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Roma. La Colonna Traiana compie 1907 anni. Per il compleanno il parco archeologico del Colosseo dedica un focus voluto da Traiano per celebrare la conquista della Dacia, e annuncia i restauri del basamento che ospitò le ceneri dell’imperatore

La Colonna Traiana dominava il foro di Traiano a Roma (foto Graziano Tavan)

12 maggio 113 d.C. – 12 maggio 2020: sono passati 1907 anni dall’inaugurazione della Colonna Traiana, che racconta per immagini le due campagne militari degli anni 101-102 e 105-106 d.C. con le quali l’imperatore Traiano (98-117 d.C.) conquistò la Dacia, corrispondente in gran parte all’attuale Romania. Grazie allo straordinario bottino di guerra Traiano poté costruire il più maestoso tra i Fori di Roma, che da lui prese il nome e che fu inaugurato nel 112 d.C. In occasione del suo compleanno, il Parco archeologico del Colosseo ha dedicato un focus al famoso monumento eretto al centro di un cortile delimitato dall’ingresso monumentale al Foro a Nord, dalla Basilica Ulpia a Sud e dalle due biblioteche a Est e a Ovest. Scrive Cassiodoro (Varia, VII, 6): “Più lo si contempla [il Foro di Traiano], più sembra un miracolo: chi sale all’Augusto Campidoglio scorge un’opera che è al di sopra del genio umano”. E in effetti da sempre ci si interroga sull’ingegno, la sapienza e il lavoro degli uomini che resero possibile quel mirabile monumento che è la Colonna Traiana, per la cui realizzazione fu cavato il marmo delle Alpi Apuane, furono trasportate tonnellate di blocchi sulle navi marmorarie da Luni al porto di Traiano e poi furono scaricati, movimentati, lavorati e messi in opera i blocchi fino a più di 40 metri di altezza dal suolo.

Il basamento della Colonna Traiana che ospitava le ceneri dell’imperatore (foto da http://www.capitolium.it)

La Colonna Traiana poggia su un basamento decorato da bassorilievi raffiguranti cataste di armi. Il fusto, alto 100 piedi romani (pari a circa 30 metri), è composto da 17 colossali rocchi monolitici di marmo bianco di Carrara, dal diametro di quasi 4 metri. Al suo interno si sviluppa una scala a chiocciola di 185 gradini che conduce alla sommità. Intorno al fusto si dispone il fregio figurato, immaginato come un rotolo avvolto a spirale, lungo complessivamente circa 200 metri e fittamente animato di scene, con circa 2500 personaggi; l’imperatore Traiano vi compare per ben 59 volte. La Colonna non solo celebrava la conquista della Dacia ma aveva anche la funzione di monumento-mausoleo di Traiano: nel basamento fu infatti riposta l’urna d’oro con le ceneri dell’imperatore (morto l’8 agosto 117) e sulla sommità fu collocata una sua statua in bronzo dorato. Questa andò persa forse nel corso del Medioevo e nel 1587 fu rimpiazzata per volontà di papa Sisto V (1585-1590) con una nuova statua raffigurante San Pietro e ancora esistente.

I lavori di restauro in programma nei prossimi giorni sul basamento che in antico doveva ospitare le ceneri dell’imperatore e forse della moglie Plotina sono stati l’occasione per realizzare un modello digitale della Colonna e poter così fruire, finalmente da vicino, di quel testo istoriato che ha reso eterne le gesta dell’Imperatore Traiano. I lavori di restauro del basamento sono diretti da Federica Rinaldi e Barbara Nazzaro con Angelica Pujia, Antonella Rotondi e Alessandro Lugari. Il rilievo e le riprese da drone della Colonna sono di DI LIETO & C srl e Aeropix – Aerial Imaging & Survey. Editing video di Mario Cristofaro.

“Lapilli sotto la cenere”: con l’ottava clip del parco archeologico di Ercolano il direttore ci porta alla scoperta degli scavi moderni della villa dei Papiri

È uno dei luoghi simbolo dell’antica città di Ercolano. Stiamo parlando della villa dei Papiri, oggetto di scavo in epoca borbonica e moderna. Con l’ottava clip dei “Lapilli sotto la cenere del Parco archeologico di Ercolano”, serie di video che permette la visita digitale integrando quella reale ed ampliando ulteriormente la fruizione dei visitatori portandoli anche ad esplorare realtà che per necessità conservative, di restauro o contingenze non sono accessibili, il direttore Francesco Sirano ci accompagna alla scoperta degli scavi moderni della villa dei Papiri.

Ricostruzione della Villa dei Papiri di Ercolano appartenuta alla famiglia dei Pisoni

“Oggi visitiamo poco più di un terzo della città antica”, ricorda Sirano. “Il resto si trova al di sotto della città moderna. Sul lato Nord tuttavia esiste una zona al confine tra la città moderna e la città antica dove, a partire dagli anni ’90, sono stati realizzati degli scavi che hanno ripreso in parte le ricerche borboniche della famosa villa dei Papiri e in parte hanno effettuato nuove scoperte che ci hanno posto di fronte ai quartieri più settentrionali dell’antica Herculaneum. Tra i principali impegni del Parco c’è quello di creare le condizioni per l’apertura al pubblico di questa parte della città antica”. Secondo lo storico romano Sisenna Ercolano antica sorgeva su una piccola altura delimitata a Nord e a Sud da due fiumi. Prendiamo in considerazione la piccola valle dove scorreva il fiume, che delimitava da Nord, la città antica, all’esterno della quale sorgeva la villa dei Papiri. “Si tratta di un edificio di grandissima importanza anche dal punto di vista architettonico, un vero e proprio palazzo. Se immaginiamo di sovrapporre la sola lunghezza della villa dei Papiri alla città antica scopriremmo subito la sproporzione e quanto essa giganteggia. Infatti la villa dei Papiri occupa più di quattro isolati e mezzo della città antica. Questo nel senso della lunghezza. Ma la villa dei Papiri sorgeva su almeno quattro piani. Quindi parliamo davvero di un edificio straordinario, i cui resti oggi sono a circa tre metri al di sotto dell’attuale quota del mare e più o meno all’altezza della quota del mare nell’età romana”.

L’ingresso della Villa dei Papiri a Ercolano

La villa dei Papiri si affacciava direttamente sul mare. Aveva una splendida vista verso il mare e aveva una base, la cosiddetta basis villae, che si sviluppava su almeno due piani, al di sopra dei quali c’era l’atrio. Un corpo probabilmente staccato della villa era costituito da un padiglione che si affacciava direttamente sulla scogliera, antistante la villa. L’ingresso alla villa poteva avvenire sia via terra sia via mare. Dal mare una scaletta conduceva dalla scogliera al padiglione che aveva una facciata monumentale e si elevava per almeno due piani. Oggi si vedono le tracce del crollo di questo edificio avvenuto durante l’eruzione vesuviana.

La planimetria della villa dei Papiri di Ercolano con l’indicazione dell’ingresso della “basis villae” (foto paerco)

In uno degli ambienti ricavati nella base della villa oggi si entra attraverso una finestra perché questo spazio non è stato completamente scavato. Appena entrati si nota la presenza della cornice della porta da cui probabilmente si accedeva a questo sito. “L’ambiente è articolato in due zone”, spiega Sirano: “Una sorta di anticamera e l’ambiente vero e proprio, come si ricava dalla diversa lavorazione della volta, una a crociera e una a botte. Se cominciamo a osservare meglio il luogo, che doveva essere affacciato sul mare e garantire freschezza nei periodi di maggiore calura, ci accorgiamo che ci troviamo in un vero e proprio cantiere. Non solo un cantiere archeologico, ma anche un cantiere antico perché poco prima dell’eruzione del 79 d.C. qui si stavano svolgendo lavori di restauro come si comprende dai tanti indizi ritrovati durante gli scavi archeologici. Abbiamo infatti i resti dell’impalcatura che serviva agli operai per poter dipingere: siamo a poco più di un metro dall’altezza del pavimento antico. Sulla parete ci sono dei quadretti solo preparati, non ancora completati. Se alziamo lo sguardo vedremo che la decorazione in stucco non è completa: mancano ancora molti dettagli e una parte presenta l’intonaco solo preparato. È rimasta la sinopia, cioè il disegno preparatorio che serviva da guida agli artigiani dell’officina per poter completare un disegno che doveva essere come quello sull’altro lato dello stesso ambiente che è stato già completato: pitture di quarto stile che ci rimandano al mondo di Dioniso. E lo vediamo dalle maschere, i tirsi, la vite con l’uva e vediamo anche i flauti e tutta una serie di cose che ci riportano ai piaceri della permanenza in quest’ambiente”.

Le armi barbariche decorate a stucco sulla volta degli ambienti della “basis villae” della villa dei Papiri a Ercolano (foto paerco)

“Ma secondo gli studiosi se nell’ultima fa la decorazione si rifaceva ai temi dionisiaci, ci deve essere stato un momento precedente durante il quale si poneva l’accento anche su un altro aspetto: quello militare. Il pannello principale della volta di stucco completa ci rappresenta infatti una serie di armi. Si tratta di armi barbariche, una vera e propria catasta di armi. Sono le spoglie che i generali vittoriosi prendevano al nemico e che venivano portate in processione a Roma durante il trionfo. Ora sappiano dalle fonti letterarie che solamente alcuni alti livelli dell’esercito, generalmente i generali vittoriosi, potevano fare riferimenti, anche all’interno della propria abitazione, a questo passato glorioso che aveva caratterizzato i padroni di casa o qualcuno dei suoi antenati”.

La planimetria della villa dei Papiri di Ercolano con l’indicazione dell’ingresso dell’atrio (foto paerco)

Siamo arrivati all’atrio della  villa dei Papiri. Il nome, come è noto, deriva dal ritrovamento durante gli scavi del 1700 di più di mille rotoli di papiro che facevano parte dell’unica biblioteca antica sinora recuperata. “Questi testi, interessantissimi”, continua Sirano, “ci hanno dato informazioni preziose sulla vita culturale di Roma di quel periodo e anche sul padrone di casa. Alla villa si accedeva sia dal mare sia dalla terra, e l’ingresso via terra si trovava alle spalle dell’atrio. Lì infatti gli scavi borbonici hanno evidenziato la presenza di un piccolo porticato quadrato, e al di là di questo porticato ci doveva essere l’ingresso alla villa. Questa struttura segue le indicazioni tipiche nel modo romano per la costruzione di una villa suburbana, cioè una villa al di fuori della città o anche in campagna una villa rustica. Questo prevedeva infatti l’inversione tra il porticato e l’atrio. Laddove in una casa romana la prima cosa che si trovava in città era l’atrio, invece fuori dalla città la prima cosa che si trovava era un porticato e poi veniva l’atrio vero e proprio che era il punto dove il padrone di casa riceveva i suoi ospiti. E gli ospiti di questa casa dovevano essere rapiti da una vista incredibile che si parava ai loro occhi una volta attraversato l’atrio, perché questi ambienti affacciano su un portico di cui si sono conservate solo le basi delle colonne in mattoni che sono state spazzate via dalla furia dell’eruzione del 79 d.C. Ma dobbiamo immaginare davanti a noi una vista mozzafiato sull’intero golfo di Napoli”.

I sontuosi pavimenti a mosaico (strappati durante gli scavi borbonici) degli ambienti pertinenti all’atrio della villa dei Papiri (foto paerco)

Su questa zona signorile della villa si aprivano gli ambienti più suntuosi. “Questo lo comprendiamo dalle soglie di marmo che dovevano supportare delle porte monumentali per entrare in ognuno di questi ambienti dalla splendida decorazione a mosaico che è stata strappata dagli scavi borbonici. Le bellissime pitture che decoravano i muri erano in secondo stile scenografico che sono state in parte recuperate già durante gli scavi borbonici, oggi al museo Archeologico nazionale di Napoli, e in parte invece recuperate e oggi nei depositi dell’antiquarium di Ercolano. Questi ambienti avevano anche una serie di ingressi secondari che venivano utilizzati dalla servitù che passava senza disturbare chi era presente, gli ospiti e il padrone di casa. C’è un’immensa sala utilizzata come sala da pranzo. Questo lo vediamo dalla presenza al centro dello splendido tappeto a mosaico geometrico di più colori intorno al quale c’è un’ampia fascia risparmiata per poter collocare i letti triclinari che secondo la tradizione romana venivano utilizzati per i banchetti in grandi occasioni, particolarmente importanti”.

La megalografia con figura femminile di soggetto dionisiaco rimasta nelal sala triclinare della villa dei Papiri (foto paerco)

Le pareti della villa dei Papiri avevano delle decorazioni particolarmente curate ed eleganti anche negli ambienti secondari. Ma queste decorazioni diventavano ancora più impressionanti quando si passava nella stanze di rappresentanza. “Nella  grande sala triclinare abbiamo i resti di una megalografia, cioè una pittura figurata dove i personaggi sono rappresentati in proporzioni più o meno simili al vero. Si vede una figura femminile che ha in mano un tirso, strumento che ci riporta al mondo di Dioniso. Al centro di questa scena dobbiamo immaginare il dio dei piaceri della tavola, del vino, il dio Dioniso, in una rappresentazione più o meno simile a quella che si trovava nella villa dei Misteri a Pompei”.

Gli antichi catasti di Verona: al museo archeologico di Fratta Polesine in mostra le due preziose lamine bronzee. Video della mostra di Verona

"Gli antichi catasti di Verona": locandina della mostra al museo archeologico nazionale di Fratta Polesine

“Gli antichi catasti di Verona”: locandina della mostra al museo archeologico nazionale di Fratta Polesine

Degli antichi catasti di Verona in mostra per la prima volta a gennaio alla biblioteca Capitolare di Verona si è parlato molto (vedi il post su archeologiavocidalpassato  https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/?s=catasti): la loro eccezionalità lo giustifica ampiamente. Del resto prima della scoperta, nella seconda metà degli anni Novanta nel Criptoportico di Verona, dei due preziosi frammenti bronzei di oltre duemila anni. Non dimentichiamo che prima della scoperta dei catasti di Verona si era a conoscenza solo del catasto di Orange (su pietra) e di Lacimurga (di cui non si conosce il contesto di scavo). “Il primo frammento bronzeo ritrovato, che oggi chiamiamo catasto A”, ricorda Giuliana Cavalieri Manasse, già responsabile a Verona della soprintendenza ai Beni archeologici del Veneto, e maggior studioso dei catasti veronesi, “è stato scavato nell’agosto 1996 da Simon Thompson, che aveva subito riconosciuto si trattasse di una lastra con la registrazione di celle di centuriazione. L’entusiasmo fu contagioso. E si cercò subito sperando di trovare altri frammenti della stessa tavola catastale, ma solo tre anni dopo si recuperò il secondo frammento che, comunque, apparteneva a un altro catasto”. “Il catasto A è un rarissimo esempio di catasto rurale inciso su bronzo (“forma”, in latino)”, continua l’archeologa. “Fu realizzato subito dopo un intervento di centuriazione dell’agro di pertinenza della città, ovvero dopo le operazioni di bonifica, generale riassetto e suddivisione dei terreni, in vista di assegnazioni anche ai veterani delle guerre augustee. In tali documenti che svolgevano al tempo stesso  funzione amministrativo-fiscale, venivano registrate anche le proprietà già esistenti come è il caso per i personaggi menzionati nelle iscrizioni di tre delle sei caselle interamente conservate che non sono nuovi assegnatari, ma da tempo proprietari dei terreni”. Il catasto B è un catasto diverso che censiva sempre delle proprietà terriere ma in questo caso i proprietari erano celti, e non cittadini romani.

Sicuramente la mostra di Verona ha rappresentato un momento importante per la conoscenza di un frammento importante di storia delle istituzioni della Roma antica. Ma la breve esposizione ha impedito a molti appassionati di potere ammirare e studiare le due laminette bronzee. Ma ora c’è una nuova opportunità per vedere i catasti di Verona: per altre tre settimane da domenica 15 marzo al 6 aprile (lunedì dell’Angelo) saranno esposti nella splendida cornice della Villa Badoer a Fratta Polesine, sede del museo Archeologico nazionale di Fratta Polesine. All’inaugurazione della mostra “Gli antichi catasti di Verona”, domenica 15 marzo, alle 15, Giuliana Cavalieri Manasse, già direttore del Nucleo Operativo di Verona della soprintendenza ai Beni archeologici del Veneto, presenterà le due “formae” bronzee esposte. Intanto, pensando a tutti quelli che non hanno potuto vedere i catasti e il documento gaiano in mostra a Verona, Marzia Bersani di Archeonaute onlus (che garantisce le visite guidate al criptoportico di Corte Sgarzerie a Verona) ha chiesto e ottenuto il permesso di pubblicare il video della mostra, che in molti non hanno visto nemmeno all’esposizione poiché non sempre era disponibile personale con capacità tecnologiche tali da attivare il video filmato. E archeologiavocidalpassato lo pubblica ben volentieri.

“Mutina Splendidissima. La città romana e la sua eredità”: apre a Modena la mostra clou per i 2200 anni della fondazione della colonia romana sulla via Emilia, che racconta le origini, lo sviluppo e il lascito che la città romana ha trasmesso alla città moderna. Scoperte inedite svelano nuovi aspetti della città romana tuttora sepolta nel sottosuolo di Modena

Il manifesto della mostra “Mutina Splendidissima. La città romana e la sua eredità” al Foro Boario di Modena dal 25 novembre 2017 all’8 aprile 2018

Il logo del progetto “2200 anni lungo la via Emilia”

Splendidissima” la definì Cicerone. Sono esattamente 2200 da quando il console Marco Emilio Lepido fondò, nel 183 a.C., la colonia di Mutina lungo quell’asse viario, la via Emilia, aperta dallo stesso Lepido pochi anni prima, nel 187 a.C., strada che ancora oggi rappresenta la spina dorsale di un’intera regione. Ma di quella Modena “splendidissima” oggi si vede ben poco: la città romana “vive” cinque metri al di sotto delle strade del centro storico, custodita dai depositi delle alluvioni che si verificarono in epoca tardoantica. Ma il rapporto con questa realtà sepolta è stato pressoché continuo nel corso dei secoli e si è rivelato di fondamentale importanza nella costruzione dell’identità culturale cittadina. Con le celebrazioni del 2017 per i 2200 anni dalla fondazione della città di Modena, si è voluto rendere percepibile la realtà sepolta di Mutina attraverso una serie di eventi e una mostra, riuniti dal titolo “Mutina Splendidissima”, che favoriscano il dialogo fra passato e presente valorizzando tutti gli aspetti che lo straordinario patrimonio della romanità ha lasciato alla città moderna. Sabato 25 novembre 2017, alle 18, al Foro Boario di Modena, si inaugura la mostra “Mutina Splendidissima. La città romana e la sua eredità”, punto di arrivo delle celebrazioni per i 2200 anni dalla fondazione, che racconta le origini, lo sviluppo e il lascito che la città romana ha trasmesso alla città moderna. Un racconto accessibile a tutti, fondato su dati archeologici e storici esaminato con uno sguardo pluridisciplinare, che parte dalla fondazione della colonia romana avvenuta nel 183 a.C.

I promotori culturali, amministrativi ed economici alla presentazione della mostra “Mutina Splendidissima” (foto Graziano Tavan)

La mostra, promossa dai Musei civici di Modena e dalla soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, e curata da Luigi Malnati, Silvia Pellegrini e Francesca Piccinini, con ponderoso catalogo (De Luca Editori d’Arte) e una più agile guida per il visitatore meno specialista, si inserisce nel più ampio progetto “2200 anni lungo la Via Emilia”, promosso dai Comuni di Modena, Reggio Emilia e Parma, dalle Soprintendenze Archeologia Belle Arti e Paesaggio delle sedi di Bologna e Parma, dal Segretariato Regionale del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo per l’Emilia-Romagna e dalla Regione Emilia-Romagna. Non solo archeologia, dunque. “La mostra”, ha sottolineato alla presentazione il vicesindaco di Modena, Giampietro Cavazza, “racconta le origini della città che sono alla base della cultura e del benessere economico di oggi. I romani ci hanno lasciato monumenti materiali e immateriali, noi dobbiamo fare altrettanto per le future generazioni che non avremo il piacere di conoscere”. E il soprintendente Malnati: “Questa mostra, nata un anno fa quando c’era ancora la soprintendenza Archeologia regionale, e quindi si poteva ragionare per un territorio omogeneo, presenta i risultati eccezionali raggiunti a Modena dove la presenza della soprintendenza ha potuto seguire con attenzione tutti gli scavi urbani”. Prezioso il ruolo della Regione Emilia-Romagna attraverso l’istituto Beni culturali presieduto da Roberto Balzani: “Il progetto mette insieme più territori legati da un comune denominatore: la Via Emilia. E la mostra parla di urbs e di civitas, esamina la città nei suoi aspetti strutturali e li fa dialogare con la cittadinanza e la cultura che essa esprime”.

La ricostruzione in 3D della colonia di Mutina realizzato da Altair4

In mostra – come hanno sottolineato i tre curatori – i reperti e le opere d’arte, accostati a preziose testimonianze provenienti da numerosi musei italiani, affiancano le ricostruzioni virtuali dei principali monumenti di Mutina (le mura, il foro, l’anfiteatro, le terme, una domus) realizzate a cura di Altair4 Multimedia e coinvolgenti videoracconti che fanno da contrappunto alla descrizione delle città dal periodo precedente la sua fondazione, avvenuta nel 183 a.C., alla decadenza verificatasi nella tarda età imperiale. Molte le novità che si presentano per la prima volta al pubblico, tra cui le decorazioni parietali con scene figurate tracciate con pigmenti pregiati e stucchi a rilievo, equiparabili per qualità a quelli provenienti da Pompei, esposte a fianco di elementi di arredo di elevato pregio artistico. Uno spazio significativo è dedicato alle testimonianze delle produzioni di eccellenza che le fonti attribuiscono a Modena: lucerne e laterizi, vino e quelle lane che erano tra le più pregiate e ricercate dell’impero, tanto da essere ricordate ancora nell’Editto dei prezzi, nel III secolo d.C.

Antefisse in terracotta dal santuario di Cittanova (Mo) della fine del III secolo a.C.

Uno spazio significativo è dedicato alle testimonianze delle produzioni d’eccellenza che le fonti attribuiscono a Modena: lucerne, laterizi, vino e quelle lane così pregiate e ricercate nell’impero da essere ancora citate nel III secolo d.C. nell’Editto dei prezzi. Un’intera sezione è riservata ai profili dei Mutinenses, dai primi coloni ai cittadini emigrati in altre regioni dell’impero, svelati coniugando dati epigrafici e storici che ricostruiscono il multiforme e variegato profilo sociale della città. Dati geologici, archeobotanici e archeozoologici permettono di ricostruire l’assetto ambientale di 2200 anni fa. Alluvioni e terremoti che hanno profondamente mutato il paesaggio antico, soprattutto in coincidenza con la fine dell’impero romano e le invasioni barbariche, sono ora interpretati anche alla luce dei recenti fenomeni naturali che hanno profondamente colpito il territorio modenese e la pianura padana. La sezione dedicata al periodo tardo-antico e all’alto medioevo affronta in modo problematico il tema della continuità della città antica e fa da cerniera tra le due parti di una mostra che affronta con coraggio e spirito innovativo la sfida della continuità tra dimensione archeologica e dimensione storico-artistica.

Particolare delle formelle dell’architrave con immagini di San Geminiano dalla Porta dei Principi, del Duomo di Modena

“Governo della Repubblica” dipinto da Bartolomeo Schedoni nella sala del Vecchio consiglio del Palazzo Comunale di Modena

Il tema dell’eredità viene sviluppato nella seconda parte dell’esposizione evidenziando alcuni momenti particolarmente significativi, attraverso opere d’arte e documenti provenienti da diversi musei  e biblioteche italiane, numerosi video e due ricostruzioni virtuali dedicate alle antichità esposte intorno al Duomo nel Rinascimento e alla perduta Galleria delle antichità di Francesco II in Palazzo ducale, anch’esse curate da Altair. La costruzione del duomo romanico a opera dell’architetto Lanfranco e dello scultore Wiligelmo, nel quale il rapporto con l’antichità appare strettissimo, costituisce la giuntura tra la città antica e quella moderna. Il periodo rinascimentale è quello in cui più consapevole diventa il richiamo al glorioso passato romano della città, le cui vestigia sono pubblicamente esibite nei luoghi più significativi. Tra Sei e Settecento il tema si declina variamente tra passioni collezionistiche, richiamo a un’antichità esemplare e nascita della grande tradizione erudita legata al nome di Muratori, che culmina nel primo Ottocento con la creazione del Museo Lapidario Estense. La precoce nascita di una cultura scientifico sperimentale a metà Ottocento e la fondazione del Museo Civico in epoca post-unitaria determinano approcci diversi al recupero della città sepolta fino al progressivo affermarsi nel corso del Novecento di una coerente politica di tutela e valorizzazione.

Curatori e promotori davanti alla “capsula del tempo” nella mostra “Mutina splendidissima”

In questo percorso che collega passato e presente viene affrontata anche la dimensione del futuro attraverso il progetto “Capsule del tempo. Da Mutina al futuro”, che favorisce, attraverso la partecipazione diretta del pubblico, una riflessione sul ruolo imprescindibile della memoria nella costruzione della storia collettiva e delle storie individuali.  Alla time capsule modenese, costituita da un grande contenitore in materiale trasparente collocato nella sede espositiva, visitatori e scolaresche potranno affidare oggetti, testi scritti, fotografie, articoli di giornale rappresentativi della contemporaneità e destinati a essere svelati in un momento del futuro che a sua volta rappresenterà una ricorrenza importante per la città: il 2099, 1000 anni dopo la posa della prima pietra del Duomo. Collaborano all’iniziativa le biblioteche e i punti di lettura del Comune di Modena, che tra novembre e aprile organizzeranno sul tema delle capsule una serie di laboratori, proiezioni, letture e incontri con l’autore. Si comincia il 26 novembre con una conferenza del divulgatore scientifico Paolo Attivissimo, che affronterà il complesso tema della conservazione dei dati digitali (foto, audio, video, documenti) offrendo esempi e consigli per evitare che chi verrà dopo di noi riceva in eredità solo un’illeggibile catasta di bit.

La Biblioteca estense di Modena ospita la mostra “Da Umanisti a Bibliotecari. Il Fascino dell’Antico nelle Collezioni Ducali”

Alla mostra “Mutina Splendidissima” allestita negli spazi del Foro Boario si collegano le iniziative curate dalle Gallerie Estensi. Alla Biblioteca Estense apre il 26 novembre 2017 in Sala Campori la mostra “Da Umanisti a Bibliotecari. Il Fascino dell’Antico nelle Collezioni Ducali” che esplora il contributo che generazioni di umanisti, antiquari e bibliotecari hanno portato allo studio della cultura classica. Il percorso espositivo si snoda nei secoli seguendo le acquisizioni dei bibliotecari di casa d’Este che per secoli hanno accresciuto il patrimonio librario della Biblioteca Ducale dimostrando un interesse mai estinto per la cultura del mondo antico. Contestualmente sarà disponibile la nuova APP di guida al Museo Lapidario Estense che attraverso un percorso narrato conduce i visitatori a scoprire la storia di questa importante collezione, presentando i personaggi di maggior spicco e i monumenti più importanti per la storia di antica di Modena.

I catasti di Verona testimoni di due momenti topici della romanizzazione della città: l’estensione del diritto latino e la concessione della cittadinanza romana. Così i due pezzi unici trovati nel criptoportico rivivono con le parole degli esperti

La ricostruzione del Capitolium di Verona e del triportico, dove erano collocate le tavole catastali

La ricostruzione del Capitolium di Verona e del triportico, dove erano collocate le tavole catastali

Il frammento di bronzo (catasto A)  di una tavola catastale trovato nel 1996 nel criptoportico

Il frammento di bronzo (catasto A) di una tavola catastale trovato nel 1996 nel criptoportico

Unici sono unici. Ma certo chi ha visitato la mostra “Le istituzioni di Gaio e gli antichi catasti di Verona. Rari documenti del diritto privato e della proprietà fondiaria nel mondo romano” aperta fino a sabato 30 gennaio nella sala Maffeiana della Biblioteca Capitolare di Verona, senza un’adeguata spiegazione diventa difficile la lettura dei due preziosi frammenti bronzei di oltre duemila anni. Non dimentichiamo che prima della scoperta dei catasti di Verona si era a conoscenza solo del catasto di Orange (su pietra) e di Lacimurga (di cui non si conosce il contesto di scavo). Per questo sono state molto apprezzate le visite guidate proposte in questi giorni dagli esperti dell’associazione Archeonaute, capitanate da Marzia Bersani, che gestisce l’apertura dell’area archeologica di Corte Sgarzerie, cioè dell’antico criptoportico romano sotto il Capitolium di Verona, cioè proprio dove quei frammenti di tavole catastali furono trovati nella seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso. Cerchiamo allora di saperne di più su questi due speciali reperti con l’aiuto degli archeologi che li hanno studiati.

Ricostruzione dell'interno del triportico di Verona con i frammenti ritrovati e la loro collocazione nella tavola catastale originale

Ricostruzione dell’interno del triportico di Verona con i frammenti ritrovati e la loro collocazione nella tavola catastale originale

L'archeologa Giuliana Cavalieri Manasse della soprintendenza

L’archeologa Giuliana Cavalieri Manasse della soprintendenza

LA SCOPERTA. Entrambi i frammenti – come si diceva – sono stati rinvenuti nello scavo del criptoportico del complesso capitolino in corte Sgarzerie. “Il primo frammento bronzeo ritrovato, che oggi chiamiamo catasto A”, ricorda Giuliana Cavalieri Manasse, già responsabile a Verona della soprintendenza ai Beni archeologici del Veneto, e maggior studioso dei catasti veronesi, “è stato scavato nell’agosto 1996 da Simon Thompson, che aveva subito riconosciuto si trattasse di una lastra con la registrazione di celle di centuriazione. L’entusiasmo fu contagioso. E si cercò subito sperando di trovare altri frammenti della stessa tavola catastale, ma solo tre anni dopo si recuperò il secondo frammento che, comunque, apparteneva a un altro catasto”. Il criptoportico di Verona, dove da un anno è attiva l’associazione Archeonaute con visite guidate, è un’imponente struttura sotterranea, a doppia galleria e pianta a , che sosteneva la terrazza su cui era posto il più importante tempio cittadino, dedicato alla triade capitolina (Giove, Giunone e Minerva). Tale edificio, il più grande di Verona e tra i più vasti dell’Italia romana (35 metri di larghezza,  42 m di lunghezza e circa 26 di altezza) era inquadrato da un triportico a due navate, il cui impianto ricalcava quello del sottostante criptoportico. “Costruito nel corso della seconda metà del I secolo a.C.”, continua Cavalieri Manasse, “il grandioso complesso capitolino (esteso su un’area di circa 6000 mq) ripeteva uno schema architettonico (criptoportico, terrazza, triportico, tempio) assai comune nelle città romane a partire da quest’epoca”. Nel criptoportico, oltre ai due frammenti di tavole catastali, sono stati rinvenuti numerosi minuti pezzi di lastre inscritte, di vario genere e di diverse epoche, lavorate con grande accuratezza e spesso in marmi di pregio. “Leggendo i testi, si deduce che si trattava di atti ufficiali: decreti, liste di magistrati e di imperatori. Questi, insieme alle “formae” (tavole catastali), dovevano essere in origine esposti nel triportico soprastante il criptoportico, che svolgeva quindi funzione di archivio cittadino (tabularium)”.  Dopo l’abbandono e il successivo spoglio del complesso, tra la seconda metà del IV e il V secolo d.C., di tali documenti pubblici, demoliti e asportati per riusi e rifusioni, rimasero solo piccoli residui, finiti nel criptoportico quando le sue volte collassarono. “Negli sconvolgimenti che accompagnarono la fine dell’impero romano”, sottolinea l’archeologa della soprintendenza, “gli atti fondiari vennero accuratamente distrutti per cancellare ogni traccia dell’antico regime proprietario. Da qui dipende l’eccezionale rarità dei reperti veronesi”.

La ricostruzione della tavola originale cui apparteneva il catasto A di Verona con la sua posizione nell'angolo alto sinistro

La ricostruzione della tavola originale cui apparteneva il catasto A di Verona con la sua posizione nell’angolo alto sinistro

CATASTO A. Il Catasto A è un frammento di bronzo delle dimensioni di 24.1 x 16 cm e dello spessore di 0.4 cm, databile tra il 40 e il 30 a.C. “Osservando la lastra di bronzo”, spiega Cavalieri Manasse, “si capisce che costituiva l’angolo superiore sinistro di una tavola di bronzo, con terminazione superiore a doppio spiovente, che reca incisa una serie di righe orizzontali e verticali formanti un reticolo: sono le celle della centuriazione”. Nei riquadri sono segnate le coordinate relative al posizionamento dei fondi sul terreno centuriato (DD sta per “dextra decumanum”: a destra del decumano massimo; VK per “ultra kardinem”: al di là del cardine massimo), le loro misure in iugeri e sottomultipli dello iugero (l’unità di misura dei terreni agricoli in età romana pari a 2518 mq), i nomi dei proprietari. “Si tratta di un rarissimo esempio di catasto rurale inciso su bronzo (“forma”, in latino)”, continua l’archeologa. “Fu realizzato subito dopo un intervento di centuriazione dell’agro di pertinenza della città, ovvero dopo le operazioni di bonifica, generale riassetto e suddivisione dei terreni, in vista di assegnazioni anche ai veterani delle guerre augustee. In tali documenti che svolgevano al tempo stesso  funzione amministrativo-fiscale, venivano registrate anche le proprietà già esistenti come è il caso per i personaggi menzionati nelle iscrizioni di tre delle sei caselle interamente conservate che non sono nuovi assegnatari, ma da tempo proprietari dei terreni”.

La grafica del catasto A con la posizione dei terreni e dei proprietari all'interno delle celle della centuriazione

La grafica del catasto A di Verona con la posizione dei terreni e dei proprietari all’interno delle celle della centuriazione

Partendo da sinistra, nella prima cella è indicato Caio Cornelio Agatone padrone di un podere di poco più di 43 ettari; nella seconda invece compaiono due proprietari: Caio Minucio, figlio di Tito, e Marco Clodio Pulcro, rispettivamente con circa 35 e 9 ettari. Infine nella terza compaiono Marco Magio e Publio Valerio, che possiedono l’uno intorno a 28 ettari, l’altro poco più di 13. “I nomi di costoro, con l’eccezione del solo Minucius”, ricordano gli studiosi, “sono frequenti nelle iscrizioni veronesi e appartengono a famiglie attestate nella zona già dalla prima metà o dai decenni centrali del I sec. a.C.”. Nella parte superiore della tavola invece le caselle non recano iscrizioni: si potrebbe trattare di “subseciva”, cioè di terreni che per varie ragioni, tra cui la cattiva qualità dei suoli, non potevano essere assegnati o non lo erano ancora stati.

Le tracce di centuriazione romana a cavallo della via Postumia in Val d'Illasi

Le tracce di centuriazione romana a cavallo della via Postumia in Val d’Illasi

Il riquadro giallo indica la citazione di Marco Magio, famiglia presente in Val d'Illasi

Il riquadro giallo indica la citazione di Marco Magio, famiglia presente in Val d’Illasi

Sul catasto A sono dunque registrate grosse porzioni di terreno appartenenti a personaggi del notabilariato veronese che, secondo Giuliana Cavalieri Manasse, si riferiscono alla centuriazione della Val d’Illasi. Come si è giunti a questa ipotesi? Il territorio veronese in età romana era molto più vasto dell’attuale provincia perché occupava aree oggi sotto Brescia e Mantova. Eppure sono giunti fino a noi solo poche zone che conservano indizi di antiche suddivisioni agrarie. Tracce di centuriazione sono state individuate in val d’Illasi, a nord e a sud della via Postumia (oggi SR 11), che forse ne costituisce il decumano massimo, e nelle Valli Grandi Veronesi, tra il Bastione di San Michele e il Naviglio Bussè e tra il Naviglio Bussè e il Tartaro. L’ipotesi che il frammento di catasto A sia riferibile alla centuriazione della val d’Illasi si basa sulla coincidenza cronologica tra l’epoca di realizzazione di tale intervento agrario e quella di redazione del documento e sul fatto che nel ricco patrimonio epigrafico del territorio tra Tregnago e Colognola ai Colli, in più casi, ricorrono gli stessi gentilizi (nomi di famiglia) presenti nel frammento bronzeo. In particolare a Colognola, presso Pontesello, era conservata almeno fino agli inizi del ‘900 un’epigrafe funeraria, incisa su roccia, menzionante Lucio Magio figlio di Marco. Costui doveva essere il fratello di Marco Magio, figlio di Marco, che figura nel catasto A. È probabile che i due fratelli possedessero terreni nella stessa area centuriata, che andrebbe quindi identificata con la zona della val d’Illasi.

Il frammento bronzeo del catasto B di Verona che certifica la presenza di proprietari terrieri celti

Il frammento bronzeo del catasto B di Verona che certifica la presenza di proprietari terrieri celti

CATASTO B. Una situazione completamente diversa è quella rappresentata dal secondo frammento di bronzo, il catasto B, che misura 12 x 17.5 cm ed è spesso 0.2 cm.  “È un inedito”, interviene Giovannella Cresci Marrone, docente di Storia romana all’università Ca’ Foscari di Venezia, che ha approfondito lo studio del frammento. “I due frammenti non appartengono alla stessa lastra. Quella del catasto B è meno spessa, quindi è un catasto diverso che censiva sempre delle proprietà terriere ma in questo caso i proprietari erano celti, e non cittadini romani. Rispetto al catasto A qui sono registrate proprietà terriere più piccole che non sono comprese all’interno di una centuriazione. E poi c’è un elemento anomalo: una linea discontinua che potrebbe rappresentare una strada o un confine”.  Vediamo meglio il frammento. Fa parte di una lastra di bronzo, probabilmente una piccola porzione interna, suddivisa come il catasto A in caselle quadrangolari. Si conservano tracce di sette celle, quattro delle quali iscritte. Tra queste è ben leggibile la sola casella centrale, quasi integra. Vi figurano incolonnati a sinistra i nomi dei proprietari (sette in tutto, singoli o famiglie) e a destra le misure delle terre possedute. Lo stesso schema presentavano altre tre celle, a giudicare dai resti di testo superstiti. Anche questo frammento appartiene a una lastra identificabile come una “forma” del territorio veronese, ma diversa da quella di cui fa parte il catasto A. Differenti sono infatti le caratteristiche tecniche della tavola, di spessore molto più sottile, e quelle dell’incisione (reticolo tracciato con segno leggerissimo, grafia con caratteri molto più accurati). Le celle inoltre sono più ampie e non vi figura alcuna coordinata di localizzazione di centuriazione.

Giovannella Cresci Marrone docente di Storia romana a Ca' Foscari

Giovannella Cresci Marrone docente di Storia romana a Ca’ Foscari

“Lo schema a campi quadrangolari”, continua l’esperta, “qui è solo un espediente grafico per posizionare topograficamente le proprietà terriere che, a giudicare dai nomi, sembrano appartenere a vecchi proprietari indigeni. Si tratta senza dubbio di personaggi appartenenti al sostrato celtico della popolazione; tipicamente celtica è infatti l’onomastica (Bitunci, Vindilli, Segomari, ecc). Costoro, diversamente dai personaggi del catasto A, sono proprietari di appezzamenti di terreno di dimensioni piuttosto ridotte (da tre quarti di ettaro a circa 12 ettari)”. Infine, mentre nell’altro documento sono assenti indicazioni connesse alle caratteristiche fisiche del territorio, questo è caratterizzato da una notazione topografica: un solco fortemente inciso, dapprima rettilineo e poi piegato verso destra con andamento spezzato, in cui è forse da riconoscere –come si diceva- una strada”. Il pezzo, parte di una mappa censitaria, è rispetto al precedente di qualche decennio più antico o contemporaneo. “Per ora non abbiamo dati per chiarirlo”, ammette Giovannella Cresci. “Se fosse coevo al catasto A dimostrerebbe l’esistenza a Verona di una enclave di famiglie galliche prive della cittadinanza romana. Se fosse precedente, allora si potrebbe collocare dopo l’89 a.C. quando fu concesso il diritto latino ai transpadani. Comunque i due catasti fissano due momenti importanti della fase di romanizzazione del territorio veronese nel I sec. a.C.: l’estensione del diritto latino e la cittadinanza romana a Verona”.

Nel cantiere del nuovo teatro “riscoperto” l’antico acquedotto romano di Cupramontana, nelle Marche, centro piceno dedicato alla dea Cupra, e poi municipio romano. Scoperto alla fine del ‘700, se n’erano persi tracce e ricordo

Il tratto di acquedotto romano "riscoperto" a Cupramontana, borgo in provincia di Ancona, nel cantiere del nuovo teatro comunale

Il tratto di acquedotto romano “riscoperto” a Cupramontana, borgo in provincia di Ancona, nel cantiere del nuovo teatro comunale

Un'antica stampa del borgo di Cupramontana

Un’antica stampa del borgo di Cupramontana

Sotto l’ex teatro le tracce di un antico acquedotto romano. È stato “riscoperto” a Cupramontana, borgo antico nell’entroterra marchigiano in provincia di Ancona, su quello che fu un importante municipio romano e prima ancora un centro della popolazione preromana dei piceni dedicato a Cupra, dea della fertilità. “Riscoperto” perché l’antico acquedotto in realtà era stato scoperto quasi due secoli e mezzo fa dallo storico cuprense don Francesco Menicucci, emerso probabilmente durante alcuni scavi condotti nel 1779. La sua descrizione è conservata all’interno del Commercium Epistolicum, una raccolta di corrispondenza, datata tra il 1788 e il 1793, tra don Menicucci e un altro erudito del tempo, lo storico fermano Giuseppe Colucci. Secondo lo storico cuprense l’antico manufatto si snodava lungo il versante nord-ovest di Cupramontana passando nella zona dell’attuale via Gaspare Spontini, già via Canalecchie, antico toponimo che sembra rimandare proprio alla presenza di un canale, cioè dell’acquedotto. “Sacerdote del clero secolare”, scrive oggi lo studioso cuprense Oddino Giampaoletti, “don Francesco Menicucci parlava il greco e il latino e per queste sue conoscenze non ha avuto difficoltà a scrivere interessanti volumi di storia, della nostra storia, quella del ‘700 cuprense. Fu un archivista di prim’ordine e il suo lavoro si espresse non solo a Cupramontana, ma da Jesi (Archivi Capitolari ed Episcopali) a Firenze (Archivio Granducale). Grazie al suo lavoro di archivista riuscì a pubblicare diversi suoi volumi. Scrisse molto per le Antichità Picene del Colucci e tra questi suoi lavori particolarmente si dedicò alla Lapide di Cupra Montana  narrando anche i risultati di scavi archeologici effettuati nel territorio”.

Il foglio su cui don Francesco Menicucci tracciò la sua ipotesi di tracciato dell'antico acquedotto romano di Cupramontana

Il foglio su cui don Francesco Menicucci tracciò la sua ipotesi di tracciato dell’antico acquedotto romano di Cupramontana

Nella lettera a Colucci la descrizione che fa Menicucci è dettagliata ed entusiasta.  Scrive Menicucci a Colucci: “Acquedotto sotterraneo magnifico scoperto nel 1779. Egli è incavato nel tufo, in figura ovale, alto Palmi Rom. 9 largo Palmi 5. Il suo cominciamento si è trovato essere in o presso la Casa de’ Sig.ri Grana, ora de’ Sig.ri Conti Leoni. È stato sino ad ora scoperto fino al luogo p. Ha un declivio regolarissimo, e tendente verso il Tempio di S. Eleuterio. Più oltre dal punto o sopradetto non si poteva incavare, a motivo appunto del declivio, perocché il terreno da lì alla parte del Ponente si sbassa. Gli antichi suoi Fabbricieri nell’incavarlo, dove videro mancare il tufo, vi supplirono con delle mura fatte a sacco, ed insieme [come soglion dire] a stagno, perché potessero resistere all’acqua. Vi si vede ai lati, ed assai più nel fondo, il tartaro fatto dalle acque, e parecchie buche verticali e quadre, chiamate volgarmente sbocche q, q, q, q, q, q, onde potesse l’acqua scorrervi facilmente. Quest’amplo acquedotto egli è diversissimo da quello che si scoperse a’ tempi del P. Sarti, il quale ne ragiona a carte 51, n° XXVI alla sopra lodata sua opera di Cupra-Montana. Tal’acquedotto è situato, come poc’anzi si accennò, a Mezzo-Giorno, ed è assai più piccolo. Ma quello, di cui parliamo, sta dalla parte opposta, cioè di Tramontana. Da questa parte gli antichi Cuprensi con somma avvedutezza posero a lavorare il fin qui descritto sontuosissimo sotterraneo, per provvedere di acque la loro Città, perocché tal’elemento, giusta le leggi Fisiche, deve più assai che altrove sgorgare nella pendenza delle Colline dalla parte di Tramontana. Le possessioni, che vengono da quest’Acquedotto occupate, denominansi ab antica con il vocabolo le Canalecchie, conforme osserviamo in più nostri Codici, e specialmente nel Catasto dell’anno 1345 alle pergamene 139, 140, 148; dal che sembrami potersi argomentare, tal sotterraneo non essere stato per avventura ignoto a’ nostri Vecchi, ed averlo questi verisimilmente detto “il Canale”, onde può credersi originata quella denominazione di Canalecchie”. Quindi nei tempi antichi a Cupra gli approvvigionamenti di acqua erano garantiti da più fonti. “La prima delle sorgenti si trovava a circa 8-10 metri dalla chiesa di San Leonardo verso il centro della piazza”, ricorda Giampaoletti. “La seconda approssimativamente dove ora c’è il monumento al Donatore AVIS e che è la stessa che alimentava il manufatto romano rinvenuto negli scavi; la terza di rimpetto allo storico ristorante Orietta. Le acque provenienti sia dalla prima sia dalla seconda sorgente, potrebbero essere state convogliate tramite l’acquedotto fino all’antica via Canalecchie, che portava acqua fino al Barlozzo, un serbatoio visibile in via Giovanni Bovio, dal quale una volta riscaldata veniva nuovamente fatta scendere a caduta fino alle Terme alla Dea Cupra, in contrada La Pieve e Palazzi”.

Una veduta panoramica dell'antico borgo di Cupramontana che sorge nell'area del municipio romano

Una veduta panoramica dell’antico borgo di Cupramontana che sorge nell’area del municipio romano

Dell’antico acquedotto romano, che correva “sotto la superficie della terra le misure di un uomo”, nel tempo si sono però persi le tracce e il ricordo. E le ripetute ricerche degli speleo-archeologi, anche recentemente, sono state interrotte per mancanza di tracce. Nessuno si aspettava infatti che l’acquedotto romano seguisse un percorso leggermente diverso da quello indicato da Menicucci, una cinquantina di metri più lontano dall’area dell’ex cinema-teatro, dove è stato trovato per caso. E questo è un classico: molte delle più interessanti scoperte archeologiche emergono per un evento fortuito. A Cupramontana l’occasione è stata data dallo scavo delle fondamenta del nuovo teatro comunale.  È il 20 ottobre 2016:  le ruspe del cantiere si imbattono in quello che sembra un cunicolo. L’impresa esecutrice interrompe tempestivamente gli scavi, e avvisa la direzione lavori e il Comune di Cupramontana. E di qui la segnalazione alla soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche. Mentre il Comune redige e approva una variante al progetto del nuovo teatro (il disegno originario incideva marginalmente sul condotto)  che consente di riprendere i lavori, a gennaio 2017 parte una nuova campagna di scavi che ha portato alla luce un cunicolo incavato a mano nell’arenaria, alto due metri, con uno sviluppo di circa 34 metri e una pendenza del 2%. Un condotto facilmente percorribile verso monte, mentre a valle è completamente ostruito da un palo in cemento armato costruito per sorreggere un piccolo edificio. La scoperta è stata presentata dal sindaco di Cupramontana Luigi Cerioni, e da Ilaria Venanzoni della soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche, con l’archeologo Marco Ambrosi, e l’Archeoclub di Cupramontana.

La caratteristica forma a "V" del condotto dell'acquedotto romano, soluzione tecnica che permette di regolamentare la velocità dell'acqua

La caratteristica forma a “V” del condotto dell’acquedotto romano, soluzione tecnica che permette di regolamentare la velocità dell’acqua

L’esplorazione ha confermato che il cunicolo è proprio il tratto iniziale dell’antico acquedotto romano scoperto quasi tre secoli fa dallo storico cuprense don Francesco Menicucci. La sezione del cunicolo mostra una volta a tutto sesto su pareti che si stringono in basso a forma di ‘V’. “In questo modo”, spiegano gli esperti, “nei momenti di siccità, l’acqua rimane nella parte bassa dell’acquedotto che, essendo più stretta (circa 35-40cm), riesce a convogliarla con maggior velocità verso valle. Al contrario nei periodi di pioggia e quindi con il livello d’acqua più alto, l’allargamento del condotto (fino a un massimo di circa 90cm) permette un deflusso più lento e controllato. Questo sistema garantiva un approvvigionamento dell’acqua alla città pressoché regolare. Si può anche ipotizzare che come in altri acquedotti romani di questa portata, il condotto vada a terminare in una grande cisterna, in genere sotterranea, che ha lo scopo di accumulare e distribuire poi nel migliore dei modi l’acqua all’interno della città”. Don Francesco Menicucci, spiegano gli archeologi, non menziona una cisterna però ricorda “mura sotterranee, che dal sopradetto Acquedotto vanno a terminare nell’infrascritto Predio di S. Eleuterio. Intorno ad esse trovaronsi parecchie volte ed archi con molte ossa di umani cadaveri”. Non è da escludere quindi che il luogo da lui indicatoci corrisponda ad una cisterna, la quale potrebbe essere stata utilizzata come fossa comune nel periodo delle grandi pestilenze. Le nuove ricerche potranno chiarire molti aspetti di questo manufatto. Il Comune è infatti impegnato a reperire le risorse finanziarie necessarie per la rimozione di quanto impedisce l’esplorazione del tratto a valle dell’acquedotto. E intanto a Cupramontana si torna a parlare della creazione di un percorso archeologico strutturato e di interesse turistico.

Scoperte due tavole catastali romane negli scavi del criptoportico di Verona: finora noto solo un altro esemplare in Spagna. Ora in mostra alla Biblioteca Capitolare

Il manifesto della mostra “Le istituzioni di Gaio e gli antichi catasti di Verona” aperta in Biblioteca Capitolare di Verona

Il manifesto della mostra “Le istituzioni di Gaio e gli antichi catasti di Verona” aperta in Biblioteca Capitolare di Verona

La scoperta è di quelle destinate a essere ricordate: dagli scavi della soprintendenza ai Beni archeologici del Veneto a Corte Sgarzerie, nel cuore della Verona romana, lì dove c’è l’antico criptoportico (aperto al pubblico l’anno scorso: vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/?s=sgarzerie) che correva sotto il Capitolium, a un passo dal foro (oggi piazza delle Erbe), sono stati trovati due frammenti bronzei, testimonianza dell’antico catasto romano. Una vera rarità se si pensa che di queste tavole catastali, ben ricordate dalle fonti, si conosceva un solo esemplare in Spagna. E da sabato 17 gennaio a sabato 30 gennaio saranno esposti per la prima volta nella sala Maffeiana della Biblioteca Capitolare di Verona nella mostra “Le istituzioni di Gaio e gli antichi catasti di Verona. Rari documenti del diritto privato e della proprietà fondiaria nel mondo romano”.  Che si tratti di mappe catastali romane è evidente dalle informazioni su di esse incise: i confini dei fondi rurali con le coordinate relative alla posizione, alle misure e ai nomi dei proprietari. Per capire queste “mappe” bisogna fare riferimento alla cosiddetta “centuriazione”, cioè al sistema di partizione dell’agro romano in parcelle di territorio, le “centurie”, individuate all’interno di un reticolo regolare con assi ortogonali tra loro. Le due tavole catastali veronesi sono in ottimo stato di conservazione, assicurano in soprintendenza: “Grazie ai nomi dei proprietari sicuramente romani riportati su una delle due tavole è possibile ipotizzare anche una datazione: tra il 40 e il 30 a.C., periodo significativo per Verona, essendo proprio quello che vide insediarsi in città i romani”.  L’altra mappa è più problematica ma altrettanto interessante poiché registra nomi che non sono propriamente romani: dovrebbero appartenere a ceppi indigeni preesistenti, e quindi potrebbe essere più antica.

Il criptoportico di Verona romana nell'area archeologica di Corte Sgarzerie

Il criptoportico di Verona romana nell’area archeologica di Corte Sgarzerie

L’inaugurazione della mostra è prevista venerdì 16 gennaio alle 16.30, alla presenza del soprintendente ai Beni archeologici del Veneto, Vincenzo Tiné, e del prefetto della Biblioteca Capitolare mons. Bruno Fasani. La mostra sarà illustrata da Filippo Briguglio, Giuliana Cavalieri Manasse, Giovannella Cresci Marrone. Nei due sabati di apertura della mostra “Le istituzioni di Gaio e gli antichi catasti di Verona”, cioè sabato 17 e sabato 24 gennaio, c’è un’interessante iniziativa proposta dall’associazione Archeonaute Onlus: alle 10.30 e alle 15, organizza visite guidate speciali all’area archeologica di Corte Sgarzerie (luogo di rinvenimento delle tavole catastali) e visita guidata all’esposizione. È richiesto un contributo di partecipazione di 4 euro (comprensivo di visita al sito più ingresso e visita alla mostra). Per info e prenotazioni: archeonaute@gmail.com, oppure tel. 324.0885861 e 347.7696088. Ricordiamo che con l’area archeologica di Corte Sgarzerie si intende il criptoportico: un lungo corridoio coperto che correva sotto la grande piattaforma del Capitolium che reggeva il tempio vero e proprio. Qui erano conservate lapidi e tavole bronzee che riportavano documenti catastali, testi di leggi, decreti. Nel sito sotterraneo di Corte Sgarzerie è ben visibile una porzione dei pilastri ed archi che sostenevano la volta del criptoportico crollata e poggiata su un fianco, oltre a una delle alte finestre che davano un poco di luce e circolo d’aria al lungo corridoio. Il sito è caratterizzato da una grande complessità, con strati di epoca repubblicana, tardo-imperiale e altomedievale che si sovrappongono e si intersecano. Oltre ai resti del criptoportico si può ammirare una strada pedonale romana con il lastricato eccezionalmente preservato e una torre e altro edificio, forse una ghiacciaia, altomedievali.