma di mezzaluna, dove nacquero civiltà antiche, a cui si fanno risalire scoperte come la scrittura o la nascita della società urbana. Ora possiamo definirla come la tomba della storia della civiltà”, esordisce Alberto Castellani nel suo studio di Venezia dove sta ultimando la sceneggiatura del programma (ben 160 pagine) e schedando il materiale già girato in musei italiani ed europei. Dietro questo progetto c’è più di un anno di ricerche, sia di materiali di archivio (Castellani ha all’attivo decine di documentari e ore di girato in Vicino Oriente, soprattutto in Siria, prima che arrivassero i miliziani dell’Isis), sia di nuove riprese delle più importanti collezioni mesopotamiche conservate in Europa, sia di contributi filmici di enti vari (dall’università di Udine alla comunità di monaci di Marango, vicino a Caorle, gemellati con una comunità vicino a Mosul, in Iraq). “Ho raccolto immagini al British di Londra, al Louvre di Parigi e al Pergamon di Berlino, dove ci sono le collezioni mesopotamiche più famose, ma anche in piccole collezioni, come quella mesopotamica messa insieme da Ugo Sissa e oggi conservata a Palazzo Te a Mantova”, spiega Castellani. “Inoltre posso contare sulla consulenza di grandi archeologi: Daniele Morandi Bonacossi, ordinario di Archeologia e storia dell’Arte del Vicino Oriente antico all’università di Udine; Paolo Matthiae, già docente di Archeologia e storia del Vicino Oriente antico all’università di Roma “La Sapienza”; Franco d’Agostino, docente di Assiriologia al Dipartimento italiano di Studi Orientali de “La Sapienza”; Massimo Maiocchi, docente di Archeologia del Vicino Oriente all’università Ca’ Foscari di Venezia; Paolo Brusasco, docente di Archeologia e storia dell’Arte del Vicino Oriente all’università di Genova. In più posso contare sul patrocinio di Consiglio d’ Europa- Venezia/ Bruxelles, CEI – Ufficio Comunicazioni Sociali Roma, Ente dello Spettacolo – Roma”.

A colpi di martello contro un lamassu (toro alato androcefalo) da Nimrud al museo di Mosul

I miliziani dell’Isis si accaniscono contro i tesori del museo di Mosul in Iraq

La distruzione del tempio di Baal Shimin a Palmira, patrimonio dell’Unesco, da parte dei miliziani dell’Isis

Parlando con Castellani si percepisce tutta l’amarezza di chi ha firmato numerosi programmi di taglio archeologico ambientati nel Vicino Oriente ma che vede di giorno in giorno allontanarsi la possibilità di ripercorrere quelle terre con lo spirito di un tempo. “L’elenco di ciò che l’uomo ha perduto è oggi impossibile”, sottolinea Castellani. “Si tratta di saccheggi operati dall’Isis che non hanno alcuna giustificazione: men che meno quella della distruzione dell’ idolatria. Ma anche di razzie operate da regimi diversi e favorite da connivenze colpevoli”. Tra le testimonianze perdute ci sono sculture, tavolette cuneiformi, sigilli cilindrici. “Così risulta difficile se non impossibile per le popolazioni della Mesopotamia”, sottolinea il regista facendo proprie le parole dell’archeologo Paolo Brusasco, “conservare il legame con la propria terra perché sono venuti meno i riferimento storici del mondo di cui sono eredi. Rimane allora soltanto un gigantesco buco nero di smarrimento e di angoscia sociale”. Tutto finito dunque, nessuna speranza per il futuro? “Per dare un senso al domani e alle motivazioni che sottintendono il mio film, mi piace ricordare”, conclude Castellani, “quanto si è chiesto recentemente Domenico Quirico, inviato di guerra de La Stampa: … perché il bassorilievo di un toro antropomorfo del primo millennio assiro fa paura al califfato? – scrive Quirico -. Perché le statue di Mosul spaventano lo stato islamico tanto che i suoi sgherri le fanno a pezzi, si accaniscono su di esse, le gettano al suolo sbriciolate come se fossero nemici armati o ribelli? Perché …le pietre, le statue, i templi parlano. Parlano più dei sermoni e dei discorsi e tutti li possono leggere. Allora bisogna ucciderle, quelle pietre, polverizzarle per affermare che la Storia è stata scritta di nuovo e definitivamente. Altrimenti l’impalcatura della finzione cade, l’avvento islamista diventa arbitrario, incerto, una parentesi che prima o poi finirà”.

Siria. L’Isis riconquista Palmira e distrugge il proscenio del teatro antico e il tetrapilo. Condanna dell’Unesco e dell’Onu, su iniziativa italiana. Matthiae: “Danni gravissimi”. Rutelli: “Pensiamo alla ricostruzione”. Franceschini: “A Firenze in marzo il primo G7 della Cultura”

L'esercito governativo di Assad ha riconquistato la città e il sito archeologico di Palmira con l'aiuto dei raid aerei russi

L’esercito governativo di Assad ha riconquistato la città e il sito archeologico di Palmira con l’aiuto dei raid aerei russi

Colpo di grazia alla “sposa del deserto”. I miliziani dell’Isis hanno distrutto parte del proscenio del teatro romano e il tetrapilo: due gioielli architettonici di Palmira che finora si erano salvati alla furia jihadista. Sembrano distanti un’era geologica le manifestazioni di esultanza delle truppe regolari del regime di Assad per la cacciata dei jihadisti da Palmira. Era il 27 marzo 2016, quasi un anno fa (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/29/siria-liberata-palmira-primo-bilancio-delle-distruzioni-dellisis-cancellati-il-tempio-di-baalshamin-e-il-santuario-di-bel-e-le-tombe-a-torre-devastato-il-museo-salvo-l80-per-cen/). Ma quel successo, che aveva fatto tirare un sospiro di sollievo al mondo dopo gli scempi perpetrati nel sito archeologico siriano, patrimonio dell’Unesco, aveva avuto il supporto determinante delle truppe russe. E non fu un caso che qualche tempo dopo lo stesso Putin abbia promosso un concerto “di riconciliazione” dell’orchestra dell’Armata Rossa proprio nel teatro antico di Palmira. Quel teatro che ora è stato oggetto dell’ennesimo scempio jihadista. Ma poi i russi hanno lasciato all’esercito governativo il compito di presidiare il territorio di Palmira. Scelta fatale.

Una bella veduta panoramica di Palmira: in primo piano il teatro antico ancora integro, e dopo il colonnato, si può vedere il tetrapilo

Una bella veduta panoramica di Palmira: in primo piano il teatro antico ancora integro, e dopo il colonnato, si può vedere il tetrapilo

A metà dicembre, mentre l’attenzione e il grosso delle forze della coalizione erano concentrate nella battaglia di Aleppo, per liberare la seconda città della Siria dove resistevano ancora i ribelli al regime di Assad, l’Isis con un blitz nel deserto si riprendeva il controllo dell’oasi di Palmira. È il 12 dicembre 2016 quando una breve nota di agenzia annuncia che “lo Stato islamico ha ripreso il controllo totale di Tadmor (l’antico nome di Palmira)”. La notizia è diffusa da un attivista locale,  Ahmad Daas, che lancia un allarme anche sulla popolazione: “Molti abitanti sono stati arrestati sulla base di liste che erano in possesso dei miliziani”, denuncia, “ma la cosa strana è che queste liste contenevano nominativi di persone rimaste neutrali rispetto all’Isis e note per le loro posizioni vicine all’opposizione e alla presenza russa”. Sempre secondo gli attivisti locali l’Isis avrebbe riconquistato Palmira a una “velocità record”, percorrendo i sette chilometri che li separavano dal primo quartiere della città in 24 ore e senza incontrare alcuna opposizione militare e in 10 ore avevano preso tutti gli altri quartieri. Nel frattempo, tutte le caserme e i check-point erano stati evacuati, fatta eccezione per pochi miliziani filo-regime. Si è sperato che la notizia fosse solo un’azione di propaganda per distrarre dagli obiettivi di Aleppo e Mosul, ma mano a mano che passavano le ore la presa di Palmira veniva confermata. È stato Talal Barazi, governatore della provincia di Homs, in cui Palmira è situata, a confermare a metà pomeriggio la caduta della città nelle mani dell’Isis. L’esercito siriano, disse Barazi parlando alla televisione Al Ikhbariya, si è rischierato fuori dalla città e “sta impiegando tutti i mezzi per impedire ai terroristi di rimanere a Palmira”. “Ma la ritirata dell’esercito siriano è stata resa inevitabile dalle forze superiori del nemico”.

L'immagine satellitare mostra la distruzione della parte centrale del proscenio del teatro antico di Palmira e delle colonne del tetrapilo

L’immagine satellitare mostra la distruzione della parte centrale del proscenio del teatro antico di Palmira e delle colonne del tetrapilo

Di colpo tornava l’incubo per possibili nuove distruzioni di antichi monumenti in quello che è uno dei siti archeologici più importanti del Vicino Oriente. Durante la loro prima occupazione i miliziani del Califfo Abu Bakr al Baghdadi avevano demolito l’Arco di Trionfo, i templi di Baal Shamin e di Bel, oltre a radere al suolo una prigione tristemente famosa in cui il regime aveva incarcerato e torturato migliaia di oppositori. I jihadisti avevano inoltre usato il teatro romano per le esecuzioni pubbliche e ucciso l’ottantunenne ex direttore del sito, Khaled al Asaad.  La segnalazione da parte di satelliti militari di spostamento di esplosivo nell’area di Palmira è stato solo il campanello di allarme di quello che sarebbe successo di lì a pochi giorni. Si arriva così al 20 gennaio 2017. Il telegramma arriva dall’agenzia ufficiale della Siria, Sana. Ed è uno di quelli che lascia il segno:  “L’Isis ha distrutto il proscenio dell’antico teatro romano di Palmira, nella Siria centrale, e il Tetrapilo, una struttura colonnata sempre nel sito archeologico patrimonio dell’Unesco”. Notizia secca, senza fornire dettagli.  L’agenzia Sana cita non meglio precisate “fonti locali”, perciò non era possibile – al momento – garantire in maniera indipendente la veridicità della notizia.  La conferma, purtroppo, arriva dal satellite. Ad annunciarlo è l’American Schools of Oriental Research che sulla sua pagina Facebook afferma di aver ottenuto immagini satellitari che rivelano “nuovi danni” al sito Unesco. Le immagini mostrano “significativi danni al Tetrapilo e al teatro romano, presumibilmente risultato di distruzioni deliberate da parte dell’Isis”, ma l’American School of Oriental Research sottolinea comunque di non essere attualmente in grado di verificare la reale origine dei danni che risalirebbero al periodo “tra il 26 dicembre 2016 e il 10 gennaio 2017”.  Il Tetrapilo, che era stato parzialmente ricostruito negli anni Sessanta del secolo scorso per i danni provocati dal tempo e che contava in totale 16 colonne, sembra ora “essere stato deliberatamente distrutto con l’uso di esplosivi. Due colonne restano in piedi – si legge – ma la maggior parte della struttura è stata gravemente danneggiata”. Il teatro romano ha riportato “danni” che interessano “il proscenio, soprattutto nell’area del Porticato”.

Il tetrapilo di Palmira prima della distruzione da parte dei miliziani dell'Isis

Il tetrapilo di Palmira prima della distruzione da parte dei miliziani dell’Isis

Immediate le reazioni.  “Questa distruzione è un nuovo crimine di guerra e una perdita immensa per il popolo siriano e per l’umanità”, denuncia il direttore generale dell’Unesco, Irina Bokova, dopo le notizie e le immagini satellitari sulla distruzione del Tetrapilo e di parti del proscenio del teatro romano della città siriana di Palmira.  “È un nuovo attacco contro il patrimonio culturale che, a poche ore dalle notizie ricevute dall’Unesco riguardo esecuzioni di massa nel teatro, dimostra come la pulizia culturale da parte degli estremisti violenti stia cercando di distruggere sia vite umane che monumenti storici per privare il popolo siriano del suo passato e del suo futuro. È per questo che la tutela del patrimonio è inalienabile della difesa delle vite umane”. E il prof. Paolo Matthiae, decano degli archeologi in missione in Siria, scopritore di Ebla: “Danni gravissimi e senza precedenti per l’evidente intenzionalità dell’Isis di distruggere il patrimonio della Siria. Fermare questo scempio con la sola deplorazione da parte dell’opinione pubblica è impossibile, quello che invece si può fare è dare il massimo sostegno all’eroica e isolata azione della direzione generale dell’Antichità e dei Musei di Damasco”. E continua: “Ricordiamoci che l’azione delle istituzioni di Damasco a protezione del patrimonio della Siria, che ha consentito di mettere in salvo nella capitale siriana 300mila oggetti dei musei periferici, è costata la vita a una quindicina di funzionari e all’archeologo Khaled Assad, l’ex capo della direzione generale delle antichità e dei musei di Palmira, decapitato dai militanti del sedicente Stato Islamico nell’agosto 2015.  In questo senso l’azione e l’appoggio dell’Unesco allo sforzo della direzione generale Antichità e Musei di Damasco è estremamente apprezzabile per aiutare i funzionari siriani sia nel salvataggio delle opere, sia in prospettiva nella ricostruzione di quello che si sta perdendo”.

Un elemento del soffitto del tempio di Bel di Palmira ricostruito in 3D

Un elemento del soffitto del tempio di Bel di Palmira ricostruito in 3D

Una ricostruzione possibile grazie alle moderne tecnologie, come lo stesso archeologo ha dimostrato, nell’ambito della mostra “Rinascere dalle Distruzioni. Ebla, Nimrud, Palmirà, da lui curata insieme a Francesco Rutelli, allestita al Colosseo dal 7 ottobre all’11 dicembre 2016 (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/10/05/rinascere-dalle-distruzioni-ebla-nimrud-palmira-al-colosseo-la-mostra-curata-dallarcheologo-paolo-matthiae-propone-la-ricostruzione-in-3d-del-toro-androcefalo-di-nimrud/). Proprio Rutelli ha promosso come presidente di “Incontro di Civiltà” una campagna internazionale contro le distruzioni del patrimonio culturale siriano. “Tutto ciò che l’Isis distrugge, come sfregio alla civiltà dell’umanità intera, noi lo dovremo  ricostruire”, afferma. “Ci indigna e addolora la strage di persone innocenti che sta continuando a strappare migliaia di vite umane in Siria e Iraq. Allo stesso tempo, vogliamo continuare a mobilitare la comunità internazionale per non subire la volontà criminale dei terroristi, che appena entrano in contatto con beni insostituibili, Patrimonio dell’Umanità, li distruggono deliberatamente, e ne fanno teatro del vanto della loro inciviltà. La demolizione del proscenio del Teatro di Palmira, e le crudeli uccisioni in quello stesso contesto archeologico di molte persone segnano un apice di questa sfida contro l’umanità e la civiltà. La risposta concreta deve accomunare tutte le popolazioni e le istituzioni internazionali”. Dopo Roma annuncia nuove iniziative ed esposizioni, assieme a scienziati, studiosi, fondazioni, istituzioni e governi di tutto il mondo. “L’Unesco sarà al centro di questa mobilitazione”, conclude, “e così l’Iccrom, assieme a cui stiamo preparando per il prossimo maggio a Roma un incontro internazionale con nuovi e concreti progetti e proposte”. Ma Matthiae mette in guardia da facili entusiasmi: “La ricostruzione è possibile con le moderne tecnologie perché in alcuni casi si tratta di restauri difficili e delicati, ma per così dire tradizionali, in altri casi si tratta di integrare restauri con materiali che possono essere ottenuti grazie alle più avanzate tecnologie.  Questo però a mio parere dovrà avvenire sulla base di tre principi: il rispetto della sovranità della Repubblica Araba Siriana sulla progettazione e realizzazione dei restauri e delle ricostruzioni; il controllo e la ratifica dell’Unesco su questi progetti perché siano approvati dalla comunità scientifica internazionale; un’ampia collaborazione internazionale, perché si tratterà di uno sforzo molto rilevante anche finanziariamente e la collaborazione dovrà avvenire da parte di tutti i Paesi con competenze scientifiche, capacità tecniche e volontà politica e culturale di fornire un aiuto finanziario per la ricostruzione”.

Il teatro antico di Palmira, ancora integro, usato dai jihadisti per le pubbliche esecuzioni

Il teatro antico di Palmira, ancora integro, usato dai jihadisti per le pubbliche esecuzioni

Intanto il Consiglio di sicurezza dell’Onu, proprio su iniziativa della diplomazia italiana al Palazzo di Vetro, ha espresso la propria condanna per la distruzione del patrimonio culturale in Siria da parte dell’Isis. L’Italia, membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dal primo gennaio 2017, ha ottenuto il consenso dei Quindici membri dell’organismo su una dichiarazione che riporta l’attenzione sulla grave minaccia al patrimonio culturale portata dalla campagna di distruzione intrapresa dal sedicente Stato islamico. I membri del Consiglio di Sicurezza sottolineano con preoccupazione come l’Isis e altri gruppi traggano profitto dal traffico di beni culturali sottratti a musei, siti archeologici, librerie e archivi in Siria. Profitto utilizzato per rafforzare le capacità operative dell’Isis per la preparazione e attuazione di attacchi terroristici. I Quindici hanno reiterato dunque la necessità di “sconfiggere l’Isis e di sradicare l’intolleranza, la violenza e l’odio che incarna”. Il Consiglio di Sicurezza ha altresì espresso allarme per le notizie di esecuzioni avvenute nel Teatro di Palmira e espresso preoccupazione per la sicurezza di migliaia di civili residenti nella città. E il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, commentando il voto favorevole del Consiglio di sicurezza dell’Onu alla dichiarazione, promossa dalla diplomazia italiana, per condannare la distruzione del patrimonio culturale in Siria: “L’Italia sui temi della cultura e del patrimonio ha il dovere di essere guida nel mondo. E il primo G7 della Cultura, che si terrà a Firenze il 30 e il 31 marzo, sarà l’occasione per condividere azioni concrete contro queste devastazioni che, giustamente, la direttrice dell’Unesco, Irina Bokova ha definito veri e propri crimini di guerra”.

Iraq. La città assira di Nimrud distrutta con bulldozer ed esplosivo. Un video dimostra lo sfregio dei miliziani dell’Is annunciato in marzo: cancellati 3mila anni di storia

La storia cancellata con l'esplosivo: così è stata distrutta dall'Is la città assira di Nimrud in Iraq

La storia cancellata con l’esplosivo: così è stata distrutta dall’Is la città assira di Nimrud in Iraq

Le picconate non sono state sufficienti. E allora hanno dato sfogo alla loro furia iconoclasta con bulldozer ed esplosivi. Così i miliziani dello Stato Islamico hanno distrutto il sito archeologico della città assira di Nimrud, nel nord dell’Iraq: fondata fondata nel XIII secolo AC, Nimrud era nella lista dei candidati a diventare patrimonio dell’Umanità Unesco. Si trova a circa 30 km a sud-est di Mosul e dallo scorso giugno tutta la zona è sotto il controllo degli islamisti che considerano la distruzione degli antichi siti, una guerra contro i “falsi idoli”. La prova della distruzione di Nimrud viene da un video pubblicato online dall’Is. La notizia dello scempio era stata data a marzo dal ministero iracheno del turismo (vedi post di archeologiavocidalpassato https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/?s=nimrud) e definita dall’Unesco come “un crimine di guerra”. Ma finora le immagini satellitari non avevano mostrato la reale entità dei danni riportati . Nel filmato si vedono i militanti che con picconi e frese distruggono statue, bassorilievi e altri manufatti in pietra. Quindi un’esplosione e un bulldozer sbriciolano quello che rimane del sito, considerato uno dei massimi gioielli dell’età assira. Molti tesori di Nimrud sono in musei stranieri, ma un certo numero di statue giganti raffiguranti animali alati con teste umane (i Lamassu), erano ancora nel sito archeologico.

I miliziani dello Stato islamico in azione con i bulldozer nel sito archeologico di Nimrud

I miliziani dello Stato islamico in azione con i bulldozer nel sito archeologico di Nimrud

“Grazie a Dio, abbiamo distrutto tutto quello che è stato adorato senza Allah”, recita un miliziano all’inizio del filmato, di oltre sette minuti. Chi ha condannato le altre distruzioni, quelle nel museo di Mosul e nella cittadina di Hatra è “una canaglia” e i musulmani che hanno criticato lo Stato islamico «non hanno Allah nel cuore». Poi segue la distruzione: un jihadista fa a pezzi un bassorilievo con una fresa circolare. Un altro prende a mazzate una statua. E ancora, picconate alle mura degli edifici, martelli pneumatici per frantumare i reperti. Infine i bulldozer, che entrano in campo per radere letteralmente al suolo il sito, che risale a oltre 3mila anni fa. Quindi l’esplosivo, chili e chili che vengono fatti detonare accanto a ciascun obiettivo.

Miliziani dell'Is si accaniscono su un lamassu della città assira di Nimrud in Iraq

Miliziani dell’Is si accaniscono su un lamassu della città assira di Nimrud in Iraq

L’Unesco ha bollato la distruzione come “un crimine di guerra”. Nimrud, la biblica Calah, fu fondata dal re Salmanassar I (1274-1245 a.C.) e divenne capitale dell’impero assiro sotto Assurbanipal II (883-859 a.C.) arrivando a contare 100.000 abitanti. “Abbatteremo le croci e demoliremo la Casa nera in America”, tuona un altro miliziano, riferendosi alla cristianità e a Washington. L’ennesima minaccia contro gli Usa e i “crociati” rinverdita negli ultimi giorni da una vera a propria campagna mediatica sui social network e il video “Bruceremo l’America”, che è in realtà un compendio degli orrori Isis da agosto a oggi, dalle decapitazioni degli ostaggi occidentali fino a quelle dei copti egiziani su una spiaggia libica.

L’arte violata della Mesopotamia: grido di dolore lanciato dal prof. Brusasco dalla platea di TourismA 2017. Le immagini e le cronache delle distruzioni

Il prof. Paolo Brusasco al palacongressi di Firenze per TourismA 2017

Il prof. Paolo Brusasco al palacongressi di Firenze per TourismA 2017

i bulldozer dei miliziani dell'Isis si accaniscono contro le mura di Ninive

i bulldozer dei miliziani dell’Isis si accaniscono contro le mura di Ninive

Più che un drammatico resoconto è un grido di dolore quello che Paolo Brusasco, docente di Archeologia e Storia del Vicino Oriente Antico all’università di Genova, ha lanciato dal Palacongressi di Firenze per TourismA 2017, il salone internazionale dell’Archeologia, parlando de “L’arte violata della Mesopotamia: estinzione del patrimonio e orizzonti di rinascita”. Se osserviamo bene i danni provocati dall’Isis, ha esordito Brusasco, “si capisce subito che quello in atto è prima di tutto una guerra tra islamici: in questi mesi sono stati attaccati monumenti sufi, sciiti e anche sunniti, perché dedicati a personaggi e profeti islamici. Per i miliziani dell’Isis la distruzione delle moschee funerarie è un atto dovuto, anche se in verità nel Corano non si fa mai menzione di questo fatto. Basta leggere la sura XXII, 40:  “a coloro che senza colpa sono stati scacciati dalle loro case, solo perché dicevano: “Allah è il nostro Signore”. Se Allah non respingesse gli uni per mezzo degli altri, sarebbero ora distrutti monasteri e chiese, sinagoghe e moschee nei quali il Nome di Allah è spesso menzionato. Allah verrà in aiuto di coloro che sostengono [la Sua religione]. In verità, Allah è forte e possente”. Le distruzioni di Isis, quindi, sono in chiave politica, non religiosa”.

La ricostruzione di Ninive in una stampa antica dà un'idea della magnificenza della capitale assira

La ricostruzione di Ninive in una stampa antica dà un’idea della magnificenza della capitale assira

Il mausoleo dell'imam Yahya a Mosul prima della distruzione

Il mausoleo dell’imam Yahya a Mosul prima della distruzione

L’esempio più eclatante presentato da Brusasco è quello di Mosul, l’antica Ninive, una delle principali città dell’Iraq, che fino all’avvento di Isis era un simbolo vivente dell’integrazione multietnica. “Poteva vantare tre moschee del venerdì e 30 diverse chiese cristiane. Mosul fu luogo di pellegrinaggio tanto per i cristiani quanto per i musulmani, per i sepolcri di due santi uomini: il Nabī Yūnis, mausoleo del profeta Giona, sul sito di un convento cristiano, probabilmente ricostruito nel sec. X e poi ampliato e rimaneggiato, e il Nabī Girgīs, sepolcro del patrono di Mosul, S. Giorgio, da tutti venerato. Anche questo santuario con parti antiche, che rivelano la pianta di una chiesa. L’ambiente a cupola, posto innanzi al sepolcro stesso, è orientato verso la Mecca, in contrasto con una adiacente sala a pilastri. L’odierno fabbricato può risalire alla metà circa del sec. XII, ma ha aggiunte più tarde. “Uno dei simboli di Mosul era il mausoleo dell’Imām Yāḥyā (1240) con ricca decorazione a mattoni e zoccolo in alabastro arabescato: è stato distrutto per far posto a un cantiere, probabilmente per abitazioni civili.  Le cosiddette Terre di Ninive sono state liberate nel gennaio 2017: è stata fatta subito una ricognizione nei villaggi cristiani e si è trovata una grande distruzione. Ma c’è una speranza: le macerie sono rimaste in situ per cui qualcosa si potrà ricostruire”.

La collina del profeta Giona (tell Nabi Younis) con la moschea prima e dopo il passaggio dell'Isis

La collina del profeta Giona (tell Nabi Younis) con la moschea prima e dopo il passaggio dell’Isis

L’elenco delle distruzioni è lungo. A Qaraqosh non è rimasto molto di quello che era il punto di riferimento dei cristiani iracheni. Le case sono state sventrate e le chiese bruciate. Non c’è energia elettrica né acqua. È impossibile viverci. Qaraqosh, la città cristiana più importante dell’Iraq, contava più di sessantamila abitanti, ora è una città fantasma. È stata occupata per due anni dalle bandiere nere dell’Isis. Nominata capoluogo dello Stato islamico per la Piana di Ninive, è stata liberata a fine ottobre 2016. Tra i monasteri distrutti c’è quello di Bar Behman: sfregiati i rilievi, salvati 400 codici miniati del XII-XX sec. “I miliziani hanno divelto e rimosso le croci dalla facciata dell’edificio, hanno gettato a terra le campane gettate a terra, profanato le tombe, usato le celle dei monaci e i cortili interni come stanze di tortura, prigioni e centri di assembramento e smistamento”. E poi c’è lo sfregio della moschea del profeta Giona (tell Nabi Younis) distrutta insieme alla collina ricca di testimonianze assire. “Erano dentro alla sacra moschea del profeta Younis a pregare nella grande città irachena di Mosul”, raccontano le cronache. “Quando un gruppo di uomini armati ha costretto i fedeli a uscire, a disporsi a poche centinaia di metri dal luogo di culto e ad assistere alla distruzione della “casa” del profeta Giona. È accaduto giovedì 24 luglio 2014 e sono gli stessi cittadini a raccontarlo. Secondo i miliziani dell’isis, che controllano dal mese scorso Mosul, responsabili dell’esplosione, la moschea era ormai diventata in una meta di apostasia, non di preghiera”.

La monumentale porta di Nergal dell'antica Ninive, capitale neoassira di Sennacherib

La monumentale porta di Nergal dell’antica Ninive, capitale neoassira di Sennacherib

La pianta del sito archeologico dell'antica Ninive

La pianta del sito archeologico dell’antica Ninive

Ninive è stata liberata il 17 gennaio 2017. È la più nota delle capitali assire. Il sito su cui fu costruita la città fu abitato fin da epoca antichissima. La ricerca della città, motivata in buona misura dalle citazioni bibliche, fu tra le prime indagini archeologiche svolta sul campo in Mesopotamia. Visto che in tempi moderni, pur trovandosi vicino alla città di Mossul, vi sorgeva solo un modesto villaggio e che buona parte dei resti archeologici erano sepolti, la sua identificazione non fu immediata. Malgrado la quantità minima di resti archeologici visibili e la desolazione dell’area risultasse poco invitante e promettente, Kuyunjik fu scavato già agli inizi del decennio 1840-50 dal console francese Paul Èmile Botta, che aveva letto i resoconti precedenti. Proprio il 1842, con lo scavo della collina di Qalat Nunya, segna la nascita dell’archeologia assira. Bottà però abbandonò la zona nel 1843 a favore di Khorsabad, circa 20 km più a nord. Il ritrovamento del palazzo di Sargon II gli fece proclamare di avervi trovato la biblica Ninive. Gli scavi di Austen Henry Layard presso il tell, iniziati nel 1849, ebbero invece maggior successo, malgrado i mezzi economici inferiori. Botta e Layard (che in precedenza aveva operato a Nimrud,  la biblica Calah, da lui presa a sua volta per Ninive), erano buoni amici e si erano scambiati reciprocamente informazioni. La pervicacia di Layard permise di scoprire i resti della vera cittadella assira, che giacevano sepolti sotto oltre 6 metri di sedimenti abitativi di epoche successive. Vennero così alla luce i palazzi di Sennacherib e di Assurbanipal, ricchi di rilievi (ortostati) in gran parte asportati e finiti nei grandi musei europei.

 

La monumentale di Mashki che si apriva nelle mura dell'antica Ninive prima della distruzione

La monumentale di Mashki che si apriva nelle mura dell’antica Ninive prima della distruzione

Un ammasso di macerie è quanto rimane della monumentale porta di Mashki di Ninive, distrutta dall'Isis

Un ammasso di macerie è quanto rimane della monumentale porta di Mashki di Ninive, distrutta dall’Isis

Tra il 2015 e il 2016 sono state saccheggiate da parte dei miliziani dell’Isis l’acropoli e le fortificazioni dell’antica Ninive. Da immagini satellitari, è stata rilevata la presenza di tunnel di scavi clandestini. Spianata la suite del trono del palazzo di Sennacherib, un vero museo a cielo aperto, e distrutte a più riprese le grandi mura di Ninive in mattoni crudi. Era stato proprio il prof. Brusasco a lanciare l’allarme attraverso la pagina Fb di Archeologia Viva (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/04/22/iraq-i-miliziani-hanno-distrutto-le-porte-dellantica-ninive-lallarme-del-prof-brusasco-era-fondato-le-prime-immagini-della-devastazione-sulla-pagina-fb-di-archeologia-viva/): le mura si sviluppavano per 12 chilometri, erano alte dieci metri e contornate da merlature. Le grandi porte si ergevano per 25 metri di altezza. La porta di Nergel è stata distrutta nel gennaio 2015, e nel febbraio 2016 le altre due porte monumentali, quella di Mashki e quella di Adad. Il “bollettino di guerra” di Brusasco ha ammutolito la platea di TourismA: “C’è stato poi lo scempio del museo di Mosul con la devastazione della galleria di Hatra: distrutti 26 originali e 4 copie (diversamente da quanto assicurato nei giorni immediatamente successivi al saccheggio). Razziati anche i cataloghi cartacei. E poiché non ci sono quelli digitali, ora è molto difficile dire cosa c’era e non c’era. Per quanto riguarda la galleria assira, per la quale sto collaborando all’inventariazione, sono stati danneggiati 36 pezzi originali  e 2 copie”. Brusasco conclude con un invito e un appello: “Diamo voce agli iracheni, come lo sceicco Abdullah Saleh che ha detto: Nimrud è stato distrutto per distruggere l’Iraq di ieri, oggi e domani. Sono stati salvati i pozzi petroliferi, non la nostra storia. Perciò mi appello al Governo italiano perché mandi i nostri carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale a preservare Ninive liberata”.

Iraq. Un altro scempio contro il patrimonio dell’umanità: “Is ha raso al suolo Nimrud, la grandiosa capitale di Assurbanipal”. È allarme nella comunità internazionale. A rischio millenni di storia

Foto ricordo dal palazzo reale di Assurbanipal a Nimrud: se la distruzione sarà confermata, questa oggi potrebbe essere un documento d'archivio

Foto ricordo dal palazzo reale di Assurbanipal a Nimrud, nel nord dell’Iraq: se la distruzione sarà confermata, questa oggi potrebbe essere un documento d’archivio

Il re Salmanassar I (1274-1245 a.C.) la fondò 32 secoli fa a sud di Ninive lungo le sponde del fiume Tigri facendo di Nimrud una delle città più belle e potenti dell’impero assiro di cui fu capitale con Assurbanipal II: gli scavi archeologici avevano riportato alla luce resti del palazzo reale, basamenti, sculture e statue, insieme a ori, gioielli e avori preziosi. Nimrud resistette agli assalti dei nemici e del tempo, è capitolata sotto i colpi dei bulldozer dei miliziani dell’Is. È stato un attacco proprio all’antica città assira di Nimrud, in Iraq, l’ultimo assalto sferrato dallo Stato Islamico (Is) contro l’eredità storica del Paese. Lo ha denunciato il ministero del Turismo e delle Antichità iracheno sulla sua pagina ufficiale di Facebook, dove scrive che i jihadisti hanno “assaltato la città storica di Nimrud e l’hanno rasa al suolo con mezzi pesanti”. L’opera di distruzione con i bulldozer è iniziata nei giorni scorsi, dopo la preghiera di mezzogiorno, con l’uso di alcuni camion a bordo dei quali sono anche stati prelevati antichi manufatti. “Al momento non sappiamo quanto estesa sia la distruzione”, ha detto un funzionario del ministero a condizione di anonimato. Nimrud, considerata uno dei gioielli dell’epoca assira, è stata fondata nel tredicesimo secolo prima di Cristo e si estende lungo il fiume Tigri per circa trenta chilometri a sud di Mosul, roccaforte dell’Is in Iraq. “Il loro piano è quello di distruggere il patrimonio iracheno, un sito alla volta”, ha detto l’archeologo Abdulamir Hamdani della Stony Brook University di New York. “Hatra sarà certamente la prossima”, ha sostenuto riferendosi a una meravigliosa città di duemila anni fa nella provincia di Nineveh, patrimonio storico dell’Unesco.

Il direttore del Pergamonmuseum di Berlino, Markus Hilgert, davanti alla Porta di Ishtar di Babilonia

Il direttore del Pergamonmuseum di Berlino, Markus Hilgert, davanti alla Porta di Ishtar di Babilonia

“Quello che stanno compiendo i jihadisti dell’Is nel nord dell’Iraq è un vero e proprio genocidio culturale”, dichiara lo scrittore iracheno Riad Abdul Karim. “Hanno distrutto le persone e ora stanno distruggendo il patrimonio umano e la storia”. E il direttore del Pergamonmuseum di Berlino, Markus Hilgert: “La distruzione è una catastrofe per il patrimonio culturale. È la sirena d’allarme per la comunità internazionale che qualcosa va fatto, altrimenti questo grande e unico patrimonio scomparirà nel giro di 10-15 anni”. Una “deliberata distruzione del patrimonio culturale costituisce un crimine di guerra”, stigmatizza il direttore generale dell’Unesco Irina Bokova. “Un attentato all’umanità intera”, rincara il ministro dei beni culturali Dario Franceschini. Da parte sua, il Grande Ayatollah Ali Sistani, principale autorità sciita irachena e del Medio Oriente arabo, sostiene che l’atto dell’Isis contro Nimrud “dimostra barbarie e l’ostilità (dei jihadisti) contro il popolo iracheno, per il presente e per la sua storia”.

Il sito archeologico della città assira di Nimrud, fondata nel XIII sec. a.C. da Salmanassar I

Il sito archeologico della città assira di Nimrud, fondata nel XIII sec. a.C. da Salmanassar I

La scrittrice Agatha Christie nel 1931 in Iraq tra due famosi archeologi orientalisti, a sinistra il marito Max Mallowan e a destra Leonard Wooley

Agatha Christie nel 1931 in Iraq tra due famosi archeologi: a sinistra il marito Max Mallowan e a destra Leonard Wooley

Fu il marito di Agatha Christie, la famosissima scrittrice britannica, a condurre la prima approfondita campagna di scavo sull’antico sito di Nimrud, nel nord dell’Iraq. La città venne scoperta nel 1820 dall’inglese Claudio James Rich, Austen Henry Layard iniziò gli scavi archeologici dal 1845 al 1847 e dal 1849 fino al 1851. Fra i suoi ritrovamenti l’obelisco nero, ora al British Museum, di notevole importanza per l’archeologia biblica. I lavori quindi si interruppero, fino al 1949, quando un team inglese guidato da Max Mallowan riprese i lavori. Nimrud, 30 chilometri a sud-est di Mosul, è il nome arabo per Kahlu, una delle più importanti capitali assire. La città, che arrivò a contare oltre centomila abitanti, nel IX secolo a.C. ospitò la residenza di Assurbanipal II, l’indiscusso sovrano dell’impero neo assiro, che si estendeva dall’attuale Egitto fino al Golfo persico. Parte delle antiche vestigia della città furono scoperte tra il 1949 e il 1963 dagli scavi condotti da archeologi britannici, il primo dei quali fu sir Max Mallowan, marito di Agatha Christie. Con l’indipendenza formale dell’Iraq, la responsabilità di condurre le indagini è passata alla soprintendenza di Baghdad, e alla fine degli anni ’80 hanno scavato a Nimrud archeologi italiani dell’Università di Torino. Secondo le iscrizioni rinvenute e altre fonti documentarie, nella città c’erano giardini zoologici e botanici oltre a numerosi templi, tra cui una colossale Ziggurat, una struttura a forma di piramide tronca diffusa in Mesopotamia e nell’altipiano iranico. Oltre a numerosi bassorilievi, manufatti d’avorio, sculture e oltre 600 gioielli d’oro e pietre preziose, a Nimrud sono state ritrovate alcuni enormi statue di lamassu, i leoni androcefali posti ai lati degli ingressi dei palazzi reali e delle porte delle mura cittadine.

Una città affascinante: così doveva apparire agli assiri tremila anni fa la loro capitale Nimrud, sulle rive del fiume Tigri

Una città affascinante: così doveva apparire agli assiri tremila anni fa la loro capitale Nimrud, sulle rive del fiume Tigri

Un prezioso avorio da Nimrud: placchetta con sfinge dell'VIII-VII sec. a.C.

Un prezioso avorio da Nimrud: placchetta con sfinge dell’VIII-VII sec. a.C.

“Sono scempi tragici, quelli perpetrati dalle milizie dello Stato islamico, perché fanno parte di un’operazione di pulizia etnica nel nord dell’Iraq. Questi forsennati si accaniscono contro comunità non islamiche, come la caldea, la cristiana e la yazida, ma anche contro comunità islamiche come la turcomanna, per costringerle alla fuga prima di operare un sistematico annientamento della loro storia e della loro cultura”, denuncia Daniele Morandi Bonacossi, professore di Archeologia e soprintendente degli scavi di Ninive, commentando le distruzioni da parte dell’Isis. Al museo di Mosul “alcune statue distrutte erano copie di gesso. Ma molte altre erano purtroppo statue originali”, spiega. Sono stati devastati siti che hanno fatto la storia dell’archeologia della Mesopotamia: “Le notizie sulle distruzioni operate con le ruspe a Nimrud sono scioccanti, ma finché gli islamisti non pubblicheranno un video non avremo riscontri precisi sull’entità dei danni. Non sono edifici in pietra quelli di cui stiamo parlando, ma in mattoni crudi e se schiacciati, ne resta solo polvere: è come se un’orda di barbari avesse raso al suolo tutto il Foro romano”.

I lamassu (tori androcefali alati) sulla porta del palazzo di Nimrud: potrebbero essere già stati distrutti dai Jidaisti

I lamassu (tori androcefali alati) sulla porta del palazzo di Nimrud: potrebbero essere già stati distrutti dai Jidaisti

A colpi di martello contro un lamassu (toro alato androcefalo) da Nimrud al museo di Mosul

A colpi di martello contro un lamassu (toro alato androcefalo) da Nimrud al museo di Mosul

L’interpretazione estremista del Corano che segue l’Is spinge i jihadisti a considerare inammissibili edifici risalenti all’epoca pre-islamica, ma anche quelli riconducibili ad altre fedi o ad altre sette dell’Islam o quelli in cui si onorano leader religiosi defunti. Il sito archeologico di Nimrud, raso al suolo da una colonna di bulldozer, è solo l’ultimo monumento iracheno a scomparire per sempre, sotto la furia cieca dei jihadisti. Poco prima, lo stesso sedicente califfato si vantava di aver distrutto decine di moschee e santuari nella provincia di Ninive, dove si trova Mosul. Sui social media, pubblicava un bilancio di almeno quattro santuari sunniti o statue sufi demolite, oltre a sei moschee sciite. Bulldozer ed esplosivo dei jihadisti non hanno risparmiato, ovviamente, i luoghi di culto cristiani. Sono decine i siti archeologici ‘blasfemi’ distrutti o danneggiati: cerchiamo di fare un bilancio sommario di questi mesi.

SITO ARCHEOLOGICO DI NIMRUD: la città nei pressi di Mosul fu fondata dal re Shalmaneser (1274-1245 a.C.) e fu capitale dell’impero assiro. Nelle scorse ore il ministero delle Antichità ha annunciato la sua distruzione da parte di una colonna di bulldozer dell’Is. I danni non sono per ora calcolabili, ma secondo il ministero sono ingenti.

La distruzione del museo di Mosul

La distruzione del museo di Mosul (Nord Iraq)

MUSEO DI MOSUL: è uno dei più importanti del Medio Oriente. Un video diffuso il 26 febbraio mostra jihadisti con mazze e martelli pneumatici che distruggono statue e altri reperti. La maggioranza delle opere distrutte sembra provenire dal sito archeologico di Hatra. In alcuni casi sembra trattarsi di calchi in gesso, ma l’entità reale dei danni per ora non è verificabile.

Il rogo dei libri a Mosul

Il rogo dei libri a Mosul

BIBLIOTECHE DI MOSUL: all’inizio di febbraio l’Unesco ha lanciato un altro allarme: l’Is sta facendo falò di libri,con un’operazione sistematica che porta alla progressiva distruzione di tutte le biblioteche pubbliche e private della città e delle raccolte di libri rari nei musei, oltre allo svuotamento delle librerie.

MURA ASSIRE DI MOSUL: il 29 gennaio sono state diffuse immagini che mostrano la distruzione delle antiche mura, il sito storico più importante della regione di Ninive, risalenti all’ottavo secolo avanti Cristo. L’Is ha minato con grossi quantitativi di esplosivo le mura che sorgevano nel quartiere Tahrir, distruggendole quasi completamente. Le mura erano state fatte costruire dai re assiri nell’ottavo secolo a.C.

La cittadella di Tal Afar

La cittadella di Tal Afar

CITTADELLA DI TAL AFAR: a dicembre 2014 militanti dell’Is hanno danneggiato l’antica cittadella, che sorge 70 chilometri a ovest di Mosul ed è di epoca assira. Gli estremisti hanno fatto esplodere alcune bombe nelle zone nord e ovest della cittadella, distruggendo una parte delle mura antiche della fortezza. I militanti hanno poi effettuato scavi, in cerca di oggetti antichi da rivendere.

SANTUARI DELL’IMAM MUHSIN E DEL SULTANO WAIYS: situati nella città di Mosul, a gennaio l’Is ha mostrato le immagini della loro distruzione, tramite esplosione.

La distruzione della moschea di Giona a Mosul

La distruzione della moschea di Giona a Mosul

MOSCHEA DI GIONA A MOSUL: considerata uno dei più importanti monumenti storici e religiosi dell’Iraq e luogo di pellegrinaggio di musulmani sia sunniti sia sciiti, a luglio 2014 è stata minata e fatta esplodere dall’Is. Per dare maggiore enfasi al loro gesto, i jihadisti hanno costretto la popolazione locale ad assistere alla distruzione della moschea, completata con bulldozer e picconi.

SANTUARI SUNNITI E SUFI, MOSCHEE SCIITE: sempre a luglio 2014, il sedicente califfato annunciava di aver distrutto decine di moschee e santuari nella provincia di Ninive. Sui social media, pubblicava un bilancio di almeno quattro santuari sunniti o statue sufi demolite, oltre a sei moschee sciite.

EDIFICI CRISTIANI: nel corso dei mesi, croci e altri simboli del cristianesimo sono stati asportati da chiese e monasteri. In alcuni casi, come in quello di un’antica statua della Madonna a Mosul, si è trattato di interventi distruttivi.